L’anno dei dati che ha dimenticato i dati - Il paradosso del caso Cambrdge Analytica

giovedì 10 gennaio 2019



di Bruno Mastroianni, SenzaFiltro, 28 dicembre 2018

Il caso Cambridge Analytica ha scatenato il dibattito sul trattamento dei dati online. Ma noi utenti lo stiamo affrontando in modo adeguato e costruttivo?

Si potrebbe dire che il 2018 è stato l’anno dei dati online: si è aperto con il caso di Cambridge Analytica, che ha messo sotto accusa Facebook per la gestione dei dati personali, e si chiude con un’inchiesta del New York Times del 18 dicembre, che di nuovo rileva problemi del social network di Mark Zuckerberg nella condivisione di dati degli utenti con altre aziende. Allo stesso tempo il 2018 è stato anche l’anno che ha oscurato l’importanza dei dati online: proprio il fatto che il tema sia rimasto sotto i riflettori ha prodotto una sorta di distrazione su aspetti fondamentali della questione. In questo pezzo, in cui avrei dovuto scegliere un tema salito alla ribalta e poi perso per strada nel corso dell’anno, vorrei parlare di ciò che ci siamo persi durante l’anno proprio mentre stavamo parlando dei dati e della loro importanza.

Il caso Cambridge Analytica e il sisma dei social

Ricordiamo tutti il caso Cambridge Analytica scoppiato nella seconda metà di marzo, proprio in quel mese in cui le elezioni hanno capovolto gli equilibri politici nel nostro paese. Nelle cronache mediatiche, soprattutto online, è stato un susseguirsi di commenti, notizie, considerazioni sul tema dell’uso dei dati per fini commerciali e campagne di comunicazione basate sulla profilazione degli utenti. Riflessioni che inevitabilmente sono diventate politiche, visto che le attività di Cambridge Analytica sembravano collegate alla campagna elettorale di Trump del 2016, e dato che tutto ciò si sposava perfettamente con un tema ricorrente nel dibattito, proveniente già dagli anni precedenti, secondo cui sia le elezioni americane sia la Brexit erano state in qualche modo decise dai social network (di fatto, lo si è detto anche a proposito delle nostre elezioni).
Sui giornali in quel periodo campeggiavano titoli come Facebook, Trump e Cambridge Analytica: perché è a rischio la sicurezza dei nostri dati, e venivano riportate citazioni come: “Convincere qualcuno a votare un partito non è molto diverso da convincerlo a comprare una certa marca di dentifrici”, attribuita a Richard Robinson, manager dell’azienda. Si è arrivati fino a proporre guide su “come cancellarsi da Facebook per proteggersi dalle manipolazioni” visto che, come titolava una testata statunitense, “Facebook is scanning your message for abuse”.

Un dibattito che assumeva a tratti toni allarmistici (e sensazionalistici) sulla paura del controllo sociale tramite la tecnologia, ma che sembrava anche seguire interessi precisi: come rilevavano già allora alcuni analisti, molte delle organizzazioni mediatiche che all’epoca “calcavano la mano” su Facebook erano le prime a servirsi di sistemi per raccogliere dati degli utenti. Insomma, se il caso ha avuto il merito di sollevare una questione oggi cruciale – quella dell’uso dei dati online – ha portato con sé anche visioni riduttive e spesso animate più da interessi di parte che da un limpido senso del dovere di cronaca verso i cittadini.

Dati online: più controllo, non sempre più chiarezza

Nei mesi successivi il dibattito è stato costantemente attraversato dalla questione dei dati. A maggio è 
arrivato l’obbligo per tutti di adeguarsi al GDPR (General Data Protection Regulation), il nuovo regolamento europeo per la protezione dei dati; un importante passo, anche se discusso, verso norme più chiare e a tutela degli utenti. Ma il tema è tornato a più riprese e in varie altre forme: le valutazioni sulle strategie di comunicazione del Movimento 5 Stelle basate principalmente su social e web, fino ad arrivare alla famosa “Bestia” di Salvini: il fantomatico software in grado di scegliere in base a un algoritmo quali contenuti mettere online per raccogliere consensi.

Di tutte le cose dette, ricordo all’inizio della crisi Cambridge Analytica un articolo di Pierluigi Battista sul Corriere dal titolo: Il caso Facebook. L’algoritmo? Possiamo imbrogliarlo, che nel sottotitolo prometteva: “Manuale combattivo per disorientare, zigzagare, far impazzire chi vuole sapere tutto di te”. Il testo proponeva sostanzialmente di mettere like a caso e in modo contraddittorio: un giorno per il movimento gay, l’altro per i “Legionari di Cristo” o le “Sentinelle in piedi” (era scritto proprio così). In sostanza, una proposta (abbastanza impraticabile e a tratti ridicola) di comportarsi come folli online come unica soluzione per non essere profilati e quindi manipolati.

Ho un’altra scena in mente: quella di un collega, un giornalista scientifico di spessore, il quale dopo aver scambiato due chiacchiere sul tema dei dati mi diceva: all’inizio ho cercato di farlo, mi sono messo a leggere bene tutte le avvertenze prima di accettare servizi e app online, ho provato a stare dietro alla questione dal punto di vista legale, ma la realtà è che alla fine mi sono arreso.

Il paradosso del dibattito sui dati online

È questo l’effetto paradossale che ha avuto parlare dei dati online in chiave di falle di Facebook, di manipolazioni di società e di politici senza scrupoli, di leggi spesso inadeguate, della difficoltà di regolamentazione in questo campo. Il risultato è stato creare grande preoccupazione e sensibilità, ma con una scarsissima ricaduta in termini di azioni nella vita concreta delle persone.

È l’effetto di distanziamento che si provoca quando i problemi sono raccontati in un certo modo: appaiono così ampi e sovrastanti (distanziamento verticale) e così lontani dalle possibilità quotidiane (distanziamento orizzontale) da far rimanere immobili, impotenti. C’è una grande sensibilità, ma in fondo si fa poco o nulla: sia la proposta di vivere online in modo sconclusionato per nascondersi ai radar dei manipolatori, sia quella di riuscire a tenere sotto controllo ogni minimo aspetto legale della cessione dei dati, appaiono impossibili da praticare.

I dati online invece sono una questione vicinissima e quotidiana, che non può che essere affrontata a partire dal protagonista della vicenda: ciascuno di noi. La nostra è ormai una vita iperconnessa in cui la tecnologia ha un peso cruciale. Gran parte delle azioni che compiamo ha a che fare con lo scambio di dati. Quando inviamo messaggi, quando usiamo le mappe, quando consultiamo le nostre timeline, quando facciamo ricerche, quando usiamo un servizio, diamo informazioni e in cambio ne riceviamo. Questo ha comportato un cambiamento anzitutto culturale nelle nostre vite: siamo diventati tutti dei piccoli personaggi pubblici. Come tali dobbiamo imparare a valutare i significati delle azioni che compiamo online, ricordando che in rete siamo in una dimensione dove rimane traccia di tutto ciò che facciamo; quella traccia costruisce la nostra identità e definisce le nostre relazioni con i contenuti e con gli altri, siano essi aziende, amici, sconosciuti, politici.

Una questione di sovraccarico

Da questo punto di vista le sfide sono fondamentalmente tre e riguardano il sovraccarico in cui siamo immersi. La prima è quella del sovraccarico informativo: tra i mille dati che riceviamo e che possiamo scambiare online, siamo in grado di fare ordine e scegliere, trasformando il caos di contenuti in possibilità di conoscenza? La seconda è quella del sovraccarico valutativo: quello che facciamo online è sotto gli occhi di tutti molto più di prima, e rimane a disposizione; sapremo trovare modi di agire, muoverci e partecipare, comunicando ciò che siamo, senza disperdere o spiattellare in pubblico ciò che dovrebbe rimanere nel nostro privato?

Infine la terza sfida, forse la più importante di tutte: il sovraccarico di discussioni. La rete ci ha reso tutti più vicini, ognuno dice la sua e le differenze si incontrano costantemente, tanto che si può trovare tutto e il contrario di tutto. Lo stesso dibattito sui dati lo mostra: la tentazione è quella di ridurre il sovraccarico a opposizioni binarie in cui schierarsi (a favore/contro, buoni/cattivi, spegnere/accendere la tecnologia), che però non aiuta a giudicare una realtà complessa, che richiede di essere osservata da più punti di vista. Sapremo stare in questo costante incontro con le differenze mettendo alla prova le nostre convinzioni, oppure ci rifugeremo in schieramenti ridotti e circoscritti dove trovare solo opinioni confortevoli che confermano le nostre convinzioni?

Ecco, nel 2018 abbiamo affrontato il tema dei dati online soprattutto nella sua parte distante e apparentemente fuori dalla nostra portata. Siamo rimasti un po’ fermi a guardare. Speriamo che nel 2019, al prossimo riflusso di casi alla Cambridge Analytica, possiamo iniziare a notare che la questione è talmente vicina da entrare nel nostro smartphone, fin dentro la prossima azione che compiremo online. Perché è dal significato che daremo a quelle azioni, una dopo l’altra, che verrà la capacità di chiedere a chi ci governa e alle aziende che offrono servizi online quello che ci aspettiamo da loro, invece di aspettare che siano loro a decidere che forma debba assumere la nostra vita connessa.



Il diritto di non odiare nell’epoca dei social

martedì 11 dicembre 2018


(Da un’intervista a Vera Gheno e Bruno Mastroianni di Piergiorgio Cattani su la Domenica del Trentino, 9.12.2018)

La situazione odierna che sembra irrecuperabile. La rabbia e l'odio dilagano sul web. Ma è proprio così? Esiste una via d’uscita? Da qui partiamo con un’intervista a Gheno e Mastroianni. Da dove nascono le possibilità di una interazione civile anche sul web? 

 Non si stava meglio quando si vedeva meno. La rete ha solo dato la possibilità a tutti, senza selezione all’ingresso, di poter intervenire nel dibattito pubblico per iscritto. Eravamo abituati a un dibattito molto filtrato, per questo proviamo disagio di fronte all'espressione libera e magari scomposta di ogni pensiero. Lo chiamiamo odio e rabbia, generalizzando, ma in realtà in quei flussi ci sono le paure, le preoccupazioni, le emozioni reali delle persone. Andrebbero presi sul serio e ascoltati attentamente. Per quanto in forme scomposte, sono istanze che richiedono risposte.

Comunicazione fa rima con educazione. Esistono le "buone maniere" sui social? Esistono sicuramente le buone maniere, ma soprattutto esiste la possibilità di comportarsi in maniera civile, che tiene conto dei limiti della propria libertà e della presenza degli altri attorno a noi. 

Chiamarle buone maniere le fa sembrare la fissazione un po' démodé di signore imbellettate che prendono vezzosamente il tè. Cosa c’è di più profondo? In realtà, qui si parla della necessità di imparare a gestirsi non solo nella vita "reale", fisica, ma anche nella vita virtuale, smettendo di considerarle due vite separate, quanto piuttosto due "stati" diversi del nostro essere da vivere in continuità. Secondo noi, la persona che alla fine sta meglio è quella che sia offline sia online riesce a comportarsi in maniera ragionata, senza dare sfogo ai propri istinti più bassi, a quell'animale che tutti, volenti o nolenti ,"ci portiamo dentro", tanto per citare Franco Battiato. Quindi noi non parliamo di mera forma (come talvolta, a dire il vero a torto, può sembrare il Galateo), ma di un contegno morale e del comportamento che è conseguenza di una salda sostanza.

La rabbia on line è lo specchio di quella reale, che si respira nel Paese. L'una alimenta l'altra, ma quale viene prima? 

 Intanto metterei in discussione il concetto di rabbia. A emergere è anzitutto la differenza e il dissenso: l’interconnessione in cui siamo immersi ci ha resi tutti più vicini e ci fa costantemente incontrare/scontrare con la diversità emotiva, culturale, valoriale, linguistica degli altri. Ciò può provocare frustrazione perché ci mette alla prova di fronte a interlocutori che non sono automaticamente disposti a riconoscere competenze e gradi di autorevolezza. La definiamo genericamente come “rabbia”, ma in realtà è soprattutto frutto di un dissenso che è mal espresso da un lato, e non accolto dall'altro. Chi ricopre un ruolo o ha una competenza (politica, culturale, scientifica, sociale) dovrebbe prendersene cura. Invece spesso rinuncia e il campo è lasciato libero ai manipolatori che sono capacissimi di sfruttare quella frustrazione a loro vantaggio.

Contro questi manipolatori come ci si può difendere? Si moltiplicano gli esperti ma forse serve qualcos’altro… Voi avete un approccio diverso, oserei dire "umanistico" perché basato sulla parola... 

Poiché la comunicazione è un campo fortemente interdisciplinare, esistono senz'altro molti esperti e molte ricette per avere (più) successo in rete. Anche al nostro approccio mancano sicuramente punti di vista; semplicemente, l'incontro tra una sociolinguista e un filosofo ha permesso a entrambi di allargare la prospettiva che per forza di cose, semplicemente per il fatto di essere studiosi di una certa disciplina, tende a focalizzarsi su quella. Il nostro approccio parte, dalla caratteristica più umana che abbiamo: una competenza che ci differenzia da tutti gli altri animali che vivono sulla terra, che è quella della parola. Secondo noi, in un sistema nel quale comunichiamo soprattutto per iscritto, una riflessione metacognitiva sulla parola permette di ridarle potere, e al contempo di renderci più "potenti" nelle nostre interazioni.

Chi ha il controllo delle proprie parole ha un vantaggio tattico rispetto a chi, in qualche modo, le usa con poca consapevolezza. Da questo voi partite nel libro “Tienilo acceso”… 

Certamente, lo facciamo per costruire una sorta di competenza digitale vòlta a creare cittadini più resistenti alle sollecitazioni di pancia, che noi individuiamo come uno dei problemi centrali che si vedono bene in rete in questo momento storico. La soluzione, insomma, alla comunicazione deragliata, non è continuare a lamentarsi, o chiedere a gran voce regole, divieti e punizioni esemplari - che pure, in alcuni casi, servono - ma prendere in mano la propria vita online e fare un lavoro prima di tutto su di sé. In questo modo, si può contribuire alla creazione di veri e propri circoli virtuosi, alcuni piccoli, altri più grandi, che realmente possono contribuire a cambiare la forma stessa della rete.

Ironia online: istruzioni per l'uso

sabato 24 novembre 2018


L’ironia online va dosata sempre con cura, vista la situazione di iperconnessione in cui ci si muove. Ironizzare richiede che ci sia una certa confidenza e corrispondenza di sensibilità tra gli interlocutori, cosa che in rete è quasi impossibile tenere sotto controllo.

Ancora più rischioso è quando l’ironia diventa sarcasmo: si ride di qualcuno o di qualcosa per un suo difetto o una sua caratteristica. Nell’interconnessione quel qualcuno sarà in un modo o nell’altro raggiunto dal messaggio senza grandi spiegazioni e contestualizzazioni, e se ne risentirà di sicuro (vedi il recente caso degli spot di Dolce e Gabbana sulla Cina). Il punto è sempre lo stesso: nella dimensione online non possiamo controllare le cerchie entro cui far rimanere i nostri atti di comunicazione.

Cito dalla #disputafelice:

L’ironia è diversa dal sarcasmo. La prima è umile, è rivolta anzitutto a se stessi, e non se la prende con nessuno. Il secondo è sempre un’imposizione dell’io sull’altro, uno sfruttare una debolezza o un difetto altrui per riderne. Il sarcasmo può far sentire forti e vincenti ma di fatto fa solo aumentare la tensione...

Allora una strada più percorribile è quella della autoironia: ridere e far ridere gli altri dei difetti e delle mancanze che appartengono a noi stessi. Portare l’ironia nel proprio campo, nelle proprie convinzioni, nei propri atteggiamenti, diventa un atto universale: chiunque è disposto, per quanto abbia una differente sensibilità, a riconoscere un essere umano che ha distacco da sé ed è capace di prendersi in giro.

Tra l’altro ride di sé solo chi ha una certa consapevolezza delle proprie capacità e, di conseguenza, ne conosce i limiti e non ha alcuna paura a mostrarli. Sa ridere di sé anche chi è poco autoreferenziale e tende a includere l’altro (si sa guardare con uno “sguardo esterno”), così come chi si focalizza sul merito dei temi e non è tutto il tempo occupato a dimostrare qualcosa di se stesso (“quanto sono bravo”, “quanto sono competente”, “come le dico bene”).

Sempre dalla #disputafelice:

Come si fa a ironizzare? Occorre attuare un distacco da se stessi osservando la scena come dal di “fuori”, togliendo importanza al proprio orgoglio. Vedere se stessi dall’esterno ci rende capaci di relativizzare certe cose, di percepire meglio l’osservazione dell’altro, di ridere di noi e quindi anche di accettare meglio le critiche.

Un buon collaudo del proprio modo di ironizzare online può essere proprio questo: riesco a far ridere gli altri portando su di me il ridicolo dei comportamenti e delle convinzioni di cui mi sto prendendo gioco?

Non è facile, ma è un controllo utile che svela le reali intenzioni dell’ironia: la sto usando per ridere “con” o ridere “degli” altri? Se percorro la seconda, non posso poi stupirmi delle reazioni di chi non riderà affatto. Che mi piaccia o no me ne dovrò fare carico. È la società iperconnessa, bellezza.

In conclusione:

È chiaro che non in tutti i casi ci si può permettere l’ironia. Lo humor ingenera una dinamica intensa e immediata; se intempestivo o superfluo può ritorcersi contro chi lo usa, creando un effetto sciocchezza o frivolezza, dando all’altro la sensazione di non essere preso sul serio, esacerbandone la reazione.

La comunicazione che mette tutti d’accordo è finita (ed è una buona notizia)

lunedì 19 novembre 2018


di Bruno Mastroianni, La Casana n.2 2018

Un’enorme e variegata distesa di litigi, scontri, discussioni, insulti. Oggi ci verrebbe da descrivere così il mondo dei social, secondo un punto di vista che, tra l’altro, va per la maggiore nel dibattito sui media classici. “Il feroce popolo del web”, “il cyberbullismo”, “l’odio online”, “gli hater”, “le fake news” sono termini familiari che sentiamo ripetere ogni volta che si parla di web e interazioni online. Ma è davvero questo il modo migliore per descrivere quanto sta succedendo? È così compromessa la situazione online, tanto da far pensare a molti che è meglio starne alla larga?

Nel 2006 la rivista Time, per la consueta copertina dedicata alla persona dell’anno, scelse “You”, “tu”; sulla pagina era riportato lo schermo di un computer con sotto la scritta: “Sì, tu! Tu controlli l’età dell’informazione. Benvenuto nel tuo mondo”. Dieci anni dopo la rivista, in un numero estivo del 2016, riportava in copertina un troll, l’animale fantastico che descrive l’atteggiamento distruttivo online, con il titolo: “Perché stiamo perdendo internet a causa della cultura dell’odio”. Credo che queste due copertine descrivano bene i sentimenti di ambivalenza che abbiamo nei confronti di internet: da una parte un mondo pieno di possibilità e potenzialità, dall’altra un ambiente deleterio in cui sembra non si possa costruire molto perché l’odio e lo scontro la fanno da padroni.

In realtà, le due prospettive hanno lo stesso limite: guardano al web come se fosse un mezzo a sé, da considerare indipendente dagli esseri umani e dal loro modo di entrare in relazione. Attribuiscono, insomma, alla tecnologia una centralità e un potere così determinanti da superare la capacità di decisione umana. L’impasse sul web “luogo di meraviglie e di odio” dipende da questo specifico punto di vista da cui lo si osserva. Cosa succede se si capovolge la prospettiva? Se si rimette al centro dell’osservazione l’unico vero protagonista della questione e cioè l’uomo, che nella connessione stabilisce le sue relazioni, costruisce e negozia con gli altri i significati, si muove e vive nella dimensione online così come fa in quella offline?

 Da questo punto di osservazione il web e i social appaiono sotto un’altra luce. Ci mostrano quanto è successo negli ultimi decenni: la svolta digitale ha prodotto una grande rivoluzione nelle nostre vite. A dire il vero, le novità sono state moltissime, ma quella più caratterizzante, che davvero ci ha messo in una nuova condizione di vita e di socializzazione, è soprattutto una: l’incontro quotidiano, immediato, costante con la diversità dell’altro. Un incontro che avviene anche quando non è cercato, e voluto: viviamo ormai interconnessi e tutto ciò che facciamo ed esprimiamo, che ci piaccia o no, è esposto al contatto con altri, così come tutto ciò che fanno ed esprimono altri diversi e distanti da noi ci arriva vicino, ci tocca, entra nella nostra vita.

L’uomo da sempre è abituato a gestire le sue cerchie sociali con una dose di differenziazione: prima di tutto gli affetti e gli affini (la famiglia, le amicizie ristrette), poi il lavoro, la società, la dimensione pubblica. In questa gestione si tende a stare bene con i propri simili e con le persone con cui si condividono idee, linguaggi, prospettive, mentre si tiene a distanza ciò che è altro. Nell’interconnessione (anzi, in quella che molti definiscono iperconnessione, proprio perché è una connessione che va oltre le nostre intenzioni), tenere le cerchie separate e distanti è quasi impossibile. Si scrive un post su Facebook, magari una frase ispirata, e subito si riceve un commento da qualche semi-sconosciuto che con parole, toni, modalità non affini si presenta con la sua diversità a sfidare il nostro contenuto.

Ed è un’esperienza che si ripete costantemente a tutti i livelli: l’esperto che online si sente dire “lei che ne sa” proprio sulla sua materia; il programma televisivo che riceve applausi scroscianti e frasi di odio in egual misura sul medesimo contenuto; personaggi famosi che diventano oggetto di critica per ogni cosa che dicono; persone comuni che trovandosi in disaccordo su temi importanti finiscono a litigare in modo furibondo, dimenticando l’oggetto della questione.

Ridurre tutte queste dinamiche a “odio online” o “popolo del web” sarebbe un errore. Questi non sono che preziosi “sintomi” che ci mostrano qualcosa di davvero interessante: attraverso la tecnologia abbiamo potenziato una delle possibilità umane più promettenti, quella di entrare in contatto con mondi, linguaggi, interlocutori diversi rispetto alle piccole cerchie sociali in cui ci muoviamo abitualmente. Questo incontro è sì faticoso e impegnativo, ma è anche il modo più comune per progredire.

Da sempre nella storia, infatti, gli incontri con nuovi mondi e nuove culture hanno portato a miglioramenti. Ed è sempre successo anche nel piccolo delle nostre vite: ognuno di noi sa quanto le migliori idee vengano spesso dalle divergenze di opinioni e dai dissensi molto più che dal consenso e dal compiacimento tra chi è già d’accordo. In qualche modo, l’iperconnessione ci ha messo in una situazione di costante “messa alla prova” delle nostre convinzioni di fronte al dissenso dell’altro.  Possiamo vederla come un’occasione proficua e approfittarne, oppure rifiutarla come un disagio a cui non ci si vuole sottoporre (dando ad esempio tutta la colpa al web). Vale per tutti: per l’esperto che di fronte a quel “lei che ne sa” può reagire maltrattando l’altro, magari trovando nell’ignoranza diffusa un alibi, oppure cogliere l’occasione per dimostrare le proprie competenze proprio per rispondere a quella mancanza di consapevolezza; per il personaggio pubblico, il politico, che di fronte ai commenti scomposti può reagire girandosi dall’altre parte, quella osannante, oppure osservare un disagio che è reale e decidere di occuparsene. E così via fino ad arrivare al modo che ognuno di noi ha di interagire nell’iperconnessione con gli altri.

 Se tutti siamo stati ammessi alla conversazione pubblica (come hanno permesso i social e il web), siamo tutti chiamati a diventare dei conversatori, capaci di gestire non tanto il consenso (che già avremo dai nostri), ma soprattutto il dissenso degli altri che incontreremo nella connessione. È finita l’epoca (se mai fosse iniziata) della comunicazione felice, che mette tutti d’accordo; l’iperconnessione ci chiede un nuovo modello di cittadino-comunicatore capace di condurre dispute felici che sappiano tenere in relazioni costruttive proprio quelli che non sono d’accordo.

Dalla contrapposizione alla contraddizione. Come ridare fiato al dibattito in stallo

mercoledì 14 novembre 2018


di Bruno Mastroianni, EXagere, novembre 2018

Adelino Cattani, nella sua riflessione sui dibattiti, parla di due immagini che possono dar forma a un confronto: la battaglia e il collaudo. La prima presuppone che ci si muova in armi e che l’avversario venga battuto e messo fuori combattimento, anche se attraverso le forme civili della discussione. Il collaudo invece corrisponde a un’immagine più articolata: è la procedura secondo la quale il confronto tra argomentazioni viene vissuto come messa alla prova e verifica della tenuta delle proprie idee di fronte a uno o più interlocutori con prospettive diverse.

La modalità del richiamo morale alla presa di posizione polarizzata che abbiamo visto non solo non si muove secondo l’idea del collaudo, ma non riesce nemmeno più a produrre la battaglia: lo scontro, di fatto, non avviene nemmeno più. In altre parole, il problema non è tanto che lo stile di comunicazione polarizzato abbassa la qualità del confronto politico, ma che ne può provocare la scomparsa.

 Il richiamo alla presa di posizione, infatti, in questi termini funziona come mero segnale che raccoglie e serra le file di chi sostanzialmente una certa posizione l’ha assunta, prima ancora che venga discussa. Viene dipinta come un’esortazione caratterizzata da una spinta morale programmatica (prendere posizione in tal senso è presentato come un movimento in direzione del bene, del miglioramento, della crescita, ecc.), mentre nella sostanza è un puro riconoscere e riconoscersi in una posizione già assunta che si intende difendere.

Diventa così un quasi-dibattito sostanzialmente conservatore in cui ciascuna parte fa un richiamo a suoi valori da difendere e da conservare, non importa che il contenuto sia la solidarietà e l’europeismo più progressista o la difesa del proprio interesse e della sovranità dei movimenti più populisti: entrambi, con questo richiamo, si guardano bene dal confrontarsi sul merito, sulla tenuta, sull’ordine di priorità da dare a questi stessi valori, da cui dovrebbe scaturire la vera presa di posizione.

Non è un caso che in questo momento storico, in diversi paesi occidentali, tendano ad avere più successo in termini di consensi le schiere polarizzate che fanno appello alla sicurezza, alla tutela degli interessi più individuali, alla difesa dallo straniero e a sentimenti anti-sistema, mentre le schiere basate su valori abitualmente ritenuti più solidali e altruisti finiscono per attirare molti meno consensi in termini di persone già predisposte a quella posizione. La ragione è semplice: le posizioni più individualiste, difensive, privatiste, sono di solito molto più spontanee e “date” in società rispetto a quelle che richiedono un certo percorso riflessivo per riconoscerne il valore. Chiunque, infatti, come minimo vuole difendere se stesso, la propria famiglia e ciò che ha, e questa è come una morale di base dell’essere umano. Il richiamo invece al “dover essere”, all’apertura in nome di valori più nobili, all’uscita dal proprio piccolo perimetro di interessi, richiede riflessione, movimento, percorsi di significato, stimoli, ecc. La prima posizione è più facilmente intercettabile perché è quella che incarna meglio il rimanere fermi a ciò che già si è e si ha, per difenderlo; la seconda richiede che ci si sia mossi, si sia fatto un passaggio ulteriore in direzione di una maggiore consapevolezza.

Nella modalità di contrapposizione in cui non si dibatte nulla, nulla si muove o si scuote veramente; gran parte della comunicazione diventa, per chi ha capito il meccanismo, attività di intercettazione di posizioni già assunte dalla fetta più larga possibile della popolazione, per farle proprie. Da questo punto di vista il web e i social diventano il luogo ideale dove studiare e intercettare le tendenze delle opinioni e il cosiddetto sentiment, che non è altro che il risultato delle posizioni che gli utenti assumono nei confronti dei principali temi che percepiscono come importanti. Chi invece ancora non ha colto appieno questa dinamica, ad esempio perché ancora sottovaluta il peso della connessione nella vita delle persone o magari ha ancora qualche remora a ridurre a pura intercettazione del consenso la propria attività comunicativa, sta comunque fallendo, rifugiandosi in un moralismo che tende a stigmatizzare e condannare le posizioni “degli altri”, ottenendo solo di posizionarsi precisamente contro il sentiment della maggioranza. In quest’ultima categoria rientrano anche certi discorsi apocalittici sul web e i social, indicati come ultimi responsabili di ogni questione politica recente (dall’elezione di Trump alla Brexit ai risultati delle elezioni italiane): ancora una volta un’affermazione di disprezzo moralistico nei confronti delle posizioni assunte dalle persone, viste come totalmente incapaci di difendersi dalle manipolazioni delle tecnologie.

In sostanza, lo schema della contrapposizione non vede scontrarsi alcuna idea, ma soltanto il distinguersi in base a posizioni già assunte. Da una parte le posizioni che sono in tendenza, accolte e compiaciute senza tanti scrupoli, dall’altra posizioni che non rappresentano una tendenza spontanea nella società che allora si rifugiano in una sorta di “Aventino moralistico” da dove si ritiene di difendere i valori stigmatizzando la barbarie. In realtà, in mezzo non solo non c’è nessun confronto, ma nemmeno uno scontro. E questa assenza di battaglia non crea la pace, ma una cosa più pericolosa: l’inerzia politica.

L’intercettazione del consenso basato sul compiacere le posizioni della popolazione su base statistica da un lato, così come la presa di posizione moralistica che disprezza tutto ciò che viene dalle percezioni della gente dall’altro, diventa la rinuncia a tutto ciò a cui serve la politica: discutere le posizioni assunte, decidere quelle da assumere, in una mediazione che rappresenti il miglior bene possibile per tutti.

Ma allora c’è qualcosa che si può fare di fronte a questa deriva? La via da intraprendere ce la indicano proprio le immagini del dibattito proposte da Cattani: la battaglia e il collaudo... clicca qui per leggere l'articolo integrale.

#tieniloacceso da Corrado Augias su Rai3

venerdì 2 novembre 2018

Nel giro di pochi anni essere connessi è diventata una condizione primaria per molti noi, ma l'uso della rete continua a essere poco consapevole. Quanto pesano le parole sul web? Come si possono aggirare fraintendimenti, ostilità, distorsioni? A Quante Storie rispondono la sociolinguista Vera Gheno e il filosofo della comunicazione Bruno Mastroianni, in una conversazione con Corrado Augias che spazia dalle fake news al bullismo nei social network.



Per vedere la puntata integrale clicca qui.


La fattoria degli animali social. Piccolo bestiario autoironico della rete

domenica 28 ottobre 2018

Dal leone da tastiera all'elefante nella cristalleria, passando per triceratopi e grilli parlanti: benvenuti nello zoo dei social, dove la mancanza di autoironia tira fuori la bestia che è in ognuno di noi. Costantemente connessi e alle prese con il faticoso racconto di noi stessi in mezzo agli altri, talvolta dimentichiamo che il senso del ridicolo potrebbe essere un grande alleato nell'evitare disastri comunicativi. Perché, al contrario degli animali, l'unico momento nel quale ha senso che l'uomo mostri i denti è quando ride.

Ecco il nostro intervento:

L'autoironia salverà l'uomo, animale social

martedì 9 ottobre 2018

di Bruno Mastroianni, ToscanaOggi, 30 settembre 2018


Una pagina bianca. È con una diapositiva così, vuota, che spesso io e la mia collega sociolinguista Vera Gheno iniziamo le nostre lezioni sulla comunicazione nell’era digitale. Usiamo questa immagine come copertina dicendo: “ecco cosa sono il web e i social!”. La nostra è chiaramente una provocazione con la quale invitiamo a riflettere sul dibattito pubblico che mette la rete al centro di tutti i problemi e dei disagi della nostra società. Noi, di fronte a quel tipo di narrazione apocalittica, diciamo: il web a cui attribuiamo tutte le responsabilità in realtà non c’è, non esiste di per sé, perché quel web non siamo altro che noi, esseri umani, in connessione.

Facciamoci caso: nella relazione tra essere umano e dispositivi tecnologici, la maggior parte delle volte ci viene spontaneo rivolgere tutta l’attenzione agli strumenti e ai mezzi. Parliamo molto di smartphone (se dobbiamo o non dobbiamo farlo entrare nelle scuole, se opportuno disintossicarsene perché ne abusiamo) oppure ci concentriamo sulle piattaforme (Facebook e i suoi algoritmi più o meno manipolativi, Instagram e i selfie che sono una mania per i giovani, ecc.), tanto che, a poco a poco, abbiamo dato una consistenza sempre più autonoma agli elementi tecnologici mettendoli al centro dei discorsi (di solito allarmati), trascurando progressivamente l’elemento che nella relazione è, invece, quello più importante: l’uomo e il senso che dà alle azioni che compie nella sua vita connessa.

Il problema infatti non è mai nello smartphone: i dispositivi funzionano benissimo. Non è nemmeno nelle piattaforme social che perseguono i loro scopi commerciali attraverso algoritmi che compiacciono i nostri interessi: davvero ci aspettiamo che siano Facebook o i grandi della tecnologia a doverci aprire la mente per spingerci a diventare più critici, più riflessivi, meno narcisisti? Anche considerando le strategie manipolatorie di comunicazione digitale che alcuni adottano per ottenere consensi: davvero crediamo che approfittare della situazione per ottenere vantaggi sugli altri esseri umani sia una questione tecnica dovuta al web? L’attenzione va piuttosto rivolta all’altro lato della relazione, alla parte vicina, a “chilometro zero”: quella umana.

È per questo che al Festival “Il senso del ridicolo” a Livorno abbiamo portato con Vera Gheno un intervento sulla “Fattoria degli animali social”. Abbiamo voluto proporre una riflessione sui tic e i comportamenti più goffi che si trovano in rete ed elaborato una tipizzazione faunesca, facendo eco al capolavoro di George Orwell. Il nostro percorso però è opposto: nel romanzo, gli animali, una volta preso il potere, finivano per diventare sempre più simili all’uomo che li opprimeva; nel nostro ragionamento mostriamo invece come l’uomo, dotato del potere della tecnologia, finisca per tirare fuori i suoi istinti più animali.

Così, nella nostra fattoria social ci sono i classici, come “l’elefante nella cristalleria”, che interviene a sproposito nei discorsi degli altri, o “il pavone”, che con i suoi selfie mostra solo il suo lato migliore (e quando lo/la incontri dal vivo è una sicura delusione), fino ad animali più particolari come “il triceratopo”, capace di indignarsi e di scatenare polemiche anche su ciò che non esiste (questo animale nasce dal caso della foto di Steven Spielberg ritratto davanti al pupazzo di un triceratopo sul set di Jurassic Park scambiato per un cacciatore che si vantava della sua preda). L’intento non è l’ennesima forma di invettiva contro l’uso sproporzionato della tecnologia, è il contrario: scoprire il lato ridicolo di quei comportamenti non serve a stigmatizzarli, ma a riconoscersi in essi. Perché a fare gli elefanti che non pesano le parole, i pavoni che nascondono i propri difetti dietro a un’inquadratura e i triceratopi pronti a reagire ancora prima di capire non è un distante “popolo dei social”, siamo proprio io e te con il nostro smartphone in mano ogni volta che interagiamo online.

In un mondo complesso e iperconnesso, in cui la tecnologia sembra farla da padrona e a volte suscita in noi paure ancestrali sul dominio della macchina sull’uomo (a proposito di reazioni un po’ primitive), a nostro avviso c’è una via maestra di uscita, antica e saggia, e forse per questo innovativa: l’autoironia. Non l’invettiva apocalittica degli scettici che rende ipersensibili ma immobili, e nemmeno il sarcasmo dei guru digitali entusiasti che disprezzano l’imperizia altrui e rafforzano il loro ruolo di detentori unici della conoscenza; dobbiamo tornare invece alla buona sana vecchia capacità di ridere di noi stessi, che è l’unico modo per ricordarci dei limiti che abbiamo, proprio nel momento in cui la tecnologia ci dà potere. È infatti il riconoscimento dei limiti che fa maturare nell’uomo la domanda di senso autentica, da sempre il miglior antidoto alle oppressioni e alle facili esaltazioni del potere.

L’autoironia salverà il mondo. Soprattutto nei nostri giorni. Perché aiuterà a vedere che dietro mille nomi preoccupanti che diamo alle sfide attuali - tra hacker russi, algoritmi, elezioni condizionate dai social e guerre per la profilazione dei dati - alla fine ci siamo sempre noi, esseri umani, alle prese con quella pagina bianca da scrivere che è il significato che vogliamo dare alla nostra vita iperconnessa.

Non cadiamo nella rete

mercoledì 19 settembre 2018



di Vera Gheno e Bruno Mastroianni, Robinson di Repubblica, 16.9.2018


Come fare a vivere felici e connessi? Iniziando dall’usare meglio le parole. Questa è la sintesi della proposta contenuta in Tienilo acceso: l’idea che servano conoscenze tecniche, che occorrano regole, ma che l’aspetto che può davvero cambiare le carte in tavola sia da ricercare in qualcosa che è alla portata di tutti, non solo degli addetti ai lavori: riflettere di più su come comunichiamo. Siamo gli unici animali a possedere il dono della parola, che è quindi il nucleo della nostra umanità; eppure, poiché la competenza verbale viene normalmente acquisita senza troppa difficoltà sin da piccoli, spesso la diamo per scontata: l’importante, dicono molti, è il contenuto, non la forma che gli diamo.

Questo atteggiamento si nota chiaramente sui social, dove tutti sembrano comunicare come viene (salvo poi creare, e crearsi, enormi complicazioni). Noi invece pensiamo che proprio in rete, dato che siamo privati della nostra corporeità, della possibilità di vederci in faccia, di toccarci, di annusarci (siamo pur sempre animali!), le parole sono ancora più importanti, perché attraverso di esse passa tutto ciò che siamo e che vogliamo comunicare (di noi e del nostro pensiero) agli altri.

Potremmo dunque iniziare prendendoci un secondo per chiederci se l’universo abbia davvero bisogno di ciò che stiamo per "rilasciare" in rete, davanti a un pubblico di dimensioni incontrollabili: nessuno ci sta puntando un’arma alla testa mentre digitiamo la nostra battuta, la nostra invettiva, il nostro parere. Versione per i più utilitaristi: che effetto avrebbero quel commento, quella foto, se pubblicati sulla prima pagina di un giornale? È molto più facile concedersi il lusso di una riflessione prima che non cimentarsi nella gestione della crisi poi.

Nella vita in generale, ma più specificamente in rete, la lingua assolve a tre funzioni: quella di esprimere chi siamo, quella di comunicare la nostra visione del mondo, quella di metterci in relazione con gli altri. E tutto questo accade che noi lo vogliamo o meno. Come fare, quindi, a renderlo un processo cosciente, in modo da essere noi a usare gli strumenti linguistici a nostra disposizione e non essere usati da essi?

Per rispondere a questa domanda occorre perdere due illusioni. La prima è l’illusione delle parole stesse. Comunicare non è conoscere bene le regole dell’italiano, anche se sono la base, e nemmeno essere letterati colti e forbiti. Anche l’essere umano che conosce più parole al mondo può fallire miseramente nel momento in cui deve entrare in relazione con le parole di un altro. La competenza, allora, non sta tanto nel saper costruire frasi senza errori, quanto piuttosto nel mantenere la relazione con l’altro proprio quando gli errori e i fraintendimenti compaiono (cosa che accade sempre).

Qui la seconda illusione da perdere: non esiste la comunicazione che mette tutti d’accordo, non è possibile piacere a tutti. La connessione ha accorciato le distanze e messo in contatto in modo ordinario e costante le differenze che prima incontravamo solo in certe occasioni. Oggi, grazie al web, ai social, a WhatsApp, siamo diventati tutti più vicini; le divergenze (di vedute, di linguaggio, di sensibilità) si incontrano e si scontrano di continuo, tanto che l’esperienza che facciamo più comunemente online è quella del dissenso e del litigio (spesso anche scomposto). Saper comunicare oggi non è solo sapersi esprimere in modo efficace (che sia con un breve testo, una foto o un video), ma deve andare oltre: è saper affrontare le conseguenze in termini di discussioni e reazioni che ogni contenuto inevitabilmente genera una volta immesso in questo scenario.

La rete può aumentare le nostre possibilità di incontro con la differenza ed essere un’occasione per stimolare, discutere, scoprire, conoscere. Oppure, può diventare il sistema ideale per chiudersi in un piccolo mondo di affini, in cui mettere alla porta tutti quelli che non sono graditi, additandoli di volta in volta come nemici, hater, imbecilli, populisti, buonisti a seconda della fazione in cui ci si trova comodi. La scelta è letteralmente nelle nostre mani, in quello smartphone attraverso il quale inviamo parole scelte con minore o maggiore cura.

Una critica al concetto di #fakenews e una proposta per fronteggiare il disordine informativo

venerdì 7 settembre 2018

Nel mio intervento al #meeting18 ho parlato di quattro cose:

1. Il termine #fakenews è ormai usato come arma retorica per rifiutare il pensiero dell’altro, non ci aiuta a capire qual è il vero problema: il disordine informativo in cui siamo immersi.

2. La riduzione alle categorie di vero/falso non è adatta per giudicare le narrazioni che descrivono la realtà (questo sono le notizie), la sfida è più impegnativa del fact checking.

3. Non basta distribuire contenuti (anche di qualità) se poi non si accetta di seguirli e di prendersi cura delle discussioni che si generano online.

4. Il ruolo dei giornalisti oggi non più essere più solo di watchdog della democrazia o di segugi a caccia di storie di interesse pubblico: a questi si deve aggiungere il compito di cani da pastore che seguono i contenuti e le notizie rielaborate e discusse dai lettori nella conversazione online.

Qui sotto il video dell'intervento.
(Per rivedere l'intero panel con Marco Tarquinio, Francesco Piccinini e Lucio Brunelli, moderati da Alessandro Banfi clicca qui)







Tienilo acceso. Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello

giovedì 30 agosto 2018

Oggi esce #tieniloacceso.
Vi avverto: non è un libro per stomaci deboli.

È un libro POLITICO: vuole invitare all’azione, affinché ciascuno di noi la smetta di dare la colpa ad altro (al web, all’odio, al populismo, agli algoritmi, alla velocità della comunicazione...) e si dedichi invece a coltivare il suo pezzo di rete, sentendolo proprio e facendosene carico in prima persona.

È un libro SPIETATO che guarda in faccia la realtà cercando di superare la grande consolazione di questo tempo: quella di spegnere. Spegnere perché internet fa male ai giovani, alle relazioni, alla vita. Spegnere perché il problema sono quelli che non capiscono, che odiano o che non vogliono dialogare. Spegnere cancellando dalle nostre timeline tutto ciò che non ci aggrada. Spegnere in nome di un dibattito più virtuoso e più degno. Ci dispiace essere spietati (e lo siamo anzitutto con noi stessi), ma spegnere non migliora le cose: serve solo ad autoescludersi dal dibattito così come è, un dibattito che andrà avanti anche senza di noi, a meno che non iniziamo a darci dentro tenendo acceso il cervello assieme ai dispositivi.

È un libro IMPERFETTO che abbiamo scritto non per insegnare qualcosa a qualcuno, ma per ricapitolare quello che abbiamo imparato fin qui sul campo navigando, sbagliando, riuscendo, cominciando e ricominciando. Quindi prendetelo quello che è: un discorso in BOZZA PERENNE, quella che proponiamo spesso come mentalità più adatta alla conversazione online, in cui è bene che su ogni tema ci sia sempre qualcosa da aggiungere.

È un libro frutto di una DISPUTA. Vera e io non abbiamo “dialogato”, non abbiamo “collaborato amabilmente”, non abbiamo condotto “un nobile confronto intellettuale”. Ci siamo invece affrontati con onestà, mettendo in gara le nostre idee fino in fondo. Qualche straccio è volato, è vero, ma ognuno ha potuto trovare i suoi assi vincenti e riconoscere le sue lacune, migliorando il suo pensiero grazie al dissenso dell’altro.

Infine questo libro non lo abbiamo scritto da soli. È frutto di due anni di COLLAUDI OFFLINE in cui abbiamo raccolto riflessioni, domande, idee, perplessità durante incontri in tutta italia con ogni genere di interlocutore (dalle università della terza età alle aziende, passando per scuole, conventi, gruppi di genitori, associazioni, biblioteche di quartiere, atenei, corsi per giornalisti); così come di COLLAUDI ONLINE attraverso le vostre discussioni, commenti, contributi e critiche ai nostri (forse fin troppo frequenti) post...

Insomma questo libro lo avete scritto tutti voi assieme a noi. Perché questi temi non sono miei o tuoi, di Vera, di Bruno, di questo o di quell’esperto, sono temi profondamente NOSTRI. La vita è ormai una vita in rete in cui dire bene le cose, cioè comunicare bene, è essere.

#tieniloacceso

Fare la differenza discutendo, oppure subirla litigando

giovedì 23 agosto 2018


Tutto parte da un innocente “sei tu che non capisci...” oppure da un “io non ho detto questo...”. Da lì in poi si va sul personale (“dici così perché sei...”), oppure si divaga sui principi (“quello che dici è ingiusto quindi non si discute...”), per non parlare poi dei sospetti e i dubbi sulle intenzioni e le competenze dell’altro. È l’abbandono del merito delle questioni, preludio di ogni litigio online (e offline). Non è una questione di cortesia, non è una questione di calma, di bontà, di gentilezza. Non è nemmeno una faccenda della stra-citata (spesso a sproposito) empatia. È una questione molto più profonda che ci mostra qualcosa che appartiene a noi esseri umani: facciamo fatica a confrontarci fino in fondo con la differenza dell’altro.

Deviare dal tema, andare sul personale, invocare principi, ci permette di “ridurre il carico” della fatica di argomentare e sostenere ciò di cui siamo convinti di fronte a un altro che sta sfidando il nostro mondo (in maniera più o meno scomposta). Ogni volta che discuto sento in me emergere la tentazione di adottare una di queste strategie. E ogni volta è una grande fatica.

Un tempo ce la cavavamo gestendo e dosando i nostri incontri con la differenza, ma non eravamo iperconnessi. Oggi nessuno può davvero controllare da quale parte la diversità (di opinioni, di visione, di idee, di linguaggio) entrerà nei suoi spazi online. E non conta la competenza (anche persone coltissime cadono in battibecchi poco edificanti), non è questione di carattere (persino i più imperturbabili cedono quando gli si toccano certi argomenti), è proprio qualcosa che ci portiamo dentro come esseri umani. Facciamo tutti fatica, nessuno è “nato imparato” a discutere.

Non sono i social che ci fanno litigare, i social semplicemente ci tengono tutti più vicini, rivelando quanta strada abbiamo da fare per essere all’altezza della società plurale che abbiamo costruito. Non a caso una delle tentazioni più forti che aleggia nell’aria è proprio revocare pluralità e differenze per ridurre la pressione. E si manifesta in molti modi (ognuno ha il suo): dai più primitivi, come il cancellare, bannare, espellere dai propri spazi online tutto ciò che non ci aggrada (che spesso diventa una tentazione che sfocia anche nell’offline...); a quelli più culturalmente raffinati di sostenere che solo i titolati o i competenti dovrebbero avere facoltà di parola su certi temi.

 La realtà è che non ce la caveremo “spegnendo la diversità” (si presenterà a ogni prossimo post) ma tenendo acceso il cervello con il desiderio di affrontarla. Non è facile ma le alternative sono due: fare la differenza discutendo, oppure subire la differenza litigando e chiudendosi in piccoli gruppi omogenei di consenso. A noi la faticosa scelta.

Verità o menzogna? La contrapposizione stanca

lunedì 16 luglio 2018


(La versione integrale di questo articolo è su ExAgere.it)

di Bruno Mastroianni, luglio 2018.

Parlare di menzogna, oggi, in uno scenario di comunicazione caratterizzato da iperconnessione, sovraccarico informativo e accesso libero al dibattito pubblico dovuto alle tecnologie digitali è impresa rischiosa. L’idea, infatti, di poter descrivere con nettezza e immediatezza ciò che è errato, rispetto a ciò che è accurato e veritiero, si scontra con una conversazione pubblica in cui la pluralità di fonti, attori, criteri, linguaggi ha di fatto introdotto una complessità che espone ogni tentativo di distinzione netta tra vero e falso al rischio di una riduzione retorica e metodologica che perde per strada la realtà proprio mentre cerca di parlare di essa.

 Il dibattito pubblico è caratterizzato ormai da anni dalle cosiddette formulazioni binarie: un modo di descrivere ciò che accade secondo continue contrapposizioni inconciliabili, in cui la realtà è sempre suddivisa in punti di vista opposti che si escludono tra loro. È un linguaggio in uso nella comunicazione politica, che da sempre ha trovato una sponda nelle narrazioni conflittuali di un certo stile giornalistico e mediatico, fino ad arrivare di fatto a permeare tutte le parti della società, producendo una vera e propria attitudine mentale che spinge costantemente ciascuno a dichiarare di fronte a ogni nuova informazione e conoscenza anzitutto “da che parte sta”, secondo un’alternativa spesso binaria, prima ancora di considerare ciò che sta leggendo, ascoltando, vedendo, conoscendo.

 Parole come “menzogna”, “bugia”, “vero”, “falso” vengono utilizzate con sempre maggiore disinvoltura nel dibattito come armi retoriche per marcare una differenza di opinione rispetto all’altro, e non per un loro collegamento a criteri di valutazione sull’accuratezza o meno di un certo contenuto o un avvenimento. Negli ultimi anni, a questa lista si è aggiunto anche il termine fake news che, nato per descrivere le notizie manipolate e prive di fondamento che si diffondono nella conversazione pubblica, è diventato esso stesso un modo per sconfessare le idee dell’altro. Molti esponenti politici in tutto il mondo si servono del termine per definire i media che producono contenuti a loro non graditi[5] o per rigettare le opinioni e le dichiarazioni dei propri avversari, infine il termine è penetrato nei discorsi online tra persone comuni, in cui spesso la parola fake news è utilizzata per rigettare qualcosa che ha affermato l’altro... CONTINUA A LEGGERE

Le opposizioni binarie di cui siamo prigionieri nella comunicazione politica

lunedì 4 giugno 2018

(per l'intervista integrale vedi Vita.it)

Lei ha scritto su Facebook un post in cui spiega come tutti facciamo un grave errore metodologico quando distinguiamo politica e comunicazione politica… 
Esattamente. Non capiamo che il modo in cui si crea consenso su precise scelte o azioni non può essere slegato dalle scelte che prendiamo. In altre parole in un dibattito il "come" si dicono le cose conta tanto quanto quello che viene detto. Lo stile, la modalità, il tono, l’atteggiamento, ogni sfumatura formale conta tanto quanto la sostanza, cioè l’oggetto del discorso.


Perché secondo lei è così centrale questo aspetto?
Quello che sta succedendo in questa situazione è molto simile a quello che accade quando, in un dibattito tra due individui, una dei contendenti viene messo all’angolo dall’altro che usa polemica e slogan. Sarà difficile, anche se armati di buoni argomenti e ragionamenti, riuscire a sfilarsi da quell’angolo. Il perché è semplice: si tratta di un terreno di scontro che è congeniale e premiante per chi è capace di essere più brutale, diretto, elementare. Tipico di chi usa questo tipo di forzatura dialettica è mettere l’avversario di fronte ad un bivio, ad una scelta tra due possibilità. Ma è un bivio fittizio che risponde esclusivamente alla logica imposta dall’avversario. E finché ci si muove all’interno di questa narrazione non c’è possibilità di vincere

 Sta dicendo che, parafrasando, non c’è possibilità di battere dialetticamente Salvini?
Non entro nel merito. Mi limito a notare che quelli che oggi sostengono Mattarella con post e hashtag, magari anche cercando di costruire un dibattito articolato e utile, senza rendersene conto alimentano il racconto della parte avversa, alimentano lo scontro e avvantaggiano proprio chi cercano di contrastare.

 E come si spiega questo scacco matto? 
Si spiega semplicemente con quello che definisco come un “vantaggio comunicativo”. Ad ogni mossa degli avversari, chi ha creato la narrazione potrà limitarsi a usare quella mossa come dimostrazione della sua tesi. Per stare a questi giorni qualunque cosa dicano oggi gli avversari di Salvini e Di Maio saranno tacciati di essere parte di quel sistema che non vuole il cambiamento. Siamo di fronte ad un’opposizione binaria bloccata nella quale c’è e ci può essere un solo vincitore.

 Non è qualcosa di un po’ troppo sofisticato da imputare a un politico come Matteo Salvini? 
Questo teatro del pro o contro non l’ha inventato né creato Matteo Salvini. Si è creato nei decenni. Nasce con la tv e la personalizzazione politica, con l’esigenza di sconfessare l’avversario. Ci siamo col tempo abituati a prendere posizione pro o contro ancora prima di aver capito il tema di cui si parla. Una reazione che deriva proprio dal tipo di dibattito che si è costruito. Una polarizzazione che è entrata nel nostro modo di percepire la realtà. Oggi Matteo Salvini ne trae vantaggio perché nuota in questo stile comunicativo. Ma domani, se mai Salvini dovesse andare al Governo, qualcun altro userà lo stesso sistema contro di lui.

  Quindi l'unica possibilità è il silenzio?
(Ride) No, quello che posso dire è che accettare di mettersi dalla parte “buona” dell’opposizione binaria in realtà non serve a nulla. Fa il gioco dell’avversario. Io mi limito a fare questa analisi. Posso solo aggiungere che ci vuole un cambiamento di paradigma, una comunicazione che cambi il gioco, scardini la sceneggiatura costruita. Dobbiamo trovare nuove strade per non entrare nel muro contro muro. Qui la sfida è intercettare le percezioni dei cittadini.

Privacy e Facebook: non lasciamo che in rete siano gli altri a decidere per noi

lunedì 23 aprile 2018


di Bruno Mastroianni, Toscanaoggi, 15.4.2018

Il caso Facebook-Cambridge Analytica, sta avendo l’indubbio merito di portare in primo piano un tema cruciale per le nostre vite iperconnesse: che fine fanno i nostri dati? Una questione che per troppo tempo è rimasta argomento di nicchia e per esperti, mentre lo scambio e l’utilizzo di dati che ci riguardano (non solo quelli online) è ormai qualcosa che determina il nostro vivere in società, dall’economia, all’informazione, alla politica, alle più comuni attività quotidiane.

Dall’altra parte il dibattito sta avendo anche l’effetto di generare rumore e confondere le acque. La semplificazione mediatica oscilla tra il sensazionalismo che evoca paure ancestrali come quella del controllo sociale e del dominio della macchina sull’uomo, alle strategie di chi ha interessi a dare tutta la colpa a Facebook, per trarne vantaggio: come ha fatto notare Pier Luca Santoro su Datamediahub, i primi a servirsi di sistemi per raccogliere dati degli utenti sono proprio i media che stanno calcando la mano sul caso.

L’effetto paradossale è che tutto ciò genera negli utenti un vago istinto di difesa a spegnere e cancellarsi dai social, alimentato anche dalla retorica apocalittica di alcuni; ma che poi di fatto non ha alcun seguito, sia perché impossibile – le nostre vite sono ormai irrimediabilmente interconnesse – sia perché sarebbe del tutto inutile: i dati su di noi verranno comunque raccolti in altri modi. Risultato: rimaniamo spaventati e immobili, ipersensibilizzati ma fondamentalmente passivi.

Come uscirne? La strada è faticosa, ma c’è. E parte anzitutto dal vedere il problema nella sua complessità, attraverso i diversi livelli su cui si può e si deve affrontare, che sono essenzialmente tre.

Il primo livello è politico e addirittura sovranazionale (perché si tratta di un problema internazionale) ed è quello della regolamentazione: abbiamo bisogno di sempre migliori tutele sui nostri dati. Questo è il livello in cui ciascuno di noi, da solo, può fare poco. È il livello di cui dovrebbero occuparsi i giornalisti (invece di perdere tempo a solleticare paure) per spingere gli attori pubblici a garantire trasparenza e fair play nel mercato e nella vita politica e sociale che con lo scambio di dati hanno sempre più a che fare.

Il secondo livello è quello dell’autotutela. Qui ciascuno di noi può fare diverse cose, a partire dall’essere più accorto sul tipo di autorizzazioni che dà in merito ai propri dati sui social, nelle app e in generale online (ma anche offline).

Infine c’è un terzo livello, il più importante, che è quello della cura attiva e costruttiva della propria presenza online. In questo livello il vero protagonista è ognuno di noi nel suo modo di muoversi in rete, non solo per difendersi dai rischi, ma soprattutto per cogliere le opportunità che il web dà per stabilire connessioni, trovare informazioni, per poter dire la propria e partecipare efficacemente alla vita pubblica. È un livello di cittadinanza digitale attiva che riconosce nello scambio dei dati non solo pericoli, ma le potenzialità per migliorare le proprie esperienze. Che il problema non sia solo Facebook e che non nasca adesso, lo si poteva sapere da molto tempo prima che se ne occupassero le grandi testate. Le guide su come gestire bene la propria privacy sono online da molto prima del caso Cambridge Analytica, eravamo noi a non servircene.

È la svolta che serve al nostro stare in rete: non solo aspettare che qualcuno ci dica (e decida) dove andrebbero messe le regole, non solo prendere precauzioni per difenderci dai pericoli, ma essere noi i primi a dare significato alla nostra vita online e in base a quella esigere da attori economici e politici il rispetto per la nostra libertà. Senza questo livello, saremmo totalmente inefficaci anche sugli altri due. Lo spiega bene Antonio Pavolini nel suo recente libro «Oltre il rumore»: accontentarsi del web come ce lo raccontano gli altri significa lasciarli decidere per noi sulla forma da dare al mondo interconnesso in cui, che ci piaccia o no, viviamo.

Vintage communication skills: contro il logorio dell'algoritmo moderno al Festival del Giornalismo 2018

lunedì 16 aprile 2018

Gli algoritmi si "vincono" assieme alle persone, occorre rimettere le parole al centro e valorizzare le discussioni online per curare le relazioni con i propri pubblici. Questi i temi al centro del panel che, con Pier Luca Santoro e Vera Gheno, abbiamo portato allo scorso Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia il 15 aprile.

Un intervento composto di tre punti di vista: quello del marketing e del social media mining di Pier Luca; quello sociolinguistico sulle parole e il loro corretto uso nelle interazioni online di Vera Gheno; infine il mio sulle modalità per moderare le discussioni online prendendo sul serio le istanze dei commentatori e generare #disputafelice.

Qui il video del panel:


Breve ma intenso. Farsi capire in poche parole

venerdì 23 marzo 2018


Essere sintetici e espressivi, saper organizzare un discorso, scegliere bene le parole non è un mero esercizio di stile, ma un atto di servizio: serve a stabilire relazioni di qualità con l’altro (gli altri).

Ciò che diciamo, ciò che scriviamo, ciò che esprimiamo con immagini, suoni o con qualsiasi altro elemento espressivo ha valore nella misura in cui alimenta o compromette il legame tra due o più interlocutori. Il “che cosa” del dire non è mai un dato indipendente e slegato, ma sempre unito inscindibilmente al “come” e all’effetto che ha sulle persone.

Forma e contenuto si presentano infatti sempre assieme: uno dà consistenza all’altro. La loro separazione è sostanzialmente un’astrazione non presente nella realtà. La forza, il senso, l’interesse che suscita ciò che abbiamo da dire di solito guida anche l’atteggiamento e il modo con cui lo riusciamo a dire.

Non esiste un unico metodo per fare discorsi intensi e significativi; però si possono individuare alcuni principi fondamentali da mettere in pratica. Sono idee che in parte vengono dalla tradizione retorica e dalla comunicazione efficace, ma che soprattutto rispondono a una serie di necessità che oggi abbiamo, in quanto individui iperconnessi e iperstimolati da fin troppi contenuti.

Li sintetizzerei in 4 punti che sono fondamentali per l’elaborazione di un testo, un discorso, un post, un qualsiasi contenuto che intercetti davvero l'interesse di chi ci ascolta (o ci legge):

1. scegliere poche idee (ma buone);
2. disporle in modo da ottenere attenzione;
3. esprimerle in modo vivo;
4. rimuovere il superfluo.


1. Poche idee (ma buone)

La pagina bianca, il silenzio dopo la domanda appena posta, la spinta a ribattere il commento appena fatto su Facebook... è la fase primaria di ogni comunicazione: la scelta del cosa dire.

Il consiglio fondamentale è: scegliere bene, scegliere poche cose. Un’idea buona basta per fare un intero discorso, due lo arricchiscono molto, tre sono il massimo. A sceglierne di più si rischia di perdere mordente, di aggiungere troppi elementi, di disperdersi in troppe sfaccettature. Occorre concentrare in poche idee fondamentali l’impianto di fondo su cui elaborare tutto il resto.

Scegliere è cruciale: è uno sforzo di umiltà. Nessuno può pretendere in una conversazione – che sia sui social, in un’intervista o in un luogo pubblico – di poter esaurire argomenti o complicare troppo le cose. Il tempo è esso stesso un messaggio: la brevità, l’essere sintetici e concentrati su ciò che si vuole dire, è un gesto di avvicinamento e di rispetto verso l’altro, che favorisce la comprensione.

Umiltà è anche scegliere di intervenire solo sui temi che conosciamo, che padroneggiamo, su cui abbiamo davvero qualcosa da dire, che sia veramente nostro. Al contrario le idee distanti, non sperimentate personalmente o sulle quali non abbiamo passato un adeguato tempo di riflessione, ci rendono impersonali, teorici, qualunquisti, o peggio: spocchiosi e aggressivi.

Umiltà è infine non scegliere le idee da soli: è ben lasciarsi fin da subito “fare compagnia”  dall’altro (o gli altri) a cui ci rivolgiamo. Le idee devono essere efficaci non per chi parla, ma per chi ascolta. Se coloro a cui parliamo sono convinti di una cosa, da quella non si può che partire, pena non intercettarli lì dove sono. Insomma la strada sicura è prendere su di sé i bisogni e le aspettative degli interlocutori per muoversi da quelle e tentare di fare passi in una qualche direzione insieme.


2. Guadagnarsi l’attenzione (la piramide rovesciata)

La scelta delle idee non basta: occorre scegliere cosa mettere prima e cosa dopo. Lo schema scolastico “introduzione, sviluppo, conclusione” va invertito. Oggi la capacità di attenzione è davvero scarsissima, ottenerla è il presupposto ineliminabile per avere la possibilità poi di ampliare, approfondire, spiegare.

Bisogna invertire la piramide. Non dal vertice sottile dell’introduzione per arrivare alla fine sostanziosa delle conclusioni, ma partire con il pezzo forte, cioè le conclusioni, per poi dedicarsi solo dopo ad argomentare, aggiungere, spiegare, rafforzare le affermazioni.

Esempio. Immaginiamo il processo classico (introduzione, sviluppo, conclusione):

“Oggi la società, grazie alle forme di partecipazione democratica e allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione, ha aumentato la sua complessità: le informazioni, i dati, e in generale le conoscenze sono beni preziosi. In questo scenario alcuni, mossi da interessi economici e politici, immettono informazioni e notizie distorte nel dibattito pubblico al fine di ottenere precise reazioni. Dall’altro lato l’uomo da sempre tende ad avere distorsioni cognitive che lo portano a vedere la realtà in base alle sue inclinazioni, interessi, convinzioni. In un mondo così complesso e interconnesso, chi non è in grado di riconoscere quali informazioni siano rilevanti e attendibili e quali no, rischia di essere vittima o dei suoi stessi pre-giudizi o eterodiretto dalle manipolazioni informative di altri. Essere ben informati è essere liberi nella società complessa”.

Per arrivare in fondo a questo testo, seppur breve, c’è bisogno di motivazione: la posizione della conclusione alla fine lascia al lettore tutto il lavoro di comprensione per procedere nel ragionamento.

Proviamo ora a “invertire la piramide”, mettendo all’inizio ciò che si vuole dire di importante:

“Essere ben informati è essere liberi nella società complessa. In un mondo complesso e interconnesso, chi non è in grado di riconoscere quali informazioni siano rilevanti e attendibili e quali no rischia di essere vittima o dei suoi stessi pre-giudizi o eterodiretto dalle manipolazioni informative di altri...”.

Un attacco del genere produce subito diversi benefici:

a. dà subito l’idea di ciò che si vuole dire;
b. crea interesse e attesa per il ragionamento che ha portato a tale conclusione;
c. dà un segnale chiaro su quale sarà la direzione e il senso del testo.

Da qui in poi, ottenuta l’attenzione e indicata la strada che si vuole intraprendere, sarà più facile per il lettore muoversi tra le successive argomentazioni e aggiunte di dettagli.


3. Scegliere parole vive

Posta la chiarezza sulle idee, scelto l’ordine delle argomentazioni, si passa a dover scegliere bene le parole, le espressioni, i modi con cui dire ciò che vogliamo esprimere.

Il grande nemico da evitare, quale che sia la situazione in cui ci esprimiamo, è il “concettualese”: quel modo di esprimerci teorico, distante, formalmente forbito ma sostanzialmente vuoto, che ci viene quando cerchiamo di dire cose intelligenti. Lo sforzo per farsi capire richiede il processo opposto: concretizzare, personalizzare, circoscrivere, semplificare. Farsi capire è parlare alle persone in carne e ossa da persone in carne e ossa.

Cristiano Carriero fa un esempio davvero efficace:

Azienda giovane, leader nel settore di competenza, supporta il cliente in tutte le fasi del progetto di comunicazione, a trecentosessantagradi. Con grande cura dei dettagli sfrutta le sinergie comunicazionali e garantisce l’ottimizzazione dell’investimento iniziale.

Cosa ha questo testo che non va? È generico e utilizza espressioni concettuali e sbiadite come “leader nel settore di competenza”, “fasi del progetto di comunicazione”, “trecentosessantagradi”, “sinergie comunicazionali”, “ottimizzazione”. Il testo non ha alcuna presa e, di fatto, pochissimo significato.

→ Proviamo ora a riformularlo:

Siamo quattro trentenni, dopo un’esperienza di lavoro all’estero abbiamo deciso di aprire un’agenzia di consulenza che definiamo una “sartoria della comunicazione”. Siamo convinti che comunicare sia un lavoro artigianale: per i nostri clienti facciamo solo “abiti su misura”, seguendo i progetti passo passo, confezionandoli a mano.

Gli elementi fattuali (“quattro trentenni che hanno avuto esperienza all’estero”), le immagini (la sartoria, gli abiti su misura, il confezionare a mano), le espressioni vivaci (la comunicazione come lavoro artigianale), hanno reso il testo più comprensibile e interessante. Un testo che fa visualizzare la realtà di cui si sta parlando.


Per essere semplici e vivaci vanno appoggiati i propri messaggi su un ideale sgabello a tre gambe fatto di:
→ storie - immagini;
→ dati - numeri;
→ frasi incisive - giochi di parole.

Un esempio per ciascuno:

Storia/immagine:
Due giovani pesci nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”. (David Foster Wallace).

Dati:
Le ricerche di Pagnoncelli ci dicono che, secondo gli italiani, il 20% della popolazione nel nostro paese sarebbe di religione musulmana. Cioè 5-10 volte più della realtà. È la realtà percepita che conta. (Ilvo Diamanti)

Frasi incisive:
Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, ma cosa potete fare voi per il vostro paese. (John F. Kennedy)

Esperimento: provare a esprimere gli stessi concetti di ciascuno di questi esempi senza usare numeri, immagini o frasi incisive. È impossibile. Servirebbero molte parole e spiegazioni, si otterrebbero testi molto meno efficaci e più impegnativi degli originali.

Al di là del consiglio dello sgabello, ognuno ha il suo modo di comunicare ed è bene che segua le sue inclinazioni. C’è chi è portato a una modalità più emotiva e predilige le storie, chi è più razionale e ama dati e numeri, chi è più creativo e incline a ideare giochi di parole e espressioni sagaci. L’unica cosa che vale per tutti è: l’intensità vince sulla completezza, la vivacità sulla sistematicità.


4. Rivedere e ripulire

La brevità e l’intensità sono una conquista, non un colpo di genio. Un discorso sintetico e brillante è frutto di paziente e faticoso lavoro di rifinitura. Bisogna perdere l’illusione del fuoco d’artificio, del guizzo geniale che zampilla dalla nostra creatività bell’e pronto per essere comunicato. Dire cose incisive e piene di senso è frutto di fatica, revisione, rilettura e rielaborazione.

Per quanto riguarda i discorsi scritti, sono molto utili i consigli che Luisa Carrada offre per revisioni capaci di eliminare ciò che è ridondante, i pronomi riflessivi inutili, le espressioni che diluiscono il senso, gli avverbi di troppo e simili.

Anche nelle situazioni in cui questa revisione non può essere fatta con calma, non va mai omessa. Persino quando siamo in un discorso in diretta (in un dibattito, in una conferenza, in un intervento sui media) o anche più semplicemente quando stiamo scrivendo un post, un tweet, una risposta a un commento sui social, c’è sempre, per quando breve, lo spazio per una revisione. E va usato.

Quello che occorre è avere sempre l’accortezza di sottoporre a una piccola “purificazione” i nostri testi e discorsi. Fosse anche solo riflettere un istante in più rispetto al primissimo pensiero che ci è passato in testa. Purificazione da cosa? Da ciò che non viene pienamente da noi.

Siamo efficaci quando diciamo ciò che è veramente nostro. Diventiamo meno interessanti quando mostriamo di essere spinti da altro.

Possiamo non essere del tutto titolari di ciò che diciamo da due punti di vista:
- emotivo: reazioni di fastidio, atteggiamenti di difesa, risentimento, ecc.;
- razionale: diciamo qualcosa “che è bene dire” ma non viene da noi, riferimenti a idee di altri non sufficientemente interiorizzate, argomenti di principio, formalismi, ecc.

Se stiamo partecipando a una discussione sui social può aiutare rileggere una seconda volta, dopo qualche secondo e con distacco, un commento o una risposta che abbiamo buttato giù di impeto. Ciò provoca una spontanea ripulitura degli elementi più reattivi e emotivi che ci spingevano a dire certe cose.

Nella ripulitura possiamo anche notare se nei nostri argomenti ci sono riferimenti e ragionamenti davvero nostri o se stiamo usando qualche paravento argomentativo di troppo. Ad esempio questioni di principio, citazioni colte che non servono, auto-attestazioni di autorevolezza ridondanti. In questo "mettere alla prova" avremo la prospettiva di ciò che ci sta veramente a cuore e che vogliamo e sappiamo davvero dire. Quello sarà il nostro valore da portare all'attenzione dell'altro.

Prendersi questa piccola manciata di secondi non comprometterà il tempismo delle nostre risposte. Lo stesso si può fare nei discorsi dal vivo, quel secondo in più per riflettere non ha mai ucciso nessuno, anzi, una piccola pausa di riconsiderazione prima di tirare fuori ciò che ci è saltato in mente può essere anche visivamente più accattivante e coinvolgente.


L’intelligenza relazionale

Sarebbe un errore intendere questi consigli come mere tecniche. Non funzionerebbero. Farsi capire è un risultato più relazionale che intellettuale: parlare usando espressioni vive, significative, comprensibili scaturisce dalla preoccupazione e dall’interesse sincero per le persone coinvolte. È un atto di umiltà e di servizio, non una manipolazione. Su questo terreno o si ha davvero qualcosa da dire (che è qualcosa da dare) o le tecniche funzioneranno solo fino a un certo punto.

A ben vedere, infatti, i 4 principi non sono altro che risposte ad alcuni disagi che oggi tutti abbiamo, visto che siamo immersi in un mondo iperconnesso:

- usare poche idee (e buone) è farsi guidare dal valore della selezione in un mondo in sovraccarico informativo dove già c’è tutto e già c’è troppo; chi sceglie fa un servizio;

- disporle in modo efficace è seguire il valore della rilevanza, cercando di dare un ordine e stabilire priorità di fronte a una complessità che spesso ci provoca sensazione di smarrimento e di dispersione; 

- esprimersi in modo vivace significa cercare di dare riconoscibilità a ciò che si dice per rispondere all’indifferenza e la tendenza all’appiattimento abitudinario che abbiamo tutti quando comunichiamo;

- rivedere e ripulire costantemente i propri testi e discorsi è puntare sull’essenziale per far fronte a ciò che è ridondante, ripetitivo, prevedibile, e che spesso affatica le nostre vite.

Essere brevi ma intensi è in fin dei conti una questione di etica della comunicazione. Di fatto un contributo al bene comune.

(Questo testo è una sintesi e una rielaborazione tratta dal capitolo “Farsi Capire” presente in Bruno Mastroianni, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Cesati, 2017.)

Diario di precarietà (felice)

sabato 10 marzo 2018


di Vera Gheno

Vivere felici nell’incertezza: è possibile? Non voglio ergermi a modello per nessuno, ma posso raccontare la mia esperienza personale. Ho frequentato per qualche anno ingegneria per un calcolo pratico: cercare la stabilità lavorativa è un pensiero rilevante per qualsiasi giovane, e io non facevo certo eccezione. Ma poi, dopo un periodo di stagnazione (sia esistenziale che di esami), mi sono resa conto di quanto, invece, fosse per me importante studiare le cose che mi appassionavano davvero: l’italiano nei suoi annessi e connessi più vari. E fu così che mi trasferii a Lettere, laureandomi, qualche anno dopo, in sociolinguistica.

Oggi, quindici anni più tardi, se traccio un bilancio è un bilancio ben strano: sono tuttora precaria, ma vivo una vita densa di parole; insegno all’università, da contrattista, giro per le scuole a insegnare etica della comunicazione, collaboro con l’Accademia della Crusca (da quasi vent’anni!) gestendone il profilo Twitter e partecipando ai lavori della consulenza linguistica, ma anche con Zanichelli, soprattutto per questioni inerenti al mitico vocabolario Zingarelli – che per un’amante delle parole è il massimo, direi; tengo corsi di formazione per giornalisti, aspiranti copywriter, anziani, docenti e, come se non bastasse, traduco letteratura dall’ungherese e scrivo libri (finora saggistica, sempre sul solito tema, ma chissà...).

Sono lavorativamente soddisfatta? Sì, anche se non è per nulla facile esserlo. L’incertezza, economica e lavorativa in generale, è grande; non ho mai un’idea chiara di cosa sarà di me da un anno all’altro, e questo non aiuta di certo. Però, complice il fatto che le mie condizioni lavorative sono state sempre così, con il passare degli anni ho trovato una sorta di pace interiore. Intanto, ho la fortuna di fare esattamente quello che mi piace di più: mi occupo di parole, dalla mattina alla sera. E non di parole e basta: tramite le parole, mi occupo delle persone. Nei miei corsi cerco di coniugare la parte di nozioni a quella di umanità, nella convinzione che la vera intelligenza sia relazionale. Non lo dico mica io, questo, ma lo sintetizza efficacemente per esempio Gramsci: «Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri» (Antonio Gramsci, Socialismo e cultura, in Il grido del popolo, 29 gennaio 1916)

Proprio la percezione della relazione con tutti gli altri esseri è forse il lato che cerco di preservare di più nel mio lavoro; sarebbe facile ripiegarsi in sé, rimanere a rimirarsi la lanugine nell’ombelico – come dice scherzosamente la mia amica e collega Lorenza Alessandri (che tra l’altro ha scritto una piccola grammatica pensando proprio ai suoi studenti, e che vi consiglio proprio per l’attenzione che lei ha riservato alle loro esigenze) – perché è un po’ il presente che spingerebbe a farlo: nell’incertezza, meglio concentrarsi su quello che conosciamo bene e che ci dà, di conseguenza, un po’ di sicurezza. E invece, conviene fare sempre lo sforzo di mantenere aperto il canale di comunicazione con gli altri, col tessuto sociale che abbiamo attorno.

Perché questa non rimanga una semplice dichiarazione di intenti, ecco qualche esempio di piccole cose quotidiane (tanto per rispolverare Franco Battiato e La cura) che migliorano sensibilmente la qualità della mia vita (lavorativa e non, dato che sono in perenne movimento):

1) Ringrazio sempre chi svolge un servizio per me e, per quanto nervosa, cerco di non prendermela con lui/lei. Il caso classico è quello degli addetti ai controlli di sicurezza agli aeroporti: è facile sentirsi presi di mira, reagire pensando “uffa! Perché proprio a me?”; ma se si mantiene la calma, si capisce quasi subito che quelle persone stanno in linea di massima facendo il loro lavoro. Anche quando mi è capitato di essere realmente presa di mira – per questioni che qui non sto a specificare – mantenere uno stato d’animo per quanto possibile sereno mi ha sempre messa al riparo da conseguenze più gravi. La parolina magica è grazie, magari accompagnata da un sorriso.

2) Prendo con filosofia le avversità organizzative che, ovviamente, affliggono i miei spostamenti (non certo una rarità, in Italia). Ne approfitto per scrivere (sto sempre scrivendo qualcosa, ultimamente), stare sui social (certe fissazioni non passano mai di moda) o, in mancanza di connessione, leggere un libro. Esiste anche la possibilità di dormire, a volte! Insomma, incredibilmente, quando ci si smette di arrabbiare troppo per gli imprevisti, diventa tutto tempo prezioso da impiegare in maniera creativa. Non che non provi disagio, intendiamoci. Solo che mi rendo conto che alla fine arrabbiarsi troppo fa solo venire le rughe.

3) Pratico la filosofia del RAOK, random act(s) of kindness, ‘atto/i casuale/i di gentilezza’. Piccole cose: compro un libro dal venditore per strada, raccolgo una cartaccia da terra, aiuto una persona sul treno a sistemare la valigia nella cappelliera, spiego a un viaggiatore dall’aria spaesata dove deve dirigersi in aeroporto. O fornisco istruzioni all’automobilista che si è perso, traduco una frase in inglese a qualcuno che non riesce a capire, faccio da interprete tra due persone che non trovano una lingua per intendersi, apro la fontanella al cane randagio che ha palesemente sete; sul lavoro, creo connessioni tra “mondi” diversi mettendo in contatto le persone che conosco e che stimo. Quel “grazie” che a volte arriva (a volte no, ma mica si è gentili solo per sentirsi dire grazie), o quel “bau” altrettanto grato, sono una piccola spinta propulsiva per andare avanti. Piccole cose, nessuna che mi comporti sforzi sovrumani, nessuna che cambierà il mondo. In generale, direi che provo a tenere aperto un canale di connessione con il prossimo, cosa che, quando si è stanchi, tristi, presi dalle proprie questioni, non è affatto facile.

Lungi dall’essere una persona “buona”, o con la vocazione alla bontà, ho trovato queste tre modalità per vivere meglio la vita complicata che mi sono, in buona parte volontariamente, creata.

Detto questo, ho come tutti i miei momenti di crisi, le depressioni, le ansie, le tristezze. Ma ricordo, sempre, una cosa molto saggia che mi ha insegnato la mia nonna ungherese, Irén: “Non andare mai a letto arrabbiata con qualcosa o con qualcuno, perché poi dormirai male e l’indomani ti sveglierai peggio”. Così, ogni sera, assieme allo smog, con la doccia cerco di lavarmi via di dosso anche i sentimenti negativi.

La disputa davvero felice è continua - ovvero lo stato di salute della società plurale

mercoledì 28 febbraio 2018


Non esistono temi che non si possano discutere. Non ci sono idee o concetti “evidenti di per sé” che non meritino di essere esplorati, spiegati, rivisitati, argomentati nuovamente. Non esiste chi possa dire “questa questione è definitivamente chiusa”. Essere umani è essere disputanti.

Lo stato del dibattito pubblico oggi può far pensare che stiamo degenerando. I temi controversi che suscitano litigi infiniti ci affaticano, danno la sensazione che non si possa arrivare a ragionare, a pensare, a capire qualcosa di più, e che ci si debba accontentare di continui bracci di ferro.

Temi cruciali per la nostra società come la salute, le migrazioni, le diverse tecniche scientifiche che sollevano problemi etici, quando si riducono a scontri tra tifoserie o a vessilli per chiamare alle armi comunità sempre più chiuse, ne paghiamo tutti le conseguenze in termini di impoverimento intellettuale, culturale e sociale.

Sarebbe un errore pensare che questo dipenda solo da soluzioni dall’alto, da eventuali politiche per il dibattito sano (potrà mai qualcuno regolamentare per legge il nostro rapporto con il sapere?), né sarà mai solo una questione tecnologica di algoritmi, sistemi di controllo delle notizie o filtri per evitare odio e bufale. Gran parte del lavoro spetta agli attori in gioco: i singoli, le famiglie, le scuole, le associazioni e i corpi intermedi, le istituzioni, tutti dovrebbero dotarsi di programmi per favorire dispute piene di senso.

È come la tutela dell’ambiente: ci vogliono politiche che la favoriscano, ma poi ci vuole una cultura che penetri nella società e faccia sentire un po’ tutti responsabili in prima persona. La dinamica dei fronti opposti sordi al confronto parte dal piccolo delle nostre interazioni quotidiane. A cominciare da tutte le volte che entriamo in discussione su ciò che non conosciamo bene, che non abbiamo approfondito o su cui, semplicemente, non abbiamo riflettuto abbastanza.

È da questa mentalità del “tanto non importa” che si creano l’odio, gli scontri, i fraintendimenti. Invece l’influenza che si può avere nelle interazioni è enorme, più potente di qualsiasi effetto mediatico esteso su larga scala. A maggior ragione oggi che non siamo più soggetti “fuori” o “dentro” i media, ma siamo i media stessi: con uno smartphone in mano possiamo espandere quanto mai la nostra capacità di confronto e di influenza sugli altri.

Ci sono dei temi che non possiamo più affrontare con superficialità, a colpi di schieramenti e battute, liquidandoli con disinvoltura. Dietro quei temi ci sono persone, mondi, vite, aspirazioni, aspettative. Dietro quelle questioni c’è in che modo affronteremo il presente e il futuro della nostra società.

Pensare che questi siano solo problemi di linguaggio inclusivo o di politically correct, o che siano gli esiti di una lotta politica in cui potrà vincere chi ha la maggioranza, è non vedere lo scenario in cui siamo immersi in Occidente: non siamo più in una società coesa che condivide i valori di fondo, ma in una realtà plurale e multiculturale in cui agenti diversissimi sono impegnati in un costante confronto tra le loro visioni del mondo. Affrontare questi confronti esistenziali con il dovuto impegno e con la dovuta intelligenza relazionale (in una parola: disputando in modo felice) è una delle strade per trasformare lo scontro tra identità in prove di collaborazione tra esseri umani.

A tutti piacerebbe delegare a qualcuno questo compito, trovare un’autorità che decida o delle ricette che possano chiudere le questioni (possibilmente rispondendo ai nostri gusti). Non accadrà: la disputa, per essere davvero felice, non può che essere una #disputacontinua.