Brandizzare le idee non è una buona idea

giovedì 7 dicembre 2017

di Vera Gheno e Bruno Mastroianni


Tutto è gara, tutto è una corsa a “l’ho detto prima”, “l’ho detto meglio”, “quell’idea è mia”... È la brandizzazione delle idee, ossia la convinzione che le idee abbiano una sorta di marchio registrato: l’ho già detto io e nessun altro può dirlo. Te lo dico io, casomai a pagamento.

Questa visione si è diffusa soprattutto a causa della conversazione globale e orizzontale ingenerata dai social, che porta a gestire gli scambi di idee non per quello che sono, ma come un luogo di concorrenza o una potenziale minaccia al proprio brand. È una deformazione che, più o meno, ci portiamo tutti dentro, e che emerge al momento di confrontarci su qualsiasi questione. Tendiamo a trattare le nostre conoscenze, intuizioni e opinioni come se fossero prodotti su un mercato in cui è necessario sempre arrivare prima e meglio degli altri, difendersi da concorrenze sleali e dalle imitazioni, assicurarsi di essere sempre i leader del settore. “Già lo dicevo 10 anni fa...”, “ho avuto io per primo l’idea nell’84…” Quante volte nei commenti o nei post, soprattutto degli esperti, trapelano questi meta-messaggi in toni più o meno piccati con tanto di link ai propri blog, slide, ecc.?

L’idea di fondo è che, affinché un’idea si affermi, ci sia bisogno anzitutto di sconfiggere la concorrenza. Se ci pensiamo, è un approccio destinato al fallimento: il pensiero, infatti, non segue logiche di mercato, e le opinioni non sono prodotti. Al contrario, ogni conoscenza è tale e cresce nella misura in cui si aggancia ad altre conoscenze e prospettive: la conoscenza è una rete. Quando pensieri simili da una parte e divergenti dall’altra si incontrano e si compenetrano, quando vengono usati - e talvolta modificati - da una moltitudine di interlocutori in diversi modi, anche incontrollabili, è lì che si genera davvero cultura, si opera un cambiamento, un passo avanti che trasforma il modo di vedere la realtà. Insomma, l’efficacia del pensiero si misura dal momento in cui non è possibile controllarne la diffusione e i risvolti. Tutt’altro che prodotto esclusivo legato a un brand (in questo caso l’opinatore), il pensiero è davvero tale quando ha effetti che vanno di gran lunga oltre le possibilità di diffusione che avrebbe immaginato il suo proprietario.

E questo da sempre: chi studia sa che fin dall’inizio della riflessione umana è già stato detto e posto quasi tutto. La storia dell’evoluzione del pensiero, insomma, assomiglia molto più a una costante rielaborazione e trasformazione di cose già dette che a una serie di prodotti unici e innovativi assenti fino a quel momento dal mercato. Quindi non solo è possibile, ma molto probabile che qualcuno, da qualche parte, in qualche modo abbia già detto, scritto, enunciato, dichiarato quello che noi pensiamo di avere detto, scritto, enunciato e dichiarato per primi.

Certo, se possibile occorre sempre dare credito ai giganti sulle cui spalle, metaforicamente, ci stiamo arrampicando: la progressione della conoscenza passa anche dal giusto riconoscimento delle idee altrui, per poi partire a costruire da esse. Ciononostante, come pensatori di ogni campo, prepariamoci anche a fare i conti con le conclusioni analoghe alle nostre di altri che non ci conoscono affatto.
Sarebbe bello riuscire ad allearsi tra coloro che fanno iniziative e riflessioni simili: questo darebbe una grande forza alle istanze portate avanti, una forza tersa, pulita. La forza dell’idea che supera le divergenze superficiali, le antipatie personali, le rivendicazioni di bollini blu e di “l’avevo detto io, ecco il link al mio articolo del 1982…”

Troppo spesso, invece, nel nostro paese ma non solo, si cerca di “brandizzare” la conoscenza, tarpandole di conseguenza le ali e facendola diventare una “garetta” al diritto di prelazione, al poter dire “quel pensiero è roba mia”. Finendo per indebolire la sua portata globale.

Proprio il fatto che ognuno pensa con il suo approccio, stile e ambito disciplinare, è un punto di forza, o forse il punto di forza. Non un motivo di lotta. Le vere ondate culturali generative sono sempre plurali e “incontrollate”. Tutto serve, tutto fa brodo, guai se pensassimo mai che problemi complessi possano avere soluzioni uniche o standard. Quello che serve è soprattutto continuo scambio e commistione tra diverse idee, modalità e prospettive. Diffiderei di chi ha “la soluzione” che esclude altri, mi affiderei piuttosto a chi sta proponendo riflessioni per confrontarsi...

In un vecchissimo numero di Dylan Dog, qualcuno racconta di come sia quasi impossibile mettere piede su un pezzo di terreno ancora non calpestato dall’uomo. Succede talmente di rado che quando capita, vengono aperti portali verso altre dimensioni. È un po’ così anche con la conoscenza: quasi sempre stiamo dicendo cose già dette; casomai, la vera differenza ce la mettiamo noi, con la nostra irripetibilità e unicità. Questo non esclude che ogni tanto possa anche succedere di aprire varchi dimensionali; raramente riusciremo a monetizzarlo sul momento, possiamo forse piuttosto sperare in un riconoscimento postumo: diventeremo un mattone importante dello ziqqurat della conoscenza globale, in costante costruzione.

Detto questo, dichiariamo nostra l’idea della brandizzazione della cultura, e quindi da questo momento in poi se volete usare questo pensiero dovrete pagarci i diritti.

10+1 regole per curare le buone maniere sui social network

venerdì 1 dicembre 2017

Silvia Columbano ha scritto un libro davvero utile: una rielaborazione del Galateo adattata ai tempi che corrono. Il libro esce in questi giorni, è il regalo di natale ideale in un periodo storico di iperconnessione, che richiede a tutti un surplus di civiltà e buone maniere.

L’autrice mi ha chiesto di contribuire al suo testo con una lista di suggerimenti per curare il bon ton sui social. Ne ho buttati giù 10+1. Sono per me il minimo per essere davvero socievoli sui social (che non è un gioco di parole).



Eccoli:

1. Non postare nulla che non ripeteresti in pubblico: lo sei.

2. Quando scrivi spiega sempre ciò che intendi. Non postare per far capire solo a alcuni: equivale a parlare nell'orecchio.

3. Non postare mai parolacce: anche se usate in senso ironico, richiedono un'intimità tra gli interlocutori che sui social non c'è.

4. Prima di intervenire leggi gli altri commenti. Come in una conversazione bisogna ascoltare gli altri prima di dire la propria.

5. Tagga solo chi è veramente coinvolto. Non taggare per farti notare da più persone possibile, è come fare volantinaggio a una festa privata (a cui magari non sei neanche stato invitato).

6. Usa bene la punteggiatura per farti capire. Usa le virgole dove servono, non inserire file interminabili di puntini, non fare schiere di esclamativi né cimiteri di faccine. È come parlare con la bocca piena, sedersi scomposto o sputare mentre parli.

7. Non iniziare i commenti con "sono d'accordo" o "non sono d'accordo". Nessuno ti ha chiesto il voto. Di' quello che vuoi dire, dillo con argomenti.

8. Non usare i commenti ai post degli altri per segnalare link al tuo blog o ai tuopi spazi (a meno che non siano richiesti). Fatti elegantemente i post tuoi.

9. Metti una foto del profilo, non lasciare quella grigia ombra stilizzata che tradisce incuria. Sceglila bene pensando all'immagine che dai: ti presenteresti in costume a cena fuori? (Se la risposta è sì, la questione è più a monte del galateo social).

10. Non litigare, argomenta. Non giudicare le intenzioni, domanda. Non prendere i social per ciò che non sono: conversa sempre amabilmente. Siamo qui apposta.

11. Se un post è bello condividilo e riconosci il merito alla fonte. Non fare copia incolla, siamo tutti sui social: prima o poi si scoprirà che non è roba tua.

Per acquistare il libro: https://www.amazon.it/Galateo-ton-buone-maniere-ieri/dp/8876675981

Senza pulpito viene meglio la predica

venerdì 3 novembre 2017


di Bruno Mastroianni, 3 novembre 2017

Quando ci si trova in una disputa sui social o in pubblico, tutte le fonti autorevoli classiche (il diritto, la letteratura scientifica in generale, le tradizioni, i libri sacri e religiosi) non sono spendibili perché la loro autorevolezza presuppone un accordo previo da parte dell’interlocutore. Per alcuni sono completamente discutibili, per altri possono essere persino motivo di opposizione pregiudiziale per il solo fatto di essere nominate.

Lo sforzo che occorre fare è allora quello di usare sempre argomenti razionali e di uso quotidiano per presentare le proprie posizioni. Non si tratta di congedare la cultura, la scienza o altre discipline assodate, ma di accettare di ricominciare da capo per convincere chi parte da punti di vista di rifiuto.

Occorre accettare in ogni momento di farsi carico dell’onere della prova davanti agli altri e non rifiutare mai nessuna delle obiezioni anche quando si parla di cose assodate: ogni rilievo espresso in termini razionali è degno di risposta, ogni affermazione ha bisogno di essere comprovata da fatti, dati e ragionamenti. Quando ci si confronta pubblicamente, nessuno può sentirsi in una posizione di rendita dovuta al suo ruolo, alla sua popolarità o alla sua condizione sociale. La presenza di opposizione è il motore del discorso: deve far articolare più a fondo il ragionamento.

Esempio:

A: I vaccini provocano autismo, sono le multinazionali farmaceutiche a volere che li usiamo.

B: La comunità scientifica è concorde sulla necessità dei vaccini.

A: Certo che lo è: le ricerche degli scienziati sono spesso finanziate dalle aziende.

B: Sono un medico e le assicuro che i vaccini sono indispensabili.

A: Sarà anche un medico ma il dott. Wakefield ha fatto sapere al mondo che i vaccini provocano l’autismo.

B: L’argomento è troppo complesso per affrontarlo qui. È una questione scientifica che non si può spiegare in due battute.

Le argomentazioni di B sono inefficaci perché presuppongono riconoscimenti di autorità che sono proprio alla base delle teorie di A. Richiamare la “comunità scientifica”, il “sono un medico”, “la complessità dell’argomento”, “la scienza non si spiega in due battute”, rende l’intera conversazione inefficace.

A d’altro canto, nonostante le teorie discutibili, usa tutti riferimenti comprensibili e presenti nell’immaginario comune: “multinazionali con interessi opachi”, “aziende che finanziano ricerca”. Per quanto le tesi siano infondate sono presentate con un linguaggio che aderisce alla realtà e sta sul campo, senza riferimenti a autorità “altre” che debbano essere chiamata in causa. Persino il riferimento al dott. Wakefield (il medico radiato dall’albo per le sue ricerche inattendibili) dà l’idea che si sta argomentando con sostegno di fatti, persone concrete e prove.

L’esito dello scambio è che A dà l’idea di cimentarsi nel fornire prove (anche se sta sostenendo cose infondate) mentre B rinuncia ad argomentare in nome di cose che dovrebbero essere già note/riconosciute/assodate. È a causa di questo atteggiamento di rinuncia che spesso conversazioni sui social danno più credito a chi ha meno ragione.

 Il criterio del senso comune presuppone insomma che si sia sempre disponibili a riaprire le questioni ogni volta che sia necessario. Se ci sono nuovi elementi, vanno considerati nel rivedere il ragionamento. Se c’è bisogno di ripetere perché qualcuno è arrivato dopo o non ha seguito tutto il percorso, va fatto. Se un’incomprensione ha viziato la procedura, è necessario fare qualche passo indietro per ritornare ad affrontarla.

Il criterio del senso comune si riallaccia poi anche alla presenza della “maggioranza silenziosa”: se si è sui social o in un luogo aperto, se si è in una conferenza e si parla a più persone, così come quando si è intervistati dai media, occorre tenere presente quelli che ascoltano anche se non direttamente coinvolti. È uno sforzo simile a quello che fa chiunque scrive un testo: deve potersi immaginare chi leggerà e le sue reazioni per potersi esprimere al meglio. Questa moltitudine che immette inevitabilmente un elemento di pluralità in ogni confronto ha bisogno di essere intercettata: lo sforzo per idee e argomenti semplici, che non danno nulla per scontato e comprensibili alle persone comuni, va in direzione di farsi capire dai molti che ascoltano e leggono in silenzio.

Infine occorre ripetere, ribadire, argomentare da capo, come fosse sempre la prima volta. Tutte dinamiche che sono ormai vita quotidiana sul web e sui social, giacché non tutti si prendono la briga di leggere i commenti di una discussione o lo storico di post precedenti prima di intervenire su un punto. Nel dibattito libero online, lo sforzo di ripetizione e riapertura ogni volta che sia necessario, rappresenta un servizio alla comprensione dell’altro e crea le condizioni per essere sempre ascoltati.

Tratto da La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, (Cesati 2017), pp. 108-111

Online siamo ciò che scriviamo - #sociallinguistica. Italiano e italiani dei social network

venerdì 13 ottobre 2017

di Bruno Mastroianni, Datamediahub.it, 12.10.2017


In tanta letteratura sui social e sul web ci si imbatte spesso in una prospettiva “partizionista”: internet è affrontata come fosse un compartimento, una zona a a sé, un tema specifico che, a metà tra la novità del momento e la frontiera tecnologica del futuro, viene presentato come un destino ineluttabile a cui tutti ci dobbiamo in qualche modo adeguare.

In una prospettiva totalmente diversa si pone invece il testo in uscita oggi di Vera Gheno, Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network (Cesati 2017), che parte da un presupposto tanto semplice quanto interessante per la riflessione attuale sulla comunicazione: i social e il web non sono altro da noi, siamo noi. Non più, quindi, futuro o novità, quanto piuttosto attuale e ordinaria modalità di entrare in relazione tra esseri umani che l’autrice, sociolinguista, analizza a partire proprio dagli usi (talvolta abusi) linguistici e dalle forme di espressione online, alla ricerca di tratti significativi che possano dire qualcosa in più sulle modalità attuali di socializzazione e comunicazione tra esseri umani.

Ne viene fuori un testo utilissimo che riesce a mantenere ciò che promette: non un’analisi del web ma, al contrario, l’umanità osservata a partire dal suo essere oggi al centro delle connessioni digitali. Uno studio, insomma, che, muovendo dall’attività linguistica degli esseri umani, ci dice qualcosa in più sull’epoca dell’interconnessione che stiamo vivendo.

Eterogenesi dei fini e storia del web 

Il testo si apre con una breve ma intensa storia di internet. E qui subito una serie di passaggi interessanti: il sistema primordiale di Arpanet, nato con finalità di riservatezza, gettò le basi per la connessione per tutti; l’invenzione della posta elettronica che mai avrebbe previsto la pratica abusiva dello spam; e così via, seguendo un filo rosso che lega le diverse evoluzioni maturate dalla rete in modo spesso casuale e involontario da parte dei creatori, in una sorta di costante eterogenesi dei fini.

Come a dire che l’innovazione non segue affatto percorsi lineari, razionali, efficienti; piuttosto, si nutre di salti in avanti, coincidenze, finalità non trasparenti; tutte cose che, in fondo, caratterizzano la storia umana... Read more: http://www.datamediahub.it/2017/10/12/online-cio-scriviamo/#ixzz4vPV4rfcX @DataMediaHub on Twitter

Il peso politico e sociale delle “domande sceme”

giovedì 5 ottobre 2017

di Bruno Mastroianni, News & Coffee, 4 ottobre 2017

Qualche tempo fa Vera Gheno ha avviato una riflessione sugli errori che possono fare gli esperti quando sui social si trovano ad affrontare discussioni su argomenti che conoscono bene.

 I tre errori evidenziati nell’articolo – rivendicazione della competenza, fatica di rispiegare, inadeguatezza dei social all’approfondimento – si potrebbero sintetizzare in un’unica espressione: “Io ne so di più e non ho voglia di discuterne”.

Trovo davvero interessante riflettere su questa dinamica in cui tutti, in un modo o nell’altro, cadiamo. È una specie di alibi che ci procuriamo ogni volta che, in una discussione pubblica (sui social lo è sempre), i nostri interlocutori mettono alla prova le nostre competenze, anche se non hanno titoli per farlo.

 Sì, perché di questo si tratta: per quanto ignorante o gretto, il commento di un altro che sfida le nostre conoscenze ha l’effetto della “domanda scema” in una classe di liceo. Chiunque abbia insegnato ha sperimentato quel momento in cui un alunno senza vergogna chiede qualcosa di così basilare e elementare da distruggere in un sol colpo i dotti castelli argomentativi dell’insegnante. Sui social, l’interlocutore non esperto che sfida il competente destabilizza allo stesso modo.

Da qui le manovre evasive di cui sopra, che sono fondamentalmente il rifugiarsi nel mondo sicuro delle proprie competenze riconosciute per non dover fare la fatica di rielaborarle. Fa parte di questo atteggiamento difensivo anche il blastare l’altro, colpendolo in modo aggressivo nelle sue lacune.

 Il risultato infatti non cambia: se qualcuno non ha capito o non è d’accordo, non c’è strategia peggiore che sferzarlo proprio nella sua incomprensione. L’unico effetto che si ha è quello di creare una rottura sul piano della relazione, aggiungendola a quella già presente sul piano dei contenuti. Il meta-messaggio che si tramette poi è di grande fragilità e insicurezza: chi davvero solido culturalmente si metterebbe a inseguire l’ignorante nel suo ignorare? Piuttosto, sceglierebbe il silenzio.

 In altre parole: dedicare energie per far notare all’altro quanto è manchevole è sintomo in qualche modo di una mancanza di solidità; sarebbe meglio investirle piuttosto nell’argomentare, nello spiegarsi, nel mostrare sul campo che si hanno ragioni da offrire.

 La “domanda scema”, cioè quella che viene dal basso, poco competente e mal posta, rappresenta invece un’opportunità enorme per chiunque abbia qualcosa da dire. Intanto perché aiuta a uscire dalla autoreferenzialità di cui è affetto ogni campo della conoscenza, poi perché spinge a ripercorrere le proprie argomentazioni purificandole da elementi di nicchia poco comprensibili; infine, la messa alla prova democratica, orizzontale e plurale delle idee ha da sempre portato a molte più intuizioni che l’autoconservazione del pensiero in cerchie elitarie. Insomma, lo sforzo di comunicazione arricchisce la conoscenza e non è mai uno spreco.

 C’è infine un effetto sociale, direi quasi politico, da non sottovalutare, visto che siamo tutti inseriti in una conversazione pubblica globale a cui ogni essere umano ha accesso grazie al web, senza selezione all’ingresso. Tutte le volte che un esperto in un certo campo si ritrae dall’articolare il suo pensiero o si limita a blastare l’ignoranza altrui, sta lasciando lo spazio a chi, con risposte inattendibili, saprà raccogliere quelle domande solo per avere consensi. In poche parole: a ogni disputa evitata per snobismo culturale c’è un populista (o un manipolatore) che ottiene un nuovo seguace.

 Rispondere e rimanere sul campo ad argomentare non è una pia pratica per esperti pazienti; è ciò da cui dipenderà sempre di più il livello culturale del dibattito nella nostra società interconnessa.

È ora di umanizzare la vita digitale - a proposito di smartphone in classe

mercoledì 20 settembre 2017

di Bruno Mastroianni, Avvenire, 19.9.2017

Il dibattito sullo smartphone in classe ha il merito di riportare al centro una questione fondamentale della nostra società iperconnessa: che senso stiamo dando alla tecnologia?
La questione non riguarda solo un mero regolamento di disciplina scolastica, ma investe in modo più ampio la visione che abbiamo della vita odierna tra online e offline, e del senso che vogliamo darle come esseri umani.
Il rischio del dibattito è di limitarsi alla dimensione strumentale. Se ci fermiamo alla questione "uso dello smartphone", stiamo vedendo il mondo digitale con uno sguardo vecchio. Lo stiamo trattando alla stregua di un mezzo - come sono la tv, la radio, i giornali - e riduciamo la sfida all’uso più o meno opportuno dei dispositivi.
Ma internet non è un mezzo, quanto piuttosto una dimensione in cui siamo inseriti, e nella quale entriamo in relazione con contenuti e altre persone. Il dispositivo che ci fa accedere a questa dimensione è il mezzo, e non ne esaurisce le caratteristiche.
Ogni volta che usiamo i mezzi di comunicazione, facciamo una precisa azione, in un preciso momento: accendere la tv, aprire e leggere un giornale, sintonizzare la radio e ascoltarla. In questi casi l’uso (in termini di tempo e modalità di impiego) è preminente. Per la dimensione online le cose sono molto più complesse: le tecnologie digitali mobili hanno fatto sì che ormai tutti, quotidianamente, viviamo tra online e offline, senza una vera soluzione di continuità. In questa dimensione connessa sviluppiamo relazioni, incontriamo contenuti, ci facciamo un’idea su molte questioni, ci possiamo confondere, arricchire, possiamo allargare le nostre conoscenze o chiuderci in gruppi polarizzati, cadere in qualche fake news e cedere a dinamiche d’odio, o cercare di capire meglio come stanno le cose. L'online è parte della nostra vita di tutti i giorni.
Finora, nel campo educativo (genitori, scuola, altre agenzie educative) ci si è molto adagiati sull'offline: spegnere i dispositivi oppure usarli poco perché distraggono, fanno perdere tempo, nella convinzione che l’offline di per sé sia garanzia di qualità contro l'abuso delle tecnologie. In realtà, anche persone adulte e di alta cultura, quindi ben formate offline, compiono spesso errori gravi sul web come diffondere fake news o scadere in dinamiche d’odio. Dire che “occorre spegnere” non è un modo per nobilitare l’uso della tecnologia, è piuttosto una via per non affrontare il problema.
La sfida educativa non è tanto sul "come o quanto usiamo lo smartphone", ma richiede domande più articolate: che vita viviamo connessi con gli altri e con (potenzialmente) ogni informazione? Quali scelte compiamo? Che senso diamo ai contenuti che incontriamo, rilanciamo, commentiamo, rielaboriamo?
Dentro ci sono tutti i disagi e le potenzialità che vediamo costantemente presentarsi quando si parla di internet: dallo sviluppo del pensiero critico per non cadere nelle fake news, all'apertura per non chiudersi in piccole tribù di opinioni omogenee, fino alla maturazione di capacità relazionali e comunicative non solo per non cedere all’odio, ma per diventare sempre più capaci di capire e farsi capire in un mondo plurale costantemente connesso. È molto di più che una questione di regole d’uso o di spegnimento dei dispositivi.
Se l’azione del Ministero andrà in questa direzione, avrà finalmente fatto un passo non solo necessario ma urgente. Ci sono molti che in questi giorni sottolineano i problemi che ha la scuola prima della questione dello smartphone. Il rischio però è quel benaltrismo che spesso lascia il nostro paese nell’immobilismo. Il bisogno di educazione digitale è adesso, non fra dieci anni. E non è realistico lasciare l’onere solo ai genitori. La scuola è il luogo ideale per iniziare a sperimentare percorsi educativi che rendano più umana e ricca la vita iperconnessa.
Molti docenti hanno già iniziato. Ricordo ancora il mio stupore quando la mia collega che insegna italiano all’università di Firenze, Vera Gheno, diede come compito agli studenti di “cercarsi su Google” e vedere che tipo di immagine di sé stavano diffondendo in pubblico. Fu un momento educativo e di consapevolezza molto importante. Di cose simili c’è bisogno in tutte le materie e a tutti i livelli di istruzione: non per rifugio e preservazione dalle bassezze del web, ma per far crescere persone all’altezza delle grandi potenzialità che le tecnologie ci stanno offrendo.

Discutere fa bene alle relazioni 

giovedì 31 agosto 2017


Intervista di Paolo Pegoraro, Credere agosto 2017
Vi ricordate Napalm51, la parodia dell’attivista social impersonata da Maurizio Crozza? È il prototipo dello hater (in inglese, odiatore, ndr) che spara a zero contro tutti. Beh, c’è un piccolo Napalm51 dentro ognuno di noi. Ce lo svela Bruno Mastroianni, giornalista e social editor, nel suo La disputa felice, un utile manuale per dissentire senza litigare online. Un pamphlet che è anche un inno al valore della differenza. «La capacità umana più alta è quella di entrare in relazione con chi è diverso da noi, invece che abbatterlo», spiega. «Viceversa, perdiamo umanità stando in gruppi troppo omogenei: si diventa degli imitatori, con linguaggi in codice, parole chiavi, problemi ristretti... Impoveriamo le nostre capacità culturali e intellettuali».
Da dove è nata questa riflessione? 
«Anni fa ho iniziato a lavorare negli uffici stampa in condizioni di pregiudizio verso l’istituzione che rappresentavo, ad esempio come portavoce dell’Opus Dei. Lo scontro era spesso la prima forma d’incontro: è stata una grande esperienza di dibattiti mediatici pubblici».
Che cosa è cambiato con il web 2.0? 
«Le dinamiche che si replicavano sui social network sono le stesse, solo che riguardano... tutti. Ho pensato che le competenze di un addetto stampa potessero essere utili all’uomo di strada, costantemente messo alla prova su quello che crede e pensa».
Parla degli haters come della «vera rivoluzione del web». Quasi degli eroi? 
«Gli haters non sono una popolazione speciale, siamo io e te. Ognuno di noi detesta qualcosa o qualcuno. E i litigi sul web sono un segnale di libertà: possiamo discutere con chiunque, anche con personaggi importanti. Certo, è una libertà che si esprime in maniera scomposta, per- ché i social non hanno una selezione all’ingresso. Ma pensiamo a com’era prima. La comunicazione in mano a pochissimi, illusi di controllare quello che le persone pensavano. Oggi abbiamo la grandissima occasione di guardare in faccia tutto... persino l’odio».
Lei ha vissuto una “conversione” comunicativa? 
«La disputa felice l’ho vissuta sulla mia pelle. Ero il primo ad avere la ragione e la verità in tasca e a sbatterla in testa agli altri. Con il tempo, mi sono reso conto che questo atteggiamento serve solo a ottenere il favore di chi già la pensa come te: è come essere il campione della tribù».
In pratica, un meccanismo di autoconferma... 
«Esatto. E ho ammesso che dove reagivo in maniera sferzante, sarcastica o dura, era perché io stesso avevo buchi o lacune nelle mie argomentazioni. Facendomi attraversare dal dubbio e dalle provocazioni dell’altro, ho cominciato a scoprire nuovi elementi che spesso rendevano la mia convinzione di partenza più solida e rigorosa. Conosciamo molto di più se mettiamo alla prova le nostre convinzioni! Anzi, la conoscenza è sempre un po’ cambiare idea».
Tempo fa ha lanciato l’hashtag #Francescoterapia. Cosa ha si- gnificato per te papa Francesco comunicatore? 
«Per me Francesco è, soprattutto, un terapeuta. Ci sta guarendo da tante malattie che ci portiamo dietro. Ci sta guarendo dal mito che le cose si vedano meglio dall’alto, a distanza... Invece per Francesco le cose le vedi bene solo da vicino, quando senti che odore hanno. Una persona non la conosci dal suo curriculum, ma s orando la sua pelle. Penso a Lampedusa, il suo primo viaggio: ci ha portati tutti lì con sé. Ogni volta che vogliamo capire qualcosa, dobbiamo entrarci dentro, sporcarci le mani, sentire che aria tira: è questa la “Francescoterapia”».
Papa Francesco è un “disputatore felice”? 
«La “Francescoterapia” è ciò di cui parlo nel libro. La via per riuscire a discutere senza litigare è quella di entrare nel mondo dell’altro e lasciare entrare l’altro nel nostro mondo. È prendere sempre sul serio l’altro, anche quando esprime le sue perplessità in modo ostile. È un invito a prendere sul serio i sogni e le paure della “pancia” del popolo, perché se le irridiamo e sminuiamo le regaliamo ai populismi».
Ma a noi piace litigare? Guardando tv, web e giornali, pare di sì... 
«Il litigio è la forma più a buon mercato per raccontare le cose. È istintivo, dà la sensazione di essere forti, ma sfido chiunque a dire che dopo una litigata su Facebook è stato felice. Invece, quando si cerca di mantenere la relazione con l’altro, piuttosto che chiudergli la bocca, c’è più fatica, si passa per l’umiliazione di riconoscere i limiti del nostro sapere, ma alla fine c’è una soddisfazione più grande».
Nella Chiesa bisogna imparare a litigare? 
«Occorre imparare a discutere. Gesù non tronca la relazione neppure con Giuda, discute con quelli che lo accusano, risponde perfino al demonio. Non c’è nessuno di cui Gesù dica “Io con quelli non ci parlo”. La relazione con l’altro viene prima ancora dello stabilire chi ha ragione o torto. La capacità di avere a che fare con chi “non è nel giro giusto” è, io credo, il cuore del cristianesimo. Proprio per questo il litigio tra cristiani è una controtestimonianza, perché assolutizza le idee e dimentica la persona. E questo è l’anti-Vangelo».
L’hater ti direbbe che è un discorso relativista... 
«Invece è proprio il contrario. Se ho davanti a me una persona in carne e ossa, e mi interrogo sul suo bene concreto, è ben difficile relativizzarla! Invece è facilissimo relativizzare le idee e soprattutto l’idea del bene. Provocatoriamente: anche Hitler aveva una sua “idea del bene”, la questione è vedere cosa fa questa “idea” alle persone per realizzarsi. Il vero assoluto è la persona».
E se il litigio infuria comunque? 
«Si può tornare indietro dagli errori: chiedendo scusa, ridendo di se stessi, ammettendo: “Ho esagerato! Ho perso la pazienza! Che sciocchezza che ho detto!”. Questo rivivifica la relazione. Rende amabili. A volte chiedere scusa dopo lo sbaglio è meglio che non sbagliare mai».

Il negoziatore: pacificare il dialogo è tanto importante quanto farsi capire

mercoledì 9 agosto 2017

di Bruno Mastroianni

Web o no, la questione è da sempre la stessa: se si devono affrontare divergenze c’è bisogno di curare il clima di pace e collaborazione. Discutere è occuparsi costantemente dei due livelli di ogni comunicazione: il contenuto di ciò che si dice e la relazione con l'altro. In una specie di paradosso: proprio per mantenere la focalizzazione sui contenuti bisogna curare molto la relazione. Occorre insomma lavorare a una specie di pace interiore e fare in modo che questa pace si trasformi in volontà di stabilire una relazione con gli altri che interagiscono.

Le alternative sono due: o si cura questa dimensione o si perde il tema. L’indifferenza, infatti, o il non impegno sulla parte relazionale, favorisce comunque il clima di conflitto. La discussione si può presentare gradevole e fiduciosa solo se si coltiva attivamente la serenità dello scambio. Se c’è tensione tutto si complica, fino a rendere impossibile ogni confronto.

Come creare un clima favorevole al confronto? Occorre agire su tre livelli:

 1. superare la mentalità di contrapposizione a cui siamo stati abituati dai media;

 2. scegliere consapevolmente certi modi di esprimerci nell’interazione con l’altro;

 3. imparare a lasciar cadere le espressioni altrui che ci portano a reagire in modo ostile.

Litighiamo perché siamo stati educati a gestire ogni tema come fosse sempre binario: sì/no, favorevole/contrario, giusto/sbagliato, lecito/ illecito. Litighiamo perché usiamo espressioni o parole che – al di là dell’intenzione – creano distanza con l’interlocutore. Infine litighiamo perché ce la prendiamo quando l’altro usa modi che ci provocano, ci feriscono, ci fanno sentire messi al muro.

In retorica si sostiene che, prima di affrontare un dialogo, occorre verificare se ci siano le condizioni minime per il confronto. Ad esempio: se c’è un reale interesse per l’opinione dell’altro, se si è disposti a imparare qualcosa, se si ascolta davvero o si pensa solo a contraddire, se si argomenta invece di imporre. Oggi però in condizione di disputa generalizzata e trasversale non è sempre possibile scegliere. Pensiamo ai già citati gruppi di WhatsApp di genitori delle scuole, ma anche a mille altre situazioni in cui, se non interveniamo, il litigio influirà sulla nostra realtà sociale.

È stato studiato che l’effetto trolling – cioè il commentare in modo aggressivo e o ensivo sui social e online – dipende non solo dalla cattiva disposizione del soggetto che aggredisce, ma anche dal contesto della discussione: i troll lasciati liberi di inveire senza interventi, stimolano interventi negativi degli altri partecipanti. In una discussione, chiunque può trasformarsi in un troll.

Bisogna allora entrare nell’ottica che “pacificare il dialogo” è una competenza di base quanto quella di sapersi spiegare, affrontata nelle pagine precedenti. L’uso delle espressioni giuste può essere un valido supporto a proporre e invitare gli altri alla serenità disputante.

Come fare? Continua ne La disputa felice.

La “coperta corta” delle nostre certezze. Perché siamo tutti un po’ complottisti

giovedì 27 luglio 2017

di Bruno Mastroianni, News and Coffee, 26 luglio 2017



Diciamocelo: sui social siamo tutti in un modo o nell’altro un po’ complottisti. Un articolo di Vera Gheno mi ha spinto a riflettere sul perché abbiamo questa tendenza, che non è qualcosa che affligge solo alcune persone problematiche. Facendo un po’ di auto-esame infatti mi rendo sempre più conto che nelle conversazioni abituali online, soprattutto quelle che hanno a che fare con temi di attualità, ho un istinto ricorrente: quello di individuare il colpevole, il responsabile unico, l’elemento che spiega il tutto.

Uscendo dal mio caso personale e vedendo l’abituale svolgersi di interazioni sui social, si nota quanto questo istinto sia associato poi alla voglia di dare un nome al male: che sia “maschilismo”, “cripto-fascismo”, “buonismo”, “credulità”, “piaggeria”, tendiamo a definire con un’etichetta il pensiero dell’altro, ancora prima di averlo ascoltato, come per contenerlo e non dover fare la fatica di argomentare se abbiamo qualcosa su cui dissentire.

Più che da ignoranza, aggressività o nervosismo (che pure c’entrano) credo che questo atteggiamento venga soprattutto dall’istinto umano basilare di voler risolvere e sistemare (almeno nel propio immaginario) le questioni, potendole definire con precisione, individuando in modo netto anzitutto i cattivi, per potersi mettere dalla parte opposta (quella dei buoni). Per stare al sicuro, per non sbagliare, anche per evitare di esporsi troppo.

 La maggior parte delle volte, infatti, l’aggressività che generano simili commenti è proporzionale alla complessità delle situazioni che affrontano. Dai vaccini al problema dei migranti, dai casi di bioetica alle questioni politiche e economiche: tutte situazioni in cui l’animo umano avverte di essere di fronte a realtà difficili e impegnative che, proprio perché non soggette a soluzioni immediate e preconfezionate, inquietano. Da qui la reazione difensiva... (l'articolo integrale qui: http://www.newsandcoffee.it/la-coperta-corta-delle-nostre-certezze-perche-siamo-tutti-un-po-complottisti/)

L'effetto Triceratopo: la vista offuscata dal gruppo omogeneo

giovedì 6 luglio 2017

di Bruno Mastroianni (tratto da Dibattiti online: oltre le contrapposizioni in La Missione digitale, Edusc 2016, pp.69-74)

Da sempre, muoversi in gruppo dà un riscontro umanamente appagante: ci si riconosce, si appartiene, ci si fa forza.  Se poi questo accade in discussioni a più interlocutori, aumenta l’effetto gratificante: chiunque apprezza un applauso, un attestato di stima, un sostegno manifestato esteriormente da una moltitudine, grande o piccola che sia.  Sui social network accade qualcosa di simile con i like, le condivisioni e i commenti che si ricevono quando si pubblica qualcosa.  Si ha la sensazione che più conferme si ricevono, più si è riusciti a dire qualcosa di significativo.

Ma cosa succede se a dare queste conferme e plausi in realtà è un gruppo che, per quanto numeroso, è composto da persone che la pensano allo stesso modo? Si rischia di entrare in una di quelle bolle online, le cosiddette echo chambers, letteralmente “casse di risonanza” o “camere degli echi”, dove persone con opinioni simili si scambiano contenuti e idee che si confermano a vicenda, facendosi eco  l’un l’altra.

Le echo chambers ricordano le “comunità fortezza” di cui parla Bauman: gruppi di persone che si uniscono in base a un consenso e che si separano da quanti sono diversi da loro.  Esiste un filone di studi che ha analizzato il funzionamento di questi gruppi, osservando ad esempio il comportamento di utenti su facebook (...).

La tendenza è quella di vedere ogni informazione attraverso lenti polarizzate dalla propria inclinazione (favorevole o sfavorevole) nei confronti dell’informazione stessa insomma, esiste una sorta di combinato disposto tra convinzioni forti (ad esempio convinzioni politiche o l’adesione a teorie pseudo-scientifiche), coesione sociale (l’appartenenza a una comunità o a un gruppo che condivide quelle concezioni) e sospensione della naturale verifica delle informazioni con annessa incapacità di cambiare prospettiva.

Un caso eclatante che ha riassunto plasticamente questa dinamica è accaduto qualche tempo fa su facebook: un utente ha pubblicato una foto dal set del famoso film degli anni ’90 Jurassic Park, in cui il regista Steven Spielberg appariva seduto e sorridente appoggiato al pupazzo di un triceratopo morto con la seguente frase: “foto disgraziata di un cacciatore sportivo felice accanto a un triceratopo appena colpito Per favore condividi affinché il mondo possa riconoscere e provare vergogna per questo uomo spregevole”.

Il post è diventato virale in poco tempo, con condivisioni e commenti da parte di utenti in difesa degli animali, molti dei quali così accecati dall’affronto da non accorgersi dell’assurdità della foto.  Lo potremmo chiamare “effetto triceratopo”: quando una forte convinzione (sentimento di difesa degli animali) si unisce al riflesso dello spazio di contrapposizione (protestare per ciò che minaccia le mie convinzioni), amplificato dal senso di appartenenza a un gruppo coeso di opinione (animalisti vs cacciatori), si provoca una sorta di temporanea sospensione della razionalità e della capacità di valutazione su ciò che si sta vedendo (che in realtà è un pupazzo di dinosauro in un set cinematografico).

In altre parole, nella dinamica dello “spazio di contrapposizione” si ha una specie di offuscamento della vista razionale in nome della protesta in gruppo contro qualcosa che va contro le convinzioni del gruppo stesso.  Un’interazione tra tutte riassume l’effetto: tra i vari commenti, un utente cerca di far notare che “quello è Steven Spielberg, regista di Jurassic Park!” ricevendo in risposta: “non importa chi sia, non avrebbe dovuto sparare a quell’animale”.

La conclusione: non bastano campagne informative e azioni debunking, così come hanno forti limiti i progetti che puntano all’automatizzazione della verifica tramite inserimento di criteri di attendibilità negli algoritmi dei motori di ricerca; per riuscire a far cambiare prospettiva a chi ha convinzioni forti e poco fondate ci vuole qualcosa di più.


La #disputafelice: si può fare! (Prefazione di Vera Gheno)

giovedì 22 giugno 2017

di Vera Gheno

Sono stata lungamente una malmostosa, soprattutto sui social network. Quando iniziai a stare sui forum di discussione, verso la fine degli anni Novanta, davo grande importanza alla battuta pronta, al sarcasmo, al cinismo. Non che questo comportamento mi desse particolare gioia, ma mi faceva sentire à la page. Era bello punzecchiare, prendere in giro, ridere tutti insieme di qualcuno. Era bello, ma aveva un costo: quello di avere, sotto sotto, il dubbio di non stare facendo la cosa giusta.

Nel frattempo, da quando avevo iniziato a stare online, era cambiato qualcosa: in rete era arrivata la gente. Mentre prima eravamo quattro gatti che si conoscevano tra di loro e si sentivano i pionieri del cyberspazio, adesso internet aveva accolto tra le sue maglie tutti, ma proprio tutti. C’era un nuovo rischio: quello di offendere qualcuno con il sarcasmo o con la battutina a doppio senso, perché via via era diventato sempre più normale incontrare “altri”: con diverse visioni politiche, con altre religioni, con abitudini e tradizioni differenti, con riferimenti culturali a noi sconosciuti.
Mi resi conto che i comportamenti che avevo sempre ritenuto un segno di distinzione non lo erano più (forse non lo erano mai stati). Come discutere con persone dalle idee radicalmente diverse dalle mie? Possibile che perfino io, che mi reputavo una mente priva di paraocchi, ben informata sulle questioni più importanti, fallissi nella comunicazione proprio quando questa era di massima importanza, nell’incontro tra mondi diversi?

Devo ammetterlo: ebbi un momento di smarrimento. È difficile, infatti, imparare come comportarsi quando la nostra bolla rassicurante non c’è più, o forse si è compenetrata con altre bolle che a loro volta erano rassicuranti per chi le abitava…

Poi ho incontrato lei, la disputa felice. O meglio lui, il disputatore felice: Bruno Mastroianni. Paziente per vocazione, capace di spiegare come non perdere le staffe a ogni piè sospinto, imparando a confrontarsi proprio con chi non la pensa come noi, Mastroianni opera un rovesciamento: invece di cercare di convincerci che litigare non è bello, ci mostra quanto possa essere divertente e appagante dissentire senza litigare. Attraverso la descrizione dei nostri peggiori tic comunicativi, a tratti quasi dolorosa per la nuova prospettiva che ci regala, La disputa felice mira a cambiare il nostro atteggiamento nei confronti della divergenza di opinioni, vista non più come un problema insormontabile ma come un’incredibile possibilità di arricchimento. Nel fare questo in maniera semplice e diretta, l’autore riesce a non montare mai su nessuno scranno. Non si ha la sensazione di “venire edotti” dall’ennesimo guru della comunicazione; piuttosto, – e qui si palesa l’anima del filosofo che Mastroianni è per formazione – il lettore viene accompagnato lungo un percorso di conoscenza e consolidamento delle proprie competenze comunicative.

In questo volume si parla di paure, di sovraccarico comunicativo, di hater più o meno consapevoli, di competenze comunicative necessarie per chiunque, non solo per i professionisti; si parla anche di contenuto – che deve convivere armonicamente con la forma – e di aspetti che vanno ben oltre il virtuale come la postura, lo sguardo, il tono della voce, l’importanza del sorriso sia quando si parla sia quando si scrive (perché, dice l’autore, se sorridi mentre scrivi, si percepisce).

Si indugia a lungo sull’importanza del farsi capire, e sulla necessità di usare le parole giuste, che raccontino davvero la realtà: parole icastiche, come amava dire Italo Calvino. Come è calviniana l’idea di dover rileggere, ripensare, rivalutare quanto detto o scritto.

Poi, il libro entra nel vivo: ci mostra come spesso la discussione venga polarizzata su posizioni estreme e si sia spesso, più o meno consciamente, costretti a scegliere uno schieramento, normalizzando l’idea del bivio. Ma a questo punto, Mastroianni procede a disinnescare la conflittualità con suggerimenti estremamente pratici, compresa la necessità di abbandonare la propria zona di sicurezza per avventurarsi nell’ignoto, che poi spesso è molto meno ignoto di quanto si pensi (semplicemente, non lo stavamo osservando da vicino).

Infine, la summa di tutto il lavoro: arrivare a dissentire senza litigare. E, assicura l’autore, SI PUÒ FARE!, come grida il dottor Frederick Frankenstein nel film di culto Frankenstein Junior. A dire il vero, è davvero una soddisfazione arrivare a farlo.

Che nessuno si faccia ingannare dal titolo: in questo libro manca il buonismo. La disputa è felice perché diviene appagante per i disputatori, non perché evita il confronto o “caramella” la realtà. Questo libro è la celebrazione della divergenza vista come valore positivo e non negativo; come unica, vera molla che può farci crescere. Come disputatori, come comunicatori ma anche, semplicemente, come esseri umani.

Per acquistare il libro: https://www.amazon.it/dp/8876676414/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1498116531&sr=8-1&keywords=la+disputa+felice 

Modi per nascondersi in una conversazione (e come uscirne)

martedì 6 giugno 2017

di Bruno Mastroianni
Molte delle interazioni sui social diventano aggressive per un motivo su tutti: esporsi costa fatica. Quando discutiamo, siamo coinvolti non solo intellettualmente ma anche esistenzialmente: le idee che difendiamo o proponiamo rappresentano il nostro mondo, i nostri riferimenti, la nostra realtà così come la conosciamo e in cui ci riconosciamo. Quando qualcuno le mette alla prova sentiamo che a esser messa in discussione è la nostra stessa identità.

È allora che, per difenderci, facciamo quello che farebbe qualsiasi essere vivente di fronte al pericolo: ci nascondiamo.
Ci sono diversi modi per nascondersi in una conversazione:

 - dietro ai principi: ad esempio quando usiamo espressioni come "questo è sbagliato in sé e non si discute", "la verità va difesa", "è inaccettabile mettere in dubbio questa cosa...", ecc.

 - dietro a un ruolo: "io insegno questa materia da 10 anni", "io sono un professionista del campo", "io sono riconosciuto come…", ecc.

- dietro a un’autorità: "lo dice la Costituzione", "lo dice la Scienza", "lo dice l’Europa",  "lo dice il Vangelo", ecc.

- dietro alle proprie reazioni emotive: "non voglio discutere con te perché quello che dici mi offende", "di fronte all'ignoranza non rispondo", "se usi questo tono non sei degno di risposta", "ti saluto", ecc.

Questi modi, apparentemente spontanei, in realtà sono sottili strategie per frapporre qualcosa tra noi e l’altro per evitare di affrontare il conflitto. Vere e proprie manovre evasive per scongiurare lo sforzo di argomentazione e spiegazione delle proprie idee e posizioni. Manovre che, invece di dissipare, aumentano la tensione nelle discussioni.

Elogio dei limiti

Il paradosso è che proprio quando la tensione cresce (a causa delle affermazioni "sfidanti" dell'altro) l'unica vera via per gestire il confronto è proprio quella di esporsi. Non percepirsi infallibili, non pensare di avere sempre e solo argomenti incontrovertibili, riconoscere quando l’altro è più convincente (per lo meno farlo dentro di sé), rende più autorevoli e dà di nuovo fiato alla conversazione.

L'ideale sui social è pubblicare costantemente "in bozza": scrivere cioè con la consapevolezza che ci sarà sempre un aspetto tralasciato, una prospettiva in più che va considerata, un'obiezione a cui rispondere (anche quando espressa in modo scomposto).

Chi si pone così, di solito, è in grado di riportare quasi ogni discussione in carreggiata, spiegandosi, dissipando i conflitti, guadagnando sul campo autorevolezza e fiducia.

Per mantenere sempre una prospettiva "esposta" occorre:

- muoversi anzitutto dal proprio perimetro, attenersi a ciò che si ritiene vero perché vagliato personalmente;

- parlare solo se si ha davvero qualcosa da aggiungere a ciò che stanno dicendo gli altri;

- separare nelle argomentazioni ciò che viene dalle proprie personali impressioni da ciò che è nei dati, nei fatti e negli argomenti fondati;

- non ripetere cose di altri non messe alla prova fino in fondo.

Con questo atteggiamento si traccia il proprio perimetro realistico di competenze e si espongono le proprie posizioni in modo sincero, esplicitando le proprie aspirazioni e intenzioni, senza trucchi.

È un modo per tenere assieme il piano delle argomentazioni con il piano della relazione con l'altro: si ricorda che nella discussione si è tra persone e si evita di scadere nello scontro tra principi e prese di posizione impersonali.

In un confronto, chi sa riconoscere propri limiti mostra di affidarsi alla forza delle sue argomentazioni (e il suo atteggiamento invita anche gli altri a farlo). Chi perde le staffe tradisce una certa debolezza a cui deve in qualche modo supplire. Tutti quelli che leggono, pur non partecipando al confronto, se ne accorgono.


Il web non esiste, il web siamo noi - saper discutere per vivere felici e connessi

venerdì 12 maggio 2017


di Bruno Mastroianni

Sempre di più riflettiamo sul web e su quanto incida sulle nostre vite, ed è un bene. Meno bene invece il tono con cui lo facciamo: fake news, post-verità, odio online, cyberbullismo, sono parole chiave che occupano spesso i media e il dibattito pubblico con accenti tendenzialmente allarmanti. Ma è davvero così nero il futuro per l’umanità?

La realtà è che la situazione è complessa e in evoluzione, ed è difficile dire esattamente dove porterà; così come è fuorviante ritenere che certi problemi siano da ascrivere in modo esclusivo a internet e ai social, operando una riduzione alla dimensione tecnologica di ciò che invece è propriamente umano e culturale. Ancor prima di previsioni nefaste sul futuro sarebbe preferibile rivolgersi al presente e allo stato attuale delle cose.

La relazionalità esponenziale

Come siamo oggi grazie ai social? Anzitutto è cambiato profondamente il nostro modo di entrare in relazione: non solo si sono accorciate le distanze, ma siamo anche tutti stati abilitati a partecipare al dibattito pubblico (o almeno ad averne la possibilità) in modo ordinario, facile, libero e non filtrato. Prima l’accesso alle informazioni, così come gli spazi da cui diffonderle, erano assolutamente controllati e definiti (erano i media in senso classico). Oggi siamo tutti allo stesso tempo fruitori e produttori di informazione, senza il bisogno di chiedere il permesso a nessuno. Ma non solo: la diversità (culturale, sociale, geografica, religiosa), che prima era un’esperienza specifica nella vita, è diventata quotidianità: viviamo in un mondo di “vicini” impegnati in un continuo confronto tra prospettive “lontane” che, se non ben gestito, porta all’odio, alla difesa intellettuale, alla chiusura in gruppi di opinioni omogenee impermeabili al confronto.

Tre competenze di base

Ciò comporta che le competenze di comunicazione non siano più qualcosa per addetti ai lavori – i giornalisti e i comunicatori istituzionali – ma un set di capacità basilari per capire il mondo, per farsi capire e per capire gli altri. Ancora prima di lamentarsi per possibili effetti nefasti dei social converrebbe investire tempo e energie per far maturare tali competenze. Da dove iniziare? Si potrebbe partire da tre ambiti di lavoro: il primo riguarda la capacità di giudicare l’attendibilità delle informazioni, il secondo la possibilità di uscire dalle bolle di opinioni omogenee, il terzo l’opportunità di imparare a discutere e a confrontarsi in modo produttivo e efficace.

1. Attendibilità delle informazioni

Alla base del vivere connessi non può che esserci il saper riconoscere ciò che è attendibile da ciò che non lo è e in che grado. Questa competenza, tipica della professionalità giornalistica, è oggi richiesta a chiunque, perché tutti siamo stati abilitati all’accesso non filtrato alle informazioni. Riconoscere le fonti, valutarne l’autorevolezza, cercare di risalire il più possibile alle primarie e dirette, confrontare le diverse versioni; sono azioni che oggi non richiedono uno sforzo impossibile per l’utente comune: il fatto di avere “il mondo a portata di mano” permette di farlo. Certo non si potrà andare a fondo su ogni questione (il ruolo degli esperti e dei giornalisti rimane cruciale) ma perlomeno si potrà maturare una certa capacità di riconoscere ciò che è provvisorio, incompleto, parziale. Il punto infatti non è tanto tecnico quanto culturale: abbiamo l’umiltà di mettere in dubbio ciò che asseconda le nostre certezze? Sappiamo non aderire al primo istinto in base a ciò che leggiamo?

2. Rompere le bolle

Questo apre alla seconda competenza: quella di saper uscire dalla zona sicura delle proprie bolle di opinioni omogenee. A tutti costa essere messi alla prova, avere a che fare con la diversità, con il dubbio, con persone che mettono in discussione il nostro mondo. Sul web questo istinto può trovare grande “soddisfazione”: migliaia di persone possono trovarsi e chiudersi in tribù di opinioni omogenee rafforzandosi a vicenda nelle proprie convinzioni senza mai confrontarsi con visioni alternative. Questa dinamica, tutta umana, è anche favorita dagli algoritmi che tendono a offrire contenuti in base agli interessi espressi in precedenza dagli utenti. Di nuovo quindi un problema non esclusivamente tecnologico: non saranno mai le soluzioni tecniche a farci uscire dalle nostre bolle, ci dobbiamo pensare noi.

Come? Curando che tra le nostre connessioni sui social ci siano sempre interlocutori che non appartengono alla nostra cerchia ristretta (sociale, culturale, politica, religiosa, ecc). Facendo in modo di ricevere abitualmente input che arrivino da interlocutori che parlano con linguaggi e mentalità distanti dalle nostre. Ovviamente devono essere persone competenti e attendibili, ma il punto è che non siano a noi affini. Ciò farà sì che quel gesto quotidiano (e apparentemente innocuo) di vedere cosa succede sui social, ci “costringa” virtuosamente a confrontare costantemente – e quindi mettere alla prova – le nostre convinzioni.

3. La #disputafelice

 Da qui la terza competenza essenziale: riscoprire il gusto di disputare senza litigare. L’unico antidoto alle bolle di convinzioni omogenee e all’inattendibilità delle informazioni è quello di accettare la sfida della conversazione globale in cui siamo inseriti. Lo sforzo di confrontarsi con il diverso – persino con chi polemizza e esprime ostilità – aiuta a diventare più umili, più consapevoli dei propri limiti, più desiderosi di trovare migliori fondamenti e argomentazioni per le proprie convinzioni. In una parola: aiuta a formulare e riformulare meglio il proprio pensiero.

L’aggressività e l’odio online nascono proprio dalla rinuncia alla disputa felice: attaccare l’altro usando le proprie certezze come armi è solo una difesa dal dubbio, anche quando quest’ultimo è espresso male e in modo aggressivo. Il risultato è l’assenza di confronto, l’impoverimento, modi di costruire la propria identità basati più sull’imitazione e sullo spirito di appartenenza che sulla conoscenza della realtà.

Ciò richiama tra l’altro alla responsabilità tutti coloro che hanno un ruolo preminente nella società (giornalisti, media classici, associazioni, istituzioni, ordini professionali, ecc.) che dovrebbero fare lo stesso sforzo di costante chiarimento, spiegazione, valutazione delle informazioni, a partire dai pregiudizi e dall’aggressività espressi dagli utenti, accettando sempre ciò che c’è di costruttivo nel dubbio che ogni provocazione solleva. Rinunciare a questa disputa, o disprezzare i dubbi liquidandoli assieme all’odio o all’ignoranza che li accompagna, significa lasciare il campo libero al populismo e alle manipolazioni.

Queste competenze oggi sono il “saper leggere e scrivere” minimo richiesto per vivere connessi. Così come abbiamo sviluppato la consapevolezza che, per vivere in democrazia, l’alfabetizzazione fosse fondamentale, oggi vale per l’alfabetizzazione digitale, che non concerne solo l’uso tecnico dei mezzi ma, più in generale, la nostra capacità di vivere all’altezza di questa ulteriore dimensione della relazionalità umana che ci siamo procurati. La scuola, le famiglie, i luoghi di lavoro e di socializzazione, dovrebbero prendere molto sul serio questa necessaria azione culturale per la crescita di un’umanità meno primitiva nelle relazioni online.

(Questo articolo è stato pubblicato su  VIAPO supplemento culturale di www.conquistedellavoro.it, il 6 maggio 2017)

Essere è comunicare, e altre considerazioni sul web (che non è un mezzo di comunicazione)

lunedì 24 aprile 2017

di Bruno Mastroianni, 24 aprile 2017

Non so perché ma ogni volta che sento considerazioni (nefaste) sull'effetto dei social sulla gente mi si storce un po' la bocca. La realtà è che la situazione è in evoluzione e non è possibile prevedere con certezza come lo scenario digitale cambierà l’uomo e la società. Soprattutto: ciò che accadrà dipenderà da noi, non da un fantomatico destino cieco.

Piuttosto mi concentrerei su due certezze:
1. È cambiato e sta cambiando radicalmente il rapporto dell'uomo con il sapere e le modalità degli esseri umani di entrare in relazione tra loro.
2. Le competenze di base di comunicazione (per capire il mondo, farsi capire e per capire l'altro) sono richieste a tutti e non solo agli addetti ai lavori: sono come il "saper leggere e scrivere" di 50 anni fa.

Il problema è che in molti discorsi nefasti invece di cogliere la sfida 1 si resiste e si invoca un ritorno a un rapporto più gerarchizzato col sapere (cosa irrealizzabile visto che il web è già vita quotidiana di tutti: chi vorrebbe tornare indietro a chiedere il permesso a qualche autorità su cosa leggere e dove?). Dall'altra parte si sottovaluta la 2 e si fa poco: quante occasioni educative e culturali abbiamo per crescere nelle capacità di comunicazione nel loro senso più alto?

Essere e comunicare

Essere e comunicare, infatti, non sono due momenti distinti. Noi siamo ciò che diciamo, esprimiamo, trasmettiamo agli altri con le parole e con i nostri comportamenti. La comunicazione non è un'azione strumentale per trasmettere un messaggio, è relazione con l'altro che ci fa capire meglio noi stessi. Non si può non comunicare così come non si può non essere.

Oggi, ora, siamo in un mondo iperconnesso che con la dimensione online ha aperto possibilità di relazione prima neanche pensabili, è il momento di coltivare queste possibilità per renderle pienamente umane. Inutile fermarsi a dire "colpa della tecnologia". L'uomo è prima, dentro e dopo. La sfida ha aspetti tecnici ma è anzitutto umana e culturale.

I social e il web non sono venuti da un altro pianeta, non sono stati imposti da un invasore né sono spuntati dal nulla. Siamo noi esseri umani che abbiamo deciso liberamente, volontariamente e progressivamente di ampliare la possibilità di entrare in contatto con la diversità e diminuire le distanze. La tecnologia ci ha permesso di accelerare il processo e di universalizzarlo: mettendo letteralmente questa possibilità nelle mani di ciascuno.

L'interdipendenza 

È stata una mossa geniale. Una volta fatto però molti hanno reagito rifiutando il confronto con la diversità e aggravando la propria ignoranza chiudendosi in gruppi e tribù impermeabili. Possiamo prenderla male e cercare di correre ai ripari dicendo "abbiamo scherzato" (cosa tra l'altro inutile e irrealizzabile). Oppure possiamo vedere la realtà: abbiamo ancora molta strada da fare per essere pienamente all'altezza dell'interdipendenza radicale che ci siamo procurati.

È davvero così sorprendente scoprirci esseri costantemente bisognosi di evoluzione culturale e umana? A me sembra che se la storia dell'uomo avesse una trama, sarebbe sostanzialmente questa.

I social e il web sono ormai vita quotidiana delle persone. Non sono in concorrenza con i media perché non sono media in senso stretto. I media stessi vivono la loro dimensione online nel web. L'online è una dimensione relazionale che abbiamo aggiunto alle altre nostre possibilità umane. Una dimensione che è in continuità con tutte le altre offline e a esse inscindibilmente intrecciata: virtuale è reale.

Il ben vivere online

Sul web si possono costruire legami o romperli, arricchire le proprie conoscenze o chiudersi in bolle autoreferenziali. Tutto reale, concreto e pienamente riguardante la condizione umana.

Il punto quindi non è come usare il web (come se fosse uno strumento) né come influisce web su di noi (come se fosse un medium vecchia maniera); non è nemmeno come stare nel web (la metafora della piazza che non descrive esattamente la sua natura). La domanda pertinente è: come viviamo questa ulteriore dimensione relazionale che ci siamo procurati?


La #disputafelice a La lingua batte (Radio3)

sabato 8 aprile 2017

I social possono essere un luogo dove trovare solo conferme e chiudersi in bolle di opinioni omogenee ma possono essere anche occasione di costante messa alla prova delle proprie idee e convinzioni.

La differenza sta nel volerlo e nel cimentarsi nel confronto con l'altro, con chi vede il mondo in un modo diverso, con le informazioni che ci spostano e che ci costringono a ripensare alle nostre certezze. Avere a che fare con la diversità, cercare di riformulare il nostro pensiero davanti a chi non è d'accordo è la via per avere una visione del mondo più fondata, vagliata, attendibile.

È questa l'idea della disputa felice. Ne ho parlato a La lingua batte su Radio3 con Cristina Faloci, che ringrazio per la bella intervista:



La "massa silenziosa" è l'interlocutore più importante

sabato 1 aprile 2017

di Bruno Mastroianni, 1 aprile 2017



Le discussioni accese sui social ci possono far perdere la visione di insieme: ogni volta che interagiamo con alcuni interlocutori siamo letti e ascoltati da molte più persone, sia in tempo reale sia in differita, visto che alla conversazione potrà accedere chiunque, anche successivamente nel tempo.

Il pubblico più allargato presente, o potenzialmente presente, è la chiave per condurre dispute felici. Tenerlo in considerazione aiuta a non lasciarsi prendere dallo scontro. L’interlocutore diretto con cui si interagisce probabilmente ha ingaggiato la polemica proprio perché ha posizioni opposte e volutamente metterà alla prova le nostre idee, rifiuterà le argomentazioni, si farà offensivo e provocatorio.

È proprio in quel momento che pensare alla “massa silenziosa” che legge e ascolta può portare a un atteggiamento di distacco dalle aggressioni. Non fermarsi alla polemica circoscritta di colui che ho davanti aiuta a tenere la prospettiva sul meta-messaggio che arriverà al pubblico più ampio (quello disposto ad ascoltare).

La massa che non interviene infatti giudica soprattutto l'atteggiamento: siamo sereni anche quando provocati? Mostriamo sicurezza e pace o segni di cedimento al litigio? Ricordarlo ci aiuta a non scadere nel personale.

Non si tratta di te 

Il litigio infatti di solito fa anteporre il nostro io al tema che stiamo affrontando. Ci sentiamo i protagonisti e destinatari di ogni affronto, mentre la comunicazione è più efficace quando il nostro ego rimane in secondo piano. Dedicarsi al tema lasciando cadere le provocazioni aiuta a tenere a bada l’io che naturalmente si fa presente per difendere il suo onore.

Se non si cede al litigio, se si rimane focalizzati sul merito della questione, si perde la sensibilità verso gli affronti. Le provocazioni si mostrano per quello che sono: occasioni per spiegare meglio la propria posizione, perché i molti che leggeranno in silenzio osserveranno il nostro modo di fare di fronte all'ostilità. E questo livello "meta" rafforzerà le idee e le argomentazioni che stiamo sostenendo. Ogni interazione può diventare così occasione per dire molte cose con il comportamento oltre le parole.

Nella misura in cui ci saranno interazioni che non raccolgono provocazioni, che pazientemente argomentano, che serenamente rimangono sul tema anche quando l'altro trascende, ciò darà coraggio alla "massa silenziosa" per intraprendere lo stesso comportamento.

Se ci si pensa è la vecchia regola di comunicazione degli interventi televisivi: mai litigare con l'intervistatore o con gli altri ospiti in studio, ma pensare sempre al pubblico a casa che osserva e si fa un'idea su ciò che sosteniamo in base a come ci comportiamo. In tv come sui social l'atteggiamento vale tanto quanto (e a volte di più) di quello che si dice.








La comunicazione autentica e la post-verità (video)

mercoledì 22 marzo 2017

Un paio di settimane fa mi hanno invitato a intervenire a Milano a Cdo sharing su un tema che affrontiamo spesso ma su cui rischiamo altrettanto spesso di distrarci e di perderne l'essenza.

Post-verità, fake news e odio in rete sono infatti fenomeni che stanno a valle: a monte c'è il sovraccarico informativo in cui tutti siamo abitualmente inseriti. Il tema è quindi come è cambiato il nostro rapporto con il sapere, visto che è cambiato il nostro modo di accedere alle informazioni. Il formarsi di bolle di opinioni omogenee e di gruppi polarizzati che si cimentano in infiniti alterchi improduttivi online, ha la sua radice nella possibilità che oggi ciascuno ha di accedere a uno sterminato campo di informazioni e scegliere come rilevanti quelle che meglio confermano le proprie convinzioni, anche quando sono inattendibili o infondate.

È su questo livello – educativo e culturale – che si deve lavorare giacché è impossibile proporre modelli basati su forme di mediazione a priori che non torneranno. Oggi ciascuno è messo nelle condizioni, tramite uno smartphone di uso semplice e immediato, di accedere liberamente a questo sovraccarico e fare le sue scelte (spesso istintive e poco evolute). Occorre allora un'azione educativa e culturale che stimoli la libertà di ciascuno alla selezione intelligente delle informazioni (basata su attendibilità, prirorità, significati) e al desiderio di relazione con gli altri, per saper prendere decisioni efficaci.

La via maestra non può che essere il confronto con la diversità. Farsi capire da chi non è d'accordo, dal diverso, anche ostile, è l'azione virtuosa che ci porterà a cercare dati più fondati, argomenti più universali, idee e soluzioni più adeguate. L'uscita dalle bolle sta nell'entrata nelle bolle altrui: solo il prendere sul serio l'altro, avvicinandosi ai suoi giudizi e pregiudizi, per affrontarli disputando in modo onesto e autentico, potrà spingerci a non accontentarci di ciò di cui siamo già convinti e certi. È questa la disputa felice di chi ha intenzione di capire qualcosa in più sulla realtà invece di accontentarsi delle visioni precostituite in cui spesso si sente comodi e circondati dai propri pari.

Il mondo iperconnesso del sovraccarico richiede a tutti di mettere costantemente alla prova le proprie idee e convinzioni. In questo video abbiamo riflettuto su questo tema con Paolo Garavaglia e Stefano Lampetrico:

Tra i due litiganti il terzo rielabora (e gode)

mercoledì 1 marzo 2017

di Bruno Mastroianni


Per avviare la riflessione sulla #disputafelice prendo spunto da un post di qualche tempo fa in cui notavo che nel partecipare alla conversazione online ci viene spontaneo adottare una modalità di interazione istintiva, basata sull’accordo/disaccordo: di fronte a un certo tema di solito reagiamo opponendoci oppure ci adeguiamo esprimendo il nostro consenso con grande facilità. Lo vediamo accadere costantemente nei dibattiti sulle questioni di attualità.

Queste modalità però, pur essendo immediate e facili, sono di fatto anche le meno proficue. Procedere per continui consensi/dissensi, infatti, alla lunga chiude in una sorta di sistema binario delle opinioni, riducendo la nostra capacità di elaborare e rielaborare, di contribuire alla conversazione e di offrire qualcosa in più a noi e agli altri mentre discutiamo di significati e idee.

Reagire: due svantaggi 

Sono interazioni tipicamente reattive quelle che iniziano con “non sono d'accordo", “peccato che...", “è una vergogna...", e così via. Quante volte le vediamo nei commenti, nelle condivisioni, nelle risposte in gruppi di whatsapp? Quante volte il nostro primissimo modo di intendere e percepire una questione è posizionarci rispetto ad essa, ancora prima di averla valutata a fondo? Eppure farlo mette in difficoltà l'espressione del nostro pensiero, non la facilita.

Tecnicamente infatti questa modalità ha un doppio svantaggio. Il primo è che a diventare l'oggetto della conversazione è il dissenso stesso, tanto che il merito della questione viene oscurato. Chi inizia con “peccato che..." o "ma che dici" (altra espressione reattiva tipica) crea un clima per cui è quasi impossibile che l'altro prosegua ascoltando le motivazioni. Nella modalità reattiva la forma conflittuale usata oscura tutto il resto: anche se si parte per dirimere una questione, si finisce a soffermarsi sulla propria posizione (contrastante) rispetto quella dell'altro. Temi, idee, argomenti, finiscono in secondo piano.

Da qui il secondo effetto inefficace: reagire è sempre seguire il "gioco" di un altro. Alcuni con grande capacità approfittano di questa modalità per suscitare intenzionalmente reazioni e ottenere sdegno e critiche (in termini di dislike, commenti e risposte sdegnate) aumentando il peso dei loro contenuti. Alla base del clickbaiting e delle fake news, come anche delle azioni di certi “professionisti della provocazione”, c'è spesso lo sfruttamento di questa dinamica reattiva.

Adeguarsi: ovvero fare una dichiarazione di voto 

La seconda modalità è quella di adeguarsi. Rientrano in questa categoria i post e i commenti che plaudono a qualcosa o la esaltano esprimendo solidarietà, approvazione, adesione, ecc. In questi casi sono tipiche le forme come "sono d'accordo", "sottoscrivo!", "applausi per", "finalmente", ecc.

Anche in tale modalità lo svantaggio è che il merito del tema diventa secondario rispetto alla comunicazione della propria posizione. Non si discute veramente della questione, ma si fa una specie di dichiarazione di voto (di approvazione) rispetto all'opinione di un altro.

Si adegua anche chi cerca di intervenire costantemente su ciò che è nei trending topics anche se non ha molto da dire, pur di ricevere like facili. Sebbene tale modalità paghi in termini di popolarità e di peso online, lo svantaggio è dipendere da ciò che gli altri si aspettano e approvano. Non è un caso che chi si muove in questa ottica alla lunga difficilmente attira conversazioni realmente rilevanti. Anche qui il clickbaiting e le fake news, i discorsi populisti e “piacioni”, approfittano abbondantemente di questa modalità online.

Ri-elaborare: portare qualcosa nella discussione 

La terza è invece quella più interessante, anche se la più difficile: quella di andare oltre il semplice assenso o dissenso, per rilanciare e dire qualcosa in più rispetto alla corrente di opinione creata da un determinato fatto o da un certo contenuto in una conversazione.

In questa terza modalità ci si inserisce nella conversazione non per posizionarsi, né per ottenere consensi e like, ma per aggiungere qualcosa. Rientrano in questa modalità: le spiegazioni, le contestualizzazioni, l’espressione di dubbi pertinenti, la diffusione di dati rilevanti, le argomentazioni coerenti, le narrazioni alternative, i punti di vista inesplorati. 

Questa modalità è faticosa perché richiede essere distaccati dalla proprie posizioni, preparati sul tema, pronti a correggersi, capaci di parlare ventilando dubbi e possibilità più che certezze.

Chi rielabora si pone nell'atteggiamento collaborativo di chi prende per buono ciò che viene dagli altri, ma sa anche di evidenziarne i limiti, e si prende la briga di partecipare, senza chiudere o definire chi ha (o presume di avere) ragione.

Rielaborare è sostanzialmente lo sforzo di superare l'istinto primitivo a reagire o adeguarsi per fare un passo verso una dimensione più evoluta del confronto.

Ridare fiato alle conversazioni

Rielaborare è "faticare" per rimanere costantemente sul tema, rispettando la sua importanza, e disinnescando gli elementi di distrazione - come i litigi - che di solito sono estranei alla questione. Una persona che rielabora rivitalizza la conversazione, tra l'altro incoraggiando chi è disposto a discutere.

Spesso le conversazioni muoiono nell'ostilità perché nessuno si prende la briga di ridare fiato argomentativo tra i contrasti. Di fatto è questo l’unico modo per inserire davvero elementi nuovi nella discussione, al al di là dell'espressione di posizioni pregresse.

Lo sforzo di rielaborare può dare grandi soddisfazioni: cercare di farsi capire prima di "prendere posizione" fa diventare più umili, ironici, creativi e, spesso, anche più rilassati nel ricordare che, per quanto ci si possa affezionare alle proprie certezze, ci sarà sempre qualcosa da mettere in discussione, per capire meglio il mondo in cui viviamo.

Tra due (o più) litiganti il terzo, se rielabora, gode.




La "disputa felice": comunicare è farsi capire da chi non è d'accordo

mercoledì 15 febbraio 2017

di Bruno Mastroianni


C'è un effetto davvero positivo delle tecnologie digitali: ci stanno spogliando di tante sovrastrutture che, tutto sommato, ci rendevano pigri. Prima il nostro ruolo sociale, la nostra "posizione", era molto rilevante e in qualche modo ci teneva "al sicuro". Ora, con i nostri device in mano, non abbiamo difese: nel web siamo "uno tra gli altri" e, se abbiamo qualcosa da dire, dobbiamo dimostrare di saperlo fare sul campo. Non importa quanto siamo titolati.

La trasversalità delle connessioni creata dai social ha fatto sì che la diversità – che prima era un’esperienza specifica nella vita – è diventata un aspetto costante e ordinario: il confronto, il conflitto tra idee, la divergenza, sono diventati il modo naturale con cui avvengono le interazioni tra esseri umani. Questa "diversità ordinaria" ci ha sbattuto in faccia ciò che prima potevamo anche non vedere. L’ignoranza, la grettezza, l'odio, la mal sopportazione delle opinioni contrarie, erano qualcosa che si notava solo a tratti. Prima erano nel privato delle case e rimanevano nelle aree sociali circoscritte di dove avvenivano litigi; oppure si consumavano a mo' di show nei dibattiti mediatici; infine potevano sublimarsi in confronti tra persone colte in contesti culturali o accademici. In ogni caso erano sempre per poche persone, in tempi circoscritti. Ora riguardano ciascuno in ogni istante: perché tutti possiamo essere raggiunti dai post, dai commenti e dai tweet degli altri; giacché chiunque, senza permesso e senza filtri, può scrivere tutto ciò che gli passa per la testa.

In questo scenario il sapersi confrontare è una competenza che non spetta più solo ai mediatori culturali, ai diplomatici o ai comunicatori, ma a ogni persona. Grazie al web siamo diventati tutti – volenti o nolenti – “vicini” e non c’è scritto da nessuna parte che questo ci renda automaticamente dei “buoni vicini”. È qualcosa che dobbiamo conquistare giorno per giorno .

È finita l’epoca dei filtri, dei dibattiti preparati, della selezione dei pulpiti mediatici e della trasmissione strategica dei messaggi. È giunto il momento di imparare a confrontare le nostre opinioni sempre e comunque, senza litigare, magari trovandovi gusto e soddisfazione.

È finita anche l’epoca della selezione intelligente degli interlocutori. Per secoli la retorica ha insegnato che vale la pena iniziare dibattiti solo se l’altro è disposto a collaborare. Sarebbe bello poterselo ancora permettere ma, nel mondo dell’iper-connessione trasversale dei social, nessuno può avere il privilegio di escludere interlocutori. Anche un semplice genitore su una chat di WhatsApp della classe, può trasformarsi nel peggior hater di sempre. Rinunciare a dialogare con lui significherà lasciare una moltitudine di persone in balìa di quell'odio. Solo nella misura in cui ci sarà qualcuno disposto a disputare anche con chi è ostile, cambieranno veramente le cose.

Serve insomma intenzionalità e impegno. Perché nonostante siamo gettati in questa situazione di costante confronto non abbiamo abbastanza occasioni per imparare a disputare con il diverso. Non lo studiamo a scuola; non è detto che la professione lo richieda; in famiglia e nei nostri contesti sociali ristretti spesso non riusciamo a farne adeguata esperienza. Eppure tutti, da quando abbiamo uno smartphone in mano, siamo coinvolti nella conversazione pubblica e "costretti" a confrontarci con altri anche molto distanti da noi.

Ecco perché, dopo la #guidasocial (a cui mi sono dedicato negli scorsi mesi), da oggi in poi su questo blog inizierò una riflessione sulla possibilità di trovare pace e felicità nel confronto con l'altro. Io la chiamo la #disputafelice: credo che sia possibile sostenere in modo pacifico la divergenza sia quando c'è semplice disaccordo ma anche quando l'altro vuole litigare o non ne vuol sapere.

Anticamente si diceva che una cosa la conosci solo quando la sai insegnare a un altro (Seneca). Einstein sosteneva che padroneggi solo ciò che sai spiegare a tua nonna. Oggi, nell’epoca della disputa generalizzata e del mondo iper-connesso, cambierei prospettiva: comunicare è farsi capire da chi non è d’accordo. Questa è la #disputafelice, che da oggi cercherò di esplorare in queste pagine.

Attendo, per definizione, suggerimenti, critiche e contributi.



L'altro visto da vicino. Umanizzare le relazioni digitali

sabato 28 gennaio 2017

di Bruno Mastroianni



Nel dicembre 2006 la rivista Time, per celebrare internet, sceglieva come persona dell’anno “You” (Tu) e poneva in copertina un personal computer dallo schermo riflettente, accompagnandolo col titolo “Tu controlli l’epoca dell’informazione, benvenuto nel tuo mondo”. Dieci anni dopo, nell’agosto del 2016, lo stesso settimanale dedicava nuovamente la copertina a internet, stavolta con la raffigurazione di un troll – l’essere fantastico che nel gergo del web rappresenta chi scatena polemiche e litigi inutili – con il titolo: “Perché stiamo perdendo internet a causa della cultura dell’odio”. Cosa è successo? Sono bastati solo dieci anni perché l’entusiasmo per le possibilità dell’informazione personalizzata si esaurisse?

 In effetti dobbiamo ammetterlo: in questo periodo tutti proviamo un certo disagio per quello che accade sul web. Ci sembra che Facebook, Twitter, gli spazi di commento alle notizie dei media siano terreni di continuo scontro. La presidente della Camera, Laura Boldrini, decide di pubblicare gli insulti che riceve; il caso di Tiziana Cantone – la ragazza che si è tolta la vita a causa della diffusione di un suo video a luci rosse sul web – ha lasciato tutti scossi; i gruppi di WhatsApp formati dai genitori delle scuole sono stati oggetto di dibattito per essersi trasformati in arene di confronti efferati che ostacolano il sereno svolgimento del lavoro dei docenti.

Due tentazioni

Di fronte a tutto questo la prima tentazione, alimentata spesso da certi commenti sui media, è di difendersi e “spegnere”, come se la tecnologia fosse il centro del problema: mettendola su off si ha la sensazione di potersi in qualche modo preservare da una modalità di comunicazione che appare primitiva, brutale, disinformata, inconsapevole e dannosa. La seconda tentazione è di distanziarsi dal problema. “Il popolo del web”, “i troll”, “gli hater”, “La rete è violenta”: sentiamo spesso usare queste espressioni per descrivere fenomeni online come fossero dovuti a entità distanti dotate di una loro indipendenza e non collegate alle scelte libere di esseri umani in carne e ossa.

Così facendo, concentrandosi cioè su strategie preventive (“spegni che ti fa male”) e distanzianti (“la rete promuove l’odio”), rischiamo di mancare il cuore del problema a cui lo scenario digitale ci sta invece richiamando con forza: le persone e il loro grado di libertà nel gestire le relazioni online. La tesi che sostengo è che solo nella misura in cui saremo capaci di fare uno sforzo di azione sul campo (non-preservativa) e di avvicinamento (non è la rete ma gli uomini che fanno scelte online) potremmo avviare un’azione educativa e culturale efficace per un’umanizzazione del web.

Né medium né piazza virtuale: relazioni

Dapprima occorre però sgombrare il campo da alcune ambiguità che spesso viziano l’interpretazione del mondo digitale, che non permettono di vederlo per ciò che è realmente. La prima di queste idee – che proviene da schemi interpretativi legati al precedente scenario di comunicazione di massa – è l’equiparazione di internet a un medium così come lo intendevamo un tempo.

La metafora del web come mezzo non riesce a cogliere la vera novità dello scenario in cui siamo immersi: quella online è una dimensione in cui siamo inseriti grazie a uno strumento (i nostri smartphone o i nostri computer), ma lo strumento non ne esaurisce le caratteristiche. Infatti quello che accade online è lo svolgimento di relazioni fra umani. Rivolgere l’attenzione solo al mezzo, come fosse un giornale o un canale televisivo, ci spinge a ragionare su una dicotomia offline/online che nella vita di tutti i giorni non si presenta.

Un tempo, leggere un quotidiano o guardare la TV era un preciso momento della giornata che richiedeva l’uso specifico di un qualche mezzo (non a caso la terminologia “accendere” o “spegnere” è propria della TV). Oggi invece ognuno vive costantemente online e offline senza una vera soluzione di continuità, giacché interagisce con altri in varie modalità, siano esse in presenza (un incontro) o attraverso una mediazione digitale (ad esempio un messaggio di WhatsApp), senza distinguere realmente questi momenti. Sono semplicemente modi diversi di fare la stessa cosa: entrare in relazione.

L’altra metafora dei social che non ne descrive tutta la ricchezza è quella della “piazza virtuale” in cui ci si incontra e discute. Porre l’accento su caratteristiche ambientali e spaziali – il web visto come luogo – è inadatto a descrivere ciò che internet è veramente: un insieme di relazioni tra esseri umani. Relazioni che sono svincolate da qualsiasi limite spaziale e nient’affatto virtuali: offendere online è offendere veramente, non è una finzione. Di fatto, il web di per sé non esiste: il web siamo noi in connessione. Se ci concentriamo sui dispositivi, sulle antenne che connettono, sulle tastiere e i touch screen, perfino se valutiamo le piattaforme in sé – come Facebook e Twitter – non troviamo in esse ciò che caratterizza realmente la natura di internet, che è fatta sostanzialmente dalle persone e dal loro modo di interagire.

Non è la rete, è la libertà umana

 Da questa prospettiva si possono correggere – o meglio osservare in modo più proficuo – i fenomeni che abbiamo menzionato prima. Non è la rete (distante e incontrollabile) che ha espresso odio nei confronti della presidente Boldrini, ma una serie di persone (in carne e ossa) che hanno scelto più o meno liberamente (probabilmente meno) di interagire con lei in modalità aggressiva. Non è la rete che ha portato al suicidio Tiziana Cantone, ma l’insieme di like, condivisioni, commenti sessisti e irrispettosi che esseri umani hanno posto in modo più o meno intenzionale al video che circolava online. Non esiste un “popolo del web” distante e misterioso, esistiamo noi che compiamo online atti degni o indegni.

Nel momento in cui si assume questo punto di vista, si ristabilisce l’ordine che ci permette di progettare possibili azioni. Occorre lavorare sull’umano e sull’umanità, consapevoli che la tecnologia ci sta abilitando a possibilità di relazione mai viste prima (nessuno avrebbe mai potuto interloquire in modo diretto con la presidente della Camera) che richiedono maggiore consapevolezza e competenza. Non è l’abilitazione in sé (lo strumento tecnologico) che provoca il comportamento negativo, ma la mancanza di strumenti educativi e culturali per vivere in piena umanità tale abilitazione. Dall’altro lato, la tecnologia non può e non deve essere né ignorata né messa da parte, semplicemente va presa in considerazione nel suo potenziare le capacità umane, siano esse le migliori come le più deleterie.

Tecno-scettici e tecno-entusiasti

Da questo punto di vista le due posizioni estreme si assomigliano: sia i tecno-scettici – quelli cioè che invocano l’off e i limiti alla tecnologia – sia i tecno-entusiasti – che vedono in essa esclusivamente progresso e opportunità – compiono lo stesso errore valutativo: sacrificano all’aspetto tecnico-strumentale la centralità della persona. Rimesso l’uomo davanti allo smartphone e in relazione con altri all’interno dei social network, si può allora riconsiderare la situazione nel suo complesso.

Se ripartiamo dalle copertine di Time, possiamo trovare una nuova ottica da cui osservare il fenomeno dell’odio, della disinformazione e degli scontri che sembrano ormai inevitabili sul web: non sono una novità assoluta, quanto piuttosto una manifestazione potenziata di difetti e limiti umani da sempre presenti.

Ciò che prima rimaneva nascosto e circoscritto in contesti sociali ristretti (pensiamo all’ignoranza e all’analfabetismo) oggi è diffuso, visibile e misurabile, giacché tutti, senza nessuna selezione, possono scrivere e pubblicare online tutto ciò che passa loro per la testa, con un ulteriore effetto negativo: persone che condividono pregiudizi e credenze infondate hanno la possibilità di incontrarsi online con una facilità inedita rispetto al “mondo reale”, alimentando uno spirito di chiusura in gruppi dalle opinioni omogenee impermeabili al confronto. Guardare in faccia tutto questo, poterlo vedere e misurare, può essere un vantaggio.

Non basta mettere su "off"

La risposta non è unicamente quella di spegnere. Non si tratta di concentrarsi su quando e quanto mettere su “off” – evitare pericoli è solo un punto di partenza –, il vero campo che chiede urgente risposta è cosa succede dal momento in cui si mette “on” in poi.

È lì che servono percorsi per imparare a coltivare relazioni online di qualità. Il problema che abbiamo delineato sulle divisioni e sugli scontri è, infatti, anzitutto un problema di distanza. Ogni considerazione della realtà “dall’alto” – la cosiddetta helicopter view –, sebbene sembri il modo migliore di vedere, di fatto priva la realtà di una delle sue caratteristiche salienti: le persone.

Pensiamo alle mappe delle religioni del mondo: cosa rappresentano, se non una serie di divisioni? Pensiamo a un campo profughi visto dall’alto: che cosa è, se non un insieme indefinito di baracche degradate? Ma queste visioni descrivono quelle realtà o piuttosto mancano della vita delle persone che di quei mondi sono protagoniste?

La fonte di scontri e litigi

È qualcosa che nel web accade spesso: la fonte di molti litigi è l’istinto distanziante che non vede le persone. Si vede l’altro da lontano, a partire dalle differenze di vedute, dalle sue idee e sovrastrutture. Questo “altro distanziato” diventa allora di volta in volta antagonista, nemico, avversario, un diverso da cui difendersi: lo si “perde” come persona.

Che succede invece se, in tutti i casi che abbiamo citato, si fa il movimento opposto? Se ci avviciniamo, il profugo si mostra per quello che è: una persona – come me – in una condizione di bisogno; l’esponente dell’altra religione, al di là del suo modo di vestire, di parlare, di vedere il mondo, si presenta come un mio simile che crede in cose diverse; persino l’avversario ideologico lo posso prendere per ciò che è: uno come me che si è fatto un’idea differente del mondo.

Da vicino, nonostante mondi e schemi diversi, ci si riconosce tra persone. E si ha meno paura. È esattamente ciò a cui sta invitando, credenti e non, Papa Francesco con il suo comportamento. Il Papa vive la modalità di avvicinamento all’altro come stile di vita. La sua insistenza per gli ultimi non è altro che questo: il mondo si vede bene non dalla distanza della visione aerea ma dal basso del contatto con chi sta nella posizione più svantaggiata.

L'altro visto da vicino

Occuparsi degli uomini a partire dalla loro realtà così come è, fosse anche la condizione di ignoranza e disinformazione o la modalità violenta di espressione di odio online. Se è vero che il web sta intrappolando persone in bolle di opinioni (confuse e infondate), la soluzione non sarà vietare internet o osservare il fenomeno dalla distanza, per preservarsi, ma entrare in quelle bolle per tentare di dissiparle con pazienza, vicinanza, cercando di fare appello alla libertà e alle migliori qualità umane.

Capendo che le differenze e le divergenze – seppur manipolate, istintive, deleterie – costituiscono ciò in cui l’altro crede e che, per quanto sbagliato, è pur sempre ciò su cui ha investito l’esistenza: provengono dalla dimensione umana più profonda.

Qualche giorno dopo la pubblicazione da parte della presidente della Camera dei suoi aggressori online, il quotidiano La Repubblica ne ha intervistato uno. Una signora qualunque, che alla domanda sul perché avesse aggredito verbalmente Laura Boldrini ha risposto: “Non lo so nemmeno io, sarà stata la rabbia per come mi sento quando torno dal lavoro. Ho 61 anni, mi hanno rifiutato la pensione di invalidità anche se ho avuto tre interventi alla schiena. (…) Non volevo offendere lei, era un insulto a tutti”.

Da lontano l’avremmo definita “hater”, inserendola in quella categoria vaga e distante che ci invita a temere il web. Da vicino ci appare per quello che è: una persona che ha bisogno di aiuto e comprensione.

Non stiamo perdendo il web, né siamo destinati alla cultura dell’odio e della disinformazione. Online come in ogni altra situazione umana, le persone in quanto libere possono sempre fare la differenza. Si tratta solo di occuparsene. Occorre tornare a credere nella libertà e nella possibilità di essere responsabilmente umani anche con uno smartphone in mano collegato con il mondo.

(Una versione più ampia dell'articolo è stata pubblicata qui)