La diversità aumentata - TEDx

venerdì 29 novembre 2019

L’interconnessione ha cambiato il nostro rapporto con la differenza. Prima incontravamo la diversità (culturale, linguistica, emotiva) in momenti specifici e circoscritti della vita. Oggi l’incontro con il dissenso, cioè con il diverso modo di sentire altrui, pervade gli spazi di connessione in cui interagiamo. È un effetto "diversità aumentata" che sottopone tutti a una prova costante: quella di saper costruire relazioni attraverso le divergenze e non malgrado esse. Utopia o realtà a portata di mano?

Il mio TEDx sulla #disputefelice

Dissentire senza litigare in cinque passi, anzi in cinque dita

martedì 12 novembre 2019


di Bruno Mastroianni, tratto da un articolo su AgendaDigitale.eu del 15.10.2019

La nostra capacità di dissentire senza litigare è tutta, da sempre, a portata di mano. E, come al solito, visto che ce l’avevamo sotto il naso da sempre, è la cosa più difficile di cui tener conto. Le dita ci dicono tanto, se solo sapessimo ascoltarle e guardare come sono fatte.

Il mignolo - stai nel tuo

Il primo spunto ce lo dà il mignolo. Il dito corto e piccolo. Questo dito ci ricorda che più riconosciamo quel poco che sappiamo, le poche esperienze che abbiamo fatto, quello su cui davvero abbiamo qualcosa da dire, e più saremo rilevanti nel dire la nostra. Il problema infatti è quando ci magnifichiamo nelle discussioni. Quando siamo tracotanti, tuttologi e cerchiamo di difendere ciò che non padroneggiamo veramente. La maggior parte delle volte andiamo allo scontro perché non abbiamo pensato a fondo a ciò di cui si sta parlando. Quel poco che siamo, invece, la nostra “mignolitudine”, rappresenta proprio quell’unicità che ci rende riconoscibili, credibili e capaci di discuterne con tutti.

L'anulare - cura il legame

Segue l’anulare, il dito dell’anello nuziale, quello che ci parla dei legami. Discutere non è scambiarsi informazioni, ma costruire o distruggere legami e relazioni. Se solo ci ricordassimo questo ogni volta che ci confrontiamo, ci impegneremmo di più nella scelta delle parole. Dissentire, stare nel conflitto, è sempre e comunque una relazione che necessita del mantenimento del legame con l’altro. Non è mera formalità o cortesia: per andare fino in fondo nella differenza è necessario rimanere legati.

Il medio - evita l'aggressione

È qui che ci aiuta il dito medio: quando lo alziamo con insulti, aggressività, odio, sicuramente si romperà il legame con l’altro e le relazione di dissenso andrà a farsi benedire. Il dito medio ci ricorda il paradosso: chi più usa violenza meno esprime bene il suo dissenso. Le orecchie dell’altro, infatti, di fronte all’insulto si chiudono automaticamente. Quell’operazione di prevaricazione, di vittoria sull’altro, che apparentemente è così forte, in realtà porta solo a creare distanze e a evitare la messa alla prova. È la debolezza più grande, è la fuga. Chi dissente pacifico, invece, costringe a farsi ascoltare ed è molto più forte nel portare gli effetti della sua differenza nel mondo dell’altro.

L'indice - rimani sul tema

E poi c’è l’indice. Il famoso dito su cui ci concentriamo costantemente e ci dimentichiamo di guardare a cosa punta. Ci ricorda che in una discussione non dobbiamo soffermarci sugli aspetti personali dell’altro, sui suoi limiti, ma andare alla Luna che sta cercando di indicare. È su quella, e non su come viene indicata, che verte la discussione. Ciò significa soprattutto una cosa: prendere sul serio l’oggetto indicato, prendere cioè per buono ciò che l’altro dice così come lo dice, per criticarlo in modo concreto da dentro il suo stesso ragionamento. Dissentire è stare nel merito dell’argomento.

Il pollice - l'autoironia che salva la discussione

Infine c’è il pollice. L’amato pollice del like a cui tanto ambiamo e che tanto usiamo per esprimere il nostro consenso. Un’affermazione di posizione facile, immediata, remunerativa perché ci fa sentire parte dello stesso mondo, non come quel dissenso che continua a mettere in connessione mondi alieni che non ci risultano.

Ecco, quel pollice si può posizionare in un altro modo, assumendo la funzione dell’indice mentre si rivolge verso il suo proprietario, rivelando su chi dobbiamo lavorare per migliorare le discussioni: su noi stessi. La strada, in un mondo di sovraccarico di differenze, non può che essere quella della autoironia e del distacco da se stessi. Quella che già il mignolo ci indicava (come al solito i più piccoli e gli ultimi hanno un punto di vista più lucido sulla realtà): quella per cui impariamo a prenderci meno sul serio e ad avere confidenza con i nostri limiti.

L’autoironia salva il mondo

I limiti e i difetti, infatti, a prima vista ci sembrano un problema. Istintivamente, quando emergono, ci fanno mettere sulla difensiva perché ci sembra ci facciano perdere il nostro posto nel mondo. In realtà quei buchi e quelle mancanze sono i punti che ci permettono l’incontro con l’altro. È quando ci riteniamo perfetti e autosufficienti invece che andiamo allo scontro: è un modo per dire che non abbiamo bisogno di nessuno.

Il selfie involontario

Ora sull’autoironia la tecnologia ci offre oggi un’esperienza importante, di cui dobbiamo saper fare tesoro. Vi sarà capitato sicuramente. Tirate fuori lo smartphone, volete scattare una foto a qualcosa di interessante, ma quando aprite la fotocamera è rivolta dalla parte sbagliata, verso di voi. Quell’immagine della nostra faccia, senza preparazione, senza aver avuto il tempo di fare un’espressione intelligente o plausibile, ci provoca un certo orrore. Quello è un momento intenso di autoironia: per un attimo ci vediamo così come siamo, da fuori. Quel selfie involontario è qualcosa che dovremmo imparare a scattare ogni volta che discutiamo animatamente con gli altri: provare a fermarci un attimo e guardarci da fuori, vedendo chi sembriamo in quel modo di replicare.

Il potere di non avere l'ultima parola

Questo atto di distacco da se stessi, dona due poteri fondamentali. Il primo è perdere l’ansia di avere l’ultima parola. Avete presente quando ormai si è capito che non si va da nessuna parte e si continua a discutere all’infinito, ciascuno facendo a gara per dare l’ultima risposta? Dinamica aggravata dal fatto che online l’ultima risposta è visivamente l’ultima riga che chiude il thread. Così gli scambi si fanno tanto infiniti quanto vuoti. Ecco, l’autoironia aiuta a ritrovare la misura: una volta data la risposta, una volta esposto il proprio pensiero, se ancora l’altro non ne vuole sapere è il momento di mollare. Discutere all’infinito è l’ennesima manifestazione di autoreferenzialità, come il bambino che vuole che tutto vada come dice lui.

Il potere di ignorare

Il secondo potere è quello dell’ignorare. Chi ha un po’ di distacco da sé diventa capace di lasciar cadere le polemiche e di non offendersi quando riceve il trattamento di cui abbiamo parlato (buttarla sul personale, essere oggetto di indignazione, essere travisato volutamente). Riesce anche ad andare oltre la parte polemica di ciò che gli altri dicono per vedere se, una volta tolta quella, sia rimasto un qualche argomento da riportare all’attenzione. Di solito ripartire da quello può dare la possibilità di ridare fiato al dibattito. Per tutto il resto c’è l’ignorare. Anzi potremmo dire che al potere dell’ignoranza – fatto di insulti, odio, aggressioni, provocazioni – si può e si deve opporre il potere dell’ignorare. Perché in rete, il bello, è che ciò che non viene raccolto, ciò su cui non si ha reazione, muore di per sé e finisce nel dimenticatoio.

La fine della comunicazione felice, l’inizio dell’era della disputa

Ma l’autoironia ci spinge ancora oltre. E ci aiuta a capire che anche l’espressione guardarsi da fuori che abbiamo usato fin qui, è essa stessa un po’ troppo autoreferenziale. Definire, infatti, “fuori” ciò che è diverso da me è, in fondo, un’ulteriore manovra per tenerlo a distanza. Allora dovremmo correggerla in modalità autoironica dicendo: occorre guardarsi dal mondo dell’altro. Cioè entrare in discussione con lui a partire dal riconoscimento della posizione che si è ritagliato nel suo mondo, cioè capire il suo sistema di relazioni significative per trovare una connessione con lui all’interno di esse.

È finita l’epoca (se c’è mai stata) della comunicazione felice, che vuole mettere tutti d’accordo, è iniziata l’epoca della disputa tra differenze in connessione. Se vogliamo che questa disputa sia felice, abbiamo una sola alternativa: o fare la differenza in prima persona, mettendo le mani in pasta, come partecipanti a una riunione di condominio generalizzata; oppure saremo costretti a subirla in continui litigi che cercano di spegnere disperatamente la diversità aumentata. Ecco, non si spegnerà, perché la differenza, se ci pensiamo bene, non è un elemento aggiunto o artificiale, ma è il modo più comune di presentarsi della realtà in cui viviamo, che è fatta dei nostri mondi in connessione. Non c’è altro universo dove andare, tanto vale cercare di convivere in questo.

Prendersi cura delle discussioni

mercoledì 28 agosto 2019


di Bruno Mastroianni in AA. VV., Abbicura. Il libro dell'uomo e della cura che per prima gli diede forma, Fausto Lupetti, 2019, pp. 87-92.


Il litigio sembra oggi la forma più comune di comunicazione. Litighiamo quando siamo in casa, litighiamo nei luoghi di lavoro; litigano le persone in tv e sui giornali, nei gruppi di WhatsApp, su Facebook e negli altri social network. La società sembra ormai una grande distesa di opinioni in continua contrapposizione.

“Quando ci si trova in disaccordo su qualche punto, e l’uno non riconosce che l’altro parli bene e con chiarezza, ci si infuria, e ciascuno pensa che l’altro parli per invidia nei propri confronti, facendo a gara per avere la meglio e rinunciando alla ricerca sull’argomento proposto nella discussione. E certuni, addirittura, finiscono col separarsi nel modo più disonorevole, dopo essersi insultati e aver detto e udito, su di sé, cose tali che anche i presenti si pentono di aver creduto che sarebbe valsa la pena venire a sentire gente del genere”(1).

Sembra una descrizione accurata di molte delle infinite querelle a cui assistiamo sui social network, in cui persone più o meno sconosciute finiscono a dirsi le cose più terribili e a offendersi a partire da una divergenza di opinioni. Eppure siamo di fronte a una frase scritta più di venti secoli fa da Platone. Il problema delle divergenze che portano allo scontro, infatti, non è nato con la nostra epoca né tantomeno dipende dai media o dalle tecnologie digitali.

Nel testo, tra l’altro, si parla di problemi che riguardavano all’epoca una piccolissima minoranza erudita e consapevole, l’unica che poteva permet- tersi di andare in piazza a discutere, mentre il resto della popolazione era escluso dal dibattito pubblico e politico. Questo vuol dire che il problema delle discussioni deragliate non è nemmeno una questione di ignoranza: riguarda anche le élite, e le riguarda da sempre.

Sentiamo spesso ripetere la nota frase di Umberto Eco: “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”(2), e abbiamo la tentazione di usarla come spiegazione del litigare online. Le parole di Platone ci mettono in sostanza di fronte alla realtà: anche quando a parlare erano pochi, selezionati e competenti, si generavano le stesse dinamiche disfunzionali. Insomma, non è solo la tecnologia e non è nemmeno solo l’ignoranza. Casomai le possibilità tecnologiche, allargando sempre di più l’accesso alla discussione pubblica, hanno portato meglio alla luce la questione delle discussioni falli- mentari come problema eminentemente umano.

È come se fosse una predisposizione a una patologia che non dipende del tutto dalle condizioni sociali, economiche, comunicative: siamo portatori di questa vulnerabilità al di là del nostro spessore culturale e della nostra capacità di connessione. Il mal discutere è un morbo tipico umano, naturale, non ha bisogno di artifici tecnologici per presentarsi, anche se senz’altro le tecnologie della comunicazione ne hanno potenziato la manifestazione.

E qui direi che c’è la grande opportunità: non si stava meglio quando si vedeva meno. L’iperconnessione in cui siamo immersi ci sta dando la possibilità di guardare in faccia ciò che forse per troppo tempo abbiamo pensato di poter ignorare o di poter tenere sotto controllo: il mal discutere può diventare – e di fatto lo sta diventando – un vero e proprio mal di vivere sociale. L’odio, la frustrazione, le reazioni violente e scomposte c’erano anche prima, ma rimanevano in contesti sociali limitati e spesso poco visibili all’opinione pubblica. Dipendeva dalla selezione mediatica decidere se certi temi e certe modalità di comunicazione potessero essere portate all’attenzione pubblica.

Oggi è diverso: i fenomeni di odio e aggressione online si manifestano senza selezione all’entrata, in tutta la loro violenza. E non bisogna pensare solo ai casi più eclatanti e “rumorosi”, ma considerare anche l’odio sottile e quotidiano che emerge nei “tra le righe” delle nostre timeline dei social, nei nostri gruppi di WhatsApp, nelle nostre email in copia. Tutto materiale che rimane scritto, persistente, in molti casi espresso in pubblico e con una consistenza oggettiva più pesante delle semplici parole dette a voce(3).

È importante allora inquadrare il tema dei litigi e dell’odio online in que- sta prospettiva del mal discutere che affligge, e sempre affliggerà, l’umanità. È un male e come tale va trattato. Il semplice sdegno o le stigmatizzazioni dei discorsi d’odio, persino le campagne generiche per una sorta di disarmo verbale globale, non sono sufficienti quanto non sarebbe sufficiente trattare le patologie esclusivamente con campagne di sensibilizzazione. Le infezioni non si battono con i proclami, le ossa rotte non si riparano con gli appelli. Quando un male si presenta ci vuole una risposta all’altezza: ci vuole cura.

Cosa significa cura nel caso del mal discutere? La risposta ancora una volta ci può venire dalla considerazione di Platone che nella sua sintesi individua tutti i punti essenziali da cui partire.

“Quando ci si trovi in disaccordo su qualche punto”, scrive Platone, per descrivere il “momento zero” dell’emergere del dissenso. Perché può far scaturire il litigio? Perché quando c’è differenza di vedute non è solo una questione di idee, ma di scontro fra mondi. In qualità di esseri umani, quando discutiamo, nelle parole mettiamo tutto il nostro mondo di idee e convinzioni. Incontrare la divergenza significa incontrare una piccola o grande minaccia al proprio sistema di concezioni assodate(4). È sempre un momento traumatico. Preferiremmo infatti vivere nel nostro mondo confortevole di idee, magari circondati da coloro che le condividono e le rinforzano(5). Ci troviamo a disagio invece quando l’altro ci mette di fronte al suo mondo: è il momento in cui sentiamo il nostro non più così unico e solido.

“L’uno non riconosce che l’altro parli bene e con chiarezza, ci si infuria, e ciascuno pensa che l’altro parli per invidia nei propri confronti”, prosegue Platone, descrivendo il passo successivo: i due mondi che si scontrano e non riescono a trovare una lingua comune. È il fraintendimento. La scelta delle parole non è accurata, le argomentazioni sono insufficienti, il tono tocca corde emotive che fanno offendere, un certo termine ha creato un equivoco, oppure volontariamente si è andati sul personale con qualche accusa ad hominem. Il non capirsi nelle parole e nelle idee si riversa, negativamente, sulla relazione tra i due: nasce il sospetto verso l’altro, il legame inizia a deteriorarsi, il litigio è pronto a esprimersi.

“Facendo a gara per avere la meglio rinunciando alla ricerca sull’argomento proposto nella discussione”; in questa frase Platone mostra ormai la discussione deragliata: il contenuto non c’entra più, il merito del tema è stato messo da parte, ora ci sono solo due esseri umani che cercando di dimostrare l’uno all’altro o a se stessi (e a chi sta assistendo al litigio) la propria supremazia(6). I due mondi di opinioni e visioni diverse sono in aper- to conflitto. È guerra per l’egemonia, non conta più la questione di cui si parlava. Da qui le conseguenze ben descritte da Platone: gli insulti, il comportamento disonorevole, gli ascoltatori che si pentono di aver seguito un dibattito così inutile.

Il centro di tutta la vicenda è proprio l’abbandono della discussione. A volte siamo portati a pensare che siamo in un mondo di litigi perché si di- scute troppo. In realtà è l’esatto contrario: ci sono così tanti litigi perché si discute troppo poco. È la mancanza di discussione a far litigare. È l’abbandono del merito delle questioni, il disimpegno a rimanere sul tema, a non scadere sul personale (“dici così perché sei...”) oppure a divagare nei principi (“quello che dici è ingiusto quindi non si discute...”), per non parlare poi degli insulti più o meno velati, ad esempio quando si mettono in dubbio le intenzioni e le competenze dell’altro. Tutti modi che alla fine manifestano lo stesso male: facciamo fatica a confrontarci fino in fondo con la differenza dell’altro e quindi deviamo dal tema, smettiamo di fare la fatica di argomen- tare e lo attacchiamo su altri piani per avere la meglio.

L’incontro con la diversità è impegnativo. Un tempo lo potevamo gestire meglio e decidere quando entrare in contatto con mondi diversi dal nostro: un viaggio, un’attività di volontariato, una situazione professionale in cui confrontare competenze. Eravamo preparati. Oggi invece quel “mondo dell’altro” ci accompagna quotidianamente: nella società plurale intercon- nessa è ciò che si manifesta più comunemente. La piazza in cui le élite erudite faticavano a discutere in modo sano è entrata nelle tasche di tutti: nei nostri smartphone che connettono mondi divergenti.

La cura quindi è necessaria, per tutti. Cura nell’uso delle parole più adat- te, cioè che possano essere capite anche da chi viene da un altro mondo. Cura delle argomentazioni, che non possono essere autoreferenziali, ma devono partire dall’altro e dal suo mondo di riferimenti. Cura delle emozioni, dei sentimenti, della sensibilità che differisce a seconda della prospettiva che come tale va rispettata. Insomma la cura di cui c’è bisogno è l’impegno in ogni discussione a rimanere nel tema, ricordando allo stesso tempo la persona e le persone con cui si sta parlando: è il legame a permettere che ci sia vero confronto.

Siamo abituati a pensare che per esserci comunicazione sia necessario partire da un terreno comune. È il sogno della comunicazione felice: parlare con tutti essendo capiti perfettamente per ciò che si intende. È un’illusione che in fondo presuppone che ci sia sostanziale accordo sulle questioni fondamentali e si possa quindi dissentire su questioni secondarie. Nella società plurale, però, ciò che sempre più si presenterà nelle nostre discussioni è la differenza sulle questioni più importanti. Allora i terreni comuni andranno costruiti, trovati, organizzati, faticosamente nel confrontarsi stesso. Saranno l’esito non il punto di partenza. Non di un’idea ingenua di comunicazione felice – che nelle epoche storiche non si è mai realizzata – ma di una più rea- listica disputa felice: il sincero confrontare il dissenso cercando di mantenere la relazione comunicativa con l’altro.

Le idee migliori e le migliori scelte non vengono dal trovarsi in accordo, ma dal contrario(7): è quando dobbiamo argomentare di fronte a chi mette in dubbio le nostre prospettive e le nostre decisioni che facciamo lo sforzo di migliorare noi stessi e la tenuta del nostro pensiero. È faticoso, ma è il bene che produce la comunicazione, quando autentica. Potremmo infatti anche non avere valori in comune, ma tutti siamo in grado di riconoscere il valore comune della comunicazione(8) che permette a ciascuno di poter proporre la sua differenza e discuterla con gli altri.

La prospettiva da cui ripartire insomma è sostanzialmente educativa: nello scenario della società interconnessa, dove l’accesso alle informazioni, alla conoscenza e al dibattito pubblico è libero, c’è bisogno di cittadini capaci di discutere: è la condizione per vivere l’interconnessione come occasione di partecipazione, altrimenti si trasformerà in deriva di esclusione(9).

ll ben discutere in quest’ottica diventa sostanzialmente un bene-dire sociale. La funzione presente in tutte le tradizioni religiose della benedizione, cioè del buon auspicio attraverso le parole che fa agire il sacro migliorando il cammino umano, può tradursi anche nella realtà sociale: lo sforzo della buona comunicazione, il bene-dire, non rimarrà solo nelle parole o negli scambi di opinioni, ma riverserà benefici concreti tra gli esseri umani, ricostruendo il senso dei legami non malgrado, ma a partire dalla differenza, che è ormai la caratteristica del mondo costituito da una moltitudine di mondi in connessione.

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1 Platone, Tutte le opere, Roma, Newton Compton, 2013, versione ebook, Gorgia: 457d.
2 Umberto Eco, “Con i social parola a legioni di imbecilli”, La Stampa, 10.6.2015
3 Cfr. Vera Gheno, Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network, Firenze, Cesa- ti, 2017, p. 116 e seg.
4 Cfr. Bruno Mastroianni, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Firenze, Cesati, 2017, pp. 11 e seg.
5 Sul tema del pregiudizio di conferma e l’effetto cassa di risonanza (echo chamber) tra opinioni simili che si rafforzano cfr. Walter Quattrociocchi, Antonella Vicini, Misinforma- tion. Guida alla società dell’informazione e della credulità, Milano, Franco Angeli, 2016.
6 Cfr. Adelino Cattani, Botta e risposta. L’arte della replica, Bologna, Il Mulino, 2005, p. 216.
7 Cfr. Luca De Biase, Homo pluralis. Essere umani nell’era tecnologica, Torino, Codice, 2015, versione ebook, capitolo 6: Umani.
8 Cfr. Manuel Castells, Comunicazione e potere, Milano, Egea, 2017, versione ebook, 1. Il potere nella società in rete, La società in rete.
9 Per la tematica della complessità e la prospettiva dell’educazione all’interconnessione cfr. Piero Dominici, Dentro la società interconnessa. Prospettive etiche per un nuovo ecosi- stema della comunicazione, Milano, Franco Angeli, 2014.

Come rispondere quando l'altro travisa volutamente le tue parole - l'argomento fantoccio

lunedì 12 agosto 2019


di Bruno Mastroianni, articolo completo su ExAgere.it

L'argomento fantoccio: si tratta di una delle mosse scorrette che si possono compiere durante una discussione: attribuire all’interlocutore una versione deformata dell’argomentazione che ha appena proposto per poterla smontare più facilmente. Si prendono le parole dell’altro e si riformulano producendo una versione artificiale e manomessa del suo discorso, spesso attraverso espressioni del tipo “stai quindi dicendo che…” a cui segue la trasformazione delle tesi in una versione più facilmente confutabile. Il fantoccio non è altro che la versione artefatta e alterata di ciò che l’altro ha detto e che viene messa al suo posto, come un fantoccio appunto, per essere contrastata più facilmente dell’originale.

Si possono adulterare le posizioni dell’altro, cioè costruire fantocci, fondamentalmente in quattro modi: ipersemplificando, estremizzando, decontestualizzando, ridicolizzando.

Vediamo un esempio:

Affermazione di partenza: “Su ogni cosa si può discutere, non esistono argomenti indiscutibili”

Ipersemplificazione: “Quindi sei per una Babele di discorsi contrapposti”.
Estremizzazione: “Stai dicendo quindi che non ci sono verità, questo è relativismo!”.
Decontestualizzazione: “E come la mettiamo con le leggi? Discutiamo anche l’illiceità dell’omicidio?”.
Ridicolizzazione: “Bella idea, così a forza di discutere all’infinito finalmente ci stuferemo anche di capire”.

Ognuna di queste riformulazioni deformanti ha una sua precisa caratteristica. Nella ipersemplificazione (che potremmo meglio chiamare riduzione) si riformula l’argomentazione iniziale scegliendone una sola parte e troncando il collegamento con altri aspetti. Il “si può discutere di ogni cosa” è diventato “una Babele di discorsi contrapposti” cioè si è fatto un fantoccio ridotto ai soli casi delle discussioni che non vanno a buon fine provocando confusione.

L’estremizzazione usa lo stesso metodo della riduzione, ma impiega l’elemento selezionato per generalizzarlo o portarlo a conseguenze estreme, conducendo lontano dagli intenti dell’affermazione iniziale. In questo caso il “si può discutere su tutto” è stato estremizzato in un “non ci sono verità”.

La decontestualizzazione si basa sul prendere come negli altri casi solo una parte dell’affermazione applicandola a un contesto differente, di solito poco pertinente, in modo che la consequenzialità suscitata artificialmente porti a un paradosso o a una contraddizione. In questo caso si sceglie di tirare in ballo l’omicidio e il contesto della legge cercando di presentare la contestazione o il rifiuto di una norma come conseguenza di una “discussione possibile”.

Ridicolizzare è una forma simile alle altre che aggiunge anche un tono ironico e sbeffeggiante. Nell’esempio riportato è di fatto un’estremizzazione (“discutere all’infinito”) di cui ci si prende gioco.

Attraverso questi esempi si può notare che alla base di ogni mossa dell’argomento fantoccio c’è fondamentalmente una riduzione, cioè prendere una parte di ciò che è stato detto per usarla come elemento deformante dell’argomento. Ora, l’unica vera contro-argomentazione efficace di fronte a una riduzione non è tanto contestarla, quanto concentrare le energie dialettiche per un ritorno alla complessità della tesi iniziale. È proprio osservando la procedura di riduzione che si può percorrere la stessa strada, ma al contrario: riconoscere l’intelaiatura del fantoccio permette di scucirla per farlo afflosciare su se stesso, mostrando allo stesso tempo agli astanti la sua natura artificiale.

Capire il costruttore di fantocci

Prima di vedere come “scucire il pupazzo” però, c’è bisogno di valutare anche il secondo livello di analisi a cui accennavamo: gli scopi che stanno dietro la mossa effettuata dal “fabbricatore di fantocci”. In una discussione online si può intervenire in base a molti scopi che si possono ricondurre a tre categorie fondamentali: contribuire alla discussione, affermare la propria posizione oppure disturbare.

Nella prima categoria di scopi rientrano quegli atteggiamenti secondo i quali un interlocutore, pur servendosi di una mossa sleale come quella del fantoccio, in realtà la compie con l’intento di contribuire alla discussione. Non è detto infatti che alla scompostezza della mossa, che è una vera e propria fallacia, corrisponda un’intenzione per forza negativa o distruttiva. A volte un argomento fantoccio spunta semplicemente perché chi replica non è in grado di sostenere una confutazione davvero pertinente e ha l’istinto a portare vicino alle proprie categorie i termini di una questione per poterla criticare con più facilità.

Il secondo tipo di scopo, quello di affermare la propria posizione, è più insidioso. Spesso si presenta in modo nascosto o inconsapevole: lo scopo apparente sembra quello di voler criticare per contribuire, mentre a muovere davvero la critica è la voglia di porsi come più intelligente, informato, scaltro, consapevole, ecc. Senza contare poi quante volte il fantoccio viene usato come vero e proprio atto di dominanza sull’altro per farlo sentire in posizione inferiore o di difetto.

Il terzo tipo è quello più facilmente individuabile: la voglia di disturbare, di insultare, di rovinare una discussione. Rientrano in questo le pratiche del discredito, dell’espressione di odio, l’aggressione verbale gratuita, ecc. In questi casi attraverso il fantoccio si vuole travisare il discorso per portarlo alla sua distruzione.

Potremmo dire che vale la pena dare una risposta a un argomento fantoccio online se e solo se si presenta con il primo tipo di scopi, quelli legati cioè al contribuire alla discussione. Anche se poi lo scopo è mischiato con altri scopi o è solo apparente per coprirne uno nascosto: anche in quel caso può avere un qualche senso dare seguito. Rispondere invece a un fantoccio creato per posizionarsi o per insultare è davvero molto poco utile: avvia una di quelle interazioni che non porteranno da nessuna parte né per il fabbricatore di fantoccio, né per gli altri che stanno leggendo. Molto meglio ignorare e lasciar cadere.


Scucire il fantoccio

A quella sugli scopi va sempre però aggiunta la riflessione sul tipo di fabbricazione del fantoccio, cioè sulla sua argomentazione. Se per come è costruito, al di là dello scopo per cui è fatto, può essere un’opportunità per aggiungere qualcosa al proprio discorso, allora l’occasione va colta. Esiste cioè anche la possibilità che il fantoccio costruito con l’intento di indebolire possa invece trasformarsi nel miglior modo di rinforzare la propria argomentazione grazie alla possibilità di ribaltamento che offrono le sue modalità riduttive, estremizzanti, decontestualizzanti o ridicolizzanti.

Proviamo allora a riprendere gli esempi di prima per capire se in essi esistono occasioni di risposte ribaltanti che possano essere un rinforzo alla propria argomentazione:
Ipersemplificazione: “Quindi sei per una Babele di discorsi contrapposti”.

Risposta: “Piuttosto proporrei un’Atene di discorsi democratici”.

In questo caso individuati in “Babele” e in “discorsi contrapposti” i due elementi di semplificazione, se ne producono due uguali e contrari (“Atene” e “discorsi democratici”) per tornare ad allargare il campo visivo e riprendersi la dignità del discutere. In un sol colpo si mostra quanto la prospettiva Babele sia solo una visione ridotta (svelando la natura del fantoccio) e lo si fa proponendo un’immagine di città alternativa che permetta di ritornare al tema della discussione come confronto e non solo come litigio che fomenta incomprensione.
Estremizzazione: “Stai dicendo quindi che non ci sono verità, questo è relativismo!”.

Risposta: “Se non ci fosse alcuna verità, che senso avrebbe discutere?”.

Qui il fulcro è portare il concetto di “possibilità di discutere” a una conseguenza estrema (“non ci sono verità”) che in realtà non deriva dalle premesse dell’argomentazione. Allora la contromossa è riprendersi il concetto di verità per ricollocarlo nel suo giusto posto rispetto alla discussione. Un modo anche per smarcarsi anche dall’accusa di relativismo.

Si potrebbe procedere allo stesso modo anche con la decontestualizzazione, magari servendosi proprio del concetto di norma facendo notare che è essa stessa frutto di una discussione. E così via con la ridicolizzazione prendendo quel “discutere all’infinito che fa perdere la voglia di capire” e mettendolo a paragone con il “discutere ogni volta che serve” che è uno dei principi del metodo scientifico, un buon modo per capire le cose. Insomma la sostanza è non rispondere o ribellarsi al fantoccio fatto e completo, ma lavorare sulla struttura che lo ha messo in piedi per decostruirla e ritornare titolari dell’argomentazione.

L’argomento fantoccio in una discussione online è in fin dei conti una sfida all’identità dell’interlocutore che si ritrova a essere rappresentato di fronte al pubblico da parole e ragionamenti che non sono i suoi. Attaccare quella forma e cercare di dibattersi in essa non fa superare la prova a cui si è sottoposti: aggrava il disagio. L’unica strada è quella di mostrare con la propria replica non tanto il rifiuto di forme non adeguate, ma attraverso la decostruzione di esse, quella di riportare sotto gli occhi degli altri la qualità indeformabile che hanno i pensieri quando sono ben espressi.

Social network: argomenti al centro, non persone

martedì 16 luglio 2019


di Bruno Mastroianni, Senzafiltro, aprile 2019

Come gestire le discussioni sui social? Il trucco è uno: mettere gli argomenti al centro. Vediamo che cosa significa trasformare i litigi in dispute felici.

Si sente spesso parlare di umanizzazione delle interazioni online, dell’importanza dell’empatia e del dialogo, di non dimenticare che, quando ci si scambiano parole in forma digitale, dall’altra parte c’è sempre una persona in carne e ossa che legge. La prospettiva che viene solitamente proposta, dal marketing alla comunicazione istituzionale, è quella di “mettere al centro la persona”, che deve essere ascoltata, valorizzata e posta come fulcro di ogni scambio comunicativo.

La mia convinzione è che questa prospettiva, se non correttamente intesa, può creare più danni che altro nella comunicazione online. Mettere la persona al centro, infatti, comporta un rischio pericolosissimo: quello del paternalismo. Ricoperti da uno strato superficiale di empatia e da una spruzzata di spirito di dialogo, quando ci concentriamo sulla persona che sta dall’altra parte, molte volte, compiamo la più grave infrazione che si possa commettere in una discussione: non prendere sul serio i suoi argomenti.

Persone al centro? Meglio i loro argomenti

Gli argomenti, invece, sono la parte più importante in uno scambio: online ciascuno di noi è ciò che dice, scrive e sostiene; tutte le altre dimensioni sono invece assenti o non pertinenti. In quella particolare modalità di relazione che è la discussione scritta, noi siamo i nostri argomenti.

È un piccolo paradosso a cui occorre fare caso perché online le cose non funzionano come dal vivo, per almeno tre motivi. Il primo è l’assenza del corpo: mentre interagiamo con i nostri interlocutori non ci siamo con tutte le nostre sfaccettature personali, ma solo con quelle che esprimiamo tramite le parole che usiamo (o non usiamo), la forma che diamo loro, la punteggiatura ecc.

Il secondo è la dimensione pubblica: quando si discute online di solito lo si fa di fronte a un pubblico più o meno ampio, quindi lo scambio non ha mai una qualità completamente privata. Persino se si sta interagendo attraverso messaggi diretti ciò che si dice rimane scritto, registrato, ed è riproducibile tramite screenshot (le aziende lo sanno bene nella loro gestione dei messaggi dei clienti).

Il terzo motivo è il difetto di intimità tra gli interlocutori: mentre ci si incontra e ci si scontra online molte volte non si conosce davvero chi si ha davanti e, anche quando lo si conosce, spesso si tratta di quei “legami deboli” che non entrano nella sfera intima. Anche quando due amici intimi sono impegnati in una discussione pubblica di fronte ad altri, sono portati ad abbandonare alcuni elementi della loro relazione specifica per assumere un atteggiamento più “formale” e distaccato.

Questi tre elementi delle interazioni online – assenza di corpo, dimensione pubblica, difetto di intimità – portano a una questione fondamentale: “mettere al centro la persona” vuol dire “mettere al centro il suo argomento”, cioè prendere il più seriamente e più completamente possibile ciò che scrive, cercando di capirlo fino in fondo. Tutte le altre mosse sono in realtà minacce alla centralità dell’altro, perché ciascuno online è ciò che sostiene in quel momento e non vuole altro che essere preso per ciò che sta dicendo.

Litigi online, quando rispondere e quando tacere

Lo vediamo bene nella dinamica dei litigi. Di solito hanno inizio nel momento in cui uno degli interlocutori si scosta dall’argomento e va sul personale: “tu dici così perché sei…”, “con queste parole mostri la tua ignoranza…”; o generalizza: “il solito buonista con le sue frasi fatte”; oppure si indigna: “quello che hai detto è inaccettabile!”. Frasi simili non sono risposte argomentate, ma giudizi che spostano la discussione dall’argomento di cui si stava parlando a presunte caratteristiche o mancanze (intellettuali, morali, culturali) delle persone che stanno discutendo.

Il litigio scatta perché andare sul personale passando sopra le parole dell’altro – cioè non rispondendogli sull’argomentazione che ha proposto – è un atto aggressivo che provoca un effetto paradossale di spersonalizzazione: usando ciò che dice per produrre un giudizio su di lui, invece di attenersi all’argomentazione che quelle parole esprimono, si produce una specie di sua identità fittizia basata su illazioni e valutazioni personali. L’altro non si sente preso per ciò che è, perché in quella discussione la sua identità è nelle sue parole.

Funziona anche nell’altro verso: quando uno degli interlocutori pretende che si abbia un buon giudizio su di lui in base a sue caratteristiche o doti personali rispetto alle parole che ha scritto. È il caso di chi, quando non riesce a convincere con i suoi ragionamenti, si appella alla sua specchiata professionalità, al suo curriculum, al suo ruolo: “Fidati di me che faccio questo lavoro da vent’anni!”. Nella prospettiva del “mettere al centro l’argomento”, non funziona: in un dibattito online ognuno è ciò che dice, sostiene, argomenta e scrive, e non può pretendere di essere giudicato in base ad altro.

Se si mette al centro l’argomento, insomma, si riesce a mantenere l’ottica giusta che permette davvero la valorizzazione della persona, la quale si sente rappresentata appieno dal suo argomento. È chiaro che ciò richiede tempo ed energie per leggere le parole dell’altro, non per giudicarlo o per trovare sue lacune, ma per ascoltare davvero che cosa vuole dire e rispondergli. Allo stesso tempo la prospettiva della centralità dell’argomento permette di risparmiare proprio quel tempo e quelle energie, perché mette nelle condizioni di valutare quali siano le discussioni davvero valide a cui partecipare e quali quelle da tralasciare.

Uno degli effetti del continuo litigio e delle discussioni deragliate, infatti, è quello di perdere moltissimo tempo a controbattere discostandosi dall’argomento da cui si era partiti, per poi finire a farsi le pulci a vicenda. Un’attività inutile, oltre che dannosa; soprattutto online, dove praticamente ogni questione arriva “già litigata” nelle timeline nostre e altrui, rendendo il contrasto continuo una delle peggiori fonti di interferenza nel web.

Mettere al centro l’argomento significa saper valutare se vale la pena rispondere a un’affermazione dell’altro o se è meglio ignorarla. Lo stesso vale di fronte a provocazioni e affermazioni scomposte: secondo il criterio dell’argomento si può cercare di vedere se tra le parole aggressive e inadeguate c’è comunque qualcosa a cui replicare. Vale per le interazioni online di un servizio clienti come in una chat di WhatsApp tra genitori di scuola: saper tenere la barra a dritta sul tema e sull’argomento può aiutare a selezionare cosa dire, quando e come.

Facciamo un esempio concreto analizzando due differenti frasi di utenti rivolte sui social (quindi in pubblico) a un’ipotetica azienda che offre servizi di telefonia:

A: “Siete solo dei parassiti. Questi cellulari ci friggono il cervello!”

B: “Una truffa schifosa: appena ti sposti un po’ dal centro della città perdi il segnale!”

L’affermazione A, vista dall’ottica dell’argomento, ci dice che l’utente vuole solo esprimere la sua frustrazione e rabbia. Dentro non si trova un argomento specifico che riguardi l’azienda e il suo business, ma solo insulti (“parassiti”) e affermazioni di vago complottismo (“ci friggono il cervello!”). Non essendoci argomento centrato sugli scopi dell’azienda, non vale la pena affrontare la discussione né per l’utente né per altri che leggono.

L’affermazione B è diversa. Esordisce con parole insultanti, al limite della diffamazione (“truffa schifosa”), ma nel suo prosieguo solleva una questione centrale per l’azienda, quella della copertura, e lo fa argomentando: sostiene che non ci sia segnale fuori città. Nell’ottica dell’argomento al centro questo è un commento a cui si deve rispondere, sia perché tocca un tema fondamentale, sia perché una risposta non sarà utile solo all’utente in questione, ma potrà parlare a molti altri lettori a cui questo contenuto sarà arrivato “già litigato”. Le domande implicite su cui si dovrebbe contro-argomentare sono: davvero il segnale della compagnia è presente solo in città? Accade in tutte le città? Quale è la mappa della copertura reale?

La disputa felice: non tutte le discussioni vengono per nuocere

L’esempio ci aiuta a mettere a fuoco alcuni passaggi per costruire una disputa felice invece di perdersi in continui litigi che vanno fuori tema:
Riconoscere parole offensive, provocatorie, scomposte per ignorarle e vedere se nelle frasi dell’altro è presente un argomento.
Individuare la domanda, il dubbio, l’istanza presente nell’argomentazione dell’altro e provare a porla a se stessi come se la sta ponendo lui.
Valutare se si è chiamati a rispondere a tale questione e se il tema affrontato sia utile per la propria vita, il proprio business, le proprie relazioni. Altrimenti è meglio lasciare il compito ad altri.
Una volta deciso di intervenire, occorre di nuovo mettere al centro l’argomento: si possiedono le competenze, l’esperienza, le fonti, i dati e i ragionamenti sufficienti per rispondere?

La messa al centro dell’argomento richiede un impegno a tornare e ritornare sempre al merito della questione ogniqualvolta la discussione tenda a sfociare sul personale: da questo punto di vista “l’argomento al centro” va visto anche come strategia d’azione di recupero e ripristino in caso di scambi deragliati. E questo va fatto fino a che ci sia almeno qualcuno dall’altro lato disposto a tornare sul tema. Non per forza l’interlocutore diretto con cui si sta interagendo, ma pensando alla moltitudine silenziosa di quelli che leggono e che si faranno un’idea della questione anche in base a quanto chi discute è in grado di rimanere nei binari dell’argomentare, invece che perdersi sul personale.

Insomma, mettere l’argomento al centro degli scambi online significa fare un bene concreto alle persone molto più di quanto non lo si faccia mettendole genericamente al centro.

Commenti online: quando rispondere, quando lasciar cadere, quando scoraggiare - piccola guida

mercoledì 12 giugno 2019




(estratto da un articolo più ampio sulla gestione dei commenti di Bruno Mastroianni in AgendaDigitale.eu 29.5.2019)


Le interazioni online non dovrebbero essere condotte con atteggiamento difensivo e di rimessa, cioè limitarsi a rispondere, moderare, arginare, ma con uno spirito propositivo e attivo. Interessante ad esempio come il Wall Street Journal abbia deciso nei suoi spazi online proprietari di passare dalla semplice moderazione alla valorizzazione della voce degli utenti che hanno interesse a discutere. Lo stesso potrebbe essere fatto sugli spazi social, pur con le dovute differenze.

Per farlo occorre riconoscere i differenti scopi e argomenti che animano gli utenti nel momento in cui commentano. Qui si propone uno schema esemplificativo che mette in relazione tre tipi di argomenti e tre tipi di scopi, in base alle cui combinazioni si può decifrare quando rispondere è utile o meno. Ovviamente, come tutte le schematizzazioni, è una riduzione della complessità della realtà, da prendere solo come criterio di riferimento, che poi andrà applicato caso per caso.

Di solito i tre tipi di argomenti che si possono trovare nei commenti da parte degli utenti sono:

A1. Questioni oggettive e domande concrete.

A2. Giudizi soggettivi, opinioni, gusti e inclinazioni.

A3. Violenza verbale, insulti, trolling.

Gli argomenti di tipo A1 sono quelli che contengono questioni oggettive e fattuali. Rientrano in essi domande, affermazioni, puntualizzazioni, critiche circostanziate, richieste, e tutti quei commenti che hanno come caratteristica il riferimento a qualcosa di concreto, numerico, oggettivo. Attenzione: questo non significa che quegli elementi siano attendibili e fondati, qui li consideriamo solo come tipi di argomentazione, al di là della loro validità.

Esempio: “Avete scritto che Roosevelt morì lo stesso anno di Hitler, invece è l’anno prima!”.
Si tratta di un commento che contiene elementi oggettivi anche se ha il dato sbagliato: Hitler e Roosevelt sono morti lo stesso anno a pochi giorni di distanza.

Gli argomenti di tipo A2 sono quelli in cui gli utenti con i loro commenti esprimono un’opinione personale, che appartiene ai loro gusti, alle loro posizioni culturali, politiche, religiose. Sono espressioni di applauso o di sdegno, di elogio e apprezzamento o di rifiuto. Rispetto agli argomenti di tipo A1 non contengono un elemento fattuale o concreto, ma più un’espressione delle proprie sensazioni.

Esempio: “Ciò che proponete è noioso!”.

Si tratta di un commento che contiene elementi soggettivi e di preferenza personale.

Gli argomenti di tipo A3 sono quelli che contengono insulti, parolacce, bestemmie, frasi senza senso, emoji prive di correlazione con il contenuto, link di spam, deliri, e tutto il panorama che appartiene alla sfera dell’irrazionale e del non pertinente. In senso stretto sono non-argomenti e proprio per questo vanno riconosciuti come tali.

A questi tre tipi di argomenti corrispondono tre tipi di scopi:

S1. Contribuire alla discussione.

S2. Esprimere la propria posizione.

S3. Disturbare o farsi notare.


Gli scopi di tipo S1 sono quelli che muovono le persone ad avere un confronto e uno scambio online. Sia in senso critico – correggere, di colmare lacune, di rettificare, di smentire – sia in senso collaborativo: rafforzare ciò che è stato detto, chiedere un chiarimento, aggiungere elementi, dare conferma, ecc.

Quelli di tipo S2 sono quelli che perseguono l’obiettivo di esprimere la propria posizione rispetto all’organizzazione o rispetto al contenuto postato. Di solito portano a una dichiarazione di schieramento a favore o contro, di accettazione o di rifiuto, ma possono essere anche tentativi di dimostrare qualcosa (ad esempio essere più intelligenti, preparati, giusti degli altri, ecc.) o di unirsi o distinguersi rispetto a una certa visione, ecc.

Gli scopi di tipo S3 sono animati dall’intento di farsi notare, disturbare, di provocare scandalo, di suscitare reazioni negative, di offendere per il gusto di farlo, di gettare discredito, di diffondere odio e così via.

C’è una certa corrispondenza lineare tra tipi di argomenti e tipi di scopi. Infatti, come abbiamo visto negli esempi, di solito chi ha lo scopo S1 di contribuire alla discussione, la maggior parte delle volte lo fa con argomenti A1 concreti, fattuali, oggettivi, così come chi ha lo scopo S2 di prendere posizione lo esprime con argomenti A2 di inclinazione e opinione. E così via fino alla corrispondenza S3 – A3 in cui la volontà di distruggere di solito si esprime in insulti e violenza verbale. Allo stesso tempo esistono le combinazioni intermedie. Infatti si danno anche varie possibilità di combinazione tra scopi e argomenti:

A1 (questioni oggettive) – S2 (esprimere la propria posizione): l’utente tira fuori dei dati, degli elementi, dei ragionamenti su aspetti concreti, ma lo fa per dire da che parte sta, cioè a favore o (più spesso) contro quello che si sta affermando.


Esempio: “Parlate sempre e solo del fascismo, non dite mai dei crimini comunisti!”.

Qui c’è un’espressione di posizione (l’utente non apprezza il taglio editoriale) espressa tramite un dato concreto (“parlate sempre del fascismo e non del comunismo”). Non conta se il dato è accurato o no, fatto sta che viene usato come argomentazione per lo scopo di posizionarsi (contro) rispetto alle scelte di chi ha proposto il contenuto.

A1 (questioni oggettive) – S3 (insultare, disturbare): l’utente usa dati, fatti e ragionamenti per disturbare, diffamare, aggredire.

Esempio: “Siete strapagati dalle nostre tasse e siete buoni a nulla, dovrebbero eliminarvi!”

Qui lo scopo di aggredire (“buoni a nulla”, “dovrebbero eliminarvi”) è raggiunto tramite l’argomento (A1) del presunto dato concreto degli stipendi sproporzionati e pagati dalle tasse.

A2 (opinione) – S1 (contribuire): l’utente esprime i suoi gusti o una sua opinione con l’intento di contribuire alla conversazione pur non aggiungendo alcunché di concreto.

Esempio: “A me questa cosa di dover prima conoscere i numeri delle migrazioni tutto sommato mi ha convinto”.

Qui l’espressione di un’opinione soggettiva (“mi ha convinto”) non è una mera presa di posizione, ma traspare in essa lo scopo di voler portare qualcosa alla discussione, anche se il contributo non va oltre la propria personale visione.

A2 (opinione) – S3 (insultare, disturbare): l’utente esprime una sua valutazione per disturbare, per compromettere il clima, per dare fastidio o farsi notare.

Esempio: “È vomitevole quello che dite! Ipocriti!”.

L’opinione soggettiva (“è vomitevole”) ha lo scopo di arrivare all’insulto (“Ipocriti!”)

Un caso interessante è quello degli argomenti di tipo A3 (insulti, trolling e parolacce) per scopi diversi dal disturbo fine a se stesso:

A3 (trolling, insulti) – S1 (contribuire): è il caso del trolling intelligente, della capacità di fare una battuta o di dire qualcosa anche di forte, con parolacce per far emergere contraddizioni e contribuire al dibattito. Arte molto difficile che richiede grandi capacità comunicative e che spesso sfocia nella mera violenza verbale, ma che non è impossibile.

A3 (insulti) – S2 (posizione): è il caso molto frequente delle espressioni frustrate degli utenti che, incapaci di motivare il proprio dissenso, finiscono per usare insulti, parolacce, parole violente, ma in realtà lo fanno con l’intento di esprimere la propria posizione rispetto a una questione o a un’organizzazione.

Esempio: “Avete detto una vaccata dietro l’altra sui migranti! È inaccettabile!”.

In uno stesso commento ci possono essere più scopi e più argomenti contemporaneamente. Gli scopi poi possono anche essere nascosti, ingannevoli o inconsapevoli. Ad esempio un utente può porre le sue questioni con l’atteggiamento di chi ha lo scopo dichiarato di contribuire alla discussione (S1) quando invece ha lo scopo reale di rifiutare ciò che viene detto o semplicemente dimostrare di essere più intelligente o migliore (scopi di tipo S2). E ciò può avvenire anche inconsapevolmente: è il caso di chi per esempio si pone come uno che sta solo esprimendo la sua posizione (S2) quando in realtà lo fa per insultare o disturbare (S3).

Curare la qualità della discussione

Questa classificazione, che senz’altro non è esaustiva, può risultare utile per avere dei criteri con cui mettere in ordine i diversi tipi di argomenti e scopi nei commenti, e scegliere con quali interagire, quali lasciar cadere e quali addirittura scoraggiare e filtrare.

La scala dei diversi commenti potrebbe essere suddivisa in tre fasce:
  • Commenti da considerare e a cui dare seguito.
  • Commenti da accettare senza dare particolare seguito o da ignorare.
  • Commenti da scoraggiare e filtrare.
Commenti da considerare

Nella prima categoria rientrano tutti i commenti in cui sia presente lo scopo di tipo S1 (contribuire) e l’argomento di tipo A1 (questioni oggettive). Questi commenti andrebbero sempre non solo considerati, ma meriterebbero anche risposte e riscontri.

Scopi S1 e argomenti A1 rappresentano sempre occasioni per dire qualcosa o per avere un’interazione significativa con gli utenti. Le questioni oggettive infatti, proposte con lo scopo di contribuire, accurate o meno che siano, danno sempre occasione per spiegare e chiarire qualche aspetto: un’azione che rinforza il rapporto con gli utenti. Insomma gli argomenti A1 creano occasioni di interazioni significative sul piano dei contenuti, gli scopi di tipo S1 sul piano delle relazioni. Entrambi sono da incoraggiare come valori della discussione online.

Seguendo questa linea anche i commenti in cui si incrociano gli scopi di tipo S1 e gli argomenti di tipo A1 con altri tipi di argomenti e scopi vanno considerati e gli va dato seguito.

Ad esempio quando le opinioni personali (A2) sono espresse per contribuire alla discussione (S1) vale la pena prenderle in considerazione e dare un seguito. Così come se si è di fronte a un’azione di trolling (A3) fatta però in modo intelligente (S1) potrebbe essere rilevante raccoglierne gli spunti e rispondere.

E così si può procedere anche dal punto di vista degli scopi in relazione all’argomento concreto (A1): quando si hanno prese di posizione (S2), anche critiche, che però sollevano argomenti tangibili (A1), vale quasi sempre la pena rispondere. Ciò accade persino quando quel dato o quel fatto viene sollevato al solo scopo di disturbare (S3), in quel caso correggerne l’inesattezza potrebbe avere un suo effetto sugli altri che leggono.

Persino nel caso in cui si sia di fronte a insulti e frasi violente (A3), ma espresse con un intento di fondo di contribuire alla discussione (S1). Si dovrebbe dare seguito e considerare il commento, magari anche solo per invitare l’utente a riformulare la sua opinione senza insulti, per capire meglio i suoi argomenti critici e le sue istanze.


Commenti da ignorare o da accettare senza dare particolare seguito

Rientrano in questa fascia i commenti di espressione di opinioni personali (A2) combinate con gli scopi di affermare la propria posizione (S2) o di disturbare (S3).

Nel primo caso ci possono essere plausi e complimenti oppure proteste e espressioni di non gradimento. In questi casi conviene lasciare che questo tipo di commenti stiano lì senza dare particolare seguito. È chiaro che ringraziare per un complimento è educazione, e in casi di apprezzamenti espliciti per il proprio lavoro o simili va fatto. Più in generale, però, le opinioni positive o negative che hanno a che fare con la sfera dei gusti personali sarebbe meglio lasciarle lì come sono.

È la prospettiva che viene dalla saggezza popolare: “de gustibus non est disputandum”. Se non ci sono elementi oggettivi (tipici degli argomenti A1) se non c’è nemmeno lo scopo di contribuire a una discussione (quelli di tipo S1) allora c’è solo un’espressione di inclinazione e preferenza, un campo in cui non vale la pena che l’organizzazione titolare di quegli spazi entri più di tanto.

L’idea è che ciascuno abbia il diritto di dire come la pensa e di dichiarare in pubblico le sue preferenze rispetto a un contenuto o a un messaggio. Il solo fatto di lasciarlo lì, presente e leggibile, dà a questo tipo di interazione il suo giusto peso.

Soprattutto nel caso in cui l’opinione personale venga espressa con lo scopo di disturbare e dare fastidio (S3) è importante lasciar semplicemente cadere la questione, non raccogliendo la provocazione né alimentando la discussione che, in quella direzione, non porterebbe a nulla per l’assenza di questioni concrete da affrontare.

Commenti da scoraggiare e filtrare

Quando dall’espressione di opinioni si passa agli insulti (A3) usati per esprimere la propria posizione o per disturbare (S2 e S3), c’è sempre bisogno di un’azione attiva per scoraggiare.

Qui si possono usare da una parte i filtri di diverse piattaforme, ad esempio Facebook che permette di oscurare automaticamente i commenti che contengono insulti, bestemmie e parole vietate. Ma di fatto c’è bisogno anche di un certo controllo manuale sia perché non sempre l’uso di una parola forte porta con sé un insulto (per le bestemmie vale già un altro discorso) sia perché a volte, pur senza usare parole di per sé inopportune, si possono esprimere cose inaccettabili come istigazioni a crimini, inviti alla violenza, ecc. In tutti questi casi è sempre bene intervenire per oscurare e filtrare.

Quello che si può decidere di fare ogni tanto è scegliere di rispondere a un’espressione di insulto per dichiarare che parolacce, bestemmie e istigazioni a crimini saranno oscurate. Non serve tanto all’insultatore – che lo avrà fatto apposta e probabilmente protesterà – ma servirà soprattutto agli altri che leggono e che partecipano: si rafforzerà in loro la sensazione che quegli spazi non sono abbandonati a se stessi, ma sottoposti a cura e moderazione.

Ci sono poi altri due casi che rappresentano un disturbo rispetto alla discussione (S3), ma che non usano per forza insulti (A3): i commenti fuori tema e lo spam. In questi casi si possono scegliere diverse strade a seconda della situazione. Per i commenti fuori tema si potrà in qualche caso intervenire chiedendo di ritornare a ciò che compete all’istituzione e agli argomenti pertinenti, ma la maggior parte delle volte sarà sufficiente semplicemente non dare seguito come per i commenti A2 – S2 di cui abbiamo parlato. Andare fuori tema infatti è spesso una forma di espressione personale scollegata da ciò di cui si parla.

Un caso diverso è quello dei vampiri di visibilità e degli spammer: succede spesso, soprattutto su Facebook, che utenti sfruttino il successo di alcuni post per pubblicare loro link, riferimenti ai propri spazi, propri prodotti ecc. Nel caso ci siano link non necessari alla discussione o commenti atti a portare vantaggi economici, fare pubblicità, a diffondere link in modo decontestualizzato per sponsorizzare qualcosa o qualcuno, si possono oscurare magari dando la spiegazione che non si dà spazio allo spam.

Per sapere come rispondere ai diversi casi leggi l'articolo completo QUI.

INPS sui social: i nodi della rete sono venuti al pettine

venerdì 19 aprile 2019



La cosa più rilevante del caso INPS è vedere che, come accade sempre più spesso, chi ha qualcosa da comunicare poi non è in grado di gestirlo in forma relazionale nella differenza (di competenze, di contesti, di linguaggio, di strumenti culturali, ecc.). Per l’ennesima volta si nota che non è stata proprio considerata la parte più importante di ogni atto di comunicazione: le reazioni, i commenti, le domande che - in forma più o meno scomposta - arrivano sempre. Eppure è da un pezzo che siamo interconnessi e immersi nella disintermediazione, ma ci si ostina a far finta che sia tutto come prima. Si pensa a emettere messaggi e contenuti, ma non si ragiona su come poi quei contenuti si articoleranno nella discussione che verrà dalle persone.

Si fa finta di essere ancora su quel pulpito (istituzionale, culturale, mediatico, accademico, economico) che un tempo forniva un vantaggio comunicativo mentre il pubblico se ne stava lì più o meno inerme ad ascoltare. Quel pulpito da un pezzo non c’è più e i nodi (in rete) sono ormai tutti venuti al pettine.

Certo poi c’è la possibilità di darsi consolanti pacche sulle spalle a vicenda, esprimere solidarietà al smm blastante, e dirsi: è “l’ignoranza della gggente”. Così ognuno può tornare alla sua attività di nobile “comunicatore dall’alto” e non abbassarsi a queste dinamiche distorte del web. D’altronde la strada del “è colpa degli altri che non capiscono” è da sempre la più praticata da chi non ha voglia o capacità di comunicare.

La realtà intanto è un’altra: è finita l’epoca della comunicazione felice che mette tutti d’accordo e che si misura in gradimento e share. È iniziata (e da un pezzo) l’epoca della disputa continua in cui per comunicare bisogna farsi carico delle obiezioni, dei fraintendimenti, delle richieste di chiarimento e perfino delle reazioni scomposte che verranno dall’interlocutore; in una parola: del suo dissenso.

Una messa alla prova costante il cui esito non si misura in numeri ma con il parametro più difficile da quantificare e lento a crescere nel tempo: le relazioni con le persone.

Nella società delle differenze in connessione, ogni comunicazione è ormai comunicazione di crisi.

#disputafelice

La “mossa del gattino”: l’autoironia per alleggerire il sovraccarico nelle discussioni online.

martedì 26 marzo 2019



di Bruno Mastroianni, ExAgere, marzo 2019

Mi è capitato di incontrare online un meme interessante: vi sono ritratti tre bicchieri, identici, riempiti a metà; sul primo è riportata la frase “il bicchiere è mezzo pieno” e sopra indicata la dicitura: “ottimista”; sul secondo, “il bicchiere è mezzo vuoto” e il corrispettivo: “pessimista”; sul terzo c’è scritto “questo bicchiere mi offende” e come dicitura: “internet” [1]. Difficilmente si potrebbe sintetizzare meglio una realtà che è sotto gli occhi di tutti: il web è un luogo dove, nelle continue discussioni e interazioni quotidiane, le reazioni sembrano essere spesso eccessive, guidate dal fatto che ci si prende molto sul serio e si prende ogni cosa troppo sul serio.

Il problema è evidente sui social, dove qualsiasi tema venga affrontato sembra non solo scatenare guerre tra sconosciuti o semi-sconosciuti, ma si riversa nelle conversazioni e interazioni più quotidiane tra amici, fino ad arrivare nelle chat di WhatsApp, come quelle dei genitori di scuola che più di una volta sono finite al centro del dibattito a causa della violenza verbale e degli scontri che si consumano in esse[2].

Insomma, sembra che online ci sia una certa tendenza alla pesantezza e alla seriosità nell’affrontare il confronto con gli altri, come se si fosse sottoposti a una costante pressione che non permette di rimanere distaccati, sereni, capaci di interagire in forme umanamente sostenibili.

Il triplice sovraccarico

Una prima ragione di questa pesantezza va ricercata in quello che si potrebbe definire “sovraccarico di differenze”: l’iperconnessione in cui siamo immersi ha messo tutti nelle condizioni di incontrare costantemente la differenza dell’altro[3]. Una differenza che si manifesta tra l’altro nella sua versione psicologicamente più impegnativa (perché simbolica e mentale) attraverso le parole, le immagini, i prodotti digitali di comunicazione, e priva di quel naturale regolatore delle relazioni umane che è il corpo assieme a tutto il suo corredo di comunicazione non verbale[4]. Persone con differenti sensibilità e prospettive, che vivono differenti contesti e luoghi, si cimentano in continui scambi di frasi, immagini, testi, in situazioni decontestualizzate nel tempo e nello spazio. In questo clima, ogni utente è sottoposto alla pressione di dover costantemente difendere e rielaborare in parole scritte e argomentazioni le sue posizioni di fronte ad altri.

La seconda ragione va ricercata nel narcisismo: ognuno di noi ha la naturale tendenza a volersi mettere in mostra, a riferire l’intera realtà che ha attorno alla propria situazione, cercando riscontro delle proprie idee e convinzioni[5]. Tutto questo non è stato inventato dal web, non è un prodotto strettamente tecnologico (potremmo piuttosto definirlo un prodotto umano tipico); la tecnologia, casomai, o meglio l’interconnessione prodotta dalla tecnologia, ne ha aumentato le possibilità e le potenzialità[6] portando a un vero proprio “sovraccarico valutativo”: ognuno con il suo smartphone e i suoi account non solo ha un pulpito e un palco più ampio da cui esporre se stesso[7], ma è anche esposto ai giudizi molteplici a cui quel pubblico lo sottopone in ogni momento. La maggiore possibilità di dare sfogo al proprio ego ha insomma come contropartita anche un mondo che – grazie all’interconnessione e alla partecipazione di tutti gli altri – più intensamente di prima si presenta come non facilmente “riducibile” ai propri gusti, interessi, idee, ecc.

E qui una terza pressione, anche questa proveniente da una dinamica che viene da lontano, che con il web ha raggiunto una sorta di maturazione: l’essere costantemente tirati in ballo in un flusso di questioni e discussioni di tendenza su cui è irresistibile non intervenire: è il “sovraccarico di discussioni”. Nella connessione con gli altri sentiamo tutti la pressione a dire la nostra sui temi che vengono portati all’attenzione dall’agenda mediatica o dalle dinamiche interne alla rete, spinti non solo dalla paura di essere tagliati fuori (l’effetto FOMO, Fear Of Missing Out[8]) ma da una preoccupazione ancora più profonda: non riuscire a emergere nel flusso attraverso l’espressione della propria opinione[9] che diventa quasi un atto di affermazione della propria esistenza.

Sovraccarico di differenze, di valutazione, di discussioni[10] formano una specie di cocktail che produce quei fenomeni di costante nervosismo, stato emotivo instabile, polarizzazione, in cui ogni tema diventa una questione cruciale su cui fare una guerra di parole tutta articolata in formulazioni binarie: a favore / contro, noi / loro, verità / menzogna, ragione / torto[11].


Insomma, l’essere umano iperconnesso ha bisogno di una cosa su tutte: ritrovare una via della leggerezza per allentare la pressione del sovraccarico in cui si trova a causa delle tecnologie digitali. Ora, qui si apre uno spartiacque importante, perché le vie per l’alleggerimento della pressione digitale possono essere molteplici. C’è tutto un filone della riflessione sul tema – di solito molto frequentato dal dibattito mediatico – che propone come soluzione lo “spegnere”, il disiscriversi dai social, la disintossicazione dai dispositivi[12].

Il difetto che accompagna queste prospettive del digital detox è quello di concentrarsi sul ridurre, ingabbiare, se non eliminare la connessione stessa senza dare reali risposte su come vivere connessi in modo soddisfacente. Si tende insomma a mettere la tecnologia al centro, come se fosse sostanzialmente qualcosa di troppo forte rispetto all’essere umano che si trova inevitabilmente preda di essa[13]. L’impressione è che questa visione dello “spegnere” sia vittima essa stessa della pressione dovuta al sovraccarico e sia frutto di un’eccessiva presa sul serio di se stessi e della propria condizione di esseri umani connessi dalla tecnologia, vista come un nemico invincibile che minaccia la propria autonomia e il proprio benessere.

La via della leggerezza dovrebbe allora procedere a un livello più radicale, collocandosi laddove ciascuno possa agire trovando in se stesso le risorse per praticarla proprio mentre è connesso. Il punto infatti è che, volenti o nolenti, siamo iperconnessi e, a meno che uno non possa vivere da eremita o con dei privilegi notevoli, in un modo o nell’altro dovrà avere a che fare con le tecnologie digitali per vivere nella società odierna.. VAI ALL’ARTICOLO INTEGRALE

C’è modo e modo - in comunicazione il “come” conta quanto il “cosa”

martedì 12 febbraio 2019


(rielaborato da: Bruno Mastroianni, La disputa felice, Cesati 2017, pp. 25-35)

Nulla potrà mai sostituire la particella elementare della comunicazione: il contenuto. Ma il contenuto non si presenta mai da solo. È sempre accompagnato da qualcuno che lo trasmette e che, nel farlo, ci mette le sue aspettative, il suo stile, i suoi stati d’animo, le sue preoccupazioni, le sue emozioni; in una parola: la sua umanità.

Questo insieme di elementi esteriori e di atteggiamento, che emerge durante una conversazione, rafforza o rende meno chiaro il messaggio tanto quanto la sua testualità, favorendo la possibilità di capirsi oppure ostacolandola.

In sostanza, quando parliamo diciamo delle cose, e le diciamo in un certo modo. Quel modo è spesso ciò che compromette o fa andare a buon fine la comunicazione. Quando poi si è in un momento di confronto pubblico, di fronte a più interlocutori, magari non automaticamente interessati al tema (pensiamo a una conferenza pubblica o a una lezione in una classe di liceo), gli elementi esteriori diventano ancora più influenti perché gli interlocutori non sono puri intelletti, ma esseri umani coinvolti (o non coinvolti) anche dal punto di vista emotivo. Tenere conto e saper controllare questi aspetti di atteggiamento è il primo passo per imparare a farsi capire al meglio.

Quando si è esposti in pubblico aumenta la nostra reattività, diventiamo più suscettibili, ci muoviamo diversamente e notiamo maggiormente i movimenti dell’altro, ci sentiamo allo scoperto e giudicati: siamo più sensibili a tutto ciò che va oltre il mero discorsoche stiamo facendo.

Quanto conta il come

Non si può non comunicare. Sia che parliamo o che stiamo zitti, che ci muoviamo o stiamo fermi, tutto è atto di comunicazione. Gli elementi verbali sono sempre accompagnati da elementi non verbali: i gesti, le espressioni del volto, i movimenti degli occhi, ma anche il tono, la calma, il nervosismo; elementi che accompagnano e fanno pienamente parte del messaggio che trasmettiamo.

La dimensione non verbale è inscindibile da ciò che diciamo attraverso le parole. Questa dimensione è quella che solitamente, al di là della letteralità, influenza maggiormente la relazione con l’altro. È su questo livello ad esempio che si può essere ironici o seri, ambigui o netti, si possono trasmettere emozioni o scoraggiarle. Un livello che completa e dà colore a ciò che si dice.

In un discorso in pubblico, gli elementi non-verbali trasmettono informazioni delle quali non si è del tutto consapevoli. Da un certo punto di vista è un piano di comunicazione più affidabile e autentico perché rivela qualcosa degli interlocutori anche al di là delle loro intenzioni: quando qualcuno arrossisce perché a disagio, oppure quando ha esitazioni che rivelano insincerità; una dimensione profondamente rivelatoria degli intenti di una persona mentre parla e comunica.

Linguaggio verbale e non verbale si presentano sempre intrecciati e interdipendenti: entrambi concorrono efficacemente all’attivitàdiscorsiva. Talvolta il “come si dice” può diventare preminente e sovrastare il “cosa” si dice. Pensiamo a che differenza c’è tra un marito che dice alla moglie “ti voglio bene” mentre sta guardando il cellulare e usa un tono distratto, senza neanche alzare lo sguardo; o se lo fa sussurrandolo con un tono dolce, tenendole le mani e guardandola negli occhi. Il “cosa” è identico (“ti voglio bene”), il tipo di messaggio che si trasmette è praticamente opposto in base al “come” lo si è detto, così come gli effetti che questa comunicazione avrà sulla relazione tra i due.

Il linguaggio del corpo è profondamente efficace. Occorre imparare a servirsi dell’effetto che hanno sull’interlocutore i nostri movimenti, gli sguardi, i sorrisi. Non si tratta di manipolare o essere falsi, ma di scoprire quante possibilità abbiamo di supportare l’argomentare attraverso i nostri segnali esteriori.

Sembra ovvio, ma spesso sottovalutiamo questo livello così determinante della comunicazione. Anche dal punto di vista educativo si dedicano poche risorse ad affinare il nostro “modo” di dire le cose, prediligendo – per esempio a scuola o all’università – il “cosa”: i contenuti, le nozioni, la scelta dei vocaboli, la capacità di dare coerenza a un discorso. Nella vita reale invece, e soprattutto nel momento in cui si discute, la dimensione meta-verbale può contare molto di più della coerenza o della organizzazione delle argomentazioni.

Ogni interazione verbale sottende un codice sociale preciso che richiede certi atteggiamenti. Ce ne accorgiamo quando questo viene infranto, ad esempio quando qualcuno interrompe costantemente il nostro discorso, o quando non smette più di parlare non lasciando spazio alla replica: in quei momenti ci rendiamo conto che conversare non è solo scambiarsi informazioni e contenuti, ma anzitutto rispettare delle regole (non scritte) che rendono un’interazione socialmente accettabile o meno.

Tutto questo vale anche in situazioni mediate dalla tecnologia, ad esempio sui social network. È fuorviante pensare che, quando ci si confronta in una serie di commenti scritti su schermo, conti solo il merito di ciò che si dice. L’atteggiamento trapela tra le righe, nelle parole che usiamo, nel modo con cui le leghiamo tra loro; persino la punteggiatura può trasmettere tensione o serenità nel rispondere.

La scrittura sui social possiede un contenuto extra, un surplus di socialità che va oltre il mero oggetto dei discorsi. Non è solo la faccia o la presenza a produrre comunicazione extraverbale, ma anche la successione delle parole, la loro scelta, lo stile e gli intenti con cui sono scritte. De visu o in connessione digitale cambiano le modalità, ma l’atteggiamento traspare e fa parte della discussione tanto quanto il merito del discorso.

Si tratta di imparare non tanto a cancellare le reazioni spontanee quanto a indirizzarle per renderle un supporto per ciò che stiamo dicendo. Vediamo come.

La postura in gioco

In qualsiasi momento intraprendiamo un’interazione con l’altro il nostro corpo cambia. La nostra postura, il tono della voce, la posizione delle mani, lo sguardo, si adeguano alla situazione in cui ci troviamo. Di fronte a un giudice in udienza o a un professore durante un esame assumiamo posizioni e facciamo gesti molto diversi da quando siamo di fronte a nostra madre o a un amico di vecchia data.

Questo modo spontaneo e intuitivo di gestire la nostra posizione, i nostri sguardi, il contatto visivo e la mimica facciale in fase di dibattito si complica, perché il contrasto tra idee aumenta la percezione delle reazioni dell’interlocutore: ci si può sentire non approvati, criticati, non capiti. Il nostro corpo sente come di essere minacciato e reagisce.

L’essere di fronte a una telecamera (ad esempio in un dibattito in Tv), stare su un palco (perché si parla in pubblico) e altre situazioni di posizione al centro dell’attenzione o di compresenza di interlocutori (può capitare anche quando siamo in un bar), aumentano l’effetto: ansia, tensione, irrigidimento possono compromettere la capacità di spiegarsi, di farsi capire, di argomentare efficacemente.

Provare questa sensazione è normale. Saperla sfruttare per trarne vantaggio è un’arte che si apprende con un po’ di esercizio. I cambiamenti del nostro corpo, infatti, sono strategie efficacissime per farci concentrare, per aiutarci a focalizzare le energie mentali sull’interazione con altri in cui ci troviamo coinvolti. Riconoscere queste reazioni è già iniziare a coglierne il potenziale.

Muoversi continuamente oscillando o fare movimenti ripetitivi con una mano o un piede (riflesso che talvolta può venirci per sfogare la tensione) trasmette agitazione e distrae. Fare lo sforzo di stare fermi e fisicamente coesi ci aiuterà a essere anche più concentrati su ciò che stiamo dicendo. Un consiglio che di solito viene dato a chi va in Tv, per creare un clima positivo e suscitare sensazione di sicurezza in chi parla, è quello di sporgersi leggermente verso la telecamera. Tale movimento funziona anche se si parla con un altro (persino se da un palco si parla al pubblico): accennare il movimento di avvicinarsi fisicamente aiuta ad avvicinarsi anche mentalmente con le idee e con il linguaggio.

Il gesto contrario è il riflesso a inclinare il busto all’indietro, quasi ad allontanare il volto e la testa dall’interlocutore (o dalla telecamera), magari incrociando le braccia in gesto di chiusura: aumenta l’atteggiamento mentale di distacco. Intervenire su questo aspetto prossemico aiuta a mettersi nell’atteggiamento psicologico adeguato. Provare per credere.

I gesti delle mani aiutano a coinvolgere e a sottolineare le proprie affermazioni. Quando l’uso è esagerato, però, può essere fonte di distrazione. In video poi i gesti sono accentuati e più evidenti. Chi tende a esagerare con i gesti può cercare di limitarli a certi momenti del discorso: nelle parti cruciali, per sottolineare solo alcune conclusioni importanti. Chi invece non ne fa uso può iniziare a fare tentativi di accompagnamento delle proprie parole. Di sicuro i due eccessi – la sindrome del prestidigitatore che gesticola troppo o l’effetto scolaro interrogato con le mani dietro la schiena – sono da evitare.

A me gli occhi

Il contatto oculare è tanto importante quando la posizione del corpo. Guardare negli occhi è un modo molto potente per accompagnare la comunicazione e va usato con cura. In certi casi infatti lo sguardo può diventare inquietante, invasivo, prevaricatore. Il modo di posare gli occhi sull’altro o sugli altri deve essere proporzionato al tipo di relazione e deve tenere conto della forte reciprocità che comporta: chi ha molta confidenza può scambiarsi molti messaggi con lo sguardo, chi ne ha poca può provare disagio o addirittura cadere in fraintendimenti.

Se si è in fase di discorso tra più persone conviene guardare il più possibile i diversi interlocutori senza fissarne uno solo. Anche quando si è a tu per tu è bene guardare negli occhi, ma si possono fare anche pause per evitare l’effetto aggressivo. Ciò che non va fatto è soffermarsi su particolari del corpo o dell’abbigliamento: anche inconsciamente viene registrato dall’interlocutore come un giudizio sul suo aspetto.

In caso di riprese video si consiglia di guardare gli interlocutori (se si è in un dibattito) oppure il proprio intervistatore. Guardare in camera in modo fisso ha sempre un impatto molto intenso, va usato con cautela a meno che non si tratti di video come le dirette su Facebook o i vlog di YouTube che prevedono il format della telecamera frontale.

Gli errori da evitare assolutamente in ogni occasione sono: lo sguardo basso, il fissarsi in modo ipnotico su un punto o su un interlocutore (un errore tipico di quando si parla in pubblico), agitare gli occhi in vari punti in modo frenetico. Tutte modalità d’uso del contatto oculare che distraggono o compromettono il clima dell’interazione.

Datti un tono

A volte, quando discutiamo, tendiamo a parlare a macchinetta, oppure ad alzare la voce in modo sproporzionato. Spesso ci accade per l’ansia di esprimerci e di difendere le nostre convinzioni. C’è anche chi, per l’emozione magari davanti a un pubblico, entra in modalità monotona emettendo un segnale vocale piatto e privo di volume.

Il ritmo e il tono, invece, sono la chiave per farsi capire. Scandire bene le parole, fare pause tra un concetto e l’altro, aiuta a farsi ascoltare. Anche in caso di interruzioni da parte dell’altro, rimanere nel proprio ritmo, invece di rintuzzare le intrusioni scomposte, dà autorevolezza e contribuisce a stemperare il clima di ostilità.

Le frasi lunghe e piene di subordinate non aiutano: ogni subordinata incoraggia l’interruzione o la distrazione da parte dell’altro, sia faccia a faccia ma a maggior ragione quando si è intervistati o in un dibattito televisivo. Le strutture sintattiche semplici pagano: seguire dove possibile l’ordine naturale degli elementi della frase in italiano – soggetto, verbo e complemento oggetto – assicura espressività e chiarezza.

Esiste poi una gamma di suoni tra una parola e l’altra: gli “ehm”, i “diciamo”, i “cioè” ripetuti ossessivamente, l’“eh” prolungato che riempie il silenzio tra le parole. Fanno parte delle difese che sono assunte dal nostro cervello in situazione di tensione. Per correggere questo effetto ci si può allenare a cercare i silenzi e a sfruttare le pause per sottolineare l’importanza di ciò che è stato appena detto, o per creare aspettativa su ciò che si sta per dire.

Attendere qualche frazione di secondo prima di esporre un concetto, per esempio fermandosi per un attimo a pensare, può essere un modo per mostrare rispetto e interesse per la domanda o per ciò che ha detto l’altro. Non c’è da esagerare, ma in casi di confronto e di discussione essere un po’ più teatrali è meglio che mostrarsi senza colore e monotoni.

Il sorriso universale

Quando si discute, che sia online, dal vivo o in video, il contesto conta molto. E con questo, il tono e lo stile. È qualcosa che siamo abituati a fare costantemente nel nostro interagire con altri nella vita di tutti i giorni, in cui sappiamo in linea di massima passare da un registro all’altro a seconda del contesto e della situazione. Al momento di confrontarci in pubblico, di fronte a più interlocutori,può accadere però, come fossimo troppo presi dalla discussione, di perdere in parte o del tutto questa capacità di individuare e interpretare la “chiave” appropriata, e ciò ci può porre in una condizione di conflitto.

Il problema è reale perché in un mondo plurale le differenze culturali, di sensibilità e di visione del mondo sono ormai all’ordine del giorno, e possono incidere in modo rilevante sugli aspetti esteriori della comunicazione: a differenti mentalità corrispondono differenti assegnazioni di significati a gesti, parole e atteggiamenti.

Una strada efficace da percorrere allora è quella della cordialità e del sorriso. Sembra banale dirlo, ma al di là di ogni differenza il sorriso attrae, la severità respinge. L’atteggiamento serioso spesso può essere effetto del concentrarsi mentre si dice qualcosa. Invece è molto più efficace chi sa dire le stesse cose generando serenità e buon umore, anche quando affronta tematiche impegnative. Sintonizzarsi con i sentimenti, e non solo con gli intelletti, è la via per farsi ascoltare.

La “regola del sorriso” vale sempre: cercare di far sorridere l’altro mentre si sostengono le proprie tesi aiuta psicologicamente a non perdere il controllo, a rimanere nella cortesia e nel rispetto. Il sorriso trapelerà nei gesti, nelle parole, nei toni che usiamo.

Rendere sostenibili le discussioni online, si può.

domenica 3 febbraio 2019


tratto da Bruno Mastroianni, Vera Gheno, Comunicare bene in rete, Agendadigitale.eu

Nello scenario altamente differenziato della connessione in rete sarebbe illusorio pretendere di tenere sotto controllo l’accordo preliminare tra i discutenti. Pensare di poter discutere solo con chi ha reali intenzioni di confrontarsi, sebbene opportuno in situazioni controllate, è impossibile da realizzare online, dove l’assenza di selezione all’ingresso è la base su cui si fonda la partecipazione alla discussione. Applicare una “nuova selezione” significherebbe solo chiudere le discussioni in cerchie ristrette, cosa di un certo sollievo per i discutenti impegnati, ma di nessun effetto sul dibattito aperto che continuerebbe con le sue caratteristiche scomposte.

Anche il richiamo ai buoni principi della discussione di per sé non serve a molto: se le persone commentano in modo istintivo, aggressivo e con modalità inopportune, è inutile farglielo notare, perché quelle modalità deragliate sono esse stesse l’espressione di un disagio: se bastasse fare riferimento a principi non si capisce perché dovrebbero esprimersi in tal modo.

Non rimane che percorrere una terza via, anche questa “per sottrazione” come le precedenti: perdere l’illusione di poter controllare le discussioni e invece accettare di affrontarle per quel che si può portare come proprio personale contributo. Anche in questo criterio c’è di fondo il valore del limite: riconoscere ciò che si può realmente fare è di solito riuscire a dare un contributo davvero utile.
La disputa felice

In un precedente testo (Bruno Mastroianni, La disputa felice, Cesati, 2017) è stato delineato un vero e proprio percorso adatto a tutti per riuscire a stare nelle discussioni, qualsiasi discussione, in modo soddisfacente senza perdere tempo e, soprattutto, apportando davvero qualcosa. 

5 mosse per disputatori felici

La strada è quella di lavorare principalmente su sé stessi e i propri limiti:
- limitarsi a intervenire dove si è realmente competenti e si ha esperienza diretta, secondo la massima di Grice della sincerità;
- farlo avvicinando le proprie espressioni, i propri argomenti, i propri ragionamenti all’altro che ascolta e al suo mondo di convinzioni, insomma riconoscere “il mondo” dell’altro;
- rimanere sempre sul tema e tornarci continuamente, chiaramente argomentando, anche quando l’altro offende, provoca, insulta;
- avere la pazienza di spiegare e rispiegare sempre, e avere anche la creatività di cambiare l’ordine dei propri ragionamenti abituali, sovvertendoli, modificandoli e accettando di metterli alla prova di fronte al dissenso altrui;
coltivare l’autoironia e il distacco da sé stessi e dalle proprie convinzioni cercando sinceramente di imparare sempre qualcosa dal dissenso altrui.

Il tutto con un’idea chiara in mente: non ogni discussione riuscirà, ma il fatto di porsi in ciascuna come un disputatore disposto al collaudo delle proprie idee ha sempre un effetto sociale. Anche se l’interlocutore diretto non ne vorrà sapere e rimarrà nell’ostilità delle sue posizioni contrapposte, ognuna di queste interazioni online avverrà sempre in pubblico e di fronte a un pubblico di altri utenti che assiste. Quella moltitudine silenziosa potrà, dal modo con cui si argomenta, farsi una sua idea sui contendenti e sulle loro argomentazioni, recepire informazioni, conoscere nuovi aspetti, ecc.

Il divulgatore non b(l)asta

In Tienilo acceso abbiamo ulteriormente sottolineato come la modalità della disputa felice sia importante per divulgatori e istituzioni: online c’è bisogno che proprio i competenti diano l’esempio, sappiano stare nel dissenso e mettersi alla prova di fronte a esso, soprattutto quando scomposto.

In quelle dispute condotte con garbo e ragionamenti, senza blastare (cioè senza umiliare l’altro che mostra un’incompetenza), ma offrendo argomentazioni e prendendo sul serio le istanze che vengono dalle persone, anche quando mal poste, c’è l’occasione di ricostruire relazioni sociali di fiducia nei confronti della ragione e della conoscenza. 

Quella della disintermediazione e del sovraccarico di discussioni, in fondo, è come un’enorme messa alla prova del sapere: a nostro avviso va accettata, pena lasciare il campo a chi saprà approfittarsi della pancia per trasformarla in consenso.


QUI L'ARTICOLO INTEGRALE: Comunicare bene in rete, le regole (che tutti dovrebbero seguire) per una internet migliore

Ad hominem: buttarla sul personale per evitare di argomentare

sabato 26 gennaio 2019


di Bruno Mastroianni, La disputa felice, 24.1.2019

Quando discutiamo con qualcuno che conosciamo – o presumiamo di conoscere – può venire spontaneo servirsi di sue caratteristiche per “usarle” come elemento di contrasto alle sue idee. Espressioni come: “tu dici così perché sei... (alto/basso, ricco/povero, giovane/ anziano)”, oppure “è il tuo carattere”, “è una tua tendenza”, “è un tuo modo tipico”, ecc.; rientrano in questo anche le allusioni alla situazione sociale, professionale, affettiva, famigliare dell’altro. 

Queste manovre hanno l’effetto di attribuire alla persona ciò che dovrebbe essere tenuto al livello delle argomentazioni e delle idee. In alcuni casi rivolgersi alle “caratteristiche” dell’altro – come insegna il maestro Adelino Cattani – è pertinente: pensiamo a chi si pone come esempio su un tema che però contraddice con la vita, o a un politico che parla di onestà quando è corrotto. Ma in questi casi le caratteristiche personali c’entrano con il tema stesso. La maggior parte delle volte invece usiamo l’ad hominem per un altro scopo: quello di contrastare l’altro quando non abbiamo un vero argomento da opporgli. Il segnale? L’elemento ad hominem che viene introdotto non dà una vera risposta alle questioni sollevate, il sottotesto (spesso nemmeno tanto tra le righe) è: tu non sei all’altezza, non sei degno, non sei in grado di sostenere questa tesi, ma il contrasto alla tesi non c’è.

È una forma di deindividuazione dell’altro: la selezione di un suo tratto caratteristico (e l’omissione di altri), cerca di creare artificialmente un’asimmetria tra i disputanti, distogliendo l’attenzione dalla validità degli argomenti per spostarla sull’accettabilità dell’interlocutore.

È una tattica di distrazione dal merito del discorso che in fin dei conti serve ad aggirare il confronto. È fatta per creare un bivio artificiale che riduca la complessità a una contrapposizione binaria (degno/indegno, all’altezza/non all’altezza) in cui dividere chi può parlare e chi no, prescindendo da ciò che dice. Tutte manovre che cercano di chiudere la questione prima ancora di affrontarla.

Di solito la usiamo proprio quando le argomentazioni dell’altro hanno colpito nel segno un nostro punto debole. Spesso infatti andiamo sul personale “contro” qualcuno quando siamo proprio noi ad avere una fragilità sul tema. Lo facciamo perché razionalizzare o argomentare ci costringerebbe a guardare in faccia i nostri limiti. E questo ci costa. Anche se poi è la strada per trovare la felicità nel confronto.