Bene-detta contaminazione. Ovvero comunicare nelle differenze

giovedì 4 novembre 2021



tratto da Bruno Mastroianni, Bene-detta contaminazione, Ed. Bordeaux 2021

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Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.
Don Lorenzo Milani
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Per molto tempo ho iniziato le mie conferenze con un’infografica sull’information overload, il sovraccarico informativo dovuto alla gigantesca quantità di dati che vengono scambiati online ogni minuto tra messaggi di WahtsApp, post di Facebook, ricerche su Google e altro. Iniziavo quelle conferenze sottolineando come le persone sempre più spesso si sentano schiacciate dalla mole di informazioni che ricevono rispetto a quelle che possono davvero recepire e interiorizzare.

Ritenevo che la sindrome FOMO, Fear Of Missing Out, la paura, cioè, di rimanere tagliati fuori dal flusso informativo, fosse una delle dinamiche fondamentali che caratterizzavano il nostro essere sempre connessi e sottoposti a continue notifiche provenienti da più piatta- forme e su diversi dispositivi.

Poi ho cambiato idea.

Mi ha illuminato in questo Antonio Pavolini con la sua correzione del FOMO in FOMI, ovvero in Fear Of Missing In: la questione non è tanto la paura di perdere delle informazioni rilevanti nel flusso in sovraccarico, quanto quella di non essere presenti al suo interno, cioè l’essere spinti in modo irresistibile a dire la propria in quel flusso proprio perché in esso stanno discutendo gli altri con cui si è collegati.

Sovraccarico di relazioni

In altre parole il problema non è solo che abbiamo troppi stimoli rispetto alla nostra capacità di interpretarli e metterli in ordine, ma anche che quegli stimoli ci si presentano più o meno intensi in base alle reazioni di coloro con cui siamo in connessione che sempre li accompagnano. Il sovraccarico infatti non è dato tanto dalla mole di dati, quanto dalla modalità con cui quelle informazioni ci raggiungono e ci spingono a reagire e a interagire con esse.

Non siamo monadi indipendenti e isolate che usano le loro capacità cognitive per mettere ordine nelle troppe informazioni. Siamo esseri umani altamente relazionali che vengono investiti e raggiunti da certe questioni perché qualcuno attorno sta reagendo rispetto ad esse. Ci piacerebbe essere distaccati e intenti a discriminare la falsità delle apparenze in favore della conoscenza attendibile, in realtà siamo animali sociali, coinvolti e dipendenti dagli input di chi ci sta attorno e intenti a districarci in essi perché quegli stimoli sono inseriti in relazioni che per noi hanno un peso.

È uno degli effetti della relazionalità esponenziale a cui la rete ci sottopone. A travolgerci non è un carico puramente quantitativo, ma qualitativo: le informazioni ci balzano all’occhio, attirando la nostra attenzione, soprattutto quando sono capaci di farci reagire.

La minaccia della differenza

Cosa è che ci fa reagire più di tutto e in modo immediato e di pancia? Di solito la differenza: quando ci appare davanti agli occhi qualcosa che rifiutiamo perché va contro i nostri valori fondamentali, tendiamo a sentire irresistibile la tentazione di dire la nostra. È questo uno dei motivi per cui in rete esiste una certa tendenza all’indignazione e al discorso contrapposto: inveire contro qualcosa è il metodo più a buon mercato per far emergere i propri contenuti e farli balzare all’attenzione nel sovraccarico grazie alle reazioni a loro volta indignate degli utenti.

In altre parole il sovraccarico di informazioni è inscindibilmente legato al fatto che esse tendono a raggiungerci “già litigate”, cioè spesso ci appaiono rilevanti proprio perché qualcuno vicino a noi sta avendo una reazione forte e violenta riguardo a esse. Più che di informazioni è soprattutto un sovraccarico di reazioni. 

La nostra onlife è quindi soprattutto caratterizzata da questo accorciamento delle distanze che tende a farci percepire costantemente vicine le nostre differenze. La percezione è che ciò che prima potevamo tenere fuori dai confini delle nostre zone sicure sia oggi invece costantemente invadente, ci arrivi nelle timeline e negli spazi connessi senza la nostra autorizzazione e senza che lo abbiamo cercato. 

Vicini e frammentati

Come fa notare Manuel Castells in Comunicazione e potere, con la rete si assite alla “frammentazione più che alla convergenza”: più che la nascita di una cultura globale, la rete ha portato a osservare la diversità culturale come tendenza principale.

E la questione non è solo interculturale, ma si presenta anche nelle micro-interazioni che avvengono all’interno di una cultura omogenea. Perché la diversità, con la connessione, è diventata un aspetto ordinario della realtà.

È l’esperienza che ciascuno di noi fa continuamente nei gruppi di WhatsApp o nei commenti dei post sui social network: a emergere e a farla da padrone sono spesso le divergenze, i fraintendimenti, i dissapori derivanti da differenze di sensibilità, di linguaggio. 

La differenza dell’altro grazie alla tecnologia digitale supera le barriere del “dove” (non c’è bisogno di stare vicini per sentirla addosso) e del “quando” (non c’è un momento specifico, ma potenzialmente siamo sempre raggiungibili da essa). La dimensione digitale ha acuito quei livelli di avvicinamento e accettazione delle differenze che la nostra epoca richiede molto più alti di qualsiasi altra epoca precedente. 

Diversità aumentata

È quella che definisco diversità aumentata facendo il parallelo con la realtà aumentata: così come le tecnologie digitali ci permettono, attraverso un visore o un dispositivo collegato in rete, di vedere molte più informazioni della realtà rispetto all’occhio nudo, la diversità aumentata è quell’effetto per cui la connessione ci mette in una condizione di incontro/scontro amplificato con le differenze degli altri, che vengono percepite molto più vicine di quanto non sarebbero nella convivenza puramente fisica.

Questa diversità aumentata in cui siamo immersi può assumere la forma di un continuo difendersi dalla differenza oppure può essere una grande occasione di apertura e di allargamento di orizzonti. Tutto dipende da come l’essere umano iperconnesso si pone di fronte a essa. La nostra vita connessa può essere vissuta cogliendo l’opportunità di entrare in contatto con mondi, sensibilità e aspetti della realtà che altrimenti non raggiungeremmo, oppure si può disperdere nello stress di essere costantemente esposti alla carica emotiva ed esistenziale di interlocutori che stanno difendendo il loro mondo e il loro spazio vitale differente. 

Una prova sociale costante

È come essere in ogni momento sottoposti a una sorta di prova sociale che consiste nel saper stare in continuo contatto con il dissenso, cioè con il diverso modo di sentire e di vedere le cose degli alti. E a questa prova non ci si può sottrarre. Come abbiamo visto, qualcuno sceglie di cancellarsi dai social o di ritirarsi in una specie di rifugio eremitico lontano dagli scambi online. Lo fanno singoli utenti, ma talvolta prendono decisioni simili anche organizzazioni e aziende.

Tali soluzioni in realtà sono solo palliativi: la diversità aumentata non dipende da una piattaforma o dai social in particolare, ma è il frutto della condizione di iperconnessione in cui siamo immersi e non è reversibile. Anche se si mette off su tutti i dispositivi, il mondo attorno continua a vivere e incidere sulla vita e sulle scelte dell’individuo anche se è disconnesso.

Se un’azienda si cancella dalle piattaforme, gli utenti continueranno lo stesso a scambiarsi commenti e giudizi sui suoi prodotti e servizi, e quei contenuti, fatti di idee, opinioni, obiezioni, incideranno sulle relazioni delle persone e, che piaccia o no, andranno a costruire o a deteriorarne la reputazione.

Lo stesso accade per ciascuno: tutti abbiamo fatto l’esperienza di quanto, in gruppi di WhatsApp con colleghi, amici o genitori di scuola, le conversazioni scomposte e poco proficue incidano su decisioni importanti per la nostra vita e per la vita dei nostri figli. Disconnettersi non le migliora né le rende meno rilevanti per la nostra vita, semplicemente ce le toglie da davanti agli occhi.

Il rifugio nei gruppi di opinioni omogenee

Da sempre, trovarsi d’accordo e riscontrare affinità è umanamente appagante: ci si riconosce, si sperimenta senso di appartenenza, ci si fa forza. Invece stare nelle differenze è faticoso: richiede ascolto, elaborazione, articolazione del pensiero e delle emozioni. Non sorprende quindi che nella condizione di diversità aumentata si acuisca quell’umanissima tendenza alla ricerca del consenso e della omogeneità di opinioni da parte degli altri.

Sui social questo effetto gratificante è alimentato dal sistema dei like che è come un indicatore immediato e semplice del plauso che si riceve rispetto a un contenuto pubblicato. Il like è un alimentatore di conferme: più se ne ricevono, più si ha la sensazione di essere riu- sciti a dire qualcosa di significativo.

Nel suo Per un pugno di like, Simone Cosimi ha fatto notare quanto alle piattaforme non piaccia il dissenso: esprimere consenso è semplice, basta cliccare sul cuoricino o sul pollice in su; mostrare disaccordo, al contrario, è molto più oneroso, richiede l’articolazione di pensiero e di parole. Alla lunga si crea un effetto semi-paradossale: quando si vuole contestare qualcosa si finisce per mettere like ai contenuti di chi quella cosa la contesta (come succede in quei continui richiami all’indignazione di cui abbiamo parlato) così persino un atto di dissenso va a confluire all’interno di una forma di consenso. Per dire che si è in disaccordo lo si fa attraverso la manifestazione di un accordo con qualcuno che si sta opponendo.

Il rifugiarsi tra simili

Si alimenta in questo modo una dinamica fatta di sacche di consenso nutrite da like di persone che la pensano allo stesso modo. Ogni posizione tende a circoscriversi, a raccogliere il consenso tra opinioni omogenee e, anche se si contrappone formalmente a qualcosa, di fatto non provoca mai un vero e proprio confronto con la prospettiva diversa. Si ottiene attenzione attraverso una contestazione e un’affermazione di differenza, ma poi si finisce a ritrovarsi tra simili a confermare attraverso quella differenza la propria somiglianza.

Questo rifugiarsi tra simili che si danno man forte, facendosi eco con le loro opinioni come in una cassa di risonanza (echo chamber), è una risposta alla fatica e alla prova a cui sottopone la diversità aumentata. Una tendenza che porta a un certo coefficiente di disinformazione e di polarizzazione giacché, quando si è in una di queste echo chamber, le informazioni che si ricevono e si condividono tendono ad essere sostanzialmente omogenee e a confermare ciò che già si pensa, spesso in modo infondato o incompleto.

È la radice di molta della violenza verbale a cui assistiamo nelle discussioni online: mancanza di informazioni attendibili e polarizzazione su posizioni inconciliabili sono il mix esplosivo che rende molte interazioni tendenti al litigio e all’espressione di odio.

La denuncia del nemico

Se pensiamo agli scorsi mesi di lockdown dovuti alla pandemia abbiamo assistito a numerosi fenomeni di questo tipo come ad esempio la delazione sistematica dei runner attraverso i social, diventati a un certo punto gli untori e il nemico numero uno della lotta al Covid19.

Quello spirito di denuncia del “nemico”, basata su informazioni non del tutto complete, unita al sentirsi parte di un gruppo di moralizzatori “giusti” intenti a mettere al bando l’outsider trasgressore delle regole, ha prodotto un’ondata di atti di comunicazione aggressivi e talvolta irrazionali.

Ha descritto bene il fenomeno nei suoi effetti ridicoli un post in cui veniva riportata una foto della maratona di New York con una folla di runner intenti ad attraversare un ponte accompagnato dalla scritta: «Incoscienti che corrono sul ponte dello stretto di Messina nonostante i divieti». A coronare questa immagine due commenti, uno con scritto «Idioti!», l’altro con un «Ma sarà una foto vecchia spero». 



Lasciarsi trasportare dalle reazioni in tendenza nelle proprie bolle omogenee senza un giusto distacco dalle proprie percezioni e dalle opinioni dei propri affini porta, come in questi casi, a fenomeni di vera e propria cecità.

È quello che ho chiamato l’Effetto Triceratopo: una definizione che viene da un caso di qualche anno fa in cui James Ascomb pubblicò su Facebook la foto di Steven Spielberg ritratto di fronte a un pupazzo di triceratopo morto sul set di Jurassic Park.





Il testo che accompagnava la foto suonava più o meno così: «Scellerata foto di un cacciatore sportivo mentre sorridente è in posa davanti al triceratopo che ha appena massacrato. Condividi anche tu affinché il mondo conosca, e svergogni, questo spregevole uomo».

A questo post seguirono migliaia di reazioni e commenti in cui, accanto a coloro che avevano colto l’ironia, apparvero molti commenti di animalisti e di persone contro la caccia pronte a inveire contro lo spregevole cacciatore. Addirittura in uno scambio, che non si capisce se serio o ironico, un utente dice all’altro: «Ma quello è Spielberg, il regista di Jurassic Park»; e gli viene replicato: «Non importa chi sia, non avrebbe dovuto sparare all’animale!».

Le pressioni cognitive

Questo caso che fa ridere e fa pensare a problemi di analfabetismo funzionale per l’incapacità di riconoscere un triceratopo in foto, in realtà ci dice qualcosa su un meccanismo che sta alla base di molti scontri che avvengono online. L’animalista caduto nell’errore, infatti, subisce almeno tre pressioni cognitive:

1. La pressione del gruppo omogeneo: probabilmente, quel contenuto arriva nelle sue timeline in quella formula relazionale e trascinante che abbiamo visto, accompagnato cioè dalla reazione negativa di qualche contatto affine per idee e visione della vita. Come accade spesso per le piattaforme social gli algoritmi tendono a mostrarci i contenuti quando sono commentati o hanno suscitato una reazione nelle persone con cui siamo più strettamente e assiduamente connessi.

2. La sfida al proprio mondo di valori: per una persona che crede nella difesa e nel rispetto degli animali, il contenuto del triceratopo non è solo un insieme di informazioni da codificare, ma un vero e proprio affronto a tutto ciò che per lui ha valore. È diversità inaccettabile: la foto ritrae una persona che ride davanti a un animale morto, la scena peggiore che un animalista possa immaginare. La quarta parola del post è “recreational hunter” – “cacciatore sportivo” – un termine che rappresenta il nome del nemico.

3. La pressione a difendere il proprio mondo: come abbiamo detto, il contenuto arriva già accompagnato dall’indignazione degli altri animalisti, cioè la “sua gente”, i suoi simili. Di fronte quindi alla minaccia dei propri valori, si sente l’irresistibile necessità di dichiarare la propria posizione contraria rispetto a quel contenuto “alieno” che sta offendendo il proprio mondo, e si ha quasi la sensazione che non esprimersi sia una sorta di vigliaccheria o di venire meno alle proprie convinzioni.

L’intervento scomposto di protesta contro lo spregevole cacciatore a sua volta apparirà sulle timeline di altri contatti con idee simili e il ciclo di pressioni si estenderà nelle connessioni di prossimità, tra affini, in modo virale come l’ondata di indignazione che solleverà. 

Posizionarsi prima di capire

Nel caso del triceratopo o del ponte sullo stretto fa ridere ed è alquanto paradossale, ma a questo meccanismo siamo sottoposti tutti nei nostri spazi online magari con triceratopi e runner-untori meno lampanti e più sfumanti, ma altrettanto distruttivi.

Ogni volta, infatti, che sentiamo la necessità di intervenire e prendere una posizione, in realtà stiamo subendo quella triplice pres- sione: quel contenuto ci ha raggiungo già impostato dalla reazione dei nostri affini, lo ve diamo come una sfida di differenza rispetto al nostro mondo di convinzioni, siamo portati a posizionarci (contro o a favore) ancora prima di aver capito di cosa si tratti veramente.

La realtà è che nelle nostre continue interazioni nella diversità aumentata siamo impegnati in alcune delle sfide cruciali per la nostra vita, a volte senza esserne pienamente consapevoli. In ogni momento, infatti, ci cimentiamo nella possibilità di capire qualcosa in più o in meno della realtà che ci circonda; con le nostre reazioni ci presentiamo agli altri in modo più o meno adeguato e adatto (cioè ci va di mezzo la nostra reputazione); infine, con il nostro comportamento contribuiamo a migliorare o peggiorare la situazione per chi è in relazione con noi perché riceverà nei suoi spazi a sua volta gli effetti di quelle reazioni.

La differenza dà significato alla relazione

Il valore della comunicazione oggi non si può più misurare solo nella capacità di attirare l’attenzione e di confezionare messaggi chiari e comprensibili. In uno scenario di diversità aumentata la buona comunicazione non può che essere misurata sulla capacità di capire e farsi capire da chi non è d’accordo.

E questo non è un discorso puramente etico, come di aspirazione a un bene superiore rispetto alla realtà così come è, ma il contrario: per comunicare efficacemente nella iperconnessione occorre saper gestire ciò che verrà dal potenziale dissenso che ogni atto può generare agli occhi degli altri connessi.

Il criterio della gestione del dissenso e delle dissonanze è l’occasione per uscire dalle bolle di opinioni omogenee e vederci meglio nella complessità della realtà che stiamo vivendo. La comunicazione in un certo senso diventa una costante comunicazione di crisi, cioè capacità di far crescere le relazioni proprio quando le cose non tornano, quando non ci si capisce, quando non ci si trova a proprio agio nell’interazione con l’altro. È lì che ci può essere occasione di apertura rispetto alla tendenza istintiva a rimanere fermi nelle proprie modalità di comportamento e nelle proprie cerchie tribali abituali.

Il disaccordo come occasione

Dovremmo liberarci di quell’ideale un po’ astratto e ingenuo di dire le cose così bene da farci tutti amici. È un’illusione che, di fatto, non si è mai davvero realizzata. È stato a lungo il sogno del successo e oggi risuona nella ricerca di like e compiacimento da coloro che condividono le stesse idee. Quello che si rischia è rinchiudersi in tribù composte da circoli ristretti di consenso e non guardare più il resto del mondo là fuori. Perché se si accetta di essere esposti alla connessione, per quanto saremo capaci di ottenere un po’ di riscontro tra gli affini, accanto ad essi ci raggiungeranno sempre le interazioni di chi obietta, di chi non capisce, di chi si ribella, di chi non condivide la nostra visione della realtà.

E questa è un’ottima notizia. Perché se acquisiamo la capacità di saper stare in quei dissensi e in quei conflitti avremo la possibilità di conoscere persone e costruire relazioni che vanno molto al di là della tribù in cui siamo naturalmente inseriti.

Dal proprio mondo a un universo di mondi

Non solo: accettare la fatica dello stare nella differenza vuol dire essere disposti a mettere alla prova le proprie idee, e quindi migliorarsi. Chi cerca di articolare il proprio pensiero di fronte a un altro che non lo accetta o non lo capisce in modo automatico, aumenta la sua capacità di espressione, di argomentazione e perfino di affinamento del pensiero, oltre che di gestione delle emozioni. Finisce, alla lunga, a sviluppare pensiero critico e capacità di distacco dalle proprie convinzioni che, spesso, sono i principali ostacoli alla possibilità di fare nuove conoscenze.

La connessione ci sta chiedendo di sviluppare la capacità di stare nelle differenze come modo abituale di comunicare in rete. Forse prima era qualcosa che riguardava solo alcuni dediti a specifiche professioni o in condizioni di vita particolari. Oggi riguarda tutti, perché tutti siamo connessi.

Quelle tirbù omogenee in cui tutti siamo inseriti, se diventano l’unico orizzonte del no- stro vivere connessi possono essere ingabbianti e tenerci immobilizzati dal punto di vista relazionale e cognitivo. Se invece ben intese, come comunità che ci danno identità e comunanza, ma poi ci lasciano aperti verso l’esterno di relazioni basate sulla diversità aumentata, a guadagnarci sarà la nostra capacità di conoscere e di convivere: i molteplici mondi in connessione formano un universo molto più ricco e vitale del piccolo mondo sicuro in cui tendiamo a rifugiarci per pigrizia o paura di ciò che ci appare differente.

Lo "spettacolo" del litigio sui media

venerdì 10 settembre 2021

Litigi di qua, scontri di là. In mezzo ci siamo noi che ci schieriamo, ora da una parte ora dall’altra, in base alle nostre posizioni pregresse e non a seguito di un dibattito che, di fatto, quasi non avviene. Questo continuo spettacolo del litigio ha successo, ma il biglietto che si paga per assistervi è in perdita di fiducia: sentirsi superiori e costantemente schierati contro un nemico fa perdere la capacità di riconoscere il valore delle differenze e deteriora ogni aspettativa positiva sulla possibilità di discutere. Nel video qui di seguito spiego perché. 

Da Re Mida al Cercatore d'oro: ovvero discutere meglio online

venerdì 30 luglio 2021



di Bruno Mastroianni

Nelle discussioni, soprattutto quelle pubbliche che avvengono sui social e nelle piattaforme digitali, siamo presi da una sorta di “complesso di Re Mida”. Siamo convinti che tutto ciò che viene toccato dalle nostre argomentazioni sia come l’oro: materiale prezioso e raro, degno di stima e massima considerazione.

Ogni volta quindi che un interlocutore solleva un’obiezione sentiamo che quel materiale preziosissimo è stato indebitamente svilito. Da lì la reazione: vogliamo ripristinare la dignità del nostro tesoro argomentativo e, per farlo, ci lanciamo a sconfessare completamente il dissenso altrui.

Nasciamo confutatori, moriamo litigiosi

Dato che spesso non abbiamo tutte le ragioni dalla nostra e di solito l’altro non ha totalmente torto, non siamo in grado sempre di contestare del tutto ciò che ci obietta. Ci rifugiamo quindi nella manovra che, da sempre, permette di controbattere in qualunque situazione: l’attacco alla persona. Si passa così dall’oggetto del contendere (gli argomenti sollevati) all’aggredire il contendente. Già Schopenhauer ne “L’arte di ottenere ragione” ne parlava come dello stratagemma adottato più frequentemente perché di fatto sempre applicabile e alla portata di tutti.

È innegabile che quando vediamo due o più persone discutere, assistiamo spesso sostanzialmente a dei Re Mida che si indignano per il loro “oro svalutato” e passano ad accusarsi a vicenda. Risultato: l’argomento da cui si era partiti viene perso per strada, lo scontro porta ciascuno a confinarsi ancora di più nella sua posizione, la discussione sostanzialmente fallisce, facendo perdere tempo ed energie.

Persino i partecipanti che assistono, come dice Platone nel Gorgia, “si pentono di aver creduto che sarebbe valsa la pena venire a sentire gente del genere”. L’effetto: senso di frustrazione, erosione della fiducia nella possibilità di discutere. Nasciamo confutatori, ma moriamo litigiosi e insoddisfatti.

Il problema, quindi, ancora prima che nei modi, nei toni e nelle dinamiche dei confronti digitali, è nei presupposti: in che modo ci si presenta in un dibattito? Se ci si sente Re Mida e si ritiene di proferire solo parole e opinioni d’oro, sarà molto probabile che si finirà a muovere guerra verbale contro tutti coloro che, anche in minima parte, non sapranno riconoscere il valore quelle idee. La continua sensazione di lesa maestà comprometterà il confronto sul nascere.

Alla ricerca dell’oro argomentativo

Una strada allora per risanare le discussioni è cambiare il nostro rapporto con l’oro. Passare dalla figura di Re Mida – che si illude di autoprodurre oro argomentativo – a una immagine diversa, quella del Cercatore d’oro che vede il materiale prezioso come qualcosa da trovare, risultato di un lavoro faticoso e paziente. Cosa fa il cercatore? Con il setaccio filtra la terra e il fango presenti nel letto del fiume e, facendoli sciogliere attraverso lo scorrere dell’acqua, trattiene eventuali piccole pepite che per la loro consistenza non scivolano via.

Il Cercatore d’oro ha le caratteristiche di un buon disputatore. Anzitutto vede l’oro come risultato di una discussione e non come presupposto, quindi è disposto a entrare nel confronto alla ricerca di qualcosa che prima non aveva. È disposto imparare, potremmo dire.

Secondo, ha la consapevolezza che l’oro è ciò che resta: è pronto cioè ad accettare che in uno scambio ci siano parole scomposte, argomentazioni fallaci e mosse scorrette (la terra e il fango all’interno delle quali si celano le pepite d’oro). Non si aspetta un contenzioso perfetto, ma ammette che una discussione è sempre una danza imperfetta tra ballerini incerti, è normale che produca scarti.

Terzo, inonda con acqua la terra e il fango delle provocazioni e le fa sciogliere: è la capacità di lasciar correre, senza soffermarsi a ogni piccola sfumatura aggressiva, per rivolgersi invece ad eventuali parti preziose dell’argomentazione su cui si può discutere. Parti che possono essere anche piccole – come pepite appunto – che però, una volta trovate, ripagano di tutti i chili di terra inutile scartata.

L'articolo integrale è disponibile QUI

Qui di seguito un video in cui tratto il tema.


Giudizi sprezzanti online: la migliore risposta è una domanda

giovedì 8 luglio 2021

di Bruno Mastroianni



Una delle modalità distruttive che getta abitualmente scompiglio nelle discussioni online e offline è il ricorso a giudizi formulati in modo apodittico, cioè privi di ragioni o prove a supporto. Si tratta di espressioni puntute e altamente valutative (spesso svalutative) prive di elementi che dimostrino o possano dare contenuto argomentativo a ciò che si sostiene.

Ad esempio sono affermazioni come le seguenti:

Il vostro buonismo è la vostra condanna!

Queste idee sovraniste sono la rovina del paese.

La carriera di questo cantante è finita.

Trovo insopportabili i tuoi post!

Il vostro pesce crudo fa schifo!

Io ho studiato, altri mostrano di non averlo fatto.

Eccola la sciocchezza che mancava nel mare di ovvietà già sentite.


Sui social o in dibattiti mediatici, il ricorso a questo tipo di affermazioni provocatorie ottiene un effetto evasivo e distraente. Di solito impedisce alla discussione di essere realmente contraddittoria (cioè di affrontare il merito di una questione fino in fondo) per trasformarla in una mera contrapposizione.

Questo tipo di affermazioni, infatti, ha un duplice effetto: da un parte opera una riduzione rispetto alla complessità di cui si sta discutendo, dall’altra ha in sé una carica aggressiva che sposta l’attenzione dal tema in oggetto all’interlocutore a cui sono rivolte. Dal contenuto si passa a discutere della relazione tra i disputanti (che si deteriora). Il risultato è quello di passare dalla messa alla prova delle idee a alla messa alla prova delle persone. Il litigio, così, è servito. 

Prendendo gli esempi che abbiamo fatto possiamo osservare questi due effetti secondo diverse tipologie:

1. Generalizzazioni

Il vostro buonismo è la vostra condanna!

Queste idee sovraniste sono la rovina del paese.

Riduzione: l'affermazione dell’altro viene ricondotta alla tipologia buonista o sovranista, cioè le eventuali ragioni presenti vengono scartate perché attribuite a uno schema (inadeguato) già noto che porta condanna o rovina.

Attacco: l'appartenenza a un gruppo o a uno schieramento come spia di un difetto nel ragionamento.
Messa in dubbio delle capacità

2. Messa in dubbio delle capacità altrui

La carriera di questo cantante è finita.

Riduzione: la frase presume che si possa dare un giudizio immediato e sintetico su una questione ampia come la carriera artistica di un cantante.

Attacco: l’affermazione postata negli account online del cantante in questione ne mette in dubbio le capacità oltre a intaccare i fan che si sentiranno colpiti dalla valutazione negativa.

3. Minaccia alla reputazione

Trovo insopportabili i tuoi post!

Il vostro pesce crudo fa schifo!


Riduzione: il criterio dell’insopportabilità (non chiarito se sia di natura emotiva, morale, cognitiva o altro) e del disgusto percepito soggettivamente sono elevati a criteri di valutazione oggettivi.

Attacco: il gusto/sentimento/impressione negativi di un utente espressi in pubblico e scritti creano immediatamente una sorta di voragine di reputazione. Si pensi al secondo commento se postato negli account di un ristorante di sushi.

4. Indignazione

Io ho studiato, altri mostrano di non averlo fatto!

Eccola la sciocchezza che mancava nel mare di ovvietà già sentite!

Riduzione: un ragionamento viene ridotto a “mancanza di studio” oppure a “sciocchezza” con grande facilità, come il “mare di ovvietà” con cui si definisce un indefinito numero di affermazioni simili non meglio specificate.

Attacco: sia il “non studiare” che il “dire sciocchezze nell’ovvietà” qui hanno anche l’elemento moralistico, non vengono presentate solo come mancanze personali (come nei casi C), ma alludono al tradimento di un presunto modo di ragionare e di agire corretto.

Il sinistro-destro dialettico da schivare

Questo doppio colpo riduttivo-aggressivo assomiglia a un “sinistro-destro” di boxe che spinge spesso chi ne è vittima a replicare in modo inefficace. Nella boxe la combinazione di due colpi ravvicinati serve di solito a fare in modo che nel parare il primo l’avversario si scopra ricevendo tutta la potenza del secondo. Anche in questa mossa dialettica l’attacco personale serve per portare a segno la ben più perniciosa riduzione che fa fallire il confronto.

La reazione, infatti, è innescata di solito dalla questione prioritaria che si avverte intaccata: la propria identità. In una discussione chiunque, anche il più distaccato, porta sempre nelle sue argomentazioni ciò che lo rappresenta e che rappresenta il suo mondo. Ciò induce, quando attaccati in pubblico, a sentire un disconoscimento o un rifiuto della propria identità con una fortissima pressione psicologica a replicare ripristinando il proprio buon nome. È questa tensione che spinge, solitamente, a compiere una manovra difensiva di replica controproducente.

Quando la reazione si concentra sul rispondere all’attacco personale, infatti, ci si scopre sul lato ancora più delicato, quello razionale, finendo intrappolati nel vicolo cieco creato dalla riduzione. Concentrati a parare l’attacco ad hominem, ci si dimentica di guardare al “bersaglio grosso” dell’abbassamento del livello razionale delle argomentazioni. In questo modo avviene una specie di accettazione tacita dello schema riduttivo dell’oppositore che prende il sopravvento e sostituisce il centro della questione che si stava affrontando. 

La discussione diventa uno scontro

Vediamolo attraverso uno degli esempi precedenti:

Eccola la sciocchezza che mancava nel mare di ovvietà già sentite!

Se il destinatario di questa provocazione si concentrasse sull’attacco personale risponderebbe qualcosa del tipo: “Sciocchezza sarà per lei!”, “Come si permette a darmi dello sciocco?”, “Non mi pare affatto né sciocca né ovvia!”, e così via.

Cosa otterrebbe? Anzitutto di aver accettato la cornice semantica dell’aggressore: si sta parlando ormai di “sciocchezza”, di “sciocco” e non più del tema iniziale che aveva fatto scaturire il giudizio. Quindi il contenuto dell’argomentatore è stato rimpiazzato da quello del provocatore. Ma soprattutto si è passati dal discutere delle idee alla messa in discussione delle persone: si è ormai nella contrapposizione tra due interlocutori.

Una mossa di difesa che è doppiamente inefficace: perde il tema e perde anche la qualità della discussione. Un vicolo cieco di un dibattito in cui non ci sono più ragioni o prove, ma affermazioni di posizione da parte di ciascun contendente. Il “destro” dell’attacco personale ha permesso al “sinistro” di andare a segno: la questione complessa su cui forse valeva la pena discutere è stata rimpiazzata da una forma di alterco verbale altamente spettacolare, ma poverissimo dal punto di vista del confronto.

Come rispondere? Con una domanda

Capire il meccanismo di questa arma dialettica, ampiamente utilizzata nelle interazioni online e offline, è fondamentale per disinnescarne la forza e non finire nel gioco deteriore di chi ne fa uso. 

Quando ci si trova di fronte a un giudizio apodittico polemico, invece di lanciarsi subito in una replica difensiva (che darebbe rilevanza all’attacco e alla riduzione prodotta) sarebbe molto più efficace riportare nel campo del contendente l’onere della prova. Chiedere ragioni, prove, dati, fatti a supporto del giudizio espresso è la migliore mossa non solo per schivare il destro-sinistro ma, come vedremo fra poco, per servirsi della forza dell’affondo per tornare a discutere sul tema. In un sol colpo si ottiene di non dare peso all’attacco personale, che cade ignorato, e di rimettere il confronto sul livello della razionalità e delle idee.

Riprendiamo da un esempio precedente, il più concreto, per mostrare che anche in casi molto specifici si possono osservare risultati interessanti:

Il vostro pesce crudo fa schifo!

Il ristorante, invece di difendersi dall’attacco infondato, potrebbe rispondere: “Ci può spiegare cosa ha trovato che non andava nel nostro sushi?”. Una replica di questo tipo otterrebbe diversi effetti:
- Mostrerebbe che il ristorante è votato al tema, cioè disposto a discutere della qualità del pesce, visto che è il cuore delle sue attività.
- Non cederebbe alla contrapposizione utente vs ristorante, ma manterrebbe il confronto sul piano della qualità del pesce.
- Lascerebbe l’onere della prova nel campo dell’oppositore: per tutti quelli che assistono sarà evidente che non è stato ancora dimostrato che il pesce sia di scarsa qualità.

Non significa essere remissivi ed evitare il conflitto con l’altro, ma l’esatto contrario: mantenere lo scambio nel conflitto e nella contraddizione per andare fino in fondo. Dal punto di vista del ristorante, la richiesta di fornire le “ragioni dello schifo” costituisce una replica critica e altamente contraddittoria che costringe chi ha sollevato l’obiezione a farsene carico, pena il risultare infondato agli occhi del pubblico che assiste. Una mossa tutt’altro che accondiscendente o pacifista.

La risposta efficace al giudizio apodittico, insomma, non è una vera e propria difesa, ma assomiglia di più a un contrattacco che, con la sua richiesta di ragioni o prove, ribalta la prospettiva dialettica e ha l’effetto di smascherare gli attacchi indebiti senza dare loro eccessivo spazio nello scambio, anzi sottraendogli terreno.

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Accettare quando l’altro ha ragione

venerdì 23 aprile 2021


di Bruno Mastroianni, tratto da AgendaDigitale.eu

In una discussione di solito ci si fa prendere dalla smania di dire la propria, passando sopra a tutto ciò che dice l’altro. In modo tattico, anche quando l’altro ha affermato qualcosa di accettabile, si va oltre affrettandosi ad aggiungere le proprie convinzioni.

Fermarsi, invece, per dichiarare pubblicamente che le affermazioni dell’interlocutore sono condivisibili, può essere una mossa vantaggiosa. Compiendola, infatti, si possono raggiungere due risultati importanti.

Il primo dal punto di vista del contenuto: riconoscere laddove l’altro ha ragione rinforza la qualità dello scambio e permette di aggiungere, chiosare e ampliare il discorso con le proprie tesi. Il secondo dal punto di vista della relazione: è un segnale costruttivo non solo per l’interlocutore che, seppure ingaggiato in una dinamica di dissenso si sente ascoltato, ma soprattutto per l’uditorio che, vedendo un contendente riconoscere le ragioni dell’altro, ne può notare la dedizione al tema e la disponibilità a discutere.

Insomma accettare le ragioni altrui è la prova che si sta discutendo con lo scopo di contribuire davvero, per capire qualcosa in più, e non solo per posizionare se stessi e difendere la propria identità.
Se ha ragione in parte, adotta quello che dice adattandolo a ciò che vuoi dirgli

Accettare in parte

La maggior parte delle volte accadrà però che l’altro ha ragione solo in parte. In questi casi, come spiega Adelino Cattani, l’accettazione delle ragioni altrui può procedere adottando ciò che dice per poi adattarlo a ciò che si vuole sostenere: ad esempio accettando le premesse, oppure convergendo sui criteri, ma divergendo poi sulle conclusioni, sulle applicazioni o mostrando che i fatti esposti non sono del tutto generalizzabili.

Questa modalità rende di solito il dissenso ancora più efficace di quanto non lo faccia un attacco diretto alle affermazioni altrui, perché parte dal riconoscere il valore di ciò che l’altro ha affermato per poi procedere a far notare che in esso manca qualcosa, o che si può fare qualche passo in direzioni non contemplate dalle sue parole.

L’adottare adattando poi ha una funzione fondamentale: è un ottimo modo per riportare al centro della discussione il tema invece di perdersi nella polemica sui modi e sulle espressioni aggressive.

Facciamo un esempio:

Affermazione: Internet ci ha reso tutti più stupidi!

Risposta A: Non è vero! Non è la connessione, siamo noi che la usiamo male!

Risposta B: Certo si nota un impoverimento intellettuale, ma credo che c’entri soprattutto con l’uso che ne facciamo.

Nella replica A si è scelta la via della nettezza troncante: si usano due dissociazioni sintetiche (“non è vero”, “non è così”), si usa l’indicativo, si lascia all’altro la sensazione che si sta su due posizioni opposte e inconciliabili. È molto difficile che si prosegua in una discussione proficua.

La replica B, invece, nel partire dal riconoscere gli effetti della connessione, si dedica poi a dissentire sulle cause. In questo ottiene un risultato fondamentale: tutto il peso del dissenso non è lasciato ai “non” e ai “non è così”, ma alla seconda parte in cui si ventila che la ragione dell’impoverimento derivi da una questione di uso virtuoso o meno, cioè una questione aperta e discutibile.

È quindi un doppio invito: dal punto di vista della relazione a continuare a discuterne, dal punto di vista del contenuto introduce il tema dell’uso della connessione portando a segno l’obiettivo di sostenere le proprie ragioni.

Una mossa apparentemente “morbida” che in realtà si rivela molto più forte del rifiuto troncante. Ora sta all’altro cogliere la sfida di discutere sul problema dell’uso delle tecnologie di connessione. Se non la raccoglierà, rimanendo sulle sue, chi ascolta si accorgerà della scarsa motivazione a proseguire nel ragionamento. Ancora una volta un modo efficace per svelare dove c’è discussione o solo scontro. Se fosse quest’ultimo caso, allora è meglio fermarsi e lasciar cadere.

L'articolo completo QUI. 

Appunti per un'etica dell'engagement

venerdì 5 marzo 2021



di Bruno Masrtoianni, AgendaDigitale.eu, 25.2.2021

L'engagement è la forza che muove la comunicazione digitale, ma di per sé non è un destino. O meglio: spingere il pubblico a reagire per aumentare la visibilità dei contenuti non è l’unico modo di fare engagement. In parte la questione riguarda gli algoritmi e sistema di funzionamento delle piattaforme, ma allo stesso tempo riguarda le scelte di chi comunica: esistono modi di sviluppare engagement alternativi a un modello puramente opportunistico, che sfrutta la situazione, anche se quest’ultimo risulta favorito dal punto di vista commerciale.

In rete, infatti, esistono molti interlocutori che attraverso il loro lavoro riescono a costruire engagement e relazioni significative con il pubblico basate proprio sulla credibilità, sulla affidabilità e sull’equilibrio nell’esporre e offrire i loro contenuti. L’engagement infatti non è un male di per sé, in fondo è una versione riveduta, potenziata e corretta del buon sano vecchio riuscire a coinvolgere chi legge, vede, ascolta. La qualità che questo “farsi ascoltare” assume dipende da quali valori lo animano.

A mo’ di semplificazione potremmo pensare a due modelli opposti di engagement, uno basato sul puro presidio dell’attenzione privo di grandi scrupoli (concetto che Antonio Pavolini spiega bene nel suo #Unframing), il secondo improntato a raggiungere, attraverso il coinvolgimento, una relazione significativa con il pubblico. Potremmo cercare di osservare questi due opposti modelli da un punto di vista valoriale come nello schema che segue.


Arrivare per primi sulla notizia è da sempre un valore giornalistico. E non c’è nulla di male in esso. Il problema è quando “arrivare primi” sacrifica la qualità di ciò che si propone. Alla lunga, la scarsa attendibilità informativa di certi contenuti va a deteriorare la relazione di fiducia con il lettore. E c’è anche un rischio ulteriore, come spiega Giovanni Ziccardi: il “cane da guardia della democrazia” finisce a fare “il cane da riporto” lasciandosi dettare l’agenda da politici e interlocutori pubblici che con i loro messaggi sui social adottano precise strategie di presidio dell’attenzione per essere ripresi (Tecnologie per il potere).

Allo stesso modo il “far abboccare”, il cosiddetto clickbaiting, cioè il confezionare titoli e forzare la narrazione in modo che spinga l’utente a cliccare sul contenuto, può forse regalare un certo numero di visualizzazioni, ma alla lunga quei click andranno solo a nutrire la schiera degli sfiduciati nei confronti dei media. La realtà è che online a pagare a lungo termine è il saper costruire community d’interesse fatte di utenti che si ritrovano a fruire certi contenuti in uno spazio online proprio perché mossi dal riconoscimento di un valore aggiunto.

Molto si gioca sulla differenza tra scioccare e meravigliare. La prima azione catalizza e presidia l’attenzione usando la leva del rifiuto: ti mostro ciò che non avresti voluto vedere, perché inaccettabile, e quindi ti spingo a vederlo per curiosità. Punta sulla pancia e sulle emozioni, ma lì si ferma. La seconda anche essa tocca cuore e viscere ma, passando da esse, innesca il desiderio di conoscere. Secondo Aristotele la meraviglia è lo stupore intellettuale che spinge a volerne sapere di più, a emanciparsi dall’ignoranza.

Scioccando si cerca di “far reagire”, di solito con indignazione, proteste ed espressioni di risentimento. Ma al massimo si arriva a quella che nel marketing è definita conversion: da un contenuto di comunicazione si ottiene una certa azione, in questo caso un like, un commento, un click sul link dell’articolo. Si dirà che è un buon risultato, ma a ben vedere lo stesso marketing invita a fare più: arrivare alla retention, cioè alla capacità di “far tornare”, di “fidelizzare” l’utente rispetto al contenuto prodotto. È qui la differenza tra l’ottenere una reazione estemporanea e il puntare alla meraviglia che spinge alla attivazione e alla partecipazione, al cercare ancora informazioni su quel tema, per approfondire.

Realismo vs Idealismo

Come in tutti gli schemi i due poli di questa opposta visione dell’engagement tendono ad essere un po’ idealistici e astratti, nel bene e nel male. Non c’è qualcuno che incarna del tutto i valori (o meglio disvalori) del presidio dell’attenzione, così come nessuno può riuscire a fare un lavoro talmente impeccabile dal produrre solo contenuti che alimentano relazioni significative. Direi piuttosto che assistiamo a una continua oscillazione tra le due impostazioni.

Il punto però è che l’ottica della costruzione di relazioni significative non è una versione “bonificata” del presidio dell’attenzione. Al contrario ne è una versione potenziata. Coltivare l’engagement nei termini della relazione significativa fa ottenere tutti i benefici del presidio (stare sul pezzo, agganciare l’attenzione, stupire e coinvolgere) con in aggiunta la possibilità, attraverso di essi, di costruire un rapporto con gli utenti basato sulla qualità e sulla fiducia.

Di conseguenza quella del presidio dell’attenzione è una versione pallida e di comodo del buon comunicare online, che si accontenta di una manciata di click e reaction veloce ed effimera, erodendo la fiducia degli utenti. Un vero e proprio segare il ramo dell’albero dove si è seduti.

Una questione di libertà

Tutto questo si traduce in una questione di responsabilità: quanto nelle proprie pubblicazioni online si potrà realisticamente tendere verso il polo significativo senza cedere alla tentazione del presidio dell’attenzione fine a sé stesso? I modelli di business e le piattaforme favoriranno sempre l’engagement a tutti i costi. O meglio: non sarà mai un criterio di convenienza economica a spingere verso un engagement all’altezza del bene della comunicazione. Ci vorrà qualcosa di più. Ognuno scelga liberamente cosa perseguire con i suoi like e commenti.

Come rispondere a un attacco personale in una discussione

mercoledì 10 febbraio 2021


di Bruno Mastroianni, tratto da AgendaDigitale.eu

Gli attacchi personali pretestuosi sono sempre da ignorare: di solito nascono dallo scopo dell'altro di contrapporsi, utilizzando argomenti soggettivi o insulti, allusioni o aggressioni. Se si raccolgono, difendendosi in modo istintivo, si favorisce la manovra evasiva dell’avversario: ci si allontana dal tema oggetto di disputa e si finisce a discutere non più di contenuti ma della relazione deteriorata tra i due contendenti.

A volte però l’attacco personale può essere pertinente rispetto al tema in discussione. Sono i casi in cui il sospetto che viene sollevato sulle qualità personali di un interlocutore ha a che fare con ciò di cui si sta discutendo.

Succede quando si mostra che il comportamento del disputante non corrisponde a ciò che sostiene, quando si mette in dubbio la competenza e l’esperienza oppure quando si mette in dubbio il reale scopo per cui si affermano certe cose. Ad esempio contestare un personaggio pubblico che fa un’invettiva contro gli evasori essendo lui stesso il primo ad evadere non è un attacco ad hominem indebito, ma pertinente al tema.

Spesso questo tipo di attacchi prende di mira in modo efficace la credibilità di chi sta sostenendo qualcosa e quindi ignorarli sarebbe un errore.

Facciamo un esempio:

Una donna pubblica un post a favore dei femminili di professione. Ad un certo punto in uno dei commenti appare questo attacco personale:

"Sostieni queste cose perché sei donna, tiri acqua al tuo mulino".

 L’attacco è pertinente perché solleva un dubbio lecito. Pur se con una carica polemica e aggressiva, solleva una questione pertinente: difendere i femminili di professione è una battaglia di parte o qualcosa che riguarda tutti?


In questi casi si hanno di fronte due strade: quella del leone e quella del gattino. Il leone spingerebbe a difendersi contrattaccando usando muscoli, unghie e denti. Produrrebbe repliche di questo tipo: “tipica frase da uomo”, “studio questi temi da 20 anni, non c’entra nulla il mio essere donna”, “forse le dà fastidio che sono donna?”.

Queste repliche, per quanto brillanti e soddisfacenti, hanno un difetto: assecondano la manovra di attacco perché si allontanano dal tema di discussione per finire sul personale (ancorché per motivi di difesa). Siamo nel posizionamento uguale e contrario.

Sarebbe meglio scegliere allora la strada del gattino: invece di tirare fuori i muscoli e contrattaccare, procedere a "ridursi e rimpicciolirsi", assumendo su di sé il presunto difetto per farne la propria forza. La “mossa del gattino” si basa sull’idea che i limiti non sono punti deboli, ma segnali di credibilità in ciò che si sostiene.

Nel caso che stiamo considerando la risposta del “gattino” sarebbe:

"Proprio perché sono donna tiro acqua al mulino del far rispettare l’identità di ciascuno con i femminili di professione".

 In un sol colpo si ottengono due benefici. Dal punto di vista relazionale la disputante si riposiziona nel suo posto credibile: chiedere rispetto per la propria identità non è mai una battaglia di parte, ma un richiamo universale. Dal punto di vista del contenuto si torna al tema del valore dei femminili di professione per tutti, invece di rimanere sulla messa in discussione della credibilità della persona che la sostiene.


Espressioni belligeranti: il doping che compromette le nostre discussioni

martedì 8 dicembre 2020



Le *espressioni belligeranti* sono formulazioni in cui il contrasto, invece che essere affidato alle argomentazioni, si esprime attraverso modalità fallaci.

Anche se apparentemente sembrano “atti secondari” rispetto alla discussione, in realtà investono in pieno la negoziazione delle identità sociali di chi si confronta e, di conseguenza, la relazione che si costruisce o si deteriora.

Usiamo queste espressioni per dissociarci, per esprimere sdegno, per eccepire sulla affidabilità delle opinioni altrui o per dubitare della loro indipendenza e autonomia. Sono combinazioni di parole che usiamo con facilità e spontaneità, spesso senza renderci conto del loro potenziale distruttivo, soprattutto in disputa.

Ci sono fondamentalmente quattro categorie:

1. Dissociazioni sintetiche: dire che si rigettano le idee dell’altro senza argomentare perché.

>Esempi: “Non è vero!”, “Non è come dici tu!”

2. Indignazione: criticare quello che dice l’altro ponendosi in una presunta posizione morale superiore da cui giudicare le sue affermazioni.

>Esempi: “Ti pare che scrivi una cosa del genere!”, “È una vergogna!”, “Si’ più preciso!”

3. Argomentum ad hominem: criticare una caratteristica personale dell’interlocutore invece che contestarlo nel merito del tema.

>Esempio: “Sei il solito ottimista, ecco perché dici questo!”

4. Generalizzazioni: per criticare ciò che dice l’interlocutore ci si riferisce al suo gruppo culturale, professionale, sociale, religioso di appartenenza.

>Esempio: “Voi donne la fate sempre lunga su questo tema”.

Le dissociazioni sintetiche sono usate per dare velocemente il segnale su “da che parte si sta”, un’azione che sui social network e nelle discussioni online di gruppo viene utilizzata per agganciare immediatamente il consenso della propria squadra.

L’indignazione ha da una parte la stessa funzione “posizionante” delle dissociazioni, ma aggiunge a essa anche un certo scopo di discredito: dico da che parte sto, dichiarando che la tua è quella (moralmente) sbagliata. Faccio appello a una morale comune che condivido “con i miei” e la scaglio contro le tue parole.

L’ad hominem e le generalizzazioni hanno un evidente scopo di discredito: nel primo caso mettono in campo i limiti personali come elemento per mostrare l’inadeguatezza dell’interlocutore; nel secondo creano un “voi” generalizzato e fragile, opposto a un “noi” capace di scorgere con lucidità la questione.

Di solito queste modalità espressive rivelano la presenza di scopi di posizionamento. Ignorare in modo selettivo queste parti espressive, può essere la strada per carpire in modo veloce e semplice se, tolte quelle, rimangono argomenti o scopi degni di essere presi in considerazione. Se non ce ne saranno, sarà il momento di lasciar cadere del tutto la conversazione, se invece ne rimarrà almeno uno, replicare a quello ignorando il resto darà la possibilità di proseguire nella discussione.

Quando ci viene da usare espressioni belligeranti è il segnale che la nostra argomentazione è debole e ha bisogno di un piccolo doping. In ogni caso, sforzarsi di esprimere il dissenso rinunciano a espressioni di questo tipo aiuta a puntare di più sulle ragioni, sulle cause e sulle prove, affilando l’efficacia il proprio dissenso e aumentando le possibilità di farsi ascoltare e capire.

#disputafelice #litigandosimpara

Un libro per la “lotta di strada” delle discussioni online

lunedì 26 ottobre 2020

Lo scontro sembra forte, spavaldo, “rock”; mentre evitarlo appare arrendevole, morbido, da “primi della classe”. Il litigio produce un certo compiacimento – a volte ne parliamo vantandoci della nostra litigiosità – mentre i toni pacati e ragionevoli ci fanno calare la passione. Per carità, ci rendiamo conto che è auspicabile discutere educatamente, ma sotto sotto siamo dalla parte del “cattivo ragazzo” (o della “cattiva ragazza”) che sa alzare le polemiche in modo puntuto.

Ecco, vorrei sgombrare il campo da ogni equivoco: anche io sono dalla parte delle “cattive ragazze” e dei “cattivi ragazzi”. Penso cioè che oggi saper dissentire, costringendo sé stessi e gli altri a stare nel conflitto senza paura, sia ciò di cui abbiamo più bisogno. Ma in questo divergo dalla maggior parte delle prospettive precedenti perché ritengo che il litigio, per quanto attraente, non sia la modalità per farlo nel modo più efficace. Anzi, direi che esso, nella sostanza, è un modo alquanto arrendevole di affrontare il conflitto. Ci vuole disputa.


Le discussioni plasmano il mondo

martedì 13 ottobre 2020

Che idea di mondo ci facciamo quando vediamo che sono proprio i leader e i competenti a contrapporsi in modo ottuso? Nelle discussioni pubbliche il rischio è quello di passare dalla lotta libera al wrestling: non c’è più nemmeno un vero combattimento, conta soprattutto lo spettacolo per drenare l’attenzione. Per fortuna questo modello, utilitaristico e opportunistico, non è né l’unico né obbligato. È solo il più appariscente. A noi rimane sempre la possibilità di scegliere altre modalità. Il punto è rendersi conto di avere questo potere ed esercitarlo. 

[Da un intervento al Mezzopieno Festival, la versione integrale del panel è qui:https://www.youtube.com/watch?v=wlu5b0zGo5Y]

Litigando si impara

domenica 11 ottobre 2020



Comincia oggi l’avventura di #litigandosimpara. E sono davvero felice che la prima presentazione sia a Internet Festival. Ho lavorato a questo libro 3 anni, ho iniziato nel 2017 quando uscì la #disputafelice. In quel caso ne avevo impiegati 15 a scriverlo.

Dato che questo secondo libro riprende il primo e ne offre una versione di crisi, si può dire che ha avuto una gestazione di 18 anni: una riflessione sui conflitti e le discussioni lunga quasi metà della mia vita. Il tutto in poco più di 120 pagine.

Spero che lo leggiate, che lo critichiate, che lo smontiate con tutte le vostre forze. Perché se con la #disputafelice eravamo in fase “allenamento”, ora con #litigandosimpara si fa sul serio.

La differenza di questo libro rispetto agli altri sul tema è che io non insegno nulla, non so offrire ricette, non spaccio propositi emotivamente consolanti (ma irrealizzabili). Non faccio psicologia, non sono un coach, non parlo di tecniche di comunicazione. Propongo invece un percorso filosofico alla scoperta di come e perché le nostre discussioni tendono a fallire.

Ne traggo una conclusione fastidiosissima: non è l’altro, non è l’epoca, non è l’odio online, non sono i social e nemmeno le situazioni; a essere manchevoli e a dover fare qualcosa siamo proprio noi stessi. Il problema è che siamo perfezionisti e pretendiamo discussioni ideali con interlocutori ideali, che non avremo mai. Invece è proprio il riconoscimento dei limiti e l’accettazione dei fallimenti dialettici che può motivarci a prendercene cura. Se acquistassimo consapevolezza su quanto è imperfettamente ma pienamente nelle nostre mani, potremmo finire ad andare a riprenderci il buon discutere che ci meritiamo, contro ogni potere che cerca di sottrarcelo.

Lo so, Socrate lo fecero fuori per molto meno. Ma io sono solo un sedicente filosofo e conto di passare inosservato, o perlomeno saprò sfuggire spostandomi velocemente da un posto all’altro da bravo pendolare.

Accattatevillo e fatemi sapere.

La comunicazione e i suoi limiti

sabato 22 agosto 2020

Per comunicare bene bisogna partire dai propri limiti. I limiti sono i nostri confini; quando noi conosciamo fino a che punto arriviamo, nel senso di dire dove non riusciamo ad andare oltre, quello è il limite; il limite è: io arrivo fin qui, più in là di così non ce la faccio. Quando noi facciamo seriamente, sinceramente, questa affermazione lì si crea il confine che guarda caso non solo è il punto dove io non arrivo oltre, ma anche il punto dove incontro l'altro. 

Il confine ha sempre questa ambivalenza: dove io non arrivo oltre, ma significa anche che da lì in poi c'è l'altro da cui imparo; c'è l'altro di cui ho bisogno; c'è l'altro con cui devo convivere. La chiave per vivere nell'incertezza è scoprire, osservare, accettare e anche valorizzare i propri limiti come elemento di identità. 

Noi siamo i nostri limiti, comunicare bene nell'incertezza è incarnare i propri limiti, che significa, per esempio, riconoscere i propri limiti di conoscenza; riconoscere i propri limiti emotivi e caratteriali; riconoscere i propri limiti di competenze, perché ogni volta che io riconosco un limite faccio spazio all'altro che invece avrà quelle conoscenze, quelle competenze, quelle risorse anche emotive con cui potrà venirmi incontro e con cui io potrò stabilire una relazione per andare avanti. 

Se io invece questi limiti non li conosco e il mio perimetro è esteso all'infinito perché è "gonfio" – diciamo così – e credo di poter vivere di me stesso e delle mie visioni lì il rischio è che vedrò ogni presenza dell'altro come un'invasione, cioè non riconoscerò che è oltre me, ma lo sentirò invadente nel mio mondo e lo aggredirò. Questa sarà la sfida: sensibilità per i limiti o aggressione basata sul "voglio che le mie credenze incrollabili non siano messe in dubbio dall'incertezza". 

[Grazie a Nicola Marini per la trascrizione e ai ragazzi di PoliENERGY per l’intervista da cui è tratto questo estratto].


La differenza tra contrapposizione e contraddizione

venerdì 31 luglio 2020

Nello scontro politico il conflitto è altissimo? In realtà no. Spesso la modalità di comunicazione basata sulla contrapposizione serve proprio ad aggirare le questioni. Nei nostri scambi politici e sociali abbiamo un grande bisogno di contraddizione, cioè di saper mettere alla prova le posizioni attraverso le parole (contra-dire invece che contra-porre).

[Da una lezione online di Teoria dell’argomentazione a UniPd] #disputafelice

Il Cittadino Informato Quanto Basta e la sfida per il giornalismo

martedì 16 giugno 2020



di Bruno Mastroianni, da un articolo di AgendaDigitale.eu del 16.5.2019

Vi presento il cittadino informato quanto basta. Un interlocutore che con la rivoluzione digitale sta prendendo sempre più spazio e importanza nello scenario della comunicazione.

Il cittadino, cioè, che partecipa al dibattito fino a un certo punto, legge quello che gli capita sui suoi spazi online senza avere un vero metodo per la fruizione delle notizie, agisce in rete senza avere numeri rilevanti e senza essere un commentatore compulsivo. Ma che con i suoi like, le sue condivisioni, i suoi link inviati tramite le app di messaggistica ha di fatto il potere di influenzare le sue cerchie ristrette, quelle in cui ha più peso proprio perché basate su relazioni di vicinanza e affinità con i suoi contatti.

E’ sul cittadino informato quanto basta (d’ora in poi CIQB) che, nell’era dello strapotere degli algoritmi e della disinformazione, il giornalismo deve riuscire a fare presa, curando e offrendo assieme all’informazione di qualità, anche occasioni di discussione produttive, pure a partire da un moto di dissenso.

Occorre un ripensamento e un riadattamento della funzione e del ruolo dei giornalisti, che dovrebbero essere i primi ad adottare uno stile di comunicazione che inviti al pensiero critico e alla messa alla prova di ciò che si legge. A questo punto, una delle domande fondamentali che deve porsi oggi chi ha il compito di informare in modo attendibile è come inserirsi nel sovraccarico di discussioni in cui il CIQB non è solo una preda, ma un attore e protagonista che le fomenta e le alimenta. Il diverso ruolo del CIQB, insomma, richiama a pensare a un diverso ruolo anche del giornalismo; a meno che il giornalismo non voglia ridursi anch’esso a cavalcare la polarizzazione assumendo posizioni in contrasto per chiamare a raccolta il consenso di chi già le condivide.

Nello scenario precedente, quello delle comunicazioni di massa, il compito dei giornalisti era principalmente semplificare (selezione e verifica delle informazioni nel sovraccarico) per permettere ai cittadini di essere più consapevoli e quindi il più possibile liberi, pur nei limiti delle loro possibilità. È stato da sempre questo il ruolo del watchdog, il cane da guardia della democrazia.

Oggi, nell’epoca della autocomunicazione di massa (Castells, 2009), in cui il sovraccarico è la dimensione in cui il cittadino vive e a cui contribuisce tra giudizi e discussioni con gli altri, la stessa modalità è insufficiente. La selezione, infatti, viene prodotta dalla dinamica dell’engagement e degli algoritmi che premiano la circolazione dei contenuti tra affini, e la verifica (o meglio la non verifica) avviene da parte di ogni utente che si fa una sua propria idea di verità del mondo da se stesso (Fabris, 2017), spesso ridotta a contrasto tra le sue convinzioni e quelle di qualcun altro, aggravando la tendenza a chiudersi in bolle di opinioni omogenee all’interno delle quale trincerarsi.

In questo scenario, insomma, il compito del giornalista, oltre a quello della semplificazione (che rimane sfida attuale e intatta) deve assumere anche qualche connotazione in più, se vuole mantenere la sua capacità di rendere i cittadini più liberi e consapevoli.

È un compito che non può prescindere dalla dinamica delle discussioni continue.

Informare correttamente oggi non è più soltanto curare la qualità delle notizie, la loro tempestività, la confezione del contenuto, la diffusione, ma diventa anche e soprattutto una certa modalità di intercettare il CIQB proprio nella conversazione e nella discussione in cui è impegnato a proposito di quelle notizie e informazioni.

Il giornalismo, oggi, e più in generale la divulgazione del sapere, non possono prescindere dalla disintermediazione e dalla dimensione conversazionale dell’informazione; il che vuol dire avere la capacità di entrare, partecipare, contribuire a quelle conversazioni per produrre in esse e trarre da esse i benefici che derivano da una buona e sana informazione.

L'articolo integrale QUI

Quattro domande prima di aprire account sui social network

martedì 9 giugno 2020


di Bruno Mastroianni, informazionesenzafiltro.it, 8 dicembre 2019

Essere presenti sui social sembra ormai d’obbligo per aziende, editori e singole persone. In effetti, se c’è un modo efficace per rendersi raggiungibili e per curare un certo tipo di relazioni con il pubblico, è proprio attraverso le attività e la presenza sui social media. Ma non è tutto in discesa. Stare online, in un potenziale contatto diretto con chiunque, comporta impegno e consapevolezza, risorse e strategia. Perché i social non sono un canale di distribuzione, ma una dimensione relazionale che richiede qualche accorgimento in più rispetto al modo classico con cui si è abituati a condurre le attività di comunicazione.

Quali sono gli aspetti da curare per decidere di aprire i propri spazi online o per dare loro una svolta qualitativa? Abbiamo riassunto la sfida in quattro domande fondamentali per dirigenti di azienda, addetti alla comunicazione, ma anche per ciascuno di noi che, alla fine, vive la sua vita sociale e professionale in costante connessione.

1) Perché vuoi stare online?

La primissima domanda da farsi è quella di base: qual è il motivo per cui si decide di essere presenti online. Se l’intento è semplicemente quello di “aumentare la propria visibilità” si rischia di andare fuori strada. Accettare di stare in rete significa piuttosto essere disposti a perdere un certo vantaggio comunicativo in favore di una maggiore possibilità di costruire relazioni.

Il vantaggio che si perde è quello che da sempre aziende, editori e organizzazioni hanno avuto nei confronti dei loro clienti e utenti: una certa distanza. A stare online invece ci si espone a essere raggiungibili da chiunque, e in pubblico. Gli spazi sui social diventano luoghi di scambio di giudizi diretti, immediati, esposti.

Questo significa accorciare le distanze, dare la parola a chiunque (nei commenti, nelle risposte, con i tag), e accettare di stare in mezzo a una conversazione che non è del tutto sotto il controllo del titolare degli spazi, come erano invece le conferenze stampa, le campagne pubblicitarie e le altre azioni di comunicazione pre-social.

Se quindi non si ha intenzione di sottoporsi a questo contatto diretto e poco controllabile, sarà difficile essere davvero efficaci. E purtroppo dobbiamo dircelo: anche se si decide di starne fuori, quella conversazione sui propri prodotti e contenuti, che costruisce (o distrugge) la reputazione, avviene anche senza la nostra presenza.

2) Sei disposto a conversare?

Una volta accettato di perdere il vantaggio comunicativo ed esporsi ai contatti diretti con chiunque, occorre farsi la seconda domanda, che riguarda le abitudini di comunicazione. Veniamo da una cultura, quella precedente all’iperconnessione, in cui la maggior parte degli sforzi nel processo comunicativo erano fatti nelle fasi ideative, elaborative e produttive dei contenuti. Poi si arrivava alla distribuzione tramite i media: cartellonistica, tv, radio e quant’altro.

L’idea era quella di curare moltissimo la confezione del messaggio, anche in base allo studio dei target, e fare in modo che nella sua emissione raggiungesse il più possibile il pubblico interessato, ottimizzando il gradimento. Tutto il resto del pubblico, quello non interessato o non favorevole, rimaneva semplicemente fuori. Gli effetti delle campagne di comunicazione si calcolavano poi nelle vendite, nei sondaggi, nello share televisivo, nelle copie vendute.

Oggi, grazie alla connessione, questo processo è molto più articolato. Perché in rete, una volta arrivati alla fase di emissione, che prima era un momento culminante del processo, si è solo all’inizio: da lì infatti quei contenuti diventano oggetto della conversazione online, fatta di reazioni, commenti, rielaborazioni, distorsioni e tutto quello a cui assistiamo abitualmente in rete.

Non solo. Quella conversazione, per la struttura stessa delle piattaforme, è reticolare, e si diffonde tra le persone attraverso legami di prossimità: ciascuno con i suoi like, condivisioni e commenti coinvolge in quei contenuti le persone con cui è più strettamente connesso. È quello che un tempo chiamavamo il passaparola, che oggi però è potenziato dalle possibilità del digitale e non più vincolato ai limiti di tempo e di spazio delle interazioni informali tra vicini.

Comunicare online vuol dire gestire quella parte conversazionale e interattiva che verrà fuori da ogni atto di comunicazione, e che continuerà nel tempo. Se non si è disposti a questo lavoro di accompagnamento del contenuto attraverso le conversazioni che suscita tra le persone, sarà difficile curare bene i propri spazi online. E questo ci porta alla prossima domanda.

3) Sei disposto a farti carico del dissenso?

Per questa struttura conversazionale (l’interazione è l’azione basilare) a libero accesso (chiunque può intervenire, senza una selezione a priori) c’è una cosa che online di sicuro si incontrerà sempre e in abbondanza: il dissenso. Nella sua accezione più ampia: da chi rappresenta con ragionevolezza il suo disaccordo a chi invece espone le sue lamentele in modo scomposto, passando da fraintendimenti volontari generati dall’astio, dalle provocazioni e dalle polemiche gratuite, fino all’estremo delle espressioni di odio e di violenza verbale.

Tutto questo articolato insieme di manifestazioni di “diverso modo di sentire e vedere la realtà” online trova la sua massima espressione. Per due motivi: il primo è che nella comunicazione mediata tramite lo smartphone e in assenza di corpo è più facile esprimersi, si è più disinibiti; il secondo è che la connessione fa in modo che mondi distantissimi si ritrovino a portata di touchscreen. Mentre in passato per esprimere contrarietà a un prodotto, a una persona, a un’azienda, ci sarebbero volute azioni organizzate e complesse per farsi notare, ora basta un commento negativo, una recensione sullo store online, una reazione sdegnata. Tutto materiale che lascia la traccia in rete; lì rimane e tutti lo possono leggere.

In questo scenario, il vecchio ideale della comunicazione felice che mette tutti d’accordo va abbandonato. Occorre entrare nell’ottica della disputa felice: per quanto ci si esprimerà bene, per quanto si curerà la correttezza formale, la scelta delle parole e delle immagini, ci sarà qualcuno che fraintenderà, che si offenderà, che non capirà. E quel qualcuno lo farà presente, andando ad alimentare il flusso delle interazioni e a influire sul clima degli spazi digitali.

Insomma, se si sta online, bisogna farsi carico di queste interazioni di dissenso. Come? Attivando una strategia chiara di risposta che scoraggi l’aggressione e l’odio, ma che allo stesso tempo dia seguito alle critiche e offra spiegazioni e chiarimenti quando necessari. Una via è quella di stare sempre nel merito degli argomenti, senza andare sul personale. Cercare nei commenti degli utenti, per quanto espressi con modi polemici e inadeguati, se vi sono questioni oggettive e concrete e rispondere a quelle, ignorando la parte polemica. Si tratta di riconoscere ciò a cui danno valore le persone e coglierlo, anche quando espresso con toni aggressivi e non gentili. È lì che si aprono possibilità di relazione che nessun altro mezzo permette: le buone relazioni con chi non è d’accordo.

4) Sei disposto a investire risorse nella presenza social?

Di fronte a questo panorama di attività di conversazione, cura delle relazioni e moderazione delle interazioni (anche di quelle più critiche), si capisce che siamo di fronte a un vero lavoro professionale che ha i suoi tempi, modi, regole; e che ha bisogno di risorse. Quello del social media manager, cioè di colui che sta lì in prima linea a pubblicare, aggiornare, rispondere ai commenti, è un lavoro vero, una professione e un ruolo strategico per la comunicazione di un’azienda, tanto quanto quello del responsabile marketing o dell’ufficio stampa.

Non dimentichiamo che quelle pubblicazioni e quelle interazioni sono elementi rilevantissimi per la comunicazione di un’organizzazione: sono atti che arrivano molto vicino al pubblico, direttamente alle persone, nel loro smartphone, che è ormai quasi uno spazio intimo. E non solo: come abbiamo visto, per come sono costruite le piattaforme ognuna di quelle interazioni arriva anche nelle timeline dei contatti dell’utente, che sono solitamente i legami di prossimità (amici, parenti, colleghi, persone affini a lui). Ciò significa che quella risposta di un’azienda a un cliente ha la possibilità di essere letta anche dalle persone a lui più legate e vicine.

Una possibilità di comunicazione diretta, efficace e rilevante tanto quanto (e talvolta di più) di un cartellone, di un comunicato stampa o di un passaggio televisivo. Vale la pena curare questa attività in modo professionale e con le risorse adeguate. È quell’opportunità di relazione di cui parlavamo all’inizio, quella che si guadagna perdendo un po’ il vantaggio del palco e della distanza. D’altronde la saggezza popolare insegna: “In amore vince chi perde”. Sui social di fatto è lo stesso: se vuoi “vincere” relazioni con le persone devi “perdere” un po’ di distanza e di barriere.

Non chiamateli solo meme. L'autoironia salverà il mondo

giovedì 4 giugno 2020



di Bruno Mastroianni, Toscana Oggi, 22 marzo 2020.

C’è il Papa che si affaccia su Piazza San Pietro gremita, stranutisce, e nell’immagine successiva la piazza è improvvisamente vuota. C’è una vignetta in cui uno stilizzato coronavirus incontra una figurina che si presenta: “sono ignoranza”, i due si baciano appassionatamente. C’è Gollum, il personaggio del Signore degli anelli, che contempla rapito il “suo tesoro”: un flaconcino di Amuchina. C’è Nanni Moretti in Caro Diario con la scritta “una splendida quarantena”. E così via per tutti i gusti e le età, con riferimenti culturali più o meno elevati: è l’ondata di meme e contenuti divertenti che girano ormai da giorni in rete a proposito della pandemia di Covid-19.

Non dite che sono per “esorcizzare” la crisi o per “alleggerire” la tensione della situazione difficile. Questa ondata ironica ha una funzione molto più importante. Anche se in certi casi al massimo si tratta di trovate che strappano un sorriso, diversi di quei contenuti superano il livello del comico per raggiungere, come diceva Pirandello, l’umoristico: il sentimento del contrario che rende capaci di riconoscere le fragilità proprie e altrui.

Ci sono quelli più colti e artistici che rappresentano lo sgomento per i luoghi deserti: come la raffigurazione della Scuola di Atene senza filosofi o dell’Ultima cena di Leonardo disertata dai commensali. Quelli che esprimono il disagio quasi mistico di dover giustificare le uscite di casa: Gesù appena risorto che, uscendo dal sepolcro, esclama “ho l’autocertificazione”. Ma si arriva anche all’inventiva dei più giovani con tormentoni su TikTok in cui una ragazza si trucca e si veste di tutto punto e, di fronte alla domanda: “ma dove vai?”, risponde sicura: “vado a farmi un giro in cucina!”.

Sono scene divertenti e paradossali che hanno dentro, però, anche qualcosa di profondissimo, che tutti stiamo provando: la nostalgia per condizioni di vita che prima davamo per scontate e che ora, mancandoci, assumono significati del tutto nuovi. Attraverso la chiave umoristica, queste nuove verità si riescono a cogliere coinvolgendoci intensamente: ci si riconosce nella ragazza che va a fare un giro in cucina, nel vuoto espresso dai classici modificati e nel risorto che deve giustificare l’uscita dal sepolcro. E questo identificarsi è un atto di autoironia: incontriamo noi stessi nella nostra parte più fragile, ridendoci su.

Sì, perché il vero humor raggiunge la sua funzione soprattutto quando diventa saper ridere di sé, riconoscendo i propri limiti e le proprie debolezze. Un atto che porta a sentirsi vicini agli altri in modo nuovo.

Questa capacità autoironica è una potente cura alle strategie che di solito attuiamo per renderci impermeabili e isolarci nei nostri piccoli mondi egoistici e sicuri. La prima è la strategia del sarcasmo che, attraverso il “ridere di qualcuno”, ci fa sentire diversi da lui (di solito migliori) e quindi più distanti. Così possiamo dividerci in squadre polarizzate, ognuna dedita a confermare le sue idee, senza faticosi confronti. La seconda è la seriosità: il solenne ribadire con gravità principi, regole e schemi a cui siamo abituati che, intoccabili, sono come una fortezza dentro cui barrichiamo il nostro potere sugli altri, piccolo o grande che sia in base alla nostra posizione.

Queste barriere nulla possono di fronte al sano humor che, con il suo effetto sorpresa, sfida il potere in tutte le sue forme, soprattutto quelle costituite da ciò che è abituale e assodato, per immettere d’improvviso nuovi sguardi autentici sulla realtà, risvegliando lo spirito. È lì, in quel momento di trascinante consapevolezza in cui si ride assieme, che riconosciamo quanto nonostante le numerose differenze (e diffidenze) siamo infinitamente simili nelle debolezze.

Molti animali mostrano i denti per dire agli altri di stare alla larga. L’essere umano quando lo fa può scegliere se per trasmettere rabbia e derisione, oppure per dare un segnale di riconoscimento delle fragilità che ci accomunano. E da che mondo è mondo, lo scoprirsi reciprocamente deboli è la spinta migliore ad affrontare le avversità insieme. Come diceva Leopardi: “chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo”. Non chiamateli solo meme.







Competere, cooperare, decidere: per un modello di dibattito cooperativo

lunedì 30 marzo 2020

Lo scorso 28 marzo si è svolto all'Università di Firenze in modalità online un convegno internazionale sul tema del dibattito deliberativo. Qui trovate il mio intervento sul tema "Per una disputa felice" in cui ho esplorato la questione dei fallimenti delle discussioni e della possibilità di recuperare in un'ottica di bene possibile per le persone coinvolte.





Qui trovate gli interventi degli altri relatori:

Adelino Cattani, Università di Padova
Per un modello di dibattito "Dichiarazione congiunta"



Jan Albert van Laar, Università di Gröningen
Middle Ground and Deliberative Debate: How to Promote Argumentation and Criticism?



Foteini Englezou, IRESE, Istituto Greco per gli Studi di Retoirca e Comunicazione
"Odissey" Scientific Debate: the Rethorical and Critical Turn in Teching Science



Stephen Llano, Department of Rhetoric, Comunication & Theater, St. John'sUniversity
A Rhetorical Model of Academic Debate



Goffredo Guidie Gianmarco Tuccini, Università di Firenze
Il peso delle emozioni nell'argomentazione sui social media



Gianluca Simonetta, Università di Firenze
Puer bonus communicandi peritus



Nina Celli, ProVersi.it
Il dibattito scritto a scuola



Saluti e ringraziamenti da parte del Prof. Adelino Cattani

Evitare le discussioni inutili online

venerdì 14 febbraio 2020

Litighiamo tanto non perché ci siano troppe discussioni, è l'esatto contrario: ci sono così tanti litigi perché facciamo fatica a discutere. Soprattutto online.

Il mio intervento al Safer Internet Day 2020 organizzato dal MIUR.


Quando smettere di discutere: il limite di ogni confronto

martedì 28 gennaio 2020


di Bruno Mastroianni, ExAgere, nov-dic 2019.

Quello che dobbiamo esplorare, con l’intento di giungere a criteri adeguati a capire quando sia opportuno porre fine alle discussioni, è una condizione di confronto che ha almeno tre caratteristiche di base:

1. Non siamo di fronte a un semplice scambio a due, ma dobbiamo tenervi all’interno tutti gli interlocutori coinvolti, compresa la moltitudine silenziosa di chi assiste senza intervenire[6].

2. Non è un confronto basato su regole prestabilite accettate tra tutti gli interlocutori (non è una partita a scacchi).

3. Non finisce con un vincitore e un vinto, ma i suoi esiti sui contendenti e sugli osservatori sono molto più complessi e articolati.

Queste tre caratteristiche impongono allora di muoversi in una prospettiva che permetta in modo sufficientemente pratico di affrontare la complessità insita in qualsiasi discussione online e offline.

L’ipotesi di poter creare un modello predittivo che controlli tutte le variabili in gioco è alquanto irrealizzabile: non si potranno mai collezionare davvero tutti i dati necessari, perché gran parte degli interlocutori non darà per forza un segnale esterno apprezzabile sulla reale incidenza delle argomentazioni sul suo pensiero, e molti altri potrebbero dare segnali fuorvianti (ad esempio sostenere in pubblico di non essere stati convinti, ma esserlo interiormente). In ogni caso, se mai si riuscisse ad avere anche tutta la disponibilità di dati salienti a proposito di chi è toccato da una discussione, tale operazione non risulterebbe alla portata di chi in una discussione viene coinvolto e deve prendere decisioni sul da farsi.

Sostanzialmente, quindi, una possibile teoria sulla fine delle discussioni avrà a che fare con il riconoscimento dei limiti propri e degli altri coinvolti. L’impossibilità del controllo su tutti e su tutto ciò che è implicato in un’interazione non può che portare il discutente a concentrarsi su ciò che è alla sua portata in quell’interazione, cioè il suo comportamento e ciò che può davvero fare in prima persona.

In altre parole più che attraverso un criterio di efficienza in termini di vittoria/sconfitta (che sono sfuggenti) si potrebbe tentare di valutare la partecipazione a una discussione attraverso il criterio del bene potenzialmente generabile per se stessi e per gli altri nel procedere o meno nel confronto. Un criterio non di affermazione, ma di apertura a una possibilità e di riconoscimento di un limite. Una discussione allora sarà da condurre fino a che potrà almeno potenzialmente apportare un certo beneficio sugli interlocutori (anche se non avrò la certezza che quel beneficio arrivi a destinazione) e di contro la si dovrà interrompere nel momento in cui apporterebbe solo un male e un danno a chi la conduce e chi ne è coinvolto.

Secondo Andrew Aberdein la virtù principale dell’argomentazione dovrebbe essere quella di propagare la verità (propagate truth)[7], cioè una buona argomentazione in una discussione dovrebbe avere l’effetto di diffondere credenze fondate rispetto a quelle infondate. Prendendo spunto da questa prospettiva, che si inserisce nel filone di riflessione sulle virtù dell’argomentazione[8], potremmo arrivare a dire che il bene della discussione ha a che fare non solo con la verità, e quindi con la conoscenza attendibile, ma anche con l’accettazione di questa conoscenza attendibile da parte dei partecipanti alla discussione: la sua propagazione appunto.

Ciò implica che in una discussione ci sono almeno due livelli da considerare: quello della bontà (o meno) delle argomentazioni che ne emergono, ma anche quello della bontà (o meno) degli argomentatori e dei loro scopi nella discussione. A contare in una discussione non è soltanto ciò che si dice (l’argomento), ma anche e soprattutto l’atteggiamento più o meno virtuoso degli interlocutori, siano essi gli argomentatori attivi o coloro che assistono.

Raccogliendo tali spunti e cercando di applicarli alla situazione di una discussione non controllabile a cui partecipano interlocutori disomogenei, si potrebbe provare a tenere i due piani (quello dell’argomentazione e quello degli scopi degli argomentatori) distinti ma intrecciati, per capire quando un confronto può portare un beneficio e quando no.

Il bene possibile nelle discussioni

Ora, se assumiamo come effetto virtuoso della discussione la propagazione della verità, cioè il diffondersi del sapere attendibile e fondato, possiamo dire che questo effetto si può realizzare al suo massimo quando coincidono due condizioni: la presenza di una questione oggettiva e davvero rilevante da affrontare (piano dell’argomentazione), e al contempo il fatto che i partecipanti alla discussione abbiano lo scopo di raggiungere maggiore chiarezza su quella questione attraverso la discussione (piano degli argomentatori).

Tali condizioni però vanno intese come solo sufficienti perché possono essere presenti in una discussione anche in modo imperfetto, per esempio quando un argomento oggettivo viene sollevato e portato avanti da un argomentatore che non ha lo scopo di capire meglio o crescere nella conoscenza, ma quello di esprimere la sua posizione rispetto agli altri, oppure di disturbare e distruggere. Oppure si può avere anche la situazione opposta: un interlocutore con lo scopo genuino di contribuire a una discussione apporta argomentazioni che sono soggettive, poco rilevanti o addirittura inadeguate al tipo di questione.

La mia tesi è che anche in queste situazioni miste vale la pena affrontare la discussione perché la presenza di un bene, per quanto mescolato a vizi e deragliamenti da parte degli interlocutori, può ancora permettere al sapere di propagarsi in quel sistema complesso di relazioni che attiva ogni discussione[9].

Tutto ciò ci porta a una prima, parziale, conclusione: una discussione può essere terminata, o nemmeno iniziata, se non si riscontra in essa almeno un potenziale bene riguardante l’argomento trattato o gli scopi di chi lo sta sollevando. Sono i casi delle questioni soggettive sollevate con il puro scopo di posizionarsi rispetto agli altri (dimostrare la propria superiorità, dichiarare i propri gusti senza davvero argomentare), o con lo scopo di disturbare insultando e aggredendo gratuitamente gli altri interlocutori.

Quando in una discussione si arriva a non avere più una questione oggettiva e rilevante da trattare e non c’è nemmeno lo scopo minimo di contribuire, siamo di fronte al caso del “piccione della scacchiera”, in cui l’unico vero bene è accettare il limite: evitare di aggravare il male che si potrebbe arrecare proseguendo nel discutere.

Allo stesso tempo ogni volta che invece ci sia almeno una questione rilevante – per quanto posta con intenti opachi dagli interlocutori – o al contrario un desiderio di contribuire alla discussione seppure espresso tramite argomentazioni inadeguate, vale sempre la pena dare seguito e affrontare il confronto visto che in esso sono implicati dei beni perseguibili seppure in forme imperfette.

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