Il problema non sono le fake news ma il sovraccarico di informazioni (e di libertà)

domenica 15 gennaio 2017

di Bruno Mastroianni


Il problema non sono le fake news (le bufale) il problema è il sovraccarico informativo in cui tutti, senza esclusione, viviamo.

Il tema delle troppe informazioni c'è da sempre. Ogni campo del sapere umano è abbastanza vasto da non permettere a nessun singolo individuo di poterlo padroneggiare. Per questo i professori ci fanno da guida nella selezione dei contenuti da studiare, per questo quando abbiamo una necessità ci rivolgiamo a professionisti che ci aiutino a prendere decisioni, selezionando informazioni rilevanti tra le infinite possibilità.

Dividiamo gli esperti dai neofiti proprio in base a quanto sappiano districarsi nel sovraccarico: i primi hanno passato più tempo e speso più energie a vagliare, confrontare, mettere alla prova (sul campo o teoricamente) le diverse possibilità. Ogni settore ha il suo sovraccarico e i suoi esperti che faticano e "lottano" quotidianamente per districarsi tra le informazioni, per individuare le più rilevanti e significative allo scopo di fare scelte efficaci.

C'è una professione però che, da sempre, ha avuto un compito trasversale rispetto al sovraccarico settoriale: quella dei giornalisti e dei comunicatori. Il loro compito è sempre stato quello di entrare nel sovraccarico degli altri (e delle loro conseguenti selezioni) per porre in atto una seconda cernita e renderla comprensibile e digeribile al grande pubblico. La loro professionalità – fatta di scelta delle fonti, verifiche, considerazione della rilevanza delle informazioni – li ha sempre messi nelle condizioni di guadagnarsi il ruolo di mediatori nell'individuare notizie e nel saper sottoporre all'attenzione dei più ciò che veramente conta.

Ora il punto è che con la rivoluzione digitale quell'accesso al "sovraccarico dei sovraccarichi", che prima competeva quasi solo ai giornalisti, è ora nel palmo della mano di ciascuno. Connessi in rete abbiamo a disposizione un mare di informazioni non selezionate, non controllabili, non vagliate da nessuno. E siamo anche stati abilitati a contribuire a nostra volta all'iper-sovraccarico, giacché con i nostri post, tweet, retweet e condivisioni, abbiamo il potere di dare peso, voce, spazio a qualsiasi contenuto di fronte a chi è connesso con noi, senza alcun controllo da parte di alcuna autorità.

La radice delle bufale, dei comportamenti primitivi e della post-verità è qui: nel sovraccarico dei sovraccarichi in cui tutti siamo stati gettati senza più alcun filtro o mediazione. Questo ha cambiato il mondo, sopratutto per chi, prima, aveva il ruolo di mediatore.

E non è un problema di metodo o procedure, ma esistenziale: siamo gettati nel mare del "tutto e contrario di tutto" e non si può tornare indietro. Inutili le proposte di giurie (popolari o esperte) che distinguano ciò che è vero dal falso, o di algoritmi virtuosi o regole varie per aggiustare ciò che non ha possibilità (né bisogno) di essere aggiustato. Sono proposte che nascono dalla nostalgia della mediazione.

Può sembrare uno scenario terrificante, e invece è una grande occasione. Perché, nonostante siamo gettati nel sovraccarico dei sovraccarichi, rimaniamo liberi. Possiamo confonderci al massimo, mischiando i sovraccarichi nostri e altrui reagendo e provando odio per ciò che ci contraddice, è diverso, è minaccioso; oppure possiamo scoprire che la possibilità di confronto e "messa alla prova" delle nostre informazioni e convinzioni ha raggiunto dimensioni mai viste prima. Sta solo a noi.

Quel che è sicuro è il definitivo tramonto della mediazione a priori: non ci sarà più un'autorità, un sostituto, una guida supplente, che possa intervenire prima e al nostro posto. Il mare di informazioni in sovraccarico è ormai il nostro ambiente vitale abituale. Non abbiamo alcuna possibilità di esserne preservati, abbiamo solo bisogno di strumenti culturali adeguati per imparare a viverci in modo proficuo.

Cosa ci spaventa? Il ritorno in primo piano della intenzionalità e della scelta. Due cose che non competono a nessun mediatore né autorità, che non possono essere imposte né controllate: spettano solo alla libera iniziativa di ciascuno. Le fake news, l'odio in rete e lo stesso sovraccarico informativo, sono solo sintomi; non di una malattia ma di una realtà: dobbiamo trovare strade per vivere all'altezza della grande libertà che ci siamo procurati. È un'ottima notizia.






7 propositi social per per vivere felici e connessi nel 2017

sabato 31 dicembre 2016


Se il 2016 è stato l'anno di hater, webeti e post-truth, l'arrivo del nuovo anno ci dà l'occasione per fare un po' di buoni propositi online. Io qui ne propongo 7 per un 2017 in cui vivere sui social felici e connessi:

1. Ara il campo anche quando sembra un terreno di scontro. Grazie ai social tutti hanno voce in capitolo, è normale che molti si dedichino a polemizzare, eccepire, aggredire. Ma non è una buona scusa per me e per te: se abbiamo qualcosa da dire, disponiamo di tutto lo spazio e le possibilità tecnologiche per farlo. Se investissimo il nostro tempo online a proporre e costruire non ci avanzerebbe per inveire.

2. Da' ciò che è tuo. Sul web c'è già tutto e il contrario di tutto. Non serve che tu e io aggiungiamo l'ennesima manciata di byte, a meno che non sia realmente rilevante. Il sovraccarico informativo si cura con la sostanza: se conosci i dati e i fatti, se li sai mettere nel loro contesto, se parli di ciò su cui sei competente e ti confronti con le voci degli esperti e dei testimoni diretti, allora ogni tuo post sarà un vero contributo. In alternativa si può sempre tacere. Nel web ci sarà qualche byte a caso in meno.

3. Alza il tiro. È vero, i trend pagano. È vero, rispondere a tono "fa like" e attira l'attenzione. Ma che soddisfazione c'è se si rimane in un costante attualismo privo di nuove proposte? Rielaborare, ripensare e far notare ciò che non era stato considerato; è vero, costa di più e richiede fatica, ma che soddisfazione non essere sempre e solo in scia...

4. Gestisci le tue fonti. Prima era un lavoro per giornalisti ma oggi, ognuno di noi con il suo smartphone è stato ammesso a un nuovo Ordine (non professionale ma umano): quello di chi si gestisce le informazioni da sé. Ce n'è abbastanza per imparare a capire cosa è attendibile e cosa no.

5. Dirigi le tue timeline. Se l'algoritmo ti dà sempre ragione non è buon segno: la tua finestra sul mondo è diventata uno spioncino che guarda sul tuo orticello. Sorprendi il tuo algoritimo, confrontati con chi la pensa diversamente, considera chi non parla la tua lingua. Ne vedrai delle belle (e anche di nuove).

6. Diventa un rompi-bolle. Gli schemi, le barriere, i riferimenti culturali ci tengono nel tepore confortevole delle nostre certezze. È in quella zona di sicurezza che tendiamo a creare coesione con gli affini. Allora, per togliere argomenti a chi è scettico sui social, c'è solo una strada: uscire dalle nostre bolle per entrare in quelle degli altri. È lì che – tolte le sovrastrutture che ci portiamo inevitabilmente appresso – ci accorgiamo di ciò che siamo: persone con idee diverse, sarebbe uno spreco non incontrarle.

7. Esplora gli altri mondi. Per nessuno è stato facile, a causa dei social, imparare a confrontarsi con persone provenienti da mondi così lontani. Quando mondi diversi si incontrano, quello che accade è un momento di grande libertà: un essere umano è di fronte a un altro essere umano, i loro linguaggi, il loro orizzonte di riferimento, i loro giudizi e pregiudizi si confrontano. Sta a noi decidere come impostare questo incontro tra persone, per trasformarle in relazioni piene di senso o in alterchi continui pieni di smarrimento.



Il web si vede bene solo da vicino - ovvero diffidare delle analisi a distanza

giovedì 15 dicembre 2016

di Bruno Mastroianni


I social ormai sono croce e delizia di tutti noi: chi li odia, chi li ama, chi li ama per diffondere le sue invettive contro i social stessi, chi li odia ma scrive cose così fondate da contribuire al loro sviluppo. C’è di tutto. È proprio questo, a mio avviso, il bello.

Trovo meno bello invece quando le invettive o i sospetti sui social partono da chi i social non li frequenta e li prende sottogamba, come fossero una “diavoleria” di poco conto.

Rientrano in questa schiera:

- I grandi pensatori che scrivono interi libri ma poi sui social non li trovi neanche a pagarli. Dove hanno “rubato” le informazioni? Vanno a caso? Hanno fatto copia e incolla da internet? Scopiazzano dai testi di chi sta su Fb e Tw tutto il giorno a faticare? Parlano per sentito dire (magari dal nipote nerd)? Poi non c'è da meravigliarsi se le loro tirate oscillano tra il trattare questi "nuovi strumenti" con sufficienza o demonizzarli: in entrambi i casi si perdono la vera natura dei social come luoghi di relazioni digitali tra persone e contenuti. Come facciano a dire qualcosa di queste relazioni senza osservarle sul campo è da capire...

- La persona che a ogni conferenza alla fine si alza e dice: "comunque è meglio spegnere ‘sti cosi”. Già altrove ho sostenuto che esiste una vera e propria organizzazione di “web-scettici” radicatissima nel territorio: si infiltrano a ogni convegno sul digitale per mandare tutto a monte proprio alla fine, dopo la tua lunga e preparatissima relazione con dati, slide e ragionamenti impegnativi.

- Gli allarmisti che gettano nel panico intere moltitudini gridando che "Facebook ti ruba i dati” (sei tu a digitare ogni singola info, mai nessuno ti ha obbligato) o che “ti scambia i like degli amici per confonderti” (sui social viviamo di like - alcuni letteralmente - pensi che faremmo passare liscia una cosa simile?) oppure “Facebook ti dice le notizie false” (in realtà è in tuo potere cercare almeno una conferma prima di mettere like all’ultimo titolo di pancia).

- Gli “io vivo benissimo senza il Web”. Di solito te lo dicono su WhatsApp mentre con il navigatore stanno cercando di raggiungere la sede della filiale della loro banca dove non erano mai stati perché finora facevano tutto online ma oggi purtroppo non c’è connessione. Amico: ci sei dentro fino al collo.

- Infine la mia categoria preferita: quelli del “prima era meglio”. Era meglio il telefono rispetto a WhatsApp, erano meglio i giornali rispetto Google, erano meglio i parchi giochi che i social network. A loro mi piacerebbe far conoscere i "colleghi" delle svolte tecnologiche precedenti: era meglio la radio della TV, era meglio conversare dal vivo che per telefono, era meglio la campagna che la città. Chissà se andando a ritroso si arriverebbe a dire che alla fine era meglio quando vagavamo al buio, nudi e infreddoliti, scappando da ogni predatore e nutrendoci di vermi…

Il fatto è che per nessuno è stato facile ritrovarsi in pochi anni in questo ibrido tra l’epoca della comunicazione filtrata da alcuni (quella dei mass media) e l’epoca della conversazione generalizzata aperta a tutti. Fa paura. C’è di mezzo la libertà, la capacità di confrontarsi, l’umiltà di riconoscere che le posizioni di rendita non servono più (professori, presidenti, onorevoli, ne fanno esperienza quotidiana).

Non serve nemmeno dare la colpa a qualcuno: l’algoritmo! Zuckeberg! Il popolo del Web! La realtà è che ci siamo tu ed io in conversazione con altri, in modo facile e immediato, in mezzo a una moltitudine enorme di contenuti. Certo, si può fingere, manipolare e anche approfittarsene. Si possono confondere le idee, si può disinformare, fare soldi o acquisire potere sulla pelle degli altri. Oppure si può fare altro e costruire. Il punto infatti è che, mai come prima, grazie ai social abbiamo la grande e faticosissima opportunità di imparare un po’ meglio a usare della nostra libertà al momento di comunicare e informarci.

È un peccato giudicare frettolosamente questa grande palestra di relazioni umane tenendosi a distanza.




Dimmi come stai online e ti dirò chi sei - fenomenologia dei tipi social

domenica 27 novembre 2016

di Bruno Mastroianni


Ogni volta che interveniamo sui social presentiamo una certa immagine di noi stessi. Vale per i commenti ai post altrui, vale per i tweet, vale per ciascuna foto su Instagram: la somma di questi atti costruisce (nel bene o nel male) la nostra reputazione.

Questa dimensione, che per un professionista della comunicazione è pane quotidiano, può a molti sfuggire perché si è convinti di poter stare sui social in modo casuale, come se non importasse più di tanto... Invece è cruciale: online dimostriamo chi siamo, molto più di quanto non lo facciamo in presenza.

Non occorre diventare dei paranoici calcolatori di ogni possibile conseguenza di ciò che postiamo, basta un po' di autoironia: di tanto in tanto dovremmo valutare con distacco ciò che stiamo facendo, per vedere l'effetto che fa.

Ecco alcuni comportamenti tipici sui social in cui spesso rientriamo. Considerarli ci può aiutare a migliorare sempre più nel nostro modo di interagire con gli altri. Se non altro potremmo ridere di più di noi stessi.

Fenomenologia dei tipi social

- L'uomo a due dimensioni: l'uomo a due dimensioni posta e commenta in base al suo mondo binario: sono d'accordo / non sono d'accordo. È facile ritrovarlo a inseguire i post di giornalisti e opinionisti mentre esprime nei commenti approvazione o si dissocia (soprattutto laddove nessuno glielo ha chiesto). Talvolta lo puoi osservare intento a condividere contenuti raccapriccianti solo per annunciare al mondo la sua disapprovazione. Lo troverai sempre a dirti se è d'accordo o no con ciò che hai scritto, anche quando scrivi poesie. In rari casi – ma non è impossibile visto che si fa prendere facilmente la mano – potresti trovarlo a dissociarsi dal fatto che è il tuo compleanno.

- Il referendario: è una versione più interattiva dell'uomo a due dimensioni. Qui il mondo binario diventa domanda: sei d'accordo / non sei d’accordo? Quando il referendario entra nella sua fase iperattiva è difficile seminarlo: sei d'accordo con quello che ha detto Renzi / il Papa / Totti / Trump / ecc.? Quando inizia così è impossibile non dargli risposta. Non importa che tu stia cercando di dire cose diverse: il referendario, inflessibile, vuole sapere che posizione assumi. Ovviamente qualsiasi risposta darai sarà tendenzialmente sbagliata.

- L'olistico (anche detto lo hegeliano): per l'olistico valgono solo discorsi completi. Non importa che siamo sui social. Non importa che Twitter permetta solo 140 caratteri. L'olistico vuole che ogni argomento sia completo ed esaustivo. Lo puoi trovare in due versioni. Quella attiva in cui esprime ciò che pensa iniziando dalla prospettiva storica per finire nell'attualità citando gli ultimi studi sul tema (anche quando si parla di gattini). Ben più interessante la sua versione passiva: ogni volta che pubblichi qualcosa sarà capace di farti notare la parte che manca, i dati che non hai considerato, gli aspetti che non hai eviscerato. I giochi di parole, le metafore, le immagini icastiche sono suoi nemici giurati: li combatte stigmatizzandone la loro pericolosa deriva selettiva e inesaustiva.

L'epperoista: versione meno pretenziosa dell'olistico, si limita a far notare un aspetto che non era stato considerato nel post su cui avevi messo tanto impegno. Lui non vuole completezza, semplicemente trova necessario citare ciò che non è stato volutamente considerato. Se si parla di naufragio di migranti, ti ricorda i rapporti tra Putin e Usa; se si discute di elezioni sente il bisogno di non dimenticare il mercato cinese. Versione social del "benaltrista", non gli importa di dare la sensazione di andare a casaccio, per lui è una questione di allargare la visuale, in una qualsiasi direzione.

- L'autocitantesi: non importa ciò che scrivi, non importa ciò che leggi, non importa cosa sia scritto in quell'articolo che hai condiviso: qualsiasi contenuto è già stato affrontato da lui in precedenza nei suoi post o nel suo blog. Puoi anche pensare di aver detto una cosa sensata ma lui riuscirà a mostrarti che l'aveva già detta. C'è anche l'autocitantesi di lungo corso che andava dicendo certe cose "fin dagli anni '90". Non c'è cosa che tu possa dire che lui non abbia già detto, scritto, fatto da qualche altra parte: lui sarà sempre lì a ricordartelo (con link a suoi spazi ovviamente).

- Il monolibromaniaco: ha scritto un libro e vuole essere sicuro che il mondo lo sappia. Tre post al giorno con la copertina non possono bastare per questa missione. Occorre riportarlo anche nei commenti a post altrui, trovando collegamenti tematici anche improbabili: come quella volta che l'autore di "Vestiti di bianco" continuava a citare @pontifex su Twitter in attesa fiduciosa di un retweet. C'è solo una cosa che può fermare il monolibromaniaco nel postare la copertina del suo libro: il libro successivo (ammesso che lo scriva).

- Il categorizzatore: il mondo è bello perché è ordinato. Per ogni cosa che dici lui sa dirti a quale categoria ideologico-politica appartieni. Dici così è perché sei progressista / conservatore / cattolico / ateo... Questo tipo social si presenta in forma classica ("sei comunista", "sei di destra", "sei cattolico", "sei ateo"), oppure in forma attuale ("sei tecnoentusiasta", "sei un lgbt", "sei un omofobo"). In entrambe le forme vede la vita come una dispensa ordinata di barattoli etichettati in base alle idee. E non se le gusta quasi mai...

- Il personalizzatore (anche detto lo "zio imbarazzante"): è proprio nel giorno in cui metti sulla tua timeline il link all'articolo di Science che hai scritto in inglese, che compare lui, lo zio / il cugino / l'amico di famiglia poco avvezzo ai social che nel commento rivela: "sono fiero di te, e pensare che ti facevi la cacca addosso quasi ogni giorno da piccolo". Grazie zio/parente, anche a nome dei 380 like al post e le 112 condivisioni che lo hanno diffuso in tutta internet! Il personalizzatore c'è anche in versione aggressiva: "fai sempre così", "tipico tuo scrivere queste cose"... quando commenta un post in questa maniera, ricorda il categorizzatore: non gli importa cosa pensi, deve trovare una ragione per evitare di prender le tue idee per quel che sono.

- L'eteronomico: lo dice la Costituzione, lo dice l'Europa, lo dice la Scienza, lo dice il Catechismo, lo dice... da qualche parte c'è un'autorità sempre pronta per la citazione. La sua versione più aggressiva cita autorità che "dovresti riconoscere" per dimostrarti che hai torto. Ovviamente le sue citazioni sono sempre orgogliosamente fuori contesto. Quello che non riuscirai mai a ottenere da lui è sapere cosa pensa... a parole sue.

- Il plotiniano: tutto si rifà a un unico principio da cui scaturisce il molteplice. Dall'omofobia al gender, dai poteri forti alla massoneria: per il plotiniano tutto si spiega sempre attraverso una motivazione da cui deriva tutto. Inutile che cerchi di complicare le cose, il problema è quello, lascia stare che non si può dimostrare, è così bello e nitido... sarà vero.

- Il distruttore di mondi: potresti scambiarlo per un troll o un hater, ma questi in confronto sono solo dei pivelli occasionali. Il distruttore di mondi sa sempre trovare il modo più efficace per offendere o disprezzare i valori in cui crede qualcuno. Ed è inutile farglielo notare, il distruttore ti accuserà di deriva politically correct che impedisce di dire qual è la verità: quella che a lui piace.

- L'acchiappalike: se muore una star del rock, lui fa il post (anche se non l'ha mai ascoltata); se c'è un terremoto lui twitta con l'hashtag più usato (anche se diffonde notizie infondate sulla magnitudo). Foto di gattini, frasi a effetto, clickbaiting, sensazionalismo a buon mercato. Non c'è tema su cui non abbia qualcosa da dire se dietro c'è un like da acchiappare. Un tempo lo avremmo chiamato qualunquista (a Roma: piacione); oggi invece, avvolto nella sua coltre di engagement, va a finire che lo dobbiamo prendere sul serio: senz'altro ce lo ritroveremo dappertutto in timeline al prossimo trending topic.



- Io e te: questo è il tipo social più insidioso. È quello che ha le caratteristiche di tutti i precedenti ma se ne sente immune. Vede i problemi del web e li attribuisce sempre a un distante "loro". Non si accorge che gli hater, i troll e tutti gli altri possibili tipi primitivi online non sono "l'internet" o "il popolo del web", ma siamo semplicemente noi.

Ok, siamo nell'epoca della post-verità ma pre c'è sempre l'uomo

giovedì 17 novembre 2016

di Bruno Mastroianni


Post-truth è stata scelta come parola dell'anno da Oxford Dictionaries per designare il fenomeno della disinformazione che corre sul web e condiziona la vita delle persone. Il termine è interessante e descrive bene la realtà però non dimentichiamo: la novità non è il fenomeno in sé (cioè la tendenza dell'uomo a credere a informazioni anche false se confermano i suoi pregiudizi) ma la sua misurabilità (grazie al web).

 Prima, semplicemente, si vedeva meno. L'ingoranza, la credulità, le superstizioni, ogni forma primitiva di rapporto con le informazioni e la conoscenza si vivevano nel privato delle proprie case o nelle aree sociali circoscritte delle proprie vite. È stato il web a rendere tutto questo visibile, trasversale e quantificabile, perché tutto rimane scritto nero su bianco, anzi di più: a caratteri digitali su schermo retroilluminato.

Non sorprende che ci sia chi ne approfitta per guadagnarci in termini economici o politici. Anche qui: è veramente così diverso dal passato o semplicemente si vede di più, si può misurare meglio? La realtà è che nella storia umana non è mai esistita l'epoca della non ignoranza. La sfida educativa e culturale è continua. Averne più contezza, poterla osservare con precisione, è un vantaggio, non deve scoraggiare (anche se impressiona).

 In questo senso è molto problematico il desiderio di filtro che si vede serpeggiare: Facebook dovrebbe bloccare odio e notizie false, Google dovrebbe provvedere alle bufale? Certo, il web odiante e disinformato non piace a nessuno, ma la soluzione non è certo affidare a un'autorità il potere di decidere cosa vada e cosa no. Cancellare dall'alto ciò che spiace infatti assomiglia al buon vecchio "darsi un contegno": non toglie il male, lo nasconde.

Occorre guardare il più possibile in faccia l'ignoranza e la grettezza umana, per capire da dove viene e come si evolve, per occuparcene. Invece del filtro a priori ci vuole un "filtro palla al piede": ognuno nei suoi spazi dovrebbe fare la fatica di tenere pulito il web (vale anche per i media e per le istituzioni) moderando i commenti, controllando bene ciò che condivide e su cui mette like, coltivando connessioni rilevanti e attendibili. Non "darsi un contegno" ma "dare strumenti e risposte" anche a chi cerca lo scontro. Questo sarebbe un contributo all'odio e all'ignoranza. Affronterebbe il problema, non lo leverebbe dagli occhi.

 Alla radice di tutto questo c'è un errore interpretativo: confondiamo Google, Facebook, il web in generale, per media classici. Non è il loro potere di selezione (via algoritmo) a spacciare bufale o a filtrarle, ma il modo con cui gli utenti coltivano le relazioni online. Certo gli algoritmi devono essere il più efficienti e trasparenti possibile, ma sono gli utenti che in ogni momento decidono se cercare conferme alle loro credenze (tendenza istintiva) o se confrontare, controllare, coltivare dubbi e verificare prima di condividere. La disinformazione non si diffonde per algoritmi ma per i click degli esseri umani. Non è internet, è l'uomo che agisce in rete.

Serve cultura e educazione. Il problema è che spesso a scuola, in famiglia, tra gli esperti, c'è solo una proposta: "spegnete l'internet che fa male". Invece gestire info complesse è il "saper leggere e scrivere" del 2016. Altrimenti stiamo delegando a Google e FB il ruolo che avevano un tempo gli scrivani nei paesi: leggevano e scrivevano le lettere per conto degli ignoranti. Non supplivano alla necessità di alfabetizzazione. Che oggi, per quanto riguarda il web, è la priorità.

Disinformare via web sul sisma

giovedì 3 novembre 2016

di Bruno Mastroianni, Metro, 3.11.2016

La scorsa domenica ci sono stati due terremoti: uno reale, l’altro virtuale. Per interminabili minuti un scossa irreale di magnitudo 7.1 (quella vera si è rivelata di 6.5) è stata diffusa da influencer (i personaggi più attivi e seguiti sul web), dai giornali online e in tv. Non è bastato il richiamo responsabile di molti, in quei momenti, all’attesa delle informazioni verificate. Il dato si è propagato, rilanciato da migliaia di account.

Di fronte a questa ondata di disinformazione – che ormai si ripete a ogni emergenza – possiamo indignarci e inveire contro l’incapacità del web di informare, oppure possiamo cercare di capire cosa è successo. Chi è più influente (media compresi) si è lasciato trasportare dall’ansia di arrivare per primo e agganciare il flusso di interesse. Da parte di tutti gli altri è scattato un riflesso del passato: pensare che se una notizia la diffondono i “grandi” è attendibile. Non c’è da spaventarsi se ci scopriamo creduloni: come esseri umani lo siamo sempre stati. Prima eravamo creduloni allo stesso modo, solo che si vedeva di meno (non pubblicavamo le nostre sciocchezze) e c’era sempre qualcuno – i media – a filtrare per noi ciò che era attendibile o no. Almeno potevamo prendercela con loro, ora – in questa ansia acchiappa-click in cui cadono anche i più blasonati – il “lavoraccio” lo dobbiamo far da soli. In quel palmo con cui quotidianamente afferriamo lo smartphone c’è, letteralmente nelle nostre mani, la finestra sul mondo. Non è il web a oscurarne i vetri, siamo noi a doverla tenere ben aperta.

Una ricostruzione della vicenda QUI

Consigli su come gestire la propria finestra sul mondo QUI





Perché litighiamo sui social - cosa c'entra una roba vecchia come la virtù con il web?

mercoledì 26 ottobre 2016

di Bruno Mastroianni

Alla fine ammettiamolo, i social sono solo una grande palestra: di self control, di autoironia, di capacità argomentativa, di pazienza, perfino di umiltà. Se non sei distaccato dalle tue idee, litighi. Se te la prendi perché l'altro ti provoca, litighi. Se non ricordi che sei in un ambiente digitale che ti connette con altre persone spesso distratte, litighi.

Insomma il litigio sul web alla fin fine è un'ottima spia di qualcosa che ci succede dentro. Litighiamo perché ci manca qualcosa. Litighiamo quando vogliamo ottenere dall'online ciò che l'online non può darci. La maggior parte dei "mal di pancia da social" nasce dal prendere Facebook o Twitter per luoghi diversi da quello che sono: una grande conversazione globale a cui chiunque può partecipare, in qualsiasi momento, dicendo tutto ciò che gli pare, senza titoli o selezioni all'ingresso. Una grande palestra, non regolamentata, di confronti.

La tentazione del controllo

La cosa interessante è che nessuno ci costringe. Sui social andiamo liberamente e liberamente ci esprimiamo. Decidiamo in ogni momento a quale conversazione partecipare e quale no, a cosa mettere like e cosa condividere. Eppure, spesso, sono proprio le recriminazioni, i "non puoi dire una cosa del genere", le denunce di inammissibilità, le razioni a qualche presunta aggressione dovuta alle idee di un altro, le principali espressioni di dissenso che fanno nascere i litigi.

È un istinto di difesa: vogliamo controllare, filtrare, censurare, regolare, ciò che dicono gli altri. È una reazione che assomiglia a quella di certi adolescenti che ingaggiano battaglie esistenziali contro tutti e tutto ciò che non gli va giù. Vorremmo imporre i nostri criteri agli altri nei loro spazi, come se dovessimo essere noi a regolamentarli. Ci portiamo dentro quella tentazione selettiva e filtrante che caratterizzava lo scenario di comunicazione precedente in cui c'era qualcuno – i giornalisti preposti e gli addetti ai lavori – a dover scegliere per tutti gli altri di cosa si parlava e come. Ci viene spontaneo cercare di riapplicare nostalgicamente quella situazione, ovviamente ognuno secondo i suoi criteri e valori. Da qui la baraonda.

In un recente incontro ho sentito dire le seguenti parole: almeno prima sui giornali c'erano a pagina 1 le cose più importanti e a seguire via via quelle meno rilevanti, fino allo sport che era in fondo; oggi non si capisce più niente. Ecco è precisamente questa la tentazione: voler regolamentare ciò che oggi non può più avere regole a priori, perché per sua natura (social appunto) non può ammettere filtri precostituiti.

Regole, bene o virtù?

Sto forse sostenendo che sui social deve vigere l'anarchia? Tutt'altro: il problema di aggressioni, odio, polarizzazioni, unito al grande guaio della disinformazione, costituisce una bomba a orologeria sociale di cui prendersi cura. Il punto è come. Io credo che in questo campo – come in tanti altri – non sia sufficiente né un approccio utilitaristico (il miglior bene per tutti) né quello deontologico (scegliamo regole chiare a cui attenerci per garantire pace social). In entrambi i casi finiremmo solo a litigare su cosa è il bene o su chi deve far rispettare quali regole e come.

L'unica via percorribile è classica ma attuale: quella della virtù. Anche se il termine è apparentemente desueto, descrive esattamente ciò a cui ci sottopongono gli estenuanti dibattiti sui social. Pensiamo a quando postiamo qualcosa e qualcuno ci corregge con dati, argomenti, fatti migliori: ci vuole molta umiltà (una virtù) per tornare indietro e ammettere l'errore. Pensiamo a quando siamo tediati dal troll che non molla: ci vuole una grande pazienza (virtù) per evitare di ingaggiare alterchi che non portano a niente. Pensiamo a quando siamo in un momento di sovraesposizione per qualche evento che ci coinvolge: ci vuole molta temperanza (virtù) per non ingolfare la nostra timeline di selfie e post autoreferenziali. Si può andare avanti all'infinito: la fortezza di non farsi abbattere dagli haters, la giustizia di dire le cose come stanno e che veramente si conoscono, la sincerità di controllare e verificare prima di diffondere informazioni incerte. Una vera palestra costante.

Scelte e confronti

Educarsi alla virtù è faticoso e impegnativo. Perché le scelte per farle bene, vanno fatte una a una, spesso per tentativi ed errori. La successiva è sempre nuova e richiede di nuovo il ricorso alle nostre energie migliori. Per questo serve un allenamento alla scelta per il bene (che poi è la virtù). Le scelte infatti non sono come le regole o i princìpi: belli distanti, asettici e fuori dal tempo. Per scegliere bisogna sudare nella realtà commento dopo commento, tentando, provando, spesso fallendo e tornado sconfitti sui propri passi. Che poi è il modo, da che mondo e mondo, di imparare davvero qualcosa.

Sui social chi si confronta – anche con chi è maldisposto – migliora se stesso e affina ciò che pensa, perché lo mette alla prova. Chi rinuncia al confronto invece si accontenta di ciò che ha e lo difende d'ufficio. Il primo si muove e progredisce, il secondo non può che restare fermo e ostile.





Ci si morde e ci si divora: oggi su WhatsApp come 2000 anni fa altrove

mercoledì 12 ottobre 2016


di Bruno Mastroianni

Lo spirito di contrapposizione non è nato con WhatsApp. Semplicemente è venuto a galla. Interessante il dibattito di questi giorni su La Repubblica e su altri media a proposito delle chat e del loro uso-abuso tra genitori a scuola. Il problema: su questi gruppi vengono fuori risentimenti, rancori, scontri, ecc. che non aiutano il lavoro scolastico anzi ne compromettono il clima.

Ebbene, occorre guardare in faccia questa realtà con molta sincerità. Perché in essa si cela la grande occasione di fare qualcosa. Ciò che sta avvenendo su WhatsApp infatti accadeva anche prima. Da che mondo e mondo il rapporto tra genitori e insegnanti e tra genitori tra loro, a scuola – come in tutte le realtà umane relazionali –, è complesso.

Quello che accadeva prima è che risentimenti, recriminazioni, invidie, si vivevano nel nascondimento di piccoli gruppi o in corridoi al riparo da orecchie indiscrete. Oggi, grazie anche all'effetto "distanziante" della app, ce li ritroviamo visibili e scritti nero su bianco, sui nostri dispositivi. Qui il centro della questione: il digitale non è affatto virtuale ma realissimo. L'odio è odio, che sia scritto su un touch screen in caratteri helvetica o espresso col suono della voce. È di quello che ci dobbiamo occupare.

Da dove viene l'odio online?

Tra l'altro questa spinta all'odio e al conflitto viene da lontano. C'è sempre stata negli uomini la tendenza a chiudersi in gruppi di opinioni omogenee e scagliarsi verso chi la pensa diversamente ma, nella nostra epoca, questa deriva ha subito un doppio potenziamento. Il primo dovuto a un lungo periodo di "diseducazione alla contrapposizione" da parte dei mezzi di comunicazione che ci hanno reso dei perfetti provocatori e polemisti. A questo si è aggiunto il secondo potenziamento: le tecnologie che ci mettono in modo facile, economico ed efficace, in connessione.

Pensiamo al dibattito dei veleni tra Trump e la Clinton che ha offerto l'ennesimo spettacolo di insulti e accuse vicendevoli da record. Ecco, questo procedere per continue contrapposizioni e conflitti è una modalità a cui i media – soprattutto nella loro versione classica – ci hanno abituato per decenni. Sembra che su ogni questione ci sia sempre e solo una posizione A contro una B che si devono fronteggiare divergendo in modo polarizzato. La pagine di giornali vengono impaginate con una voce "pro" e l'altra "contro" nella colonna affianco; i talk show schierano sulle poltrone la "parte" e la sua "controparte"; la retorica del "a favore o contrario" diventa l'orizzonte ineluttabile in cui articolare ogni opinione.

Un tempo bastava darsi un contegno

È grazie a questo traning che ci siamo abituati a schierarci in contrapposizione come primo riflesso in ogni discussione. Ora lo trasferiamo su WhatsApp e sui social semplicemente perché, finalmente, la tastiera è nelle nostre mani: siamo stati abilitati – grazie agli strumenti tecnologici – ad avere una potenza di voce che prima non avremmo avuto.

Da qui l'occasione: anche prima c'erano polarizzazioni, risentimenti e scontri, ma li vedevamo meno. Si vivevano in gruppi più circoscritti nello spazio e nel tempo. Il medium era principalmente orale e altamente volatile. Ora sono davanti ai nostri occhi, scritti nero su bianco (tra l'altro su sfondo retroilluminato), costantemente attivi, capaci di raggiungerci in ogni luogo. Una volta bastava darsi un contegno in pubblico e l'odio, seppur presente nell'ambiente umano, diventava più sopportabile (solo perché meno visibile). Ora è davanti a noi quotidianamente, visibile e per nulla nascosto.

Saper leggere e scrivere online

Nelle passate l'epoche l'umanità ha sempre in qualche modo saputo rispondere alle sfide educative. Tanto che, se ci pensiamo, abbiamo acquisito una consapevolezza enorme: oggi qualsiasi società avanzata sa che occorre mettere tutti i cittadini nelle condizioni almeno di saper "leggere, scrivere e fare di conto", altrimenti non si svilupperebbe la libertà e la consapevolezza minima per partecipare all vita comune. Ecco, lo stesso dovrebbe avvenire nei confronti delle tecnologie digitali: serve un grande sforzo non solo di alfabetizzazione ma di educazione alle relazioni online. A partire dagli adulti: i più affetti dai decenni di diseducazione allo scontro dei media classici.

Iniziamo a farla a scuola, in famiglia nei luoghi di lavoro, se non funziona saremo i primi ad arrenderci. Ma se non si fa nulla e si propone solo di mettere su off e di chiudere i gruppi (veramente possiamo permettercelo?) non facciamo poi facili anatemi contro le tecnologie. Se su WhatsApp "ci si morde e ci si divora" è a causa degli uomini che ci sono dentro, non del contenitore. La citazione biblica risalente a quasi 2000 anni fa è voluta: in fondo occuparci di noi e della nostra libertà e la solita, vecchia e molto umana storia.






Il Web mostra i nostri lati oscuri? È un'ottima notizia - Don't fear the spaventapasseri

mercoledì 5 ottobre 2016

di Bruno Mastroianni

La vera novità del Web non è la velocità né l'interattività, non la multimedialità (mi chiedo se abbia ancora senso questo termine) né l'immediatezza... La vera novità del Web è un'altra: tutto si vede, di tutto rimane traccia. Finalmente.

Prima certe cose succedevano ma non si vedevano. Le potevi osservare se vi entravi in contatto, se faticosamente le ricercavi, oppure se le scovava un giornalista e gli veniva concesso da un editore lo spazio per raccontartele. Terribile la vicenda di Tiziana Cantone, odioso il cyberbullismo, il sexting tra adolescenti, i tweet razzisti, l'odio che si diffonde su ogni tema controverso. Tutte cose che esistono da ben prima della Rete. La novità è che il Web, con grande franchezza, le registra e le fa vedere mostrando cosa fanno abitualmente le persone quando entrano in relazione.

Twitter insulta il Papa

Quando Papa Ratzinger - primo Papa della storia - sbarcò su Twitter, ci fu chi si stracciò le vesti: "tutti questi insulti al Papa sono intollerabili". Ebbene non fu Twitter a far nascere l'antipapismo becero, fu solo un modo per guardarlo in faccia, scritto in migliaia di tweet, nero su bianco. Lo sa bene chi, abitando a Roma, era solito ogni mattina ascoltare il discorso medio "da Bar" o ritrovarsi nel traffico imbottigliato nei pressi del Vaticano durante il passaggio della scorta papale: l'unica differenza con i tweet insultanti era l'impossibilità di misurare con esattezza la violenza verbale di ciò che era detto a voce e non scritto.

Da che mondo e mondo, l'uomo insulta, fa cose primitive, reagisce in modo scomposto, mostra segni di involuzione. In una parola ha bisogno di educazione. Il Web sta avendo il merito di portare alla luce tutte queste cose, rendendole osservabili, esplicite e accessibili, senza grandi sforzi o investimenti.

Viva gli imbecilli

"I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività", la famosa affermazione di Umberto Eco va presa molto sul serio: è una grande occasione. Mentre prima l'imbecillità, la superficialità, la violenza, i soprusi, i maschilismi, le xenofobie, i razzismi, rimanevano in cerchie spesso invisibili e difficilmente misurabili se non attraverso complessi studi, ora vengono a galla sotto gli occhi di tutti tra i tweet e i commenti dei nostri collegamenti. Sono lì davanti a noi in bella mostra e, proprio perché tali, ce ne possiamo occupare in modo diretto e efficace.

È normale sentirsi un po' spaesati. Da qui una doppia deriva che sta caratterizzando la riflessione sui social e che, a mio avviso, nasce dal rifiuto di guardare in faccia con chiarezza e sincerità come siamo messi: a nessuno piace ammettere che l'uomo oltre che libero ha grossi limiti.

Struzzi o aquile?

È per questo smarrimento che taluni preferiscono fare gli struzzi: piuttosto che affrontare la realtà ficcano la testa sotto la sabbia. In questa scia vi sono tutti quelli che propongono solo prevenzione: dato che i social mostrano tante storture, basta guardasene e spegnere i dispositivi al momento giusto. Come se mettere su off e astenersi con saggezza risolvesse il problema. In realtà, mentre si tirano fuori da tanta immondizia, quella rimane e si accumula per tornare, prima o poi, sotto forma di ignoranza e incapacità di visione, che affliggerà tutti in democrazia, al di là che siano o no connessi.

Dalla parte opposta ci sono le aquile. Gli studiosi che volano alto che analizzano freddi e scientifici le derive più preoccupanti, restituendole sotto forma di studi lucidi e rigorosi. Una cosa opportuna e utile ma che talvolta porta - a forza di ragionare da distanza - a descrivere l'umanità primitiva online come se non ci riguardasse e da lì bollare come approssimativi, inutili e goffi, tutti i tentativi di far qualcosa. Rientrano in questa deriva quei profeti di sventura che, senza stare online, ne descrivono le mancanze rispetto alle epoche d'oro in cui gli uomini con carta e penna erano molto più nobili (giusto per ricordare: totalitarismi, guerre mondiali e bomba atomica furono inventati nel virtuosissimo mondo analogico).

Noi, volatili minori

In mezzo ci siamo noi poveracci: gente comune, passerotti presenti online semplicemente perché lavorano, vivono, socializzano come tutti gli altri. Pronti a entrare in relazione ma anche un po' accorti. Sappiamo dare fiducia e confrontarci fino a che non diventi una minaccia. Cerchiamo di stare nel Web per avere informazioni e contenuti, evitando le bufale, le bolle autoreferenziali e le ondate d'odio. Non siamo imponenti come gli struzzi ma almeno sappiamo tenere le nostre testoline sempre sveglie. Non voliamo alto come le aquile ma almeno vediamo le cose quaggiù da vicino con le loro umane sfumature. Cerchiamo di vivere sui social vigili ma coinvolti, ce ne facciamo carico, cercando di trarne qualcosa di buono. Con parecchi risultati.

Ecco di cosa c'è bisogno oggi: guardare la realtà dei social con tutta la lucidità possibile, ma con l'idea di prenderla sulle spalle. Tocca a me e a te, qualsiasi sia il nostro ruolo. Non è mai esistita un'epoca nella storia in cui l'uomo non abbia avuto bisogno di cultura ed educazione per esprimersi al meglio. L'epoca della tecnologia digitale non è da meno. Con un chiaro vantaggio: le derive umane negative - che prima individuavamo a tentoni e con grande dispendio di risorse - ora sono davanti ai nostri occhi quotidianamente, ogni volta che scrolliamo le timeline sui nostri smartphone.

Può far paura, può generare rifiuti o intellettualistici distacchi. Oppure può aiutarci a essere più umanamente concreti: ce n'è abbastanza per darsi da fare e apprezzare ancora di più quel grande potere che ci è stato dato - che si chiama libertà - e che aspetta solo di essere vissuto fino in fondo.

Coraggio volatili minori, facciamoci avanti, proprio perché non siamo speciali, siamo quelli giusti. Il Web siamo noi in connessione: come è, e sarà, dipende solo da noi. Don't fear the spaventapasseri.








Vorrei quindi lo posto - checklist essenziale per esprimersi con libertà online

sabato 24 settembre 2016

di Bruno Mastroianni

Verba volant scripta manent. La famosa locuzione latina non solo è quantomai attuale ma andrebbe potenziata in base allo scenario digitale: scripta volant et manent dovunque sui social, senza che tu possa averne il controllo una volta che hai postato.

Dopo intensi giorni di discussioni sui casi di cronaca di video virali di situazioni intime o violente, di foto rubate e diffuse, e in piena discussione della legge sul cyberbullismo, viene voglia di non farsi prendere dal "logorio della vita social moderna" e, con uno sforzo zen, andare all'essenziale del tema.

Il terrorismo offline e online infatti, alimentato da casi limite, non aiuta le nostre vite social ordinarie e banali. Invece è proprio lì, sulle nostre timeline qualunque, che si può fare la differenza.

L'ecologia del Web infatti non sarà curata temendo casi estremi in cui non ci troveremo spesso, ma a partire da ciò che postiamo e condividiamo tutti i giorni e di cui si riempiono i News Feed dei nostri amici e conoscenti.

A partire da questo volevo proporre una checklist da controllare prima di pubblicare qualsiasi cosa per aiutare a essere veramente consapevoli di ciò che si posta. Come spesso accade online mi sono ritrovato la cosa già bella e pronta elaborata da chi è ben più preparato di me. Così ve la offro.

Questa lista è stata elaborata da Vera Gheno, Twitter Manager della Accademia della Crusca e docente all'Università di Firenze, mi pare che in essa ci sia veramente l'essenziale. Grazie a Vera e buona lettura:
Piccolo promemoria di ecologia sociale off- e online.
- Perché voglio condividere quel dato contenuto? Quale soddisfazione/vantaggio ne traggo?
- Quello che sto per condividere è vero? Ho verificato la sua veridicità? Posso fornire delle fonti primarie attendibili per suffragare la mia tesi?
- Nell'eventualità in cui mi accorgessi di avere contribuito a condividere una bufala, o di aver fatto un'affermazione dimostratasi palesemente falsa, sono in grado di scusarmi, o di ammettere di avere sbagliato?
- Qual è la conseguenza delle mie azioni o delle mie affermazioni sugli altri?
- Se fossi dall'altra parte, cioè fossi oggetto dell'informazione, sarei contenta dell'attenzione tributatami?
- Quello che per me è divertente lo è davvero per tutti? O sto per offendere qualcuno/una categoria?
- Anche se "l'hanno fatto tutti", mi giustifica nel farlo anche io?
- Ho piena coscienza di essere unica responsabile delle affermazioni che faccio? Sono pronta a difenderle?
- Sono fraintendibile o sono stata sufficientemente precisa e icastica nell'esprimere le mie opinioni?
- Se sto replicando a qualcun altro, ho letto o ascoltato con attenzione il mio interlocutore e mi sono sincerata di avere compreso bene quanto affermato da lui/lei?
- Ho dato un'occhiata a quanti prima di me abbiano fatto la stessa battuta o abbiano fornito la stessa informazione nello stesso modo?
A questa lista, che trovo piuttosto completa, vorrei aggiungere solo tre elementi (una presa di coscienza e due conseguenze) che per i comunicatori professionisti sono un classico e che al giorno d'oggi devono diventare pane quotidiano per chiunque pubblica qualcosa online:

1. Tutto ciò che carico online è on the records e pubblico, rappresenta la mia posizione ufficiale ed è liberamente utilizzabile da chiunque per descrivere chi sono e come la penso, senza preavviso, senza il mio permesso né possibilità di revisione previa.

2. Occorre rileggere sempre quello che ho scritto mettendomi nei panni di chi è diverso da me e la pensa in modo completamente diverso da me, capirà cosa intendo?

3. Se voglio andare sul sicuro devo assicurarmi che il contenuto che sto offrendo migliori effettivamente la vita degli altri (che sia una battuta o un ragionamento complesso) e tenermi alla larga dal cercare reazioni solo per avere visibilità o farmi notare. Di solito è da qui che vengono tutti i guai online. Come offline del resto.

P.S.

Dal 6 ottobre sarà disponibile il libro di Vera Gheno, Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi). Ne consiglio vivamente la lettura.





Il Web non è il futuro, è già qui da un pezzo. Iniziamo a occuparcene?

domenica 18 settembre 2016

di Bruno Mastroianni

I recenti casi di cronaca, caratterizzati da un presunto inquietante ruolo delle tecnologie digitali, hanno suscitato un dibattito acceso sul Web e i suoi pericoli. La discussione è divenuta a tratti preoccupante, soprattuto per la tendenza di molti ragionamenti a convergere verso la solita e ritrita prospettiva: è bene "spegnere" la tecnologia. Come se tutta la questione del Web, dei social network, del mondo connesso, si potesse semplicemente e, ancora una volta, liquidare con alcune regole per un sano switch off.

Il punto è che, nonostante siamo connessi da 30 anni, c'è una specie di bug che ci fa considerare sempre il Web come qualcosa di nuovo che riguarda il futuro. Da qui l'atteggiamento difensivo e di preservazione. Scuole, famiglie e altre realtà educative e culturali, sembrano ancora lontane dall'entrare nell'ottica di un'educazione solida e continuativa all'online: si continua a rimandare il tema a un momento non precisato del domani.

Il dibattito poi è focalizzato su su "limitare" e "regolamentare" perché gli esperti "apocalittici" che popolano i media classici sono spesso piuttosto assenti sui social. Per molti di questi l'online è semplicemente una dimensione poco conosciuta. Da qui il timore dell'ignoto.

La realtà è che il Web è già qui: siamo già esseri umani definitivamente connessi. Quella online è già vita quotidiana ineliminabile, che ci piaccia o no. Ora, nessuno dice che non ci vogliano sane regole né si sogna di negare che spegnere la tecnologia ogni tanto sia una cosa sana, ma qui non c'è un inquietante futuro da cui difendersi, né un ignoto da temere, quanto piuttosto un banale ritardo educativo da recuperare nel presente.

Finora puntando sull'off abbiamo raggiunto un solo risultato: il Web è un ambiente dove le persone fanno da sé - senza strumenti e occasioni per riflettere - come possono. Da qui ai casi di cronaca non ci vuole molto.

Se per 30 anni ci siamo focalizzati su sane pratiche per spegnere, è ora di occuparsi di tutto quello che succede da quando si accende. Bisogna affrettarsi a costruire in tutti i luoghi adeguati una cultura delle relazioni digitali, perché siamo in ritardo.

Non è così difficile: basterebbe farsi un giro sui tanto temuti social per trovare decine di professionisti dediti a un paziente lavoro culturale per dare strumenti e prospettive sul digitale. Nelle scuole, nei talk show, nelle audizioni delle commissioni parlamentari, lasciamo perdere i "guru del malaugurio" e chiamiamo loro: stanno lì sul campo da anni, sanno già cosa fare.













L'incontro tra mondi diversi può far paura ma è solo una grande occasione

sabato 10 settembre 2016

di Bruno Mastroianni


Diciamocelo: per nessuno è stato facile, a causa dei social, imparare a confrontarsi con persone provenienti da mondi così lontani. Perché è questo quello che è successo ed è per questo che sono nate le echo chambers, i gruppi omogenei di opinione, la tendenza a cercare solo connessione con vicini e affini che confermino le nostre opinioni: per un trauma.

Prima del digital turn il mondo era fatto da tanti mondi, tendenzialmente separati tra loro. Certo la globalizzazione e la comunicazione cosiddetta di massa avevano in qualche modo messo in connessione questi mondi, ma era una comunicazione mediata e comunque limitata. Il cittadino distante, il migrante,  il militante politico dello schieramento opposto, il "diverso da te", al massimo lo vedevi in TV oppure lo potevi incontrare quando viaggiavi, ti muovevi, uscivi dalla tua vita quotidiana abituale. Oggi te lo ritrovi mentre ti commenta su Facebook, con sprezzante sagacia, l'ultima frase intelligente che hai partorito nel tuo tragitto da casa al lavoro. Il tuo mondo e il suo mondo si incontrano, senza mediazioni, in ogni momento, senza difese.

Lo shock può essere forte. Giornalisti blasonati, abituati ad avere un microfono e platee silenziose, non hanno retto. Persone evolute se ne tengono alla larga. Le persone comuni come te e me, alle prese con un continuo confronto disintermediato, tendono a difendersi, cercando conferme, appoggi, stringendosi sempre più accanto agli affini. Gli intellettuali, a modo loro, risolvono il problema disprezzando la stupidità del Web. Gli educatori si dedicano a studiare quanto più spegnere i dispositivi. I ricercatori di scienze sociali si difendono dimostrando che gli istinti più primitivi trovano nel Web uno sfogo ideale.

Il punto in realtà è solo uno: la libertà fa paura. Infatti quando più mondi diversissimi tra loro si incontrano, quello che accade è un momento di grande libertà: un essere umano si incontra con un altro essere umano, i loro linguaggi, il loro orizzonte di riferimento, i loro giudizi e pregiudizi si confrontano. Non ci sono le regole e le convenzioni del loro mondo a tutelarli. Le sovrastrutture diventano poco efficaci. In comune rimane solo l'umanità tout court e con essa la possibilità di interpellare l'intelligenza o gli istinti più bassi dell'interlocutore. In ballo c'è l'opportunità di trovare una pace che favorisca la comprensione o solleticare un conflitto che stabilisca una divergenza inconciliabile. E tutto deve e può essere guadagnato solo sul campo: quando due mondi distanti si incontrano non esistono ruoli e posizioni, giacché i ruoli e le posizioni sono riconosciuti diversamente da ciascuno dei mondi.

Ecco la vera rivoluzione del Web è questa. Le bolle, gli haters, la disinformazione congenita, le polarizzazioni, sono una conferma: i mondi messi in connessione scuotono i loro appartenenti che cercano di difendersi cercando di mantenere lo status precedente, unendosi tra loro e chiudendosi in fortezze il più possibile ricalcanti le certezze dei mondi da cui provengono.

E il problema non è solo orizzontale - tra cittadini di pari livello ancorché di diverse provenienze - ma anche verticale: la politica come la intendevamo un tempo è in grandissima crisi, i mezzi di comunicazione classici fanno fatica. Prima il "mondo di mondi" era più gestibile. Trovavi il tuo mondo, il tuo bacino elettorale, la tua fetta di pubblico, il tuo settore di mercato, ed era fatta.

Oggi rischi che, mentre stai curando i tuoi (con linguaggio e riferimenti riconoscibili), qualche estraneo si infili tra le pieghe delle possibilità di comunicazione digitale e ti metta a soqquadro i tuoi discorsi ben confezionati. Rischi che ci siano proprio tra i tuoi alcuni che pongano domande formulate con linguaggi di altri mondi. Così le mentalità si scontrano. Può essere un dramma per tutte quelle realtà mediatiche, economiche, politiche, che avevano puntato tutto sulla buone vecchia differenza tra chi conta e chi no.

Puoi essere anche il direttore della testata più importante di Italia ma se un 19enne qualsiasi ti becca in castagna sui social, gli devi rispondere tempestivamente e con ragione, pena perdere un po' della tua credibilità. Il tuo ufficio all'ultimo piano non ti può salvare.

Lo so, mentre dico tutto questo, viene spontaneo rifugiarsi in qualche consolazione tipo: i colossi come Facebook e Google dominano il Web con i loro interessi... Ma è solo un modo per rifiutarsi di vedere la realtà che oggi abbiamo di fronte: le tecnologie digitali ci stanno spogliando di tante sovrastrutture che tutto sommato facevano comodo. Ora, con i nostri device in mano, ci siamo noi con quello che siamo o che non siamo, con ciò che sappiamo o non sappiamo. Dall'altro lato, potenzialmente, il resto del mondo, di fronte a cui - se abbiamo qualcosa da dire o da sostenere - dobbiamo dimostrare sul campo di saperlo fare. Con tutta la fatica che ciò comporta.

Se ci pensiamo bene - proprio per il fatto che questo è il momento in cui i nostri peggiori difetti possono venir fuori - è anche la più grande occasione di essere pienamente umani. Inutile dare la colpa agli schermi. Quando prendiamo in mano il nostro smartphone e iniziamo a interagire con altri che non avremmo mai potuto raggiungere prima, siamo liberi. Sta a noi decidere come impostare questo incontro di persone, per trasformarle in relazioni piene di senso o in alterchi continui pieni di smarrimento.





Online siamo liberi - lista dei diritti dell'utente social

sabato 3 settembre 2016

Visto che sempre più spesso sento dire che tutti i problemi del mondo sono da attribuire al Web mi è venuta voglia di mettere alla prova quanto siamo liberi quando ci muoviamo online.

Così ho iniziato a buttare giù una lista (semi-seria) dei diritti che ogni utente ha al momento di connettersi con altri sui social network.

Ecco una prima bozza in costruzione. Aspetto aggiunte, modifiche, idee...


1. Il diritto a stare su tutti i social network possibili, il diritto a stare solo sui social che ti piacciono, il diritto a non esserci (in questo caso a noi che siamo online ci manchi). 

2. Il diritto a postare quotidianamente e frequentemente (assumendoti la responsabilità della tua abbondanza) e il diritto a non pubblicare mai nulla. Sotto-diritto collegato: non pubblicare nulla di tuo e condividere e ritwittare solo ciò che scrivono gli altri (anche se, coraggio, qualcosa di tuo da dire ce l'avrai pure?)

3. Il diritto a mettere like, commentare, condividere, solo in base al tuo personale insindacabile giudizio, il diritto a non mettere like, a non condividere, a non commentare, il diritto a ignorare i contenuti indegni come massima forma di disaccordo.

4. Il diritto a protestare, inveire, denunciare, criticare ogni errore e nefandezza del Web, sapendo che così facendo ne diventi il miglior diffusore. Clickbaiter, hater e troll te ne sono grati.

5. Il diritto a dare o no l'amicizia su Facebook, il followback su Twitter, o a toglierli, sapendo che la gente ci rimane male veramente, non virtualmente. 

6. Il diritto a "togliere voce" su Twitter, a "non seguire più" su Facebook, a disattivare le notifiche su un post in cui si è taggati, a de-taggarsi e a usare tutte le funzioni che non fanno più apparire aggiornamenti su post/contenuti/discussioni che non ti aiutano a vivere meglio.

7. Il diritto a scegliere "chi vedere per primo" e ad "attivare le notifiche" solo per gli interlocutori che ritieni più interessanti, per prendere in mano la tua timeline senza lasciarla totalmente in balia dell'algoritmo. Il diritto a lasciarsi invece coccolare dall'algoritmo per avere solo conferme da chi la pensa come te.

8. Il diritto a chiedere sempre informazioni sulla fonte, l'accuratezza dell'informazione e a correggere imprecisioni, anche quando a postare è un influencer, un giornalista, un personaggio pubblico o una testata (non è scortesia controllare sempre).

9. Il diritto a non verificare e a prendere per buone tutte le cose, soprattutto quando le diffonde qualcuno di cui ci fidiamo. Benvenuto in Matrix.

10. Il diritto a fare polemica, a iniziare discussioni inutili, a dire "sono d'accordo" o "non sono d'accordo" anche se non richiesto; insomma in generale il diritto a perdere un sacco di tempo e a farlo perdere agli altri facendo felici solo i digi-scettici che così poi dicono: lo vedi che i social non servono a niente!

11. Il diritto a divincolarsi da discussioni inutili se ormai si è capito che non si va più da nessuna parte.

12. Il diritto a essere auto-ironici se le cose si scaldano troppo.

13. Il diritto a non capire cosa ha scritto l'altro e chiedere: mi puoi spiegare meglio? Sotto-diritto: si può rileggere la seconda volta (e anche la terza) prima di ribattere al volo.

14. Il diritto a correggersi,  a tornare sui propri passi, a chiedere scusa, ad ammettere errori, senza pensare che questo comprometterà la propria reputazione: la accrescerà.

15. Il diritto a non seguire le ennesime TOT regole del post perfetto (e scoprire che spesso i contenuti veramente virali non seguono mai quelle regole).

16. Il diritto a scrivere post lunghissimi su FB, a fare Tweet spezzettati in più parti, a pubblicare foto sfocate o mal inquadrate, e a fare altre cose di questo tipo: semplicemente non ti leggeremo con piacere, non casca il mondo. Sotto-diritto: puoi avere gli stessi comportamenti nei commenti e nelle risposte, l'effetto sempre lo stesso: no finimondo ma seguirti è tosta.

17. Il diritto a intervenire su ogni questione possibile immaginabile assumendoti il rischio di essere preso per un qualunquista. Il diritto a intervenire solo su ciò che conosci e padroneggi, assumendoti l'onere di diventare sempre più stimato e considerato. Qui dal diritto si passa alla responsabilità: mi raccomando non deluderci.

18. Il diritto di rimanere buono, pacato, positivo, intelligente, anche se molti ti diranno che si fanno molti più like colpendo alla pancia. Il diritto a diffondere solo contenuti che mirano alla pancia per avere più like. Davvero ti dà soddisfazione?

19. Il diritto a non aver nulla da postare. Anche per giorni. Però almeno dacci qualche segnale che sei vivo.

20. Il diritto di imparare dai propri errori e impegnarsi in modo che il successivo post/tweet/commento/ interazione sia migliore.




I social gabbia dorata? Per fortuna abbiamo le chiavi per uscirne

sabato 27 agosto 2016


di Bruno Mastroianni


Un post del blog di Luca De Biase (che consiglio di seguire sempre) mi spinge a scrivere ancora qualcosa su disinformazione, gabbie dorate e altri aspetti negativi dei social network di cui parliamo spesso.

De Biase passa in rassegna una serie di studi (particolarmente interessanti quelli di Walter Quattrociocchi di cui abbiamo già parlato)) che confermano la tendenza degli utenti online a rinchiudersi in bolle di opinioni omogenee polarizzate e impermeabili al confronto. Questa tendenza porta a un certo coefficiente di disinformazione giacché, quando si è in una cosiddetta echo chamber, le informazioni che si ricevono e si condividono tendono ad essere sostanzialmente omogenee e a confermare ciò che già si pensa.

Spesso è questa la vera radice della violenza a cui assistiamo nelle discussioni online: mancanza di informazioni attendibili e polarizzazione su posizioni inconciliabili sono il mix esplosivo che rende quasi ogni interazione un litigio inutile.

È successo anche con il terremoto: dopo poche ore dal disastro hanno iniziato a circolare le immagini false di crolli (risalivano a terremoti precedenti) e sono subito nate discussioni su presunti ritocchi alla magnitudo per evitare i rimborsi, le fantasie sulla prevedibilità dei terremoti, o la questione dei soldi del superenalotto da destinare alla ricostruzione che tecnicamente non si può fare (qui tutte le bufale).

Capire e decidere di agire

Di fronte a tutto questo serpeggia in vari ambienti una sorta di digi-scetticismo del tutto comprensibile. Dall'altra parte fa sorridere e sembra del tutto inadatto un ingenuo digi-ottimismo incapace di cogliere queste sfide. Come dice bene De Biase  il punto non è dichiarare internet fallita e non è neppure difenderla: il problema è capire che cosa succede, comprendere quanto sia importante e decidere di agire.

Come risposta vorrei proporre alcuni spunti. Li ho approfonditi nel mio testo sui dibattiti online contenuto ne La missione digitale (che ho curato con Giovanni Tridente, ed. ESC  2016). Quello che sostengo è che nonostante le criticità a cui la tecnologia può esporci, ad avere il controllo è sempre l'uomo. Anzi direi di più: il fatto che emergano fortemente certe bassezze non è che la dimostrazione che la tecnologia potenzia la natura umana (nel bene e nel male), perciò si tratta di darsi da fare affinché le altezze possano emergere con profitto per curare le derive negative.

In sostanza propongo quattro dimensioni che si dovrebbero curare sempre quando ci si muove online sui social e sul Web. Dimensioni che possono aiutare a rimanere sempre in possesso della propria umanità, soprattutto nel momento in cui la tecnologia ci abilita aumentando a dismisura la nostra capacità di comunicare e entrare in relazione con altri.

La quantità

La prima dimensione è quantitativa e riguarda ciò che pubblichiamo in prima persona. Dovremmo avere una certa sensibilità per l'ecologia del Web, per mantenerlo pulito. Da questo punto di vista dovremmo sforzarci di proporre invece di inveire, di elaborare invece di gridare, a ispirare invece che denunciare. Il Web è pieno di litigi, denunce, polemiche, che non fanno altro che autoalimentarsi portando a un inutile nulla pieno di acredine. Il primo riflesso non può che essere uno e semplice: smettere di contribuire all'urlata collettiva. Invece di aggiungere polemica a polemica, soprattutto quando abbiamo qualcosa da ridire, cerchiamo di farlo in un modo più evoluto, lavorandoci su. Per ogni polemica che non lanci il Web è più pulito. Per ogni proposta intelligente che offri, contribuisci alla sua salute.

La qualità

La seconda dimensione è quella della qualità. I social ci spingono a cercare la popolarità, inutile negarlo o opporsi ciecamente. Questa ricerca, che è un riflesso umano, va solo educata. Non tutti i like sono uguali. Esistono "capipopolo" i cui post hanno centinaia di like che però sono accordati solo da persone omogenee che già la pensano allo stesso modo. Non sono un riconoscimento della bontà del contenuto ma un semplice attestato di appartenenza alla stessa bolla. La parte più bella della comunicazione invece è farsi capire dall'altro, dall'estraneo, da quello che non è "dei mei". Dovremmo imparare a cercare la qualità dell'engagement: un like di una persona lontana vale più di 100 like automatici dei supporter, un rilievo intelligente vale mille "sono d'accordo", interagire con chi la pensa in modo diverso è molto più stimolante che farsi eco l'un l'altro sempre sulle stesse cose.

Lo spazio

Ci vorrebbe un vero e proprio training costante alla cura delle timeline e dei News Feed. È vero gli algoritmi hanno le loro regole e tendono a compiacerci e a offrirci spunti che confermano il nostro comportamento. Ma siamo noi i titolari del nostro agire. Se cerchiamo apertura e confronto, se gestiamo bene i vari strumenti (come il "chi vedere per primo" di FB, o le liste e le notifiche di Twitter) possiamo essere in contatto soprattutto con chi può aiutarci a aprire gli orizzonti, possiamo far sì che il nostro spazio online non sia una gabbia ma una vera piazza dove incontriamo veri interlocutori (e non una curva di ultrà che fanno il coro).

Il tempo

Questa è la dimensione più importante. È la dimensione dove le relazioni maturano qualità. Online dovremmo affidarci a ciò che dura (o può durare) nel tempo, con un po' di visione e di distacco dall'ultima novità dell'attualità che talvolta ci spinge a intervenire di fretta e in modo istitntivo. La dimensione del tempo ci spinge anche a dedicare il tempo: dare risposte ponderate e preparate, riflettere sugli spunti che ci arrivano nei commenti, e così via. Tutte le volte che investiamo tempo entriamo in una modalità online più evoluta e consapevole. Si tratta di avere un po' di senso della proporzione e della realtà: non sarà certo con un post su FB o un Tweet che potremmo risolvere questioni complesse tutte e subito, si può iniziare a discutere e poi tornarci in un secondo momento, si può imparare ogni volta qualcosa in più, si può tornare sui propri passi. Il tempo è vita, anche nella vita digitale.

Le chiavi della gabbia dorata

Sono solo spunti e per nulla completi. Quello che è essenziale a mio avviso è l'urgenza di un'azione educativa e culturale a tutti i livelli che sensibilizzi a un comportamento consapevole ed evoluto online. A scuola oltre a leggere, scrivere e far di conto, si dovrebbe anche educare a interagire sul Web. Così nelle aziende, nei luoghi di lavoro, nella vita pubblica, in famiglia, ovunnque.

Ha ragione Walter Quattrociocchi quando esprime perplessità sull'efficacia delle campagne di debunking o dei miglioramenti negli algoritmi di Facebook e Google. Non bastano a risolvere disinformazione e polarizzazioni. Io aggiungo: questi atteggiamenti deleteri sono insiti nella natura umana, non possono essere eliminati da procedure o metodologie automatizzate.

L'unica strada è la solita, quella classica dell'educazione: tirare fuori dall'uomo ciò che è il meglio dell'uomo. La sfida del Web non è tanto trovare modi per eliminare le gabbie dorate, quanto quella di offrire a ciascuno le chiavi per poterne uscire.

Con quelle chiavi in tasca ci nasciamo in quanto esseri umani, basta solo accorgersi di averle e desiderare di usarle. E magari iniziare anche a guardarsi attorno per liberane altri.





Sui social ciò che sembra è - elogio della percezione

sabato 20 agosto 2016

di Bruno Mastroianni


In questi giorni un amico ha raggiunto un bel risultato grazie a una campagna di crowdfunding sui social e, nonostante la bontà della notizia, ha ricevuto diversi commenti fuori luogo sui suoi spazi online anche dagli amici. Quando succedono cose del genere la tipica reazione che abbiamo è quella di provare disagio nel sentire raccontare da altri il nostro mondo con parole e criteri che non sono adatti. Viene da dire: "non capiscono", "sono superficiali", "non hanno tutti gli elementi eppure scrivono”, ecc.

Questo disagio però, seppure fondato, può essere nemico della comunicazione. Fermarsi ad esso infatti può essere un alibi per non pensare alla parte che ci spetta ogni volta che entriamo in relazione online: farci capire nelle condizioni date, così come sono.

L'alibi della lacuna altrui

La tendenza a vedere gli altri “colpevoli di qualche mancanza” può diventare una rinuncia ad impegnarsi proprio nel lavoro di relazione. La qualità dei giudizi altrui, infatti, non è in nostro potere e rispondere al pregiudizio con un giudizio su di esso non serve a molto. Ben più realistico investire le energie su ciò che è alla nostra portata: farci capire proprio a partire da eventuali fraintendimenti.

In altre parole la mentalità, il linguaggio, i presupposti culturali, perfino i pregiudizi degli altri connessi con me non sono per forza da liquidare come ostacoli alla comprensione. Possono invece essere il punto di partenza su cui lavorare per farsi capire. 

Le percezioni: essenza dei social

I social di fatto non sono altro che interazioni basate sulle percezioni di qualcuno che vengono condivise con altri ancora. La materia minima ineliminabile insomma è la percezione. Se si dimentica questa realtà, se la si rifiuta, se ci si appella ad altri fattori (ad esempio: "gli utenti dovrebbero approfondire”) si esce dal campo della comunicazione e si entra in altri terreni - ad esempio quello educativo - dove è lecito discutere e elaborare modi per aumentare consapevolezza e competenze al di là delle impressioni. 

In comunicazione non è possibile. Perché, piaccia o no, si deve sempre partire dalla percezione dell’altro. Per questo dico: ciò che sembra è. Se la percezione dell’altro è diversa, non posso limitarmi a dire che è cattiva, buona, mediocre, devo piuttosto dedicarmi a conoscerla e prenderne atto perché contiene il codice che mi permetterà di farmi capire. O mi inserisco in quel modo di vedere e riesco a sembrare esattamente ciò che sono a quegli occhi, con le loro caratteristiche, oppure sono destinato a non comunicare. 

Ciò che sembra è 

Sui social la differenza tra sembrare ed essere non può fare da alibi. Sottolineo: sui social non in altri campi. Se online litigo perché non mi capiscono, sono ciò che sembro: litigioso. Non sono uno che ha ragione o torto ma uno che litiga. Se sono paziente anche se non mi capiscono, sono ciò che sembro: paziente. E così via. 

Capire questo è cogliere un’occasione: si può lavorare per sembrare esattamente ciò che si è, per essere se stessi agli occhi dell’altro. E lo sforzo spesso porta a conoscersi meglio. 

Diversi, di fronte allo “scoglio” della percezione altrui, decidono di scegliere la strada della manipolazione per sembrare qualcosa che non sono, per piacere. Altri scelgono lo scontro eroicamente tragico: affermano ciò che ritengono giusto senza preoccuparsi di essere capiti o meno (e di solito scatenano guerre). Ma queste non sono le uniche alternative. C'è anche la possibilità di impegnarsi per sembrare (cioè essere) se stessi agli occhi dell’altro.

Persone non messaggi

Ecco la questione: sui social non abbiamo un prodotto da vendere né una teoria tra le altre da diffondere; e lo scopo non può nemmeno ridursi a intercettare l'interesse o i gusti degli interlocutori (come nello schema di comunicazione dei media classici). Sui social ci siamo e ci sono gli altri. Più che messaggi efficaci, interazioni tra persone.

Eventuali pregiudizi, incomprensioni e superficialità, vanno presi perciò sul serio. Perché rispondono a qualcosa che - positivo o negativo che sia - viene dal dall’uomo, dalla sua parte più interiore. Anche troll e hater in fin dei conti polemizzano esprimendo un qualche disagio umano.

È qualcosa di molto diverso dal "sondaggismo" che per molto tempo ha governato le modalità di comunicazione, spingendo a strategie di posizionamento in base al rilevamento della percezione del pubblico.

Ci vuole molto di più. Occorre individuare forme di espressione capaci fare appello alle più nobili aspirazioni umane anche quando chi è coinvolto nel processo comunicativo non le ha attivate. Occorre essere disposti a farsi coinvolgere, con   pazienza, nei dubbi e nei rilievi, ponendosi le domande assieme a chi le pone (anche quando sono sgradevoli), è essere umili e preparati su ciò che si dice, è essere autentici e trasparenti, è dire ciò che si pensa trasmettendolo assieme alla stima verso le capacità umane dell'interlocutore. 

Non è una strategia. È vita sociale. È lo sforzo di chi, visto che si è lanciato nella conversazione online, cerca di sembrare il più possibile ciò che è: uno che cerca di confrontarsi con l'altro.






Diventare rompi-bolle - l'esempio di Papa Francesco per la conversazione online

sabato 13 agosto 2016

di Bruno Mastroianni


A fine giugno sono intervento a #InspiringPR, un evento davvero ben organizzato. Nei dieci minuti sul palco ho cercato di parlare di Papa Francesco e della #francescoterapia: la sua capacità di mettere di fronte a se stessi tutti - credenti e non - facendo cadere gli schemi e le barriere (religiose, culturali e sociali) dietro cui di solito ci trinceriamo per difenderci. Di fronte a lui - e al suo continuo avvicinarsi - si rimane come nudi, si è persone davanti ad altre persone, senza inutili sovrastrutture che compromettono il dialogo. Qui di seguito il video del mio intervento.



Riprendo questo tema pensando al Web e ai social. Soprattutto in riferimento al fenomeno delle bolle di opinioni omogenee e delle echo chambers in cui spesso siamo immersi: connessi con i nostri simili tendiamo a cercare conferme su ciò che già crediamo e pensiamo. Difficilmente andiamo a cercare chi mette in difficoltà le nostre concezioni. 

Non solo uscire dalla bolle, ma entrare nelle bolle altrui

Quando facciamo questa analisi pensiamo spesso allo sforzo che occorre fare per uscire dalle bolle. Ma ci dimentichiamo di tutta un'altra parte importante del lavoro. Infatti non basta che ciascuno maturi la capacità di allargare i propri orizzonti, ci vuole anche l'impegno per andare a cercare l'altro nelle sue bolle per incontrarlo: il Web ha bisogno di persone capaci di superare i muri di opinioni omogenee. Io li chiamo i rompi-bolle. Di fatto di rompi-bolle così ce ne sono molti. Interagire con loro online è un piacere e un continuo stimolo. 

Il rompi-bolle è il contrario di un troll o di un hater. Mentre quest'ultimi infatti rompono i contenuti altrui con insulti e polemiche, distruggendo la discussione, i rompi-bolle sanno infrangere ciò che compromette la conversazione (pregiudizi, categorie preconcette, barriere mentali) per mantenerla in salute e valorizzarla.

Il rompi-bolle è capace di grande umanità e relazionalità. Sa avvicinarsi, non ha paura di entrare nella bolla dell'altro per comprendere i suoi pregiudizi, si mette a lavorare su di essi, con pazienza, con ironia e autoironia, facendo tutto il percorso necessario. Se ci pensiamo è proprio quello che fa Papa Francesco su qualsiasi tema: riesce sempre ad affrontarlo in modo tale che tutti si sentano interpellati lì dove sono. 

Più punti di vista ci sono e meglio è

Il classico sintomo del rompi-bolle è pensare che più opinioni si esprimono, più punti di vista ci saranno, tanto migliore sarà la discussione. Così come la volontà di rispondere a tutti coloro che con intelligenza e impegno oppongono obiezioni e rilievi. Sintomi invece del troll-hater sono: vedere ogni questione come terreno di schieramento, iniziare i commenti sempre con "sono d'accordo o non sono d'accordo", darsi al "benaltrismo" uscendo dal tema in oggetto, determinare sempre un "noi-voi" su ogni problema e così via.

La Rete rischia di essere una vasta distesa di bolle che non si toccano. Un grandissimo impoverimento delle potenzialità che le tecnologie digitali ci offrono. Allora, oltre allo sforzo educativo di attrezzare le persone a uscire dalle bolle, ci sarà bisogno anche di una schiera di rompi-bolle pazienti e umani che si dedichino costantemente ricordare la totale inutilità delle barriere: siamo nati per confrontarci, perché opporsi a tale aspetto cruciale della nostra natura?




Virale, di moda, popolare: tendenze molto umane, da coltivare

sabato 6 agosto 2016

di Bruno Mastroianni


A volte quando parliamo di dinamiche dei social tendiamo ad assumere un atteggiamento spontaneamente negativo e moralistico. Accade ad esempio con parole come "virale", oppure "popolarità". Ci viene automatico pensare che queste cose siano non del tutto pulite e che abbiano qualcosa che non va.

Si tratta di quel "maniavantismo" educativo, di cui abbiamo già parlato, a cui ormai siamo abituati quando consideriamo la comunicazione digitale. È quell'educazione all'uso delle tecnologie intesa come sottrazione e prevenzione, in un costante istinto difensivo intento a mettere paletti e limiti per impedire che certe dinamiche prendano il controllo su di noi.

Da qui nascono quei discorsi secondo cui virale - cioè il fenomeno per cui un contenuto riceve l'attenzione progressiva ed esponenziale di molte persone in Rete - è qualcosa di "non pulito", di poco nobile, contraddistinto spesso da interessi commerciali o comunque non del tutto limpidi. Così come il tema dei like e delle condivisioni che rendono popolare un certo contenuto: questa popolarità ci appare spesso sotto una luce negativa, come se il desiderio di avere riscontro fosse solo qualcosa di sbagliato, di disdicevole. Questi termini - assieme a "di moda", "fa tendenza" - vengono affiancati a sensazioni di superficialità, mancanza di spessore, emotività, scarso studio e poca riflessione. Ma è proprio così?

Ritengo che per una corretta comprensione del Web e dei social ci sia bisogno di un capovolgimento di prospettiva. Virale non è male. Popolare non è disdicevole. Moda e tendenze non sono affatto cose da evitare. Sono invece il grande terreno su cui lavorare per un Web sempre più rispondente alle nostre esigenze di esseri umani.

Il capovolgimento non va fatto per tecno-entusiasmo. Chi dice che tutto è bello e buono quando si parla di tecnologia, infatti, compie dal lato opposto lo stesso errore del "maniavantismo". Entrambi rimangono sulla superficie dello scenario digitale - difendendosi o gettandosi a capofitto - senza averne un'adeguata comprensione.

Quello che occorre è, come al solito, non separare mai i due elementi essenziali, che sono inscindibilmente uniti nell'attuale panorama della comunicazione: l'uomo e la tecnologia. Percepire il Web solo da un punto di vista tecnologico, senza l'umano, è travisarne l'essenza; così come percepire l'uomo senza la tecnologia è fraintendere la sua attuale e reale condizione relazionale e comunicativa.

Insomma in questi fenomeni va ritrovato il senso dell'uomo-tecnologico e della tecnologia-umana. Così "virale" sarà percepito per ciò che veramente è: ciò che interpella l'umano e che lo spinge a reagire e interagire. Che questo possa essere fatto con dei trucchi, puntando sulla pancia e sugli istinti più bassi (che sempre umani sono), non toglie che si possa fare interpellando le facoltà migliori e più nobili, alzando il livello. Lo stesso può dirsi della popolarità: quando cerchiamo i like non stiamo solo rispondendo a un malsano bisogno di approvazione, stiamo piuttosto cercando con grande umanità un feedback, un segnale da parte di chi ci ascolta, per sapere se ciò che offriamo è rilevante. La moda e le tendenze poi fanno parte dei quella indole tutta umana a condividere gusti e opinioni per conoscersi e riconoscersi. Una cosa viva, vera, reale, su cui si può e si deve lavorare.

Solo dopo aver assunto tale prospettiva si potrà con consapevolezza affrontare le dinamiche digitali in modo evoluto, ad esempio accettando la fatica di ottenere popolarità e riscontri puntando in alto e non al ribasso; cercando la viralità in ciò che migliora e non in ciò che disgusta; creare tendenza risvegliando e creando riconoscimento e coesione nella parte migliore della nostra natura umana.

Ho in mente molte persone che fanno questo quotidianamente sui social, sono come contadini che seminano e coltivano, nutrendo costantemente chi gli sta attorno. È un piacere essere connessi con loro nel Web.

C'è così tanto da fare in questo versante luminoso e costruttivo che non c'è quasi il tempo di mettersi a stigmatizzare il lato oscuro delle ombre. Non è buonismo ma realismo consapevole. Le tecnologie sono come una lente di ingrandimento che potenzia le nostre caratteristiche umane - quelle promettenti come quelle distruttive - a quali ci dedicheremo come priorità per educare ed educarci ad esser connessi in Rete?