Il web non esiste, il web siamo noi - saper discutere per vivere felici e connessi

venerdì 12 maggio 2017


di Bruno Mastroianni

Sempre di più riflettiamo sul web e su quanto incida sulle nostre vite, ed è un bene. Meno bene invece il tono con cui lo facciamo: fake news, post-verità, odio online, cyberbullismo, sono parole chiave che occupano spesso i media e il dibattito pubblico con accenti tendenzialmente allarmanti. Ma è davvero così nero il futuro per l’umanità?

La realtà è che la situazione è complessa e in evoluzione, ed è difficile dire esattamente dove porterà; così come è fuorviante ritenere che certi problemi siano da ascrivere in modo esclusivo a internet e ai social, operando una riduzione alla dimensione tecnologica di ciò che invece è propriamente umano e culturale. Ancor prima di previsioni nefaste sul futuro sarebbe preferibile rivolgersi al presente e allo stato attuale delle cose.

La relazionalità esponenziale

Come siamo oggi grazie ai social? Anzitutto è cambiato profondamente il nostro modo di entrare in relazione: non solo si sono accorciate le distanze, ma siamo anche tutti stati abilitati a partecipare al dibattito pubblico (o almeno ad averne la possibilità) in modo ordinario, facile, libero e non filtrato. Prima l’accesso alle informazioni, così come gli spazi da cui diffonderle, erano assolutamente controllati e definiti (erano i media in senso classico). Oggi siamo tutti allo stesso tempo fruitori e produttori di informazione, senza il bisogno di chiedere il permesso a nessuno. Ma non solo: la diversità (culturale, sociale, geografica, religiosa), che prima era un’esperienza specifica nella vita, è diventata quotidianità: viviamo in un mondo di “vicini” impegnati in un continuo confronto tra prospettive “lontane” che, se non ben gestito, porta all’odio, alla difesa intellettuale, alla chiusura in gruppi di opinioni omogenee impermeabili al confronto.

Tre competenze di base

Ciò comporta che le competenze di comunicazione non siano più qualcosa per addetti ai lavori – i giornalisti e i comunicatori istituzionali – ma un set di capacità basilari per capire il mondo, per farsi capire e per capire gli altri. Ancora prima di lamentarsi per possibili effetti nefasti dei social converrebbe investire tempo e energie per far maturare tali competenze. Da dove iniziare? Si potrebbe partire da tre ambiti di lavoro: il primo riguarda la capacità di giudicare l’attendibilità delle informazioni, il secondo la possibilità di uscire dalle bolle di opinioni omogenee, il terzo l’opportunità di imparare a discutere e a confrontarsi in modo produttivo e efficace.

1. Attendibilità delle informazioni

Alla base del vivere connessi non può che esserci il saper riconoscere ciò che è attendibile da ciò che non lo è e in che grado. Questa competenza, tipica della professionalità giornalistica, è oggi richiesta a chiunque, perché tutti siamo stati abilitati all’accesso non filtrato alle informazioni. Riconoscere le fonti, valutarne l’autorevolezza, cercare di risalire il più possibile alle primarie e dirette, confrontare le diverse versioni; sono azioni che oggi non richiedono uno sforzo impossibile per l’utente comune: il fatto di avere “il mondo a portata di mano” permette di farlo. Certo non si potrà andare a fondo su ogni questione (il ruolo degli esperti e dei giornalisti rimane cruciale) ma perlomeno si potrà maturare una certa capacità di riconoscere ciò che è provvisorio, incompleto, parziale. Il punto infatti non è tanto tecnico quanto culturale: abbiamo l’umiltà di mettere in dubbio ciò che asseconda le nostre certezze? Sappiamo non aderire al primo istinto in base a ciò che leggiamo?

2. Rompere le bolle

Questo apre alla seconda competenza: quella di saper uscire dalla zona sicura delle proprie bolle di opinioni omogenee. A tutti costa essere messi alla prova, avere a che fare con la diversità, con il dubbio, con persone che mettono in discussione il nostro mondo. Sul web questo istinto può trovare grande “soddisfazione”: migliaia di persone possono trovarsi e chiudersi in tribù di opinioni omogenee rafforzandosi a vicenda nelle proprie convinzioni senza mai confrontarsi con visioni alternative. Questa dinamica, tutta umana, è anche favorita dagli algoritmi che tendono a offrire contenuti in base agli interessi espressi in precedenza dagli utenti. Di nuovo quindi un problema non esclusivamente tecnologico: non saranno mai le soluzioni tecniche a farci uscire dalle nostre bolle, ci dobbiamo pensare noi.

Come? Curando che tra le nostre connessioni sui social ci siano sempre interlocutori che non appartengono alla nostra cerchia ristretta (sociale, culturale, politica, religiosa, ecc). Facendo in modo di ricevere abitualmente input che arrivino da interlocutori che parlano con linguaggi e mentalità distanti dalle nostre. Ovviamente devono essere persone competenti e attendibili, ma il punto è che non siano a noi affini. Ciò farà sì che quel gesto quotidiano (e apparentemente innocuo) di vedere cosa succede sui social, ci “costringa” virtuosamente a confrontare costantemente – e quindi mettere alla prova – le nostre convinzioni.

3. La #disputafelice

 Da qui la terza competenza essenziale: riscoprire il gusto di disputare senza litigare. L’unico antidoto alle bolle di convinzioni omogenee e all’inattendibilità delle informazioni è quello di accettare la sfida della conversazione globale in cui siamo inseriti. Lo sforzo di confrontarsi con il diverso – persino con chi polemizza e esprime ostilità – aiuta a diventare più umili, più consapevoli dei propri limiti, più desiderosi di trovare migliori fondamenti e argomentazioni per le proprie convinzioni. In una parola: aiuta a formulare e riformulare meglio il proprio pensiero.

L’aggressività e l’odio online nascono proprio dalla rinuncia alla disputa felice: attaccare l’altro usando le proprie certezze come armi è solo una difesa dal dubbio, anche quando quest’ultimo è espresso male e in modo aggressivo. Il risultato è l’assenza di confronto, l’impoverimento, modi di costruire la propria identità basati più sull’imitazione e sullo spirito di appartenenza che sulla conoscenza della realtà.

Ciò richiama tra l’altro alla responsabilità tutti coloro che hanno un ruolo preminente nella società (giornalisti, media classici, associazioni, istituzioni, ordini professionali, ecc.) che dovrebbero fare lo stesso sforzo di costante chiarimento, spiegazione, valutazione delle informazioni, a partire dai pregiudizi e dall’aggressività espressi dagli utenti, accettando sempre ciò che c’è di costruttivo nel dubbio che ogni provocazione solleva. Rinunciare a questa disputa, o disprezzare i dubbi liquidandoli assieme all’odio o all’ignoranza che li accompagna, significa lasciare il campo libero al populismo e alle manipolazioni.

Queste competenze oggi sono il “saper leggere e scrivere” minimo richiesto per vivere connessi. Così come abbiamo sviluppato la consapevolezza che, per vivere in democrazia, l’alfabetizzazione fosse fondamentale, oggi vale per l’alfabetizzazione digitale, che non concerne solo l’uso tecnico dei mezzi ma, più in generale, la nostra capacità di vivere all’altezza di questa ulteriore dimensione della relazionalità umana che ci siamo procurati. La scuola, le famiglie, i luoghi di lavoro e di socializzazione, dovrebbero prendere molto sul serio questa necessaria azione culturale per la crescita di un’umanità meno primitiva nelle relazioni online.

(Questo articolo è stato pubblicato su  VIAPO supplemento culturale di www.conquistedellavoro.it, il 6 maggio 2017)

Essere è comunicare, e altre considerazioni sul web (che non è un mezzo di comunicazione)

lunedì 24 aprile 2017

di Bruno Mastroianni, 24 aprile 2017

Non so perché ma ogni volta che sento considerazioni (nefaste) sull'effetto dei social sulla gente mi si storce un po' la bocca. La realtà è che la situazione è in evoluzione e non è possibile prevedere con certezza come lo scenario digitale cambierà l’uomo e la società. Soprattutto: ciò che accadrà dipenderà da noi, non da un fantomatico destino cieco.

Piuttosto mi concentrerei su due certezze:
1. È cambiato e sta cambiando radicalmente il rapporto dell'uomo con il sapere e le modalità degli esseri umani di entrare in relazione tra loro.
2. Le competenze di base di comunicazione (per capire il mondo, farsi capire e per capire l'altro) sono richieste a tutti e non solo agli addetti ai lavori: sono come il "saper leggere e scrivere" di 50 anni fa.

Il problema è che in molti discorsi nefasti invece di cogliere la sfida 1 si resiste e si invoca un ritorno a un rapporto più gerarchizzato col sapere (cosa irrealizzabile visto che il web è già vita quotidiana di tutti: chi vorrebbe tornare indietro a chiedere il permesso a qualche autorità su cosa leggere e dove?). Dall'altra parte si sottovaluta la 2 e si fa poco: quante occasioni educative e culturali abbiamo per crescere nelle capacità di comunicazione nel loro senso più alto?

Essere e comunicare

Essere e comunicare, infatti, non sono due momenti distinti. Noi siamo ciò che diciamo, esprimiamo, trasmettiamo agli altri con le parole e con i nostri comportamenti. La comunicazione non è un'azione strumentale per trasmettere un messaggio, è relazione con l'altro che ci fa capire meglio noi stessi. Non si può non comunicare così come non si può non essere.

Oggi, ora, siamo in un mondo iperconnesso che con la dimensione online ha aperto possibilità di relazione prima neanche pensabili, è il momento di coltivare queste possibilità per renderle pienamente umane. Inutile fermarsi a dire "colpa della tecnologia". L'uomo è prima, dentro e dopo. La sfida ha aspetti tecnici ma è anzitutto umana e culturale.

I social e il web non sono venuti da un altro pianeta, non sono stati imposti da un invasore né sono spuntati dal nulla. Siamo noi esseri umani che abbiamo deciso liberamente, volontariamente e progressivamente di ampliare la possibilità di entrare in contatto con la diversità e diminuire le distanze. La tecnologia ci ha permesso di accelerare il processo e di universalizzarlo: mettendo letteralmente questa possibilità nelle mani di ciascuno.

L'interdipendenza 

È stata una mossa geniale. Una volta fatto però molti hanno reagito rifiutando il confronto con la diversità e aggravando la propria ignoranza chiudendosi in gruppi e tribù impermeabili. Possiamo prenderla male e cercare di correre ai ripari dicendo "abbiamo scherzato" (cosa tra l'altro inutile e irrealizzabile). Oppure possiamo vedere la realtà: abbiamo ancora molta strada da fare per essere pienamente all'altezza dell'interdipendenza radicale che ci siamo procurati.

È davvero così sorprendente scoprirci esseri costantemente bisognosi di evoluzione culturale e umana? A me sembra che se la storia dell'uomo avesse una trama, sarebbe sostanzialmente questa.

I social e il web sono ormai vita quotidiana delle persone. Non sono in concorrenza con i media perché non sono media in senso stretto. I media stessi vivono la loro dimensione online nel web. L'online è una dimensione relazionale che abbiamo aggiunto alle altre nostre possibilità umane. Una dimensione che è in continuità con tutte le altre offline e a esse inscindibilmente intrecciata: virtuale è reale.

Il ben vivere online

Sul web si possono costruire legami o romperli, arricchire le proprie conoscenze o chiudersi in bolle autoreferenziali. Tutto reale, concreto e pienamente riguardante la condizione umana.

Il punto quindi non è come usare il web (come se fosse uno strumento) né come influisce web su di noi (come se fosse un medium vecchia maniera); non è nemmeno come stare nel web (la metafora della piazza che non descrive esattamente la sua natura). La domanda pertinente è: come viviamo questa ulteriore dimensione relazionale che ci siamo procurati?


La #disputafelice a La lingua batte (Radio3)

sabato 8 aprile 2017

I social possono essere un luogo dove trovare solo conferme e chiudersi in bolle di opinioni omogenee ma possono essere anche occasione di costante messa alla prova delle proprie idee e convinzioni.

La differenza sta nel volerlo e nel cimentarsi nel confronto con l'altro, con chi vede il mondo in un modo diverso, con le informazioni che ci spostano e che ci costringono a ripensare alle nostre certezze. Avere a che fare con la diversità, cercare di riformulare il nostro pensiero davanti a chi non è d'accordo è la via per avere una visione del mondo più fondata, vagliata, attendibile.

È questa l'idea della disputa felice. Ne ho parlato a La lingua batte su Radio3 con Cristina Faloci, che ringrazio per la bella intervista:


La "massa silenziosa" è l'interlocutore più importante

sabato 1 aprile 2017

di Bruno Mastroianni, 1 aprile 2017



Le discussioni accese sui social ci possono far perdere la visione di insieme: ogni volta che interagiamo con alcuni interlocutori siamo letti e ascoltati da molte più persone, sia in tempo reale sia in differita, visto che alla conversazione potrà accedere chiunque, anche successivamente nel tempo.

Il pubblico più allargato presente, o potenzialmente presente, è la chiave per condurre dispute felici. Tenerlo in considerazione aiuta a non lasciarsi prendere dallo scontro. L’interlocutore diretto con cui si interagisce probabilmente ha ingaggiato la polemica proprio perché ha posizioni opposte e volutamente metterà alla prova le nostre idee, rifiuterà le argomentazioni, si farà offensivo e provocatorio.

È proprio in quel momento che pensare alla “massa silenziosa” che legge e ascolta può portare a un atteggiamento di distacco dalle aggressioni. Non fermarsi alla polemica circoscritta di colui che ho davanti aiuta a tenere la prospettiva sul meta-messaggio che arriverà al pubblico più ampio (quello disposto ad ascoltare).

La massa che non interviene infatti giudica soprattutto l'atteggiamento: siamo sereni anche quando provocati? Mostriamo sicurezza e pace o segni di cedimento al litigio? Ricordarlo ci aiuta a non scadere nel personale.

Non si tratta di te 

Il litigio infatti di solito fa anteporre il nostro io al tema che stiamo affrontando. Ci sentiamo i protagonisti e destinatari di ogni affronto, mentre la comunicazione è più efficace quando il nostro ego rimane in secondo piano. Dedicarsi al tema lasciando cadere le provocazioni aiuta a tenere a bada l’io che naturalmente si fa presente per difendere il suo onore.

Se non si cede al litigio, se si rimane focalizzati sul merito della questione, si perde la sensibilità verso gli affronti. Le provocazioni si mostrano per quello che sono: occasioni per spiegare meglio la propria posizione, perché i molti che leggeranno in silenzio osserveranno il nostro modo di fare di fronte all'ostilità. E questo livello "meta" rafforzerà le idee e le argomentazioni che stiamo sostenendo. Ogni interazione può diventare così occasione per dire molte cose con il comportamento oltre le parole.

Nella misura in cui ci saranno interazioni che non raccolgono provocazioni, che pazientemente argomentano, che serenamente rimangono sul tema anche quando l'altro trascende, ciò darà coraggio alla "massa silenziosa" per intraprendere lo stesso comportamento.

Se ci si pensa è la vecchia regola di comunicazione degli interventi televisivi: mai litigare con l'intervistatore o con gli altri ospiti in studio, ma pensare sempre al pubblico a casa che osserva e si fa un'idea su ciò che sosteniamo in base a come ci comportiamo. In tv come sui social l'atteggiamento vale tanto quanto (e a volte di più) di quello che si dice.








La comunicazione autentica e la post-verità (video)

mercoledì 22 marzo 2017

Un paio di settimane fa mi hanno invitato a intervenire a Milano a Cdo sharing su un tema che affrontiamo spesso ma su cui rischiamo altrettanto spesso di distrarci e di perderne l'essenza.

Post-verità, fake news e odio in rete sono infatti fenomeni che stanno a valle: a monte c'è il sovraccarico informativo in cui tutti siamo abitualmente inseriti. Il tema è quindi come è cambiato il nostro rapporto con il sapere, visto che è cambiato il nostro modo di accedere alle informazioni. Il formarsi di bolle di opinioni omogenee e di gruppi polarizzati che si cimentano in infiniti alterchi improduttivi online, ha la sua radice nella possibilità che oggi ciascuno ha di accedere a uno sterminato campo di informazioni e scegliere come rilevanti quelle che meglio confermano le proprie convinzioni, anche quando sono inattendibili o infondate.

È su questo livello – educativo e culturale – che si deve lavorare giacché è impossibile proporre modelli basati su forme di mediazione a priori che non torneranno. Oggi ciascuno è messo nelle condizioni, tramite uno smartphone di uso semplice e immediato, di accedere liberamente a questo sovraccarico e fare le sue scelte (spesso istintive e poco evolute). Occorre allora un'azione educativa e culturale che stimoli la libertà di ciascuno alla selezione intelligente delle informazioni (basata su attendibilità, prirorità, significati) e al desiderio di relazione con gli altri, per saper prendere decisioni efficaci.

La via maestra non può che essere il confronto con la diversità. Farsi capire da chi non è d'accordo, dal diverso, anche ostile, è l'azione virtuosa che ci porterà a cercare dati più fondati, argomenti più universali, idee e soluzioni più adeguate. L'uscita dalle bolle sta nell'entrata nelle bolle altrui: solo il prendere sul serio l'altro, avvicinandosi ai suoi giudizi e pregiudizi, per affrontarli disputando in modo onesto e autentico, potrà spingerci a non accontentarci di ciò di cui siamo già convinti e certi. È questa la disputa felice di chi ha intenzione di capire qualcosa in più sulla realtà invece di accontentarsi delle visioni precostituite in cui spesso si sente comodi e circondati dai propri pari.

Il mondo iperconnesso del sovraccarico richiede a tutti di mettere costantemente alla prova le proprie idee e convinzioni. In questo video abbiamo riflettuto su questo tema con Paolo Garavaglia e Stefano Lampetrico:

Tra i due litiganti il terzo rielabora (e gode)

mercoledì 1 marzo 2017

di Bruno Mastroianni


Per avviare la riflessione sulla #disputafelice prendo spunto da un post di qualche tempo fa in cui notavo che nel partecipare alla conversazione online ci viene spontaneo adottare una modalità di interazione istintiva, basata sull’accordo/disaccordo: di fronte a un certo tema di solito reagiamo opponendoci oppure ci adeguiamo esprimendo il nostro consenso con grande facilità. Lo vediamo accadere costantemente nei dibattiti sulle questioni di attualità.

Queste modalità però, pur essendo immediate e facili, sono di fatto anche le meno proficue. Procedere per continui consensi/dissensi, infatti, alla lunga chiude in una sorta di sistema binario delle opinioni, riducendo la nostra capacità di elaborare e rielaborare, di contribuire alla conversazione e di offrire qualcosa in più a noi e agli altri mentre discutiamo di significati e idee.

Reagire: due svantaggi 

Sono interazioni tipicamente reattive quelle che iniziano con “non sono d'accordo", “peccato che...", “è una vergogna...", e così via. Quante volte le vediamo nei commenti, nelle condivisioni, nelle risposte in gruppi di whatsapp? Quante volte il nostro primissimo modo di intendere e percepire una questione è posizionarci rispetto ad essa, ancora prima di averla valutata a fondo? Eppure farlo mette in difficoltà l'espressione del nostro pensiero, non la facilita.

Tecnicamente infatti questa modalità ha un doppio svantaggio. Il primo è che a diventare l'oggetto della conversazione è il dissenso stesso, tanto che il merito della questione viene oscurato. Chi inizia con “peccato che..." o "ma che dici" (altra espressione reattiva tipica) crea un clima per cui è quasi impossibile che l'altro prosegua ascoltando le motivazioni. Nella modalità reattiva la forma conflittuale usata oscura tutto il resto: anche se si parte per dirimere una questione, si finisce a soffermarsi sulla propria posizione (contrastante) rispetto quella dell'altro. Temi, idee, argomenti, finiscono in secondo piano.

Da qui il secondo effetto inefficace: reagire è sempre seguire il "gioco" di un altro. Alcuni con grande capacità approfittano di questa modalità per suscitare intenzionalmente reazioni e ottenere sdegno e critiche (in termini di dislike, commenti e risposte sdegnate) aumentando il peso dei loro contenuti. Alla base del clickbaiting e delle fake news, come anche delle azioni di certi “professionisti della provocazione”, c'è spesso lo sfruttamento di questa dinamica reattiva.

Adeguarsi: ovvero fare una dichiarazione di voto 

La seconda modalità è quella di adeguarsi. Rientrano in questa categoria i post e i commenti che plaudono a qualcosa o la esaltano esprimendo solidarietà, approvazione, adesione, ecc. In questi casi sono tipiche le forme come "sono d'accordo", "sottoscrivo!", "applausi per", "finalmente", ecc.

Anche in tale modalità lo svantaggio è che il merito del tema diventa secondario rispetto alla comunicazione della propria posizione. Non si discute veramente della questione, ma si fa una specie di dichiarazione di voto (di approvazione) rispetto all'opinione di un altro.

Si adegua anche chi cerca di intervenire costantemente su ciò che è nei trending topics anche se non ha molto da dire, pur di ricevere like facili. Sebbene tale modalità paghi in termini di popolarità e di peso online, lo svantaggio è dipendere da ciò che gli altri si aspettano e approvano. Non è un caso che chi si muove in questa ottica alla lunga difficilmente attira conversazioni realmente rilevanti. Anche qui il clickbaiting e le fake news, i discorsi populisti e “piacioni”, approfittano abbondantemente di questa modalità online.

Ri-elaborare: portare qualcosa nella discussione 

La terza è invece quella più interessante, anche se la più difficile: quella di andare oltre il semplice assenso o dissenso, per rilanciare e dire qualcosa in più rispetto alla corrente di opinione creata da un determinato fatto o da un certo contenuto in una conversazione.

In questa terza modalità ci si inserisce nella conversazione non per posizionarsi, né per ottenere consensi e like, ma per aggiungere qualcosa. Rientrano in questa modalità: le spiegazioni, le contestualizzazioni, l’espressione di dubbi pertinenti, la diffusione di dati rilevanti, le argomentazioni coerenti, le narrazioni alternative, i punti di vista inesplorati. 

Questa modalità è faticosa perché richiede essere distaccati dalla proprie posizioni, preparati sul tema, pronti a correggersi, capaci di parlare ventilando dubbi e possibilità più che certezze.

Chi rielabora si pone nell'atteggiamento collaborativo di chi prende per buono ciò che viene dagli altri, ma sa anche di evidenziarne i limiti, e si prende la briga di partecipare, senza chiudere o definire chi ha (o presume di avere) ragione.

Rielaborare è sostanzialmente lo sforzo di superare l'istinto primitivo a reagire o adeguarsi per fare un passo verso una dimensione più evoluta del confronto.

Ridare fiato alle conversazioni

Rielaborare è "faticare" per rimanere costantemente sul tema, rispettando la sua importanza, e disinnescando gli elementi di distrazione - come i litigi - che di solito sono estranei alla questione. Una persona che rielabora rivitalizza la conversazione, tra l'altro incoraggiando chi è disposto a discutere.

Spesso le conversazioni muoiono nell'ostilità perché nessuno si prende la briga di ridare fiato argomentativo tra i contrasti. Di fatto è questo l’unico modo per inserire davvero elementi nuovi nella discussione, al al di là dell'espressione di posizioni pregresse.

Lo sforzo di rielaborare può dare grandi soddisfazioni: cercare di farsi capire prima di "prendere posizione" fa diventare più umili, ironici, creativi e, spesso, anche più rilassati nel ricordare che, per quanto ci si possa affezionare alle proprie certezze, ci sarà sempre qualcosa da mettere in discussione, per capire meglio il mondo in cui viviamo.

Tra due (o più) litiganti il terzo, se rielabora, gode.




La "disputa felice": comunicare è farsi capire da chi non è d'accordo

mercoledì 15 febbraio 2017

di Bruno Mastroianni


C'è un effetto davvero positivo delle tecnologie digitali: ci stanno spogliando di tante sovrastrutture che, tutto sommato, ci rendevano pigri. Prima il nostro ruolo sociale, la nostra "posizione", era molto rilevante e in qualche modo ci teneva "al sicuro". Ora, con i nostri device in mano, non abbiamo difese: nel web siamo "uno tra gli altri" e, se abbiamo qualcosa da dire, dobbiamo dimostrare di saperlo fare sul campo. Non importa quanto siamo titolati.

La trasversalità delle connessioni creata dai social ha fatto sì che la diversità – che prima era un’esperienza specifica nella vita – è diventata un aspetto costante e ordinario: il confronto, il conflitto tra idee, la divergenza, sono diventati il modo naturale con cui avvengono le interazioni tra esseri umani. Questa "diversità ordinaria" ci ha sbattuto in faccia ciò che prima potevamo anche non vedere. L’ignoranza, la grettezza, l'odio, la mal sopportazione delle opinioni contrarie, erano qualcosa che si notava solo a tratti. Prima erano nel privato delle case e rimanevano nelle aree sociali circoscritte di dove avvenivano litigi; oppure si consumavano a mo' di show nei dibattiti mediatici; infine potevano sublimarsi in confronti tra persone colte in contesti culturali o accademici. In ogni caso erano sempre per poche persone, in tempi circoscritti. Ora riguardano ciascuno in ogni istante: perché tutti possiamo essere raggiunti dai post, dai commenti e dai tweet degli altri; giacché chiunque, senza permesso e senza filtri, può scrivere tutto ciò che gli passa per la testa.

In questo scenario il sapersi confrontare è una competenza che non spetta più solo ai mediatori culturali, ai diplomatici o ai comunicatori, ma a ogni persona. Grazie al web siamo diventati tutti – volenti o nolenti – “vicini” e non c’è scritto da nessuna parte che questo ci renda automaticamente dei “buoni vicini”. È qualcosa che dobbiamo conquistare giorno per giorno .

È finita l’epoca dei filtri, dei dibattiti preparati, della selezione dei pulpiti mediatici e della trasmissione strategica dei messaggi. È giunto il momento di imparare a confrontare le nostre opinioni sempre e comunque, senza litigare, magari trovandovi gusto e soddisfazione.

È finita anche l’epoca della selezione intelligente degli interlocutori. Per secoli la retorica ha insegnato che vale la pena iniziare dibattiti solo se l’altro è disposto a collaborare. Sarebbe bello poterselo ancora permettere ma, nel mondo dell’iper-connessione trasversale dei social, nessuno può avere il privilegio di escludere interlocutori. Anche un semplice genitore su una chat di WhatsApp della classe, può trasformarsi nel peggior hater di sempre. Rinunciare a dialogare con lui significherà lasciare una moltitudine di persone in balìa di quell'odio. Solo nella misura in cui ci sarà qualcuno disposto a disputare anche con chi è ostile, cambieranno veramente le cose.

Serve insomma intenzionalità e impegno. Perché nonostante siamo gettati in questa situazione di costante confronto non abbiamo abbastanza occasioni per imparare a disputare con il diverso. Non lo studiamo a scuola; non è detto che la professione lo richieda; in famiglia e nei nostri contesti sociali ristretti spesso non riusciamo a farne adeguata esperienza. Eppure tutti, da quando abbiamo uno smartphone in mano, siamo coinvolti nella conversazione pubblica e "costretti" a confrontarci con altri anche molto distanti da noi.

Ecco perché, dopo la #guidasocial (a cui mi sono dedicato negli scorsi mesi), da oggi in poi su questo blog inizierò una riflessione sulla possibilità di trovare pace e felicità nel confronto con l'altro. Io la chiamo la #disputafelice: credo che sia possibile sostenere in modo pacifico la divergenza sia quando c'è semplice disaccordo ma anche quando l'altro vuole litigare o non ne vuol sapere.

Anticamente si diceva che una cosa la conosci solo quando la sai insegnare a un altro (Seneca). Einstein sosteneva che padroneggi solo ciò che sai spiegare a tua nonna. Oggi, nell’epoca della disputa generalizzata e del mondo iper-connesso, cambierei prospettiva: comunicare è farsi capire da chi non è d’accordo. Questa è la #disputafelice, che da oggi cercherò di esplorare in queste pagine.

Attendo, per definizione, suggerimenti, critiche e contributi.



L'altro visto da vicino. Umanizzare le relazioni digitali

sabato 28 gennaio 2017

di Bruno Mastroianni



Nel dicembre 2006 la rivista Time, per celebrare internet, sceglieva come persona dell’anno “You” (Tu) e poneva in copertina un personal computer dallo schermo riflettente, accompagnandolo col titolo “Tu controlli l’epoca dell’informazione, benvenuto nel tuo mondo”. Dieci anni dopo, nell’agosto del 2016, lo stesso settimanale dedicava nuovamente la copertina a internet, stavolta con la raffigurazione di un troll – l’essere fantastico che nel gergo del web rappresenta chi scatena polemiche e litigi inutili – con il titolo: “Perché stiamo perdendo internet a causa della cultura dell’odio”. Cosa è successo? Sono bastati solo dieci anni perché l’entusiasmo per le possibilità dell’informazione personalizzata si esaurisse?

 In effetti dobbiamo ammetterlo: in questo periodo tutti proviamo un certo disagio per quello che accade sul web. Ci sembra che Facebook, Twitter, gli spazi di commento alle notizie dei media siano terreni di continuo scontro. La presidente della Camera, Laura Boldrini, decide di pubblicare gli insulti che riceve; il caso di Tiziana Cantone – la ragazza che si è tolta la vita a causa della diffusione di un suo video a luci rosse sul web – ha lasciato tutti scossi; i gruppi di WhatsApp formati dai genitori delle scuole sono stati oggetto di dibattito per essersi trasformati in arene di confronti efferati che ostacolano il sereno svolgimento del lavoro dei docenti.

Due tentazioni

Di fronte a tutto questo la prima tentazione, alimentata spesso da certi commenti sui media, è di difendersi e “spegnere”, come se la tecnologia fosse il centro del problema: mettendola su off si ha la sensazione di potersi in qualche modo preservare da una modalità di comunicazione che appare primitiva, brutale, disinformata, inconsapevole e dannosa. La seconda tentazione è di distanziarsi dal problema. “Il popolo del web”, “i troll”, “gli hater”, “La rete è violenta”: sentiamo spesso usare queste espressioni per descrivere fenomeni online come fossero dovuti a entità distanti dotate di una loro indipendenza e non collegate alle scelte libere di esseri umani in carne e ossa.

Così facendo, concentrandosi cioè su strategie preventive (“spegni che ti fa male”) e distanzianti (“la rete promuove l’odio”), rischiamo di mancare il cuore del problema a cui lo scenario digitale ci sta invece richiamando con forza: le persone e il loro grado di libertà nel gestire le relazioni online. La tesi che sostengo è che solo nella misura in cui saremo capaci di fare uno sforzo di azione sul campo (non-preservativa) e di avvicinamento (non è la rete ma gli uomini che fanno scelte online) potremmo avviare un’azione educativa e culturale efficace per un’umanizzazione del web.

Né medium né piazza virtuale: relazioni

Dapprima occorre però sgombrare il campo da alcune ambiguità che spesso viziano l’interpretazione del mondo digitale, che non permettono di vederlo per ciò che è realmente. La prima di queste idee – che proviene da schemi interpretativi legati al precedente scenario di comunicazione di massa – è l’equiparazione di internet a un medium così come lo intendevamo un tempo.

La metafora del web come mezzo non riesce a cogliere la vera novità dello scenario in cui siamo immersi: quella online è una dimensione in cui siamo inseriti grazie a uno strumento (i nostri smartphone o i nostri computer), ma lo strumento non ne esaurisce le caratteristiche. Infatti quello che accade online è lo svolgimento di relazioni fra umani. Rivolgere l’attenzione solo al mezzo, come fosse un giornale o un canale televisivo, ci spinge a ragionare su una dicotomia offline/online che nella vita di tutti i giorni non si presenta.

Un tempo, leggere un quotidiano o guardare la TV era un preciso momento della giornata che richiedeva l’uso specifico di un qualche mezzo (non a caso la terminologia “accendere” o “spegnere” è propria della TV). Oggi invece ognuno vive costantemente online e offline senza una vera soluzione di continuità, giacché interagisce con altri in varie modalità, siano esse in presenza (un incontro) o attraverso una mediazione digitale (ad esempio un messaggio di WhatsApp), senza distinguere realmente questi momenti. Sono semplicemente modi diversi di fare la stessa cosa: entrare in relazione.

L’altra metafora dei social che non ne descrive tutta la ricchezza è quella della “piazza virtuale” in cui ci si incontra e discute. Porre l’accento su caratteristiche ambientali e spaziali – il web visto come luogo – è inadatto a descrivere ciò che internet è veramente: un insieme di relazioni tra esseri umani. Relazioni che sono svincolate da qualsiasi limite spaziale e nient’affatto virtuali: offendere online è offendere veramente, non è una finzione. Di fatto, il web di per sé non esiste: il web siamo noi in connessione. Se ci concentriamo sui dispositivi, sulle antenne che connettono, sulle tastiere e i touch screen, perfino se valutiamo le piattaforme in sé – come Facebook e Twitter – non troviamo in esse ciò che caratterizza realmente la natura di internet, che è fatta sostanzialmente dalle persone e dal loro modo di interagire.

Non è la rete, è la libertà umana

 Da questa prospettiva si possono correggere – o meglio osservare in modo più proficuo – i fenomeni che abbiamo menzionato prima. Non è la rete (distante e incontrollabile) che ha espresso odio nei confronti della presidente Boldrini, ma una serie di persone (in carne e ossa) che hanno scelto più o meno liberamente (probabilmente meno) di interagire con lei in modalità aggressiva. Non è la rete che ha portato al suicidio Tiziana Cantone, ma l’insieme di like, condivisioni, commenti sessisti e irrispettosi che esseri umani hanno posto in modo più o meno intenzionale al video che circolava online. Non esiste un “popolo del web” distante e misterioso, esistiamo noi che compiamo online atti degni o indegni.

Nel momento in cui si assume questo punto di vista, si ristabilisce l’ordine che ci permette di progettare possibili azioni. Occorre lavorare sull’umano e sull’umanità, consapevoli che la tecnologia ci sta abilitando a possibilità di relazione mai viste prima (nessuno avrebbe mai potuto interloquire in modo diretto con la presidente della Camera) che richiedono maggiore consapevolezza e competenza. Non è l’abilitazione in sé (lo strumento tecnologico) che provoca il comportamento negativo, ma la mancanza di strumenti educativi e culturali per vivere in piena umanità tale abilitazione. Dall’altro lato, la tecnologia non può e non deve essere né ignorata né messa da parte, semplicemente va presa in considerazione nel suo potenziare le capacità umane, siano esse le migliori come le più deleterie.

Tecno-scettici e tecno-entusiasti

Da questo punto di vista le due posizioni estreme si assomigliano: sia i tecno-scettici – quelli cioè che invocano l’off e i limiti alla tecnologia – sia i tecno-entusiasti – che vedono in essa esclusivamente progresso e opportunità – compiono lo stesso errore valutativo: sacrificano all’aspetto tecnico-strumentale la centralità della persona. Rimesso l’uomo davanti allo smartphone e in relazione con altri all’interno dei social network, si può allora riconsiderare la situazione nel suo complesso.

Se ripartiamo dalle copertine di Time, possiamo trovare una nuova ottica da cui osservare il fenomeno dell’odio, della disinformazione e degli scontri che sembrano ormai inevitabili sul web: non sono una novità assoluta, quanto piuttosto una manifestazione potenziata di difetti e limiti umani da sempre presenti.

Ciò che prima rimaneva nascosto e circoscritto in contesti sociali ristretti (pensiamo all’ignoranza e all’analfabetismo) oggi è diffuso, visibile e misurabile, giacché tutti, senza nessuna selezione, possono scrivere e pubblicare online tutto ciò che passa loro per la testa, con un ulteriore effetto negativo: persone che condividono pregiudizi e credenze infondate hanno la possibilità di incontrarsi online con una facilità inedita rispetto al “mondo reale”, alimentando uno spirito di chiusura in gruppi dalle opinioni omogenee impermeabili al confronto. Guardare in faccia tutto questo, poterlo vedere e misurare, può essere un vantaggio.

Non basta mettere su "off"

La risposta non è unicamente quella di spegnere. Non si tratta di concentrarsi su quando e quanto mettere su “off” – evitare pericoli è solo un punto di partenza –, il vero campo che chiede urgente risposta è cosa succede dal momento in cui si mette “on” in poi.

È lì che servono percorsi per imparare a coltivare relazioni online di qualità. Il problema che abbiamo delineato sulle divisioni e sugli scontri è, infatti, anzitutto un problema di distanza. Ogni considerazione della realtà “dall’alto” – la cosiddetta helicopter view –, sebbene sembri il modo migliore di vedere, di fatto priva la realtà di una delle sue caratteristiche salienti: le persone.

Pensiamo alle mappe delle religioni del mondo: cosa rappresentano, se non una serie di divisioni? Pensiamo a un campo profughi visto dall’alto: che cosa è, se non un insieme indefinito di baracche degradate? Ma queste visioni descrivono quelle realtà o piuttosto mancano della vita delle persone che di quei mondi sono protagoniste?

La fonte di scontri e litigi

È qualcosa che nel web accade spesso: la fonte di molti litigi è l’istinto distanziante che non vede le persone. Si vede l’altro da lontano, a partire dalle differenze di vedute, dalle sue idee e sovrastrutture. Questo “altro distanziato” diventa allora di volta in volta antagonista, nemico, avversario, un diverso da cui difendersi: lo si “perde” come persona.

Che succede invece se, in tutti i casi che abbiamo citato, si fa il movimento opposto? Se ci avviciniamo, il profugo si mostra per quello che è: una persona – come me – in una condizione di bisogno; l’esponente dell’altra religione, al di là del suo modo di vestire, di parlare, di vedere il mondo, si presenta come un mio simile che crede in cose diverse; persino l’avversario ideologico lo posso prendere per ciò che è: uno come me che si è fatto un’idea differente del mondo.

Da vicino, nonostante mondi e schemi diversi, ci si riconosce tra persone. E si ha meno paura. È esattamente ciò a cui sta invitando, credenti e non, Papa Francesco con il suo comportamento. Il Papa vive la modalità di avvicinamento all’altro come stile di vita. La sua insistenza per gli ultimi non è altro che questo: il mondo si vede bene non dalla distanza della visione aerea ma dal basso del contatto con chi sta nella posizione più svantaggiata.

L'altro visto da vicino

Occuparsi degli uomini a partire dalla loro realtà così come è, fosse anche la condizione di ignoranza e disinformazione o la modalità violenta di espressione di odio online. Se è vero che il web sta intrappolando persone in bolle di opinioni (confuse e infondate), la soluzione non sarà vietare internet o osservare il fenomeno dalla distanza, per preservarsi, ma entrare in quelle bolle per tentare di dissiparle con pazienza, vicinanza, cercando di fare appello alla libertà e alle migliori qualità umane.

Capendo che le differenze e le divergenze – seppur manipolate, istintive, deleterie – costituiscono ciò in cui l’altro crede e che, per quanto sbagliato, è pur sempre ciò su cui ha investito l’esistenza: provengono dalla dimensione umana più profonda.

Qualche giorno dopo la pubblicazione da parte della presidente della Camera dei suoi aggressori online, il quotidiano La Repubblica ne ha intervistato uno. Una signora qualunque, che alla domanda sul perché avesse aggredito verbalmente Laura Boldrini ha risposto: “Non lo so nemmeno io, sarà stata la rabbia per come mi sento quando torno dal lavoro. Ho 61 anni, mi hanno rifiutato la pensione di invalidità anche se ho avuto tre interventi alla schiena. (…) Non volevo offendere lei, era un insulto a tutti”.

Da lontano l’avremmo definita “hater”, inserendola in quella categoria vaga e distante che ci invita a temere il web. Da vicino ci appare per quello che è: una persona che ha bisogno di aiuto e comprensione.

Non stiamo perdendo il web, né siamo destinati alla cultura dell’odio e della disinformazione. Online come in ogni altra situazione umana, le persone in quanto libere possono sempre fare la differenza. Si tratta solo di occuparsene. Occorre tornare a credere nella libertà e nella possibilità di essere responsabilmente umani anche con uno smartphone in mano collegato con il mondo.

(Una versione più ampia dell'articolo è stata pubblicata qui)

Il problema non sono le fake news ma il sovraccarico di informazioni (e di libertà)

domenica 15 gennaio 2017

di Bruno Mastroianni


Il problema non sono le fake news (le bufale) il problema è il sovraccarico informativo in cui tutti, senza esclusione, viviamo.

Il tema delle troppe informazioni c'è da sempre. Ogni campo del sapere umano è abbastanza vasto da non permettere a nessun singolo individuo di poterlo padroneggiare. Per questo i professori ci fanno da guida nella selezione dei contenuti da studiare, per questo quando abbiamo una necessità ci rivolgiamo a professionisti che ci aiutino a prendere decisioni, selezionando informazioni rilevanti tra le infinite possibilità.

Dividiamo gli esperti dai neofiti proprio in base a quanto sappiano districarsi nel sovraccarico: i primi hanno passato più tempo e speso più energie a vagliare, confrontare, mettere alla prova (sul campo o teoricamente) le diverse possibilità. Ogni settore ha il suo sovraccarico e i suoi esperti che faticano e "lottano" quotidianamente per districarsi tra le informazioni, per individuare le più rilevanti e significative allo scopo di fare scelte efficaci.

C'è una professione però che, da sempre, ha avuto un compito trasversale rispetto al sovraccarico settoriale: quella dei giornalisti e dei comunicatori. Il loro compito è sempre stato quello di entrare nel sovraccarico degli altri (e delle loro conseguenti selezioni) per porre in atto una seconda cernita e renderla comprensibile e digeribile al grande pubblico. La loro professionalità – fatta di scelta delle fonti, verifiche, considerazione della rilevanza delle informazioni – li ha sempre messi nelle condizioni di guadagnarsi il ruolo di mediatori nell'individuare notizie e nel saper sottoporre all'attenzione dei più ciò che veramente conta.

Ora il punto è che con la rivoluzione digitale quell'accesso al "sovraccarico dei sovraccarichi", che prima competeva quasi solo ai giornalisti, è ora nel palmo della mano di ciascuno. Connessi in rete abbiamo a disposizione un mare di informazioni non selezionate, non controllabili, non vagliate da nessuno. E siamo anche stati abilitati a contribuire a nostra volta all'iper-sovraccarico, giacché con i nostri post, tweet, retweet e condivisioni, abbiamo il potere di dare peso, voce, spazio a qualsiasi contenuto di fronte a chi è connesso con noi, senza alcun controllo da parte di alcuna autorità.

La radice delle bufale, dei comportamenti primitivi e della post-verità è qui: nel sovraccarico dei sovraccarichi in cui tutti siamo stati gettati senza più alcun filtro o mediazione. Questo ha cambiato il mondo, sopratutto per chi, prima, aveva il ruolo di mediatore.

E non è un problema di metodo o procedure, ma esistenziale: siamo gettati nel mare del "tutto e contrario di tutto" e non si può tornare indietro. Inutili le proposte di giurie (popolari o esperte) che distinguano ciò che è vero dal falso, o di algoritmi virtuosi o regole varie per aggiustare ciò che non ha possibilità (né bisogno) di essere aggiustato. Sono proposte che nascono dalla nostalgia della mediazione.

Può sembrare uno scenario terrificante, e invece è una grande occasione. Perché, nonostante siamo gettati nel sovraccarico dei sovraccarichi, rimaniamo liberi. Possiamo confonderci al massimo, mischiando i sovraccarichi nostri e altrui reagendo e provando odio per ciò che ci contraddice, è diverso, è minaccioso; oppure possiamo scoprire che la possibilità di confronto e "messa alla prova" delle nostre informazioni e convinzioni ha raggiunto dimensioni mai viste prima. Sta solo a noi.

Quel che è sicuro è il definitivo tramonto della mediazione a priori: non ci sarà più un'autorità, un sostituto, una guida supplente, che possa intervenire prima e al nostro posto. Il mare di informazioni in sovraccarico è ormai il nostro ambiente vitale abituale. Non abbiamo alcuna possibilità di esserne preservati, abbiamo solo bisogno di strumenti culturali adeguati per imparare a viverci in modo proficuo.

Cosa ci spaventa? Il ritorno in primo piano della intenzionalità e della scelta. Due cose che non competono a nessun mediatore né autorità, che non possono essere imposte né controllate: spettano solo alla libera iniziativa di ciascuno. Le fake news, l'odio in rete e lo stesso sovraccarico informativo, sono solo sintomi; non di una malattia ma di una realtà: dobbiamo trovare strade per vivere all'altezza della grande libertà che ci siamo procurati. È un'ottima notizia.






7 propositi social per per vivere felici e connessi nel 2017

sabato 31 dicembre 2016


Se il 2016 è stato l'anno di hater, webeti e post-truth, l'arrivo del nuovo anno ci dà l'occasione per fare un po' di buoni propositi online. Io qui ne propongo 7 per un 2017 in cui vivere sui social felici e connessi:

1. Ara il campo anche quando sembra un terreno di scontro. Grazie ai social tutti hanno voce in capitolo, è normale che molti si dedichino a polemizzare, eccepire, aggredire. Ma non è una buona scusa per me e per te: se abbiamo qualcosa da dire, disponiamo di tutto lo spazio e le possibilità tecnologiche per farlo. Se investissimo il nostro tempo online a proporre e costruire non ci avanzerebbe per inveire.

2. Da' ciò che è tuo. Sul web c'è già tutto e il contrario di tutto. Non serve che tu e io aggiungiamo l'ennesima manciata di byte, a meno che non sia realmente rilevante. Il sovraccarico informativo si cura con la sostanza: se conosci i dati e i fatti, se li sai mettere nel loro contesto, se parli di ciò su cui sei competente e ti confronti con le voci degli esperti e dei testimoni diretti, allora ogni tuo post sarà un vero contributo. In alternativa si può sempre tacere. Nel web ci sarà qualche byte a caso in meno.

3. Alza il tiro. È vero, i trend pagano. È vero, rispondere a tono "fa like" e attira l'attenzione. Ma che soddisfazione c'è se si rimane in un costante attualismo privo di nuove proposte? Rielaborare, ripensare e far notare ciò che non era stato considerato; è vero, costa di più e richiede fatica, ma che soddisfazione non essere sempre e solo in scia...

4. Gestisci le tue fonti. Prima era un lavoro per giornalisti ma oggi, ognuno di noi con il suo smartphone è stato ammesso a un nuovo Ordine (non professionale ma umano): quello di chi si gestisce le informazioni da sé. Ce n'è abbastanza per imparare a capire cosa è attendibile e cosa no.

5. Dirigi le tue timeline. Se l'algoritmo ti dà sempre ragione non è buon segno: la tua finestra sul mondo è diventata uno spioncino che guarda sul tuo orticello. Sorprendi il tuo algoritimo, confrontati con chi la pensa diversamente, considera chi non parla la tua lingua. Ne vedrai delle belle (e anche di nuove).

6. Diventa un rompi-bolle. Gli schemi, le barriere, i riferimenti culturali ci tengono nel tepore confortevole delle nostre certezze. È in quella zona di sicurezza che tendiamo a creare coesione con gli affini. Allora, per togliere argomenti a chi è scettico sui social, c'è solo una strada: uscire dalle nostre bolle per entrare in quelle degli altri. È lì che – tolte le sovrastrutture che ci portiamo inevitabilmente appresso – ci accorgiamo di ciò che siamo: persone con idee diverse, sarebbe uno spreco non incontrarle.

7. Esplora gli altri mondi. Per nessuno è stato facile, a causa dei social, imparare a confrontarsi con persone provenienti da mondi così lontani. Quando mondi diversi si incontrano, quello che accade è un momento di grande libertà: un essere umano è di fronte a un altro essere umano, i loro linguaggi, il loro orizzonte di riferimento, i loro giudizi e pregiudizi si confrontano. Sta a noi decidere come impostare questo incontro tra persone, per trasformarle in relazioni piene di senso o in alterchi continui pieni di smarrimento.



Il web si vede bene solo da vicino - ovvero diffidare delle analisi a distanza

giovedì 15 dicembre 2016

di Bruno Mastroianni


I social ormai sono croce e delizia di tutti noi: chi li odia, chi li ama, chi li ama per diffondere le sue invettive contro i social stessi, chi li odia ma scrive cose così fondate da contribuire al loro sviluppo. C’è di tutto. È proprio questo, a mio avviso, il bello.

Trovo meno bello invece quando le invettive o i sospetti sui social partono da chi i social non li frequenta e li prende sottogamba, come fossero una “diavoleria” di poco conto.

Rientrano in questa schiera:

- I grandi pensatori che scrivono interi libri ma poi sui social non li trovi neanche a pagarli. Dove hanno “rubato” le informazioni? Vanno a caso? Hanno fatto copia e incolla da internet? Scopiazzano dai testi di chi sta su Fb e Tw tutto il giorno a faticare? Parlano per sentito dire (magari dal nipote nerd)? Poi non c'è da meravigliarsi se le loro tirate oscillano tra il trattare questi "nuovi strumenti" con sufficienza o demonizzarli: in entrambi i casi si perdono la vera natura dei social come luoghi di relazioni digitali tra persone e contenuti. Come facciano a dire qualcosa di queste relazioni senza osservarle sul campo è da capire...

- La persona che a ogni conferenza alla fine si alza e dice: "comunque è meglio spegnere ‘sti cosi”. Già altrove ho sostenuto che esiste una vera e propria organizzazione di “web-scettici” radicatissima nel territorio: si infiltrano a ogni convegno sul digitale per mandare tutto a monte proprio alla fine, dopo la tua lunga e preparatissima relazione con dati, slide e ragionamenti impegnativi.

- Gli allarmisti che gettano nel panico intere moltitudini gridando che "Facebook ti ruba i dati” (sei tu a digitare ogni singola info, mai nessuno ti ha obbligato) o che “ti scambia i like degli amici per confonderti” (sui social viviamo di like - alcuni letteralmente - pensi che faremmo passare liscia una cosa simile?) oppure “Facebook ti dice le notizie false” (in realtà è in tuo potere cercare almeno una conferma prima di mettere like all’ultimo titolo di pancia).

- Gli “io vivo benissimo senza il Web”. Di solito te lo dicono su WhatsApp mentre con il navigatore stanno cercando di raggiungere la sede della filiale della loro banca dove non erano mai stati perché finora facevano tutto online ma oggi purtroppo non c’è connessione. Amico: ci sei dentro fino al collo.

- Infine la mia categoria preferita: quelli del “prima era meglio”. Era meglio il telefono rispetto a WhatsApp, erano meglio i giornali rispetto Google, erano meglio i parchi giochi che i social network. A loro mi piacerebbe far conoscere i "colleghi" delle svolte tecnologiche precedenti: era meglio la radio della TV, era meglio conversare dal vivo che per telefono, era meglio la campagna che la città. Chissà se andando a ritroso si arriverebbe a dire che alla fine era meglio quando vagavamo al buio, nudi e infreddoliti, scappando da ogni predatore e nutrendoci di vermi…

Il fatto è che per nessuno è stato facile ritrovarsi in pochi anni in questo ibrido tra l’epoca della comunicazione filtrata da alcuni (quella dei mass media) e l’epoca della conversazione generalizzata aperta a tutti. Fa paura. C’è di mezzo la libertà, la capacità di confrontarsi, l’umiltà di riconoscere che le posizioni di rendita non servono più (professori, presidenti, onorevoli, ne fanno esperienza quotidiana).

Non serve nemmeno dare la colpa a qualcuno: l’algoritmo! Zuckeberg! Il popolo del Web! La realtà è che ci siamo tu ed io in conversazione con altri, in modo facile e immediato, in mezzo a una moltitudine enorme di contenuti. Certo, si può fingere, manipolare e anche approfittarsene. Si possono confondere le idee, si può disinformare, fare soldi o acquisire potere sulla pelle degli altri. Oppure si può fare altro e costruire. Il punto infatti è che, mai come prima, grazie ai social abbiamo la grande e faticosissima opportunità di imparare un po’ meglio a usare della nostra libertà al momento di comunicare e informarci.

È un peccato giudicare frettolosamente questa grande palestra di relazioni umane tenendosi a distanza.




Dimmi come stai online e ti dirò chi sei - fenomenologia dei tipi social

domenica 27 novembre 2016

di Bruno Mastroianni


Ogni volta che interveniamo sui social presentiamo una certa immagine di noi stessi. Vale per i commenti ai post altrui, vale per i tweet, vale per ciascuna foto su Instagram: la somma di questi atti costruisce (nel bene o nel male) la nostra reputazione.

Questa dimensione, che per un professionista della comunicazione è pane quotidiano, può a molti sfuggire perché si è convinti di poter stare sui social in modo casuale, come se non importasse più di tanto... Invece è cruciale: online dimostriamo chi siamo, molto più di quanto non lo facciamo in presenza.

Non occorre diventare dei paranoici calcolatori di ogni possibile conseguenza di ciò che postiamo, basta un po' di autoironia: di tanto in tanto dovremmo valutare con distacco ciò che stiamo facendo, per vedere l'effetto che fa.

Ecco alcuni comportamenti tipici sui social in cui spesso rientriamo. Considerarli ci può aiutare a migliorare sempre più nel nostro modo di interagire con gli altri. Se non altro potremmo ridere di più di noi stessi.

Fenomenologia dei tipi social

- L'uomo a due dimensioni: l'uomo a due dimensioni posta e commenta in base al suo mondo binario: sono d'accordo / non sono d'accordo. È facile ritrovarlo a inseguire i post di giornalisti e opinionisti mentre esprime nei commenti approvazione o si dissocia (soprattutto laddove nessuno glielo ha chiesto). Talvolta lo puoi osservare intento a condividere contenuti raccapriccianti solo per annunciare al mondo la sua disapprovazione. Lo troverai sempre a dirti se è d'accordo o no con ciò che hai scritto, anche quando scrivi poesie. In rari casi – ma non è impossibile visto che si fa prendere facilmente la mano – potresti trovarlo a dissociarsi dal fatto che è il tuo compleanno.

- Il referendario: è una versione più interattiva dell'uomo a due dimensioni. Qui il mondo binario diventa domanda: sei d'accordo / non sei d’accordo? Quando il referendario entra nella sua fase iperattiva è difficile seminarlo: sei d'accordo con quello che ha detto Renzi / il Papa / Totti / Trump / ecc.? Quando inizia così è impossibile non dargli risposta. Non importa che tu stia cercando di dire cose diverse: il referendario, inflessibile, vuole sapere che posizione assumi. Ovviamente qualsiasi risposta darai sarà tendenzialmente sbagliata.

- L'olistico (anche detto lo hegeliano): per l'olistico valgono solo discorsi completi. Non importa che siamo sui social. Non importa che Twitter permetta solo 140 caratteri. L'olistico vuole che ogni argomento sia completo ed esaustivo. Lo puoi trovare in due versioni. Quella attiva in cui esprime ciò che pensa iniziando dalla prospettiva storica per finire nell'attualità citando gli ultimi studi sul tema (anche quando si parla di gattini). Ben più interessante la sua versione passiva: ogni volta che pubblichi qualcosa sarà capace di farti notare la parte che manca, i dati che non hai considerato, gli aspetti che non hai eviscerato. I giochi di parole, le metafore, le immagini icastiche sono suoi nemici giurati: li combatte stigmatizzandone la loro pericolosa deriva selettiva e inesaustiva.

L'epperoista: versione meno pretenziosa dell'olistico, si limita a far notare un aspetto che non era stato considerato nel post su cui avevi messo tanto impegno. Lui non vuole completezza, semplicemente trova necessario citare ciò che non è stato volutamente considerato. Se si parla di naufragio di migranti, ti ricorda i rapporti tra Putin e Usa; se si discute di elezioni sente il bisogno di non dimenticare il mercato cinese. Versione social del "benaltrista", non gli importa di dare la sensazione di andare a casaccio, per lui è una questione di allargare la visuale, in una qualsiasi direzione.

- L'autocitantesi: non importa ciò che scrivi, non importa ciò che leggi, non importa cosa sia scritto in quell'articolo che hai condiviso: qualsiasi contenuto è già stato affrontato da lui in precedenza nei suoi post o nel suo blog. Puoi anche pensare di aver detto una cosa sensata ma lui riuscirà a mostrarti che l'aveva già detta. C'è anche l'autocitantesi di lungo corso che andava dicendo certe cose "fin dagli anni '90". Non c'è cosa che tu possa dire che lui non abbia già detto, scritto, fatto da qualche altra parte: lui sarà sempre lì a ricordartelo (con link a suoi spazi ovviamente).

- Il monolibromaniaco: ha scritto un libro e vuole essere sicuro che il mondo lo sappia. Tre post al giorno con la copertina non possono bastare per questa missione. Occorre riportarlo anche nei commenti a post altrui, trovando collegamenti tematici anche improbabili: come quella volta che l'autore di "Vestiti di bianco" continuava a citare @pontifex su Twitter in attesa fiduciosa di un retweet. C'è solo una cosa che può fermare il monolibromaniaco nel postare la copertina del suo libro: il libro successivo (ammesso che lo scriva).

- Il categorizzatore: il mondo è bello perché è ordinato. Per ogni cosa che dici lui sa dirti a quale categoria ideologico-politica appartieni. Dici così è perché sei progressista / conservatore / cattolico / ateo... Questo tipo social si presenta in forma classica ("sei comunista", "sei di destra", "sei cattolico", "sei ateo"), oppure in forma attuale ("sei tecnoentusiasta", "sei un lgbt", "sei un omofobo"). In entrambe le forme vede la vita come una dispensa ordinata di barattoli etichettati in base alle idee. E non se le gusta quasi mai...

- Il personalizzatore (anche detto lo "zio imbarazzante"): è proprio nel giorno in cui metti sulla tua timeline il link all'articolo di Science che hai scritto in inglese, che compare lui, lo zio / il cugino / l'amico di famiglia poco avvezzo ai social che nel commento rivela: "sono fiero di te, e pensare che ti facevi la cacca addosso quasi ogni giorno da piccolo". Grazie zio/parente, anche a nome dei 380 like al post e le 112 condivisioni che lo hanno diffuso in tutta internet! Il personalizzatore c'è anche in versione aggressiva: "fai sempre così", "tipico tuo scrivere queste cose"... quando commenta un post in questa maniera, ricorda il categorizzatore: non gli importa cosa pensi, deve trovare una ragione per evitare di prender le tue idee per quel che sono.

- L'eteronomico: lo dice la Costituzione, lo dice l'Europa, lo dice la Scienza, lo dice il Catechismo, lo dice... da qualche parte c'è un'autorità sempre pronta per la citazione. La sua versione più aggressiva cita autorità che "dovresti riconoscere" per dimostrarti che hai torto. Ovviamente le sue citazioni sono sempre orgogliosamente fuori contesto. Quello che non riuscirai mai a ottenere da lui è sapere cosa pensa... a parole sue.

- Il plotiniano: tutto si rifà a un unico principio da cui scaturisce il molteplice. Dall'omofobia al gender, dai poteri forti alla massoneria: per il plotiniano tutto si spiega sempre attraverso una motivazione da cui deriva tutto. Inutile che cerchi di complicare le cose, il problema è quello, lascia stare che non si può dimostrare, è così bello e nitido... sarà vero.

- Il distruttore di mondi: potresti scambiarlo per un troll o un hater, ma questi in confronto sono solo dei pivelli occasionali. Il distruttore di mondi sa sempre trovare il modo più efficace per offendere o disprezzare i valori in cui crede qualcuno. Ed è inutile farglielo notare, il distruttore ti accuserà di deriva politically correct che impedisce di dire qual è la verità: quella che a lui piace.

- L'acchiappalike: se muore una star del rock, lui fa il post (anche se non l'ha mai ascoltata); se c'è un terremoto lui twitta con l'hashtag più usato (anche se diffonde notizie infondate sulla magnitudo). Foto di gattini, frasi a effetto, clickbaiting, sensazionalismo a buon mercato. Non c'è tema su cui non abbia qualcosa da dire se dietro c'è un like da acchiappare. Un tempo lo avremmo chiamato qualunquista (a Roma: piacione); oggi invece, avvolto nella sua coltre di engagement, va a finire che lo dobbiamo prendere sul serio: senz'altro ce lo ritroveremo dappertutto in timeline al prossimo trending topic.



- Io e te: questo è il tipo social più insidioso. È quello che ha le caratteristiche di tutti i precedenti ma se ne sente immune. Vede i problemi del web e li attribuisce sempre a un distante "loro". Non si accorge che gli hater, i troll e tutti gli altri possibili tipi primitivi online non sono "l'internet" o "il popolo del web", ma siamo semplicemente noi.

Ok, siamo nell'epoca della post-verità ma pre c'è sempre l'uomo

giovedì 17 novembre 2016

di Bruno Mastroianni


Post-truth è stata scelta come parola dell'anno da Oxford Dictionaries per designare il fenomeno della disinformazione che corre sul web e condiziona la vita delle persone. Il termine è interessante e descrive bene la realtà però non dimentichiamo: la novità non è il fenomeno in sé (cioè la tendenza dell'uomo a credere a informazioni anche false se confermano i suoi pregiudizi) ma la sua misurabilità (grazie al web).

 Prima, semplicemente, si vedeva meno. L'ingoranza, la credulità, le superstizioni, ogni forma primitiva di rapporto con le informazioni e la conoscenza si vivevano nel privato delle proprie case o nelle aree sociali circoscritte delle proprie vite. È stato il web a rendere tutto questo visibile, trasversale e quantificabile, perché tutto rimane scritto nero su bianco, anzi di più: a caratteri digitali su schermo retroilluminato.

Non sorprende che ci sia chi ne approfitta per guadagnarci in termini economici o politici. Anche qui: è veramente così diverso dal passato o semplicemente si vede di più, si può misurare meglio? La realtà è che nella storia umana non è mai esistita l'epoca della non ignoranza. La sfida educativa e culturale è continua. Averne più contezza, poterla osservare con precisione, è un vantaggio, non deve scoraggiare (anche se impressiona).

 In questo senso è molto problematico il desiderio di filtro che si vede serpeggiare: Facebook dovrebbe bloccare odio e notizie false, Google dovrebbe provvedere alle bufale? Certo, il web odiante e disinformato non piace a nessuno, ma la soluzione non è certo affidare a un'autorità il potere di decidere cosa vada e cosa no. Cancellare dall'alto ciò che spiace infatti assomiglia al buon vecchio "darsi un contegno": non toglie il male, lo nasconde.

Occorre guardare il più possibile in faccia l'ignoranza e la grettezza umana, per capire da dove viene e come si evolve, per occuparcene. Invece del filtro a priori ci vuole un "filtro palla al piede": ognuno nei suoi spazi dovrebbe fare la fatica di tenere pulito il web (vale anche per i media e per le istituzioni) moderando i commenti, controllando bene ciò che condivide e su cui mette like, coltivando connessioni rilevanti e attendibili. Non "darsi un contegno" ma "dare strumenti e risposte" anche a chi cerca lo scontro. Questo sarebbe un contributo all'odio e all'ignoranza. Affronterebbe il problema, non lo leverebbe dagli occhi.

 Alla radice di tutto questo c'è un errore interpretativo: confondiamo Google, Facebook, il web in generale, per media classici. Non è il loro potere di selezione (via algoritmo) a spacciare bufale o a filtrarle, ma il modo con cui gli utenti coltivano le relazioni online. Certo gli algoritmi devono essere il più efficienti e trasparenti possibile, ma sono gli utenti che in ogni momento decidono se cercare conferme alle loro credenze (tendenza istintiva) o se confrontare, controllare, coltivare dubbi e verificare prima di condividere. La disinformazione non si diffonde per algoritmi ma per i click degli esseri umani. Non è internet, è l'uomo che agisce in rete.

Serve cultura e educazione. Il problema è che spesso a scuola, in famiglia, tra gli esperti, c'è solo una proposta: "spegnete l'internet che fa male". Invece gestire info complesse è il "saper leggere e scrivere" del 2016. Altrimenti stiamo delegando a Google e FB il ruolo che avevano un tempo gli scrivani nei paesi: leggevano e scrivevano le lettere per conto degli ignoranti. Non supplivano alla necessità di alfabetizzazione. Che oggi, per quanto riguarda il web, è la priorità.

Disinformare via web sul sisma

giovedì 3 novembre 2016

di Bruno Mastroianni, Metro, 3.11.2016

La scorsa domenica ci sono stati due terremoti: uno reale, l’altro virtuale. Per interminabili minuti un scossa irreale di magnitudo 7.1 (quella vera si è rivelata di 6.5) è stata diffusa da influencer (i personaggi più attivi e seguiti sul web), dai giornali online e in tv. Non è bastato il richiamo responsabile di molti, in quei momenti, all’attesa delle informazioni verificate. Il dato si è propagato, rilanciato da migliaia di account.

Di fronte a questa ondata di disinformazione – che ormai si ripete a ogni emergenza – possiamo indignarci e inveire contro l’incapacità del web di informare, oppure possiamo cercare di capire cosa è successo. Chi è più influente (media compresi) si è lasciato trasportare dall’ansia di arrivare per primo e agganciare il flusso di interesse. Da parte di tutti gli altri è scattato un riflesso del passato: pensare che se una notizia la diffondono i “grandi” è attendibile. Non c’è da spaventarsi se ci scopriamo creduloni: come esseri umani lo siamo sempre stati. Prima eravamo creduloni allo stesso modo, solo che si vedeva di meno (non pubblicavamo le nostre sciocchezze) e c’era sempre qualcuno – i media – a filtrare per noi ciò che era attendibile o no. Almeno potevamo prendercela con loro, ora – in questa ansia acchiappa-click in cui cadono anche i più blasonati – il “lavoraccio” lo dobbiamo far da soli. In quel palmo con cui quotidianamente afferriamo lo smartphone c’è, letteralmente nelle nostre mani, la finestra sul mondo. Non è il web a oscurarne i vetri, siamo noi a doverla tenere ben aperta.

Una ricostruzione della vicenda QUI

Consigli su come gestire la propria finestra sul mondo QUI





Perché litighiamo sui social - cosa c'entra una roba vecchia come la virtù con il web?

mercoledì 26 ottobre 2016

di Bruno Mastroianni

Alla fine ammettiamolo, i social sono solo una grande palestra: di self control, di autoironia, di capacità argomentativa, di pazienza, perfino di umiltà. Se non sei distaccato dalle tue idee, litighi. Se te la prendi perché l'altro ti provoca, litighi. Se non ricordi che sei in un ambiente digitale che ti connette con altre persone spesso distratte, litighi.

Insomma il litigio sul web alla fin fine è un'ottima spia di qualcosa che ci succede dentro. Litighiamo perché ci manca qualcosa. Litighiamo quando vogliamo ottenere dall'online ciò che l'online non può darci. La maggior parte dei "mal di pancia da social" nasce dal prendere Facebook o Twitter per luoghi diversi da quello che sono: una grande conversazione globale a cui chiunque può partecipare, in qualsiasi momento, dicendo tutto ciò che gli pare, senza titoli o selezioni all'ingresso. Una grande palestra, non regolamentata, di confronti.

La tentazione del controllo

La cosa interessante è che nessuno ci costringe. Sui social andiamo liberamente e liberamente ci esprimiamo. Decidiamo in ogni momento a quale conversazione partecipare e quale no, a cosa mettere like e cosa condividere. Eppure, spesso, sono proprio le recriminazioni, i "non puoi dire una cosa del genere", le denunce di inammissibilità, le razioni a qualche presunta aggressione dovuta alle idee di un altro, le principali espressioni di dissenso che fanno nascere i litigi.

È un istinto di difesa: vogliamo controllare, filtrare, censurare, regolare, ciò che dicono gli altri. È una reazione che assomiglia a quella di certi adolescenti che ingaggiano battaglie esistenziali contro tutti e tutto ciò che non gli va giù. Vorremmo imporre i nostri criteri agli altri nei loro spazi, come se dovessimo essere noi a regolamentarli. Ci portiamo dentro quella tentazione selettiva e filtrante che caratterizzava lo scenario di comunicazione precedente in cui c'era qualcuno – i giornalisti preposti e gli addetti ai lavori – a dover scegliere per tutti gli altri di cosa si parlava e come. Ci viene spontaneo cercare di riapplicare nostalgicamente quella situazione, ovviamente ognuno secondo i suoi criteri e valori. Da qui la baraonda.

In un recente incontro ho sentito dire le seguenti parole: almeno prima sui giornali c'erano a pagina 1 le cose più importanti e a seguire via via quelle meno rilevanti, fino allo sport che era in fondo; oggi non si capisce più niente. Ecco è precisamente questa la tentazione: voler regolamentare ciò che oggi non può più avere regole a priori, perché per sua natura (social appunto) non può ammettere filtri precostituiti.

Regole, bene o virtù?

Sto forse sostenendo che sui social deve vigere l'anarchia? Tutt'altro: il problema di aggressioni, odio, polarizzazioni, unito al grande guaio della disinformazione, costituisce una bomba a orologeria sociale di cui prendersi cura. Il punto è come. Io credo che in questo campo – come in tanti altri – non sia sufficiente né un approccio utilitaristico (il miglior bene per tutti) né quello deontologico (scegliamo regole chiare a cui attenerci per garantire pace social). In entrambi i casi finiremmo solo a litigare su cosa è il bene o su chi deve far rispettare quali regole e come.

L'unica via percorribile è classica ma attuale: quella della virtù. Anche se il termine è apparentemente desueto, descrive esattamente ciò a cui ci sottopongono gli estenuanti dibattiti sui social. Pensiamo a quando postiamo qualcosa e qualcuno ci corregge con dati, argomenti, fatti migliori: ci vuole molta umiltà (una virtù) per tornare indietro e ammettere l'errore. Pensiamo a quando siamo tediati dal troll che non molla: ci vuole una grande pazienza (virtù) per evitare di ingaggiare alterchi che non portano a niente. Pensiamo a quando siamo in un momento di sovraesposizione per qualche evento che ci coinvolge: ci vuole molta temperanza (virtù) per non ingolfare la nostra timeline di selfie e post autoreferenziali. Si può andare avanti all'infinito: la fortezza di non farsi abbattere dagli haters, la giustizia di dire le cose come stanno e che veramente si conoscono, la sincerità di controllare e verificare prima di diffondere informazioni incerte. Una vera palestra costante.

Scelte e confronti

Educarsi alla virtù è faticoso e impegnativo. Perché le scelte per farle bene, vanno fatte una a una, spesso per tentativi ed errori. La successiva è sempre nuova e richiede di nuovo il ricorso alle nostre energie migliori. Per questo serve un allenamento alla scelta per il bene (che poi è la virtù). Le scelte infatti non sono come le regole o i princìpi: belli distanti, asettici e fuori dal tempo. Per scegliere bisogna sudare nella realtà commento dopo commento, tentando, provando, spesso fallendo e tornado sconfitti sui propri passi. Che poi è il modo, da che mondo e mondo, di imparare davvero qualcosa.

Sui social chi si confronta – anche con chi è maldisposto – migliora se stesso e affina ciò che pensa, perché lo mette alla prova. Chi rinuncia al confronto invece si accontenta di ciò che ha e lo difende d'ufficio. Il primo si muove e progredisce, il secondo non può che restare fermo e ostile.





Ci si morde e ci si divora: oggi su WhatsApp come 2000 anni fa altrove

mercoledì 12 ottobre 2016


di Bruno Mastroianni

Lo spirito di contrapposizione non è nato con WhatsApp. Semplicemente è venuto a galla. Interessante il dibattito di questi giorni su La Repubblica e su altri media a proposito delle chat e del loro uso-abuso tra genitori a scuola. Il problema: su questi gruppi vengono fuori risentimenti, rancori, scontri, ecc. che non aiutano il lavoro scolastico anzi ne compromettono il clima.

Ebbene, occorre guardare in faccia questa realtà con molta sincerità. Perché in essa si cela la grande occasione di fare qualcosa. Ciò che sta avvenendo su WhatsApp infatti accadeva anche prima. Da che mondo e mondo il rapporto tra genitori e insegnanti e tra genitori tra loro, a scuola – come in tutte le realtà umane relazionali –, è complesso.

Quello che accadeva prima è che risentimenti, recriminazioni, invidie, si vivevano nel nascondimento di piccoli gruppi o in corridoi al riparo da orecchie indiscrete. Oggi, grazie anche all'effetto "distanziante" della app, ce li ritroviamo visibili e scritti nero su bianco, sui nostri dispositivi. Qui il centro della questione: il digitale non è affatto virtuale ma realissimo. L'odio è odio, che sia scritto su un touch screen in caratteri helvetica o espresso col suono della voce. È di quello che ci dobbiamo occupare.

Da dove viene l'odio online?

Tra l'altro questa spinta all'odio e al conflitto viene da lontano. C'è sempre stata negli uomini la tendenza a chiudersi in gruppi di opinioni omogenee e scagliarsi verso chi la pensa diversamente ma, nella nostra epoca, questa deriva ha subito un doppio potenziamento. Il primo dovuto a un lungo periodo di "diseducazione alla contrapposizione" da parte dei mezzi di comunicazione che ci hanno reso dei perfetti provocatori e polemisti. A questo si è aggiunto il secondo potenziamento: le tecnologie che ci mettono in modo facile, economico ed efficace, in connessione.

Pensiamo al dibattito dei veleni tra Trump e la Clinton che ha offerto l'ennesimo spettacolo di insulti e accuse vicendevoli da record. Ecco, questo procedere per continue contrapposizioni e conflitti è una modalità a cui i media – soprattutto nella loro versione classica – ci hanno abituato per decenni. Sembra che su ogni questione ci sia sempre e solo una posizione A contro una B che si devono fronteggiare divergendo in modo polarizzato. La pagine di giornali vengono impaginate con una voce "pro" e l'altra "contro" nella colonna affianco; i talk show schierano sulle poltrone la "parte" e la sua "controparte"; la retorica del "a favore o contrario" diventa l'orizzonte ineluttabile in cui articolare ogni opinione.

Un tempo bastava darsi un contegno

È grazie a questo traning che ci siamo abituati a schierarci in contrapposizione come primo riflesso in ogni discussione. Ora lo trasferiamo su WhatsApp e sui social semplicemente perché, finalmente, la tastiera è nelle nostre mani: siamo stati abilitati – grazie agli strumenti tecnologici – ad avere una potenza di voce che prima non avremmo avuto.

Da qui l'occasione: anche prima c'erano polarizzazioni, risentimenti e scontri, ma li vedevamo meno. Si vivevano in gruppi più circoscritti nello spazio e nel tempo. Il medium era principalmente orale e altamente volatile. Ora sono davanti ai nostri occhi, scritti nero su bianco (tra l'altro su sfondo retroilluminato), costantemente attivi, capaci di raggiungerci in ogni luogo. Una volta bastava darsi un contegno in pubblico e l'odio, seppur presente nell'ambiente umano, diventava più sopportabile (solo perché meno visibile). Ora è davanti a noi quotidianamente, visibile e per nulla nascosto.

Saper leggere e scrivere online

Nelle passate l'epoche l'umanità ha sempre in qualche modo saputo rispondere alle sfide educative. Tanto che, se ci pensiamo, abbiamo acquisito una consapevolezza enorme: oggi qualsiasi società avanzata sa che occorre mettere tutti i cittadini nelle condizioni almeno di saper "leggere, scrivere e fare di conto", altrimenti non si svilupperebbe la libertà e la consapevolezza minima per partecipare all vita comune. Ecco, lo stesso dovrebbe avvenire nei confronti delle tecnologie digitali: serve un grande sforzo non solo di alfabetizzazione ma di educazione alle relazioni online. A partire dagli adulti: i più affetti dai decenni di diseducazione allo scontro dei media classici.

Iniziamo a farla a scuola, in famiglia nei luoghi di lavoro, se non funziona saremo i primi ad arrenderci. Ma se non si fa nulla e si propone solo di mettere su off e di chiudere i gruppi (veramente possiamo permettercelo?) non facciamo poi facili anatemi contro le tecnologie. Se su WhatsApp "ci si morde e ci si divora" è a causa degli uomini che ci sono dentro, non del contenitore. La citazione biblica risalente a quasi 2000 anni fa è voluta: in fondo occuparci di noi e della nostra libertà e la solita, vecchia e molto umana storia.






Il Web mostra i nostri lati oscuri? È un'ottima notizia - Don't fear the spaventapasseri

mercoledì 5 ottobre 2016

di Bruno Mastroianni

La vera novità del Web non è la velocità né l'interattività, non la multimedialità (mi chiedo se abbia ancora senso questo termine) né l'immediatezza... La vera novità del Web è un'altra: tutto si vede, di tutto rimane traccia. Finalmente.

Prima certe cose succedevano ma non si vedevano. Le potevi osservare se vi entravi in contatto, se faticosamente le ricercavi, oppure se le scovava un giornalista e gli veniva concesso da un editore lo spazio per raccontartele. Terribile la vicenda di Tiziana Cantone, odioso il cyberbullismo, il sexting tra adolescenti, i tweet razzisti, l'odio che si diffonde su ogni tema controverso. Tutte cose che esistono da ben prima della Rete. La novità è che il Web, con grande franchezza, le registra e le fa vedere mostrando cosa fanno abitualmente le persone quando entrano in relazione.

Twitter insulta il Papa

Quando Papa Ratzinger - primo Papa della storia - sbarcò su Twitter, ci fu chi si stracciò le vesti: "tutti questi insulti al Papa sono intollerabili". Ebbene non fu Twitter a far nascere l'antipapismo becero, fu solo un modo per guardarlo in faccia, scritto in migliaia di tweet, nero su bianco. Lo sa bene chi, abitando a Roma, era solito ogni mattina ascoltare il discorso medio "da Bar" o ritrovarsi nel traffico imbottigliato nei pressi del Vaticano durante il passaggio della scorta papale: l'unica differenza con i tweet insultanti era l'impossibilità di misurare con esattezza la violenza verbale di ciò che era detto a voce e non scritto.

Da che mondo e mondo, l'uomo insulta, fa cose primitive, reagisce in modo scomposto, mostra segni di involuzione. In una parola ha bisogno di educazione. Il Web sta avendo il merito di portare alla luce tutte queste cose, rendendole osservabili, esplicite e accessibili, senza grandi sforzi o investimenti.

Viva gli imbecilli

"I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività", la famosa affermazione di Umberto Eco va presa molto sul serio: è una grande occasione. Mentre prima l'imbecillità, la superficialità, la violenza, i soprusi, i maschilismi, le xenofobie, i razzismi, rimanevano in cerchie spesso invisibili e difficilmente misurabili se non attraverso complessi studi, ora vengono a galla sotto gli occhi di tutti tra i tweet e i commenti dei nostri collegamenti. Sono lì davanti a noi in bella mostra e, proprio perché tali, ce ne possiamo occupare in modo diretto e efficace.

È normale sentirsi un po' spaesati. Da qui una doppia deriva che sta caratterizzando la riflessione sui social e che, a mio avviso, nasce dal rifiuto di guardare in faccia con chiarezza e sincerità come siamo messi: a nessuno piace ammettere che l'uomo oltre che libero ha grossi limiti.

Struzzi o aquile?

È per questo smarrimento che taluni preferiscono fare gli struzzi: piuttosto che affrontare la realtà ficcano la testa sotto la sabbia. In questa scia vi sono tutti quelli che propongono solo prevenzione: dato che i social mostrano tante storture, basta guardasene e spegnere i dispositivi al momento giusto. Come se mettere su off e astenersi con saggezza risolvesse il problema. In realtà, mentre si tirano fuori da tanta immondizia, quella rimane e si accumula per tornare, prima o poi, sotto forma di ignoranza e incapacità di visione, che affliggerà tutti in democrazia, al di là che siano o no connessi.

Dalla parte opposta ci sono le aquile. Gli studiosi che volano alto che analizzano freddi e scientifici le derive più preoccupanti, restituendole sotto forma di studi lucidi e rigorosi. Una cosa opportuna e utile ma che talvolta porta - a forza di ragionare da distanza - a descrivere l'umanità primitiva online come se non ci riguardasse e da lì bollare come approssimativi, inutili e goffi, tutti i tentativi di far qualcosa. Rientrano in questa deriva quei profeti di sventura che, senza stare online, ne descrivono le mancanze rispetto alle epoche d'oro in cui gli uomini con carta e penna erano molto più nobili (giusto per ricordare: totalitarismi, guerre mondiali e bomba atomica furono inventati nel virtuosissimo mondo analogico).

Noi, volatili minori

In mezzo ci siamo noi poveracci: gente comune, passerotti presenti online semplicemente perché lavorano, vivono, socializzano come tutti gli altri. Pronti a entrare in relazione ma anche un po' accorti. Sappiamo dare fiducia e confrontarci fino a che non diventi una minaccia. Cerchiamo di stare nel Web per avere informazioni e contenuti, evitando le bufale, le bolle autoreferenziali e le ondate d'odio. Non siamo imponenti come gli struzzi ma almeno sappiamo tenere le nostre testoline sempre sveglie. Non voliamo alto come le aquile ma almeno vediamo le cose quaggiù da vicino con le loro umane sfumature. Cerchiamo di vivere sui social vigili ma coinvolti, ce ne facciamo carico, cercando di trarne qualcosa di buono. Con parecchi risultati.

Ecco di cosa c'è bisogno oggi: guardare la realtà dei social con tutta la lucidità possibile, ma con l'idea di prenderla sulle spalle. Tocca a me e a te, qualsiasi sia il nostro ruolo. Non è mai esistita un'epoca nella storia in cui l'uomo non abbia avuto bisogno di cultura ed educazione per esprimersi al meglio. L'epoca della tecnologia digitale non è da meno. Con un chiaro vantaggio: le derive umane negative - che prima individuavamo a tentoni e con grande dispendio di risorse - ora sono davanti ai nostri occhi quotidianamente, ogni volta che scrolliamo le timeline sui nostri smartphone.

Può far paura, può generare rifiuti o intellettualistici distacchi. Oppure può aiutarci a essere più umanamente concreti: ce n'è abbastanza per darsi da fare e apprezzare ancora di più quel grande potere che ci è stato dato - che si chiama libertà - e che aspetta solo di essere vissuto fino in fondo.

Coraggio volatili minori, facciamoci avanti, proprio perché non siamo speciali, siamo quelli giusti. Il Web siamo noi in connessione: come è, e sarà, dipende solo da noi. Don't fear the spaventapasseri.