Vintage communication skills: contro il logorio dell'algoritmo moderno al Festival del Giornalismo 2018

lunedì 16 aprile 2018

Gli algoritmi si "vincono" assieme alle persone, occorre rimettere le parole al centro e valorizzare le discussioni online per curare le relazioni con i propri pubblici. Questi i temi al centro del panel che, con Pier Luca Santoro e Vera Gheno, abbiamo portato allo scorso Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia il 15 aprile.

Un intervento composto di tre punti di vista: quello del marketing e del social media mining di Pier Luca; quello sociolinguistico sulle parole e il loro corretto uso nelle interazioni online di Vera Gheno; infine il mio sulle modalità per moderare le discussioni online prendendo sul serio le istanze dei commentatori e generare #disputafelice.

Qui il video del panel:


Breve ma intenso. Farsi capire in poche parole

venerdì 23 marzo 2018


Essere sintetici e espressivi, saper organizzare un discorso, scegliere bene le parole non è un mero esercizio di stile, ma un atto di servizio: serve a stabilire relazioni di qualità con l’altro (gli altri).

Ciò che diciamo, ciò che scriviamo, ciò che esprimiamo con immagini, suoni o con qualsiasi altro elemento espressivo ha valore nella misura in cui alimenta o compromette il legame tra due o più interlocutori. Il “che cosa” del dire non è mai un dato indipendente e slegato, ma sempre unito inscindibilmente al “come” e all’effetto che ha sulle persone.

Forma e contenuto si presentano infatti sempre assieme: uno dà consistenza all’altro. La loro separazione è sostanzialmente un’astrazione non presente nella realtà. La forza, il senso, l’interesse che suscita ciò che abbiamo da dire di solito guida anche l’atteggiamento e il modo con cui lo riusciamo a dire.

Non esiste un unico metodo per fare discorsi intensi e significativi; però si possono individuare alcuni principi fondamentali da mettere in pratica. Sono idee che in parte vengono dalla tradizione retorica e dalla comunicazione efficace, ma che soprattutto rispondono a una serie di necessità che oggi abbiamo, in quanto individui iperconnessi e iperstimolati da fin troppi contenuti.

Li sintetizzerei in 4 punti che sono fondamentali per l’elaborazione di un testo, un discorso, un post, un qualsiasi contenuto che intercetti davvero l'interesse di chi ci ascolta (o ci legge):

1. scegliere poche idee (ma buone);
2. disporle in modo da ottenere attenzione;
3. esprimerle in modo vivo;
4. rimuovere il superfluo.


1. Poche idee (ma buone)

La pagina bianca, il silenzio dopo la domanda appena posta, la spinta a ribattere il commento appena fatto su Facebook... è la fase primaria di ogni comunicazione: la scelta del cosa dire.

Il consiglio fondamentale è: scegliere bene, scegliere poche cose. Un’idea buona basta per fare un intero discorso, due lo arricchiscono molto, tre sono il massimo. A sceglierne di più si rischia di perdere mordente, di aggiungere troppi elementi, di disperdersi in troppe sfaccettature. Occorre concentrare in poche idee fondamentali l’impianto di fondo su cui elaborare tutto il resto.

Scegliere è cruciale: è uno sforzo di umiltà. Nessuno può pretendere in una conversazione – che sia sui social, in un’intervista o in un luogo pubblico – di poter esaurire argomenti o complicare troppo le cose. Il tempo è esso stesso un messaggio: la brevità, l’essere sintetici e concentrati su ciò che si vuole dire, è un gesto di avvicinamento e di rispetto verso l’altro, che favorisce la comprensione.

Umiltà è anche scegliere di intervenire solo sui temi che conosciamo, che padroneggiamo, su cui abbiamo davvero qualcosa da dire, che sia veramente nostro. Al contrario le idee distanti, non sperimentate personalmente o sulle quali non abbiamo passato un adeguato tempo di riflessione, ci rendono impersonali, teorici, qualunquisti, o peggio: spocchiosi e aggressivi.

Umiltà è infine non scegliere le idee da soli: è ben lasciarsi fin da subito “fare compagnia”  dall’altro (o gli altri) a cui ci rivolgiamo. Le idee devono essere efficaci non per chi parla, ma per chi ascolta. Se coloro a cui parliamo sono convinti di una cosa, da quella non si può che partire, pena non intercettarli lì dove sono. Insomma la strada sicura è prendere su di sé i bisogni e le aspettative degli interlocutori per muoversi da quelle e tentare di fare passi in una qualche direzione insieme.


2. Guadagnarsi l’attenzione (la piramide rovesciata)

La scelta delle idee non basta: occorre scegliere cosa mettere prima e cosa dopo. Lo schema scolastico “introduzione, sviluppo, conclusione” va invertito. Oggi la capacità di attenzione è davvero scarsissima, ottenerla è il presupposto ineliminabile per avere la possibilità poi di ampliare, approfondire, spiegare.

Bisogna invertire la piramide. Non dal vertice sottile dell’introduzione per arrivare alla fine sostanziosa delle conclusioni, ma partire con il pezzo forte, cioè le conclusioni, per poi dedicarsi solo dopo ad argomentare, aggiungere, spiegare, rafforzare le affermazioni.

Esempio. Immaginiamo il processo classico (introduzione, sviluppo, conclusione):

“Oggi la società, grazie alle forme di partecipazione democratica e allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione, ha aumentato la sua complessità: le informazioni, i dati, e in generale le conoscenze sono beni preziosi. In questo scenario alcuni, mossi da interessi economici e politici, immettono informazioni e notizie distorte nel dibattito pubblico al fine di ottenere precise reazioni. Dall’altro lato l’uomo da sempre tende ad avere distorsioni cognitive che lo portano a vedere la realtà in base alle sue inclinazioni, interessi, convinzioni. In un mondo così complesso e interconnesso, chi non è in grado di riconoscere quali informazioni siano rilevanti e attendibili e quali no, rischia di essere vittima o dei suoi stessi pre-giudizi o eterodiretto dalle manipolazioni informative di altri. Essere ben informati è essere liberi nella società complessa”.

Per arrivare in fondo a questo testo, seppur breve, c’è bisogno di motivazione: la posizione della conclusione alla fine lascia al lettore tutto il lavoro di comprensione per procedere nel ragionamento.

Proviamo ora a “invertire la piramide”, mettendo all’inizio ciò che si vuole dire di importante:

“Essere ben informati è essere liberi nella società complessa. In un mondo complesso e interconnesso, chi non è in grado di riconoscere quali informazioni siano rilevanti e attendibili e quali no rischia di essere vittima o dei suoi stessi pre-giudizi o eterodiretto dalle manipolazioni informative di altri...”.

Un attacco del genere produce subito diversi benefici:

a. dà subito l’idea di ciò che si vuole dire;
b. crea interesse e attesa per il ragionamento che ha portato a tale conclusione;
c. dà un segnale chiaro su quale sarà la direzione e il senso del testo.

Da qui in poi, ottenuta l’attenzione e indicata la strada che si vuole intraprendere, sarà più facile per il lettore muoversi tra le successive argomentazioni e aggiunte di dettagli.


3. Scegliere parole vive

Posta la chiarezza sulle idee, scelto l’ordine delle argomentazioni, si passa a dover scegliere bene le parole, le espressioni, i modi con cui dire ciò che vogliamo esprimere.

Il grande nemico da evitare, quale che sia la situazione in cui ci esprimiamo, è il “concettualese”: quel modo di esprimerci teorico, distante, formalmente forbito ma sostanzialmente vuoto, che ci viene quando cerchiamo di dire cose intelligenti. Lo sforzo per farsi capire richiede il processo opposto: concretizzare, personalizzare, circoscrivere, semplificare. Farsi capire è parlare alle persone in carne e ossa da persone in carne e ossa.

Cristiano Carriero fa un esempio davvero efficace:

Azienda giovane, leader nel settore di competenza, supporta il cliente in tutte le fasi del progetto di comunicazione, a trecentosessantagradi. Con grande cura dei dettagli sfrutta le sinergie comunicazionali e garantisce l’ottimizzazione dell’investimento iniziale.

Cosa ha questo testo che non va? È generico e utilizza espressioni concettuali e sbiadite come “leader nel settore di competenza”, “fasi del progetto di comunicazione”, “trecentosessantagradi”, “sinergie comunicazionali”, “ottimizzazione”. Il testo non ha alcuna presa e, di fatto, pochissimo significato.

→ Proviamo ora a riformularlo:

Siamo quattro trentenni, dopo un’esperienza di lavoro all’estero abbiamo deciso di aprire un’agenzia di consulenza che definiamo una “sartoria della comunicazione”. Siamo convinti che comunicare sia un lavoro artigianale: per i nostri clienti facciamo solo “abiti su misura”, seguendo i progetti passo passo, confezionandoli a mano.

Gli elementi fattuali (“quattro trentenni che hanno avuto esperienza all’estero”), le immagini (la sartoria, gli abiti su misura, il confezionare a mano), le espressioni vivaci (la comunicazione come lavoro artigianale), hanno reso il testo più comprensibile e interessante. Un testo che fa visualizzare la realtà di cui si sta parlando.


Per essere semplici e vivaci vanno appoggiati i propri messaggi su un ideale sgabello a tre gambe fatto di:
→ storie - immagini;
→ dati - numeri;
→ frasi incisive - giochi di parole.

Un esempio per ciascuno:

Storia/immagine:
Due giovani pesci nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?”. I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”. (David Foster Wallace).

Dati:
Le ricerche di Pagnoncelli ci dicono che, secondo gli italiani, il 20% della popolazione nel nostro paese sarebbe di religione musulmana. Cioè 5-10 volte più della realtà. È la realtà percepita che conta. (Ilvo Diamanti)

Frasi incisive:
Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, ma cosa potete fare voi per il vostro paese. (John F. Kennedy)

Esperimento: provare a esprimere gli stessi concetti di ciascuno di questi esempi senza usare numeri, immagini o frasi incisive. È impossibile. Servirebbero molte parole e spiegazioni, si otterrebbero testi molto meno efficaci e più impegnativi degli originali.

Al di là del consiglio dello sgabello, ognuno ha il suo modo di comunicare ed è bene che segua le sue inclinazioni. C’è chi è portato a una modalità più emotiva e predilige le storie, chi è più razionale e ama dati e numeri, chi è più creativo e incline a ideare giochi di parole e espressioni sagaci. L’unica cosa che vale per tutti è: l’intensità vince sulla completezza, la vivacità sulla sistematicità.


4. Rivedere e ripulire

La brevità e l’intensità sono una conquista, non un colpo di genio. Un discorso sintetico e brillante è frutto di paziente e faticoso lavoro di rifinitura. Bisogna perdere l’illusione del fuoco d’artificio, del guizzo geniale che zampilla dalla nostra creatività bell’e pronto per essere comunicato. Dire cose incisive e piene di senso è frutto di fatica, revisione, rilettura e rielaborazione.

Per quanto riguarda i discorsi scritti, sono molto utili i consigli che Luisa Carrada offre per revisioni capaci di eliminare ciò che è ridondante, i pronomi riflessivi inutili, le espressioni che diluiscono il senso, gli avverbi di troppo e simili.

Anche nelle situazioni in cui questa revisione non può essere fatta con calma, non va mai omessa. Persino quando siamo in un discorso in diretta (in un dibattito, in una conferenza, in un intervento sui media) o anche più semplicemente quando stiamo scrivendo un post, un tweet, una risposta a un commento sui social, c’è sempre, per quando breve, lo spazio per una revisione. E va usato.

Quello che occorre è avere sempre l’accortezza di sottoporre a una piccola “purificazione” i nostri testi e discorsi. Fosse anche solo riflettere un istante in più rispetto al primissimo pensiero che ci è passato in testa. Purificazione da cosa? Da ciò che non viene pienamente da noi.

Siamo efficaci quando diciamo ciò che è veramente nostro. Diventiamo meno interessanti quando mostriamo di essere spinti da altro.

Possiamo non essere del tutto titolari di ciò che diciamo da due punti di vista:
- emotivo: reazioni di fastidio, atteggiamenti di difesa, risentimento, ecc.;
- razionale: diciamo qualcosa “che è bene dire” ma non viene da noi, riferimenti a idee di altri non sufficientemente interiorizzate, argomenti di principio, formalismi, ecc.

Se stiamo partecipando a una discussione sui social può aiutare rileggere una seconda volta, dopo qualche secondo e con distacco, un commento o una risposta che abbiamo buttato giù di impeto. Ciò provoca una spontanea ripulitura degli elementi più reattivi e emotivi che ci spingevano a dire certe cose.

Nella ripulitura possiamo anche notare se nei nostri argomenti ci sono riferimenti e ragionamenti davvero nostri o se stiamo usando qualche paravento argomentativo di troppo. Ad esempio questioni di principio, citazioni colte che non servono, auto-attestazioni di autorevolezza ridondanti. In questo "mettere alla prova" avremo la prospettiva di ciò che ci sta veramente a cuore e che vogliamo e sappiamo davvero dire. Quello sarà il nostro valore da portare all'attenzione dell'altro.

Prendersi questa piccola manciata di secondi non comprometterà il tempismo delle nostre risposte. Lo stesso si può fare nei discorsi dal vivo, quel secondo in più per riflettere non ha mai ucciso nessuno, anzi, una piccola pausa di riconsiderazione prima di tirare fuori ciò che ci è saltato in mente può essere anche visivamente più accattivante e coinvolgente.


L’intelligenza relazionale

Sarebbe un errore intendere questi consigli come mere tecniche. Non funzionerebbero. Farsi capire è un risultato più relazionale che intellettuale: parlare usando espressioni vive, significative, comprensibili scaturisce dalla preoccupazione e dall’interesse sincero per le persone coinvolte. È un atto di umiltà e di servizio, non una manipolazione. Su questo terreno o si ha davvero qualcosa da dire (che è qualcosa da dare) o le tecniche funzioneranno solo fino a un certo punto.

A ben vedere, infatti, i 4 principi non sono altro che risposte ad alcuni disagi che oggi tutti abbiamo, visto che siamo immersi in un mondo iperconnesso:

- usare poche idee (e buone) è farsi guidare dal valore della selezione in un mondo in sovraccarico informativo dove già c’è tutto e già c’è troppo; chi sceglie fa un servizio;

- disporle in modo efficace è seguire il valore della rilevanza, cercando di dare un ordine e stabilire priorità di fronte a una complessità che spesso ci provoca sensazione di smarrimento e di dispersione; 

- esprimersi in modo vivace significa cercare di dare riconoscibilità a ciò che si dice per rispondere all’indifferenza e la tendenza all’appiattimento abitudinario che abbiamo tutti quando comunichiamo;

- rivedere e ripulire costantemente i propri testi e discorsi è puntare sull’essenziale per far fronte a ciò che è ridondante, ripetitivo, prevedibile, e che spesso affatica le nostre vite.

Essere brevi ma intensi è in fin dei conti una questione di etica della comunicazione. Di fatto un contributo al bene comune.

(Questo testo è una sintesi e una rielaborazione tratta dal capitolo “Farsi Capire” presente in Bruno Mastroianni, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Cesati, 2017.)

Diario di precarietà (felice)

sabato 10 marzo 2018


di Vera Gheno

Vivere felici nell’incertezza: è possibile? Non voglio ergermi a modello per nessuno, ma posso raccontare la mia esperienza personale. Ho frequentato per qualche anno ingegneria per un calcolo pratico: cercare la stabilità lavorativa è un pensiero rilevante per qualsiasi giovane, e io non facevo certo eccezione. Ma poi, dopo un periodo di stagnazione (sia esistenziale che di esami), mi sono resa conto di quanto, invece, fosse per me importante studiare le cose che mi appassionavano davvero: l’italiano nei suoi annessi e connessi più vari. E fu così che mi trasferii a Lettere, laureandomi, qualche anno dopo, in sociolinguistica.

Oggi, quindici anni più tardi, se traccio un bilancio è un bilancio ben strano: sono tuttora precaria, ma vivo una vita densa di parole; insegno all’università, da contrattista, giro per le scuole a insegnare etica della comunicazione, collaboro con l’Accademia della Crusca (da quasi vent’anni!) gestendone il profilo Twitter e partecipando ai lavori della consulenza linguistica, ma anche con Zanichelli, soprattutto per questioni inerenti al mitico vocabolario Zingarelli – che per un’amante delle parole è il massimo, direi; tengo corsi di formazione per giornalisti, aspiranti copywriter, anziani, docenti e, come se non bastasse, traduco letteratura dall’ungherese e scrivo libri (finora saggistica, sempre sul solito tema, ma chissà...).

Sono lavorativamente soddisfatta? Sì, anche se non è per nulla facile esserlo. L’incertezza, economica e lavorativa in generale, è grande; non ho mai un’idea chiara di cosa sarà di me da un anno all’altro, e questo non aiuta di certo. Però, complice il fatto che le mie condizioni lavorative sono state sempre così, con il passare degli anni ho trovato una sorta di pace interiore. Intanto, ho la fortuna di fare esattamente quello che mi piace di più: mi occupo di parole, dalla mattina alla sera. E non di parole e basta: tramite le parole, mi occupo delle persone. Nei miei corsi cerco di coniugare la parte di nozioni a quella di umanità, nella convinzione che la vera intelligenza sia relazionale. Non lo dico mica io, questo, ma lo sintetizza efficacemente per esempio Gramsci: «Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri» (Antonio Gramsci, Socialismo e cultura, in Il grido del popolo, 29 gennaio 1916)

Proprio la percezione della relazione con tutti gli altri esseri è forse il lato che cerco di preservare di più nel mio lavoro; sarebbe facile ripiegarsi in sé, rimanere a rimirarsi la lanugine nell’ombelico – come dice scherzosamente la mia amica e collega Lorenza Alessandri (che tra l’altro ha scritto una piccola grammatica pensando proprio ai suoi studenti, e che vi consiglio proprio per l’attenzione che lei ha riservato alle loro esigenze) – perché è un po’ il presente che spingerebbe a farlo: nell’incertezza, meglio concentrarsi su quello che conosciamo bene e che ci dà, di conseguenza, un po’ di sicurezza. E invece, conviene fare sempre lo sforzo di mantenere aperto il canale di comunicazione con gli altri, col tessuto sociale che abbiamo attorno.

Perché questa non rimanga una semplice dichiarazione di intenti, ecco qualche esempio di piccole cose quotidiane (tanto per rispolverare Franco Battiato e La cura) che migliorano sensibilmente la qualità della mia vita (lavorativa e non, dato che sono in perenne movimento):

1) Ringrazio sempre chi svolge un servizio per me e, per quanto nervosa, cerco di non prendermela con lui/lei. Il caso classico è quello degli addetti ai controlli di sicurezza agli aeroporti: è facile sentirsi presi di mira, reagire pensando “uffa! Perché proprio a me?”; ma se si mantiene la calma, si capisce quasi subito che quelle persone stanno in linea di massima facendo il loro lavoro. Anche quando mi è capitato di essere realmente presa di mira – per questioni che qui non sto a specificare – mantenere uno stato d’animo per quanto possibile sereno mi ha sempre messa al riparo da conseguenze più gravi. La parolina magica è grazie, magari accompagnata da un sorriso.

2) Prendo con filosofia le avversità organizzative che, ovviamente, affliggono i miei spostamenti (non certo una rarità, in Italia). Ne approfitto per scrivere (sto sempre scrivendo qualcosa, ultimamente), stare sui social (certe fissazioni non passano mai di moda) o, in mancanza di connessione, leggere un libro. Esiste anche la possibilità di dormire, a volte! Insomma, incredibilmente, quando ci si smette di arrabbiare troppo per gli imprevisti, diventa tutto tempo prezioso da impiegare in maniera creativa. Non che non provi disagio, intendiamoci. Solo che mi rendo conto che alla fine arrabbiarsi troppo fa solo venire le rughe.

3) Pratico la filosofia del RAOK, random act(s) of kindness, ‘atto/i casuale/i di gentilezza’. Piccole cose: compro un libro dal venditore per strada, raccolgo una cartaccia da terra, aiuto una persona sul treno a sistemare la valigia nella cappelliera, spiego a un viaggiatore dall’aria spaesata dove deve dirigersi in aeroporto. O fornisco istruzioni all’automobilista che si è perso, traduco una frase in inglese a qualcuno che non riesce a capire, faccio da interprete tra due persone che non trovano una lingua per intendersi, apro la fontanella al cane randagio che ha palesemente sete; sul lavoro, creo connessioni tra “mondi” diversi mettendo in contatto le persone che conosco e che stimo. Quel “grazie” che a volte arriva (a volte no, ma mica si è gentili solo per sentirsi dire grazie), o quel “bau” altrettanto grato, sono una piccola spinta propulsiva per andare avanti. Piccole cose, nessuna che mi comporti sforzi sovrumani, nessuna che cambierà il mondo. In generale, direi che provo a tenere aperto un canale di connessione con il prossimo, cosa che, quando si è stanchi, tristi, presi dalle proprie questioni, non è affatto facile.

Lungi dall’essere una persona “buona”, o con la vocazione alla bontà, ho trovato queste tre modalità per vivere meglio la vita complicata che mi sono, in buona parte volontariamente, creata.

Detto questo, ho come tutti i miei momenti di crisi, le depressioni, le ansie, le tristezze. Ma ricordo, sempre, una cosa molto saggia che mi ha insegnato la mia nonna ungherese, Irén: “Non andare mai a letto arrabbiata con qualcosa o con qualcuno, perché poi dormirai male e l’indomani ti sveglierai peggio”. Così, ogni sera, assieme allo smog, con la doccia cerco di lavarmi via di dosso anche i sentimenti negativi.

La disputa davvero felice è continua - ovvero lo stato di salute della società plurale

mercoledì 28 febbraio 2018


Non esistono temi che non si possano discutere. Non ci sono idee o concetti “evidenti di per sé” che non meritino di essere esplorati, spiegati, rivisitati, argomentati nuovamente. Non esiste chi possa dire “questa questione è definitivamente chiusa”. Essere umani è essere disputanti.

Lo stato del dibattito pubblico oggi può far pensare che stiamo degenerando. I temi controversi che suscitano litigi infiniti ci affaticano, danno la sensazione che non si possa arrivare a ragionare, a pensare, a capire qualcosa di più, e che ci si debba accontentare di continui bracci di ferro.

Temi cruciali per la nostra società come la salute, le migrazioni, le diverse tecniche scientifiche che sollevano problemi etici, quando si riducono a scontri tra tifoserie o a vessilli per chiamare alle armi comunità sempre più chiuse, ne paghiamo tutti le conseguenze in termini di impoverimento intellettuale, culturale e sociale.

Sarebbe un errore pensare che questo dipenda solo da soluzioni dall’alto, da eventuali politiche per il dibattito sano (potrà mai qualcuno regolamentare per legge il nostro rapporto con il sapere?), né sarà mai solo una questione tecnologica di algoritmi, sistemi di controllo delle notizie o filtri per evitare odio e bufale. Gran parte del lavoro spetta agli attori in gioco: i singoli, le famiglie, le scuole, le associazioni e i corpi intermedi, le istituzioni, tutti dovrebbero dotarsi di programmi per favorire dispute piene di senso.

È come la tutela dell’ambiente: ci vogliono politiche che la favoriscano, ma poi ci vuole una cultura che penetri nella società e faccia sentire un po’ tutti responsabili in prima persona. La dinamica dei fronti opposti sordi al confronto parte dal piccolo delle nostre interazioni quotidiane. A cominciare da tutte le volte che entriamo in discussione su ciò che non conosciamo bene, che non abbiamo approfondito o su cui, semplicemente, non abbiamo riflettuto abbastanza.

È da questa mentalità del “tanto non importa” che si creano l’odio, gli scontri, i fraintendimenti. Invece l’influenza che si può avere nelle interazioni è enorme, più potente di qualsiasi effetto mediatico esteso su larga scala. A maggior ragione oggi che non siamo più soggetti “fuori” o “dentro” i media, ma siamo i media stessi: con uno smartphone in mano possiamo espandere quanto mai la nostra capacità di confronto e di influenza sugli altri.

Ci sono dei temi che non possiamo più affrontare con superficialità, a colpi di schieramenti e battute, liquidandoli con disinvoltura. Dietro quei temi ci sono persone, mondi, vite, aspirazioni, aspettative. Dietro quelle questioni c’è in che modo affronteremo il presente e il futuro della nostra società.

Pensare che questi siano solo problemi di linguaggio inclusivo o di politically correct, o che siano gli esiti di una lotta politica in cui potrà vincere chi ha la maggioranza, è non vedere lo scenario in cui siamo immersi in Occidente: non siamo più in una società coesa che condivide i valori di fondo, ma in una realtà plurale e multiculturale in cui agenti diversissimi sono impegnati in un costante confronto tra le loro visioni del mondo. Affrontare questi confronti esistenziali con il dovuto impegno e con la dovuta intelligenza relazionale (in una parola: disputando in modo felice) è una delle strade per trasformare lo scontro tra identità in prove di collaborazione tra esseri umani.

A tutti piacerebbe delegare a qualcuno questo compito, trovare un’autorità che decida o delle ricette che possano chiudere le questioni (possibilmente rispondendo ai nostri gusti). Non accadrà: la disputa, per essere davvero felice, non può che essere una #disputacontinua.


Dimmi come è la tua barra di preferiti e ti dirò chi sei - a proposito dell’algoritmo di Facebook

domenica 21 gennaio 2018


(Articolo pubblicato in versione integrale su Datamediahub.it)

Il nuovo algoritmo di Facebook sostanzialmente favorisce i contenuti che vengono da amici e “vicini”, e quelli che generano più commenti e discussioni.

Ciò avrà conseguenze sia per le aziende e le organizzazioni che gestiscono pagine pubbliche sia per i singoli utenti.

Per questi ultimi:

- L’aumento di visibilità di contenuti che vengono dai vicini può accentuare l’effetto chiusura in bolle di opinioni omogenee (deriva già da tempo presente su FB). Questo significa che è necessario da parte di ciascuno uno sforzo ulteriore per curare molto bene le amicizie in modo che non siano solo di cerchie ristrette di affini. È importante più che mai usare la funzione “scegli chi vedere per primo” per posizionare i contenuti di pagine e di interlocutori di interesse al di là delle scelte dell’algoritmo.

- Facebook non può rappresentare la nostra “dieta informativa” esclusiva proprio perché non ha le caratteristiche sufficienti a informare in modo soddisfacente sulla realtà (non le ha mai avute, ma adesso a maggior ragione). Ora più che mai occorre lavorare su una “biblioteca” di fonti online attendibili da consultare regolarmente al di fuori di Facebook (che tende invece a monopolizzare la nostra esperienza online al suo interno).

- Il lavoro sulla propria biblioteca di fonti dovrebbe essere coltivato da ciascuno, cercando di adattare sempre meglio il “giro di consultazioni online” alle proprie esigenze professionali, sociali, culturali. Il rischio è altrimenti quello di affidarsi quasi esclusivamente alle discussioni tra pari e affini. Tra l’altro su questo, mi dispiace, non bastano i quotidiani classici online che, se possono essere una prima consultazione per farsi un’idea di ciò che accade, spesso sulla attendibilità delle informazioni si rivelano abbastanza imprecisi e inaffidabili.

Insomma: dimmi come è la tua barra di preferiti e ti dirò chi sei. Di fronte al nuovo algoritmo di FB è una delle questioni cruciali da porsi.

Articolo integrale: http://www.datamediahub.it/2018/01/17/il-nuovo-algoritmo-di-facebook-e-le-conseguenze-per-organizzazioni-e-utenti/#ixzz54pF7yFol

Un anno di #diariopendolare

giovedì 11 gennaio 2018



Oggi, un anno fa, dopo essermi trasferito da Roma a Firenze (pur continuando a lavorare nella Città Eterna), iniziavo a tenere un diario delle mie avventure di viaggio da pendolare. È un anniversario per me importante: rimettendo assieme tutti questi testi mi sono accorto che non sono solo episodi  più o meno divertenti, ma la storia del cambiamento che ho vissuto e che tuttora è in corso. È proprio vero, per quanto descriviamo situazioni, riportiamo scene a cui assistiamo, ragioniamo su eventi che implicano altri, alla fine raccontiamo sempre e solo una cosa: ciò che siamo. Una volta un caro amico mi disse che il mio più grande difetto è che sono "altalenante". Aveva ragione. Viaggiare per me non è più un'attività per spostarmi, ma una condizione di vita: sono diventato pendolare dentro. Forse è per questo che, tra un movimento e l'altro, apprezzo sempre di più l'importanza di avere un posto dove tornare, da chiamare casa.


11 gennaio

Cose da imparare in poche ore per sopravvivere alla vita di treno:

1. Avere con te SEMPRE spazzolino e dentifricio (casa è distante, le persone attorno a te no).

2. Non sbagliare MAI carrozza né posto a sedere (è da viaggiatori occasionali).

3. Non farti chiedere MAI dal controllore di esibire l'abbonamento (lo devi sfoderare con tempismo e naturalezza prima ancora che te lo chieda).

4. In stazione: non guardare MAI due volte il cartellone al binario (altra mossa da viaggiatori occasionali, piena di stigma tra noi pendolari).

5. Aprire SEMPRE il tavolino e metterci SEMPRE sopra il laptop (mica viaggiamo per piacere, per noi sono ore di lavoro, tutti lo devono notare).

6. Imparare a escludere la funzione uditiva durante gli avvisi - SEMPRE identitici - di Trenitalia. Alla 20esima volta che ascolti in due ore ti ritroverai, senza volerlo, a muovere la bocca come in playback. Non te li togli per giorni dalla testa.

7. Tornare. SEMPRE.

15 gennaio

Firenze, sera, tramvia. Fermi alla stazione attendiamo che le porte si chiudano e che il tram parta (anche perché fa veramente freddo).

Guardo un ragazzo che è di fronte a me. È africano. Sta davanti alle porte aperte sul vagone; io sono sul lato opposto appoggiato a quelle chiuse. Mentre lo guardo, si sente il fischio che avverte della partenza. Proprio in quel momento mi accorgo che fuori, sulle scale della stazione, c'è un tipo elegante che, sentendo il fischio e vedendo le porte chiudersi, inizia una corsa disperata per salire sul tram.

Mentre considero con distacco che non ha nessuna chance, noto che il ragazzo nero - anche lui accortosi del dramma del tizio che si sta scapicollando - con disinvoltura infila il suo piede nella fessura rimasta ancora aperta delle porte. Risultato: in automatico i due pannelli a scorrimento - ormai serrati in faccia al corridore - si fermano e si riaprono, e lui entra.
Il ragazzo fa come se non fosse successo niente e l'uomo, ormai dentro, si guarda attorno dicendosi "che botta di fortuna!", soddisfatto. Rimango di stucco. Realizzo di essere l'unico ad aver notato la scena.

A quel punto ripenso all'intera dinamica e formulo un proposito sincero: la prossima volta che vedrò qualcuno in difficoltà, invece di farmi i fatti i miei, ci metterò del mio.
Se non altro un piede.

19 gennaio

Quei bar che il cornetto costa 1 euro e il saccottino 1 euro e 20; e devi fare lo scontrino prima; e la cassa è lontanissima dal banco; e tu decidi solo all'ultimo; e a Roma se dici "cornetto" tutto è cornetto anche al banco; ma in certi bar d'Italia ordini caffè e saccottino e il barista dice: "eh no, il saccottino costa di più, tu hai pagato una brioche" (sì ti dice proprio "brioche" così, con sfacciataggine); e tu alla fine prendi una brioche (dicendo "briosce") con la marmellata (che non è neppure buona); e pensi che Roma è lontana; e pensi che non è comunque in un bar che troverai consolazione; e pensi che alla fine "cornetto" non è solo una parola, ma un grido di libertà di poter scegliere cosa mangiare all'ultimo momento, al banco, dopo aver dato un'occhiata, senza dover dichiarare in anticipo i tuoi intenti.
Hasta la victoria del cornetto polisemico siempre!


23 gennaio

Le bufale, si sa, sono la piaga della nostra epoca. Si sono diffuse pure sui treni e condizionano ogni giorno il comportamento dei passeggeri. Ecco le 3 più gravi false convinzioni che si sono ormai affermate sui convogli che viaggiano nel nostro Paese:

- Se spingi chi sta davanti a te, in arrivo in stazione, le porte del treno si aprono prima. La variante è per il treno in arrivo: se fai un capannello al binario, sgomitando davanti alle porte a casaccio, il treno parte prima.

- Le ascelle non hanno bisogno di essere lavate sempre. Stesso dicasi per l'uso del deodorante.

- Se vedi un video col volume alto non dà fastidio a nessuno. Vale anche per la suoneria delle telefonate (delicatissima quella con la salsa tratta dal corso di ballo latinoamericano che hai appena iniziato) e per il volume della voce: le persone sono contente di sentir strillare che la Zia Giovanna ha preso le pillole.

Per favore stoppate la diffusione delle fake news sui treni.


26 gennaio

Milano. 6:45 di mattina. Stazione Centrale. Assonnati al bar io e quelli che sembrano alcuni tecnici della manutenzione di qualche ditta dall'acronimo strano, ci aggrappiamo ai nostri cappuccini bollenti, cercando il grip per avviare la giornata. A un certo punto tra a me e loro si affaccia al bancone una ragazza alta, bionda, graziosa, molto elegante. A quanto pare una modella. Con disinvoltura ordina: "un vino bianco". Il cameriere non si scompone e risponde prontamente: "fermo o mosso?". E lei: "fermo". Il cameriere riempie tre quarti del calice dicendo: "è uno Chardonnay". Lei annuisce con serietà. Poi afferra il calice con grande stile, lo porta alla bocca e, con un unico sorso, lo butta giù. Poggia il bicchiere. Lascia i soldi e se ne va con eleganza rumoreggiando con i tacchi altissimi.

Io e i tecnici, impietriti, ci guardiamo. Poi guardiamo l'ora. Infine torniamo a guardarci. È in quel momento che ci sentiamo retrogradi, insulsi, poco creativi, per niente eleganti. È in quel momento che con fierezza ci stringiamo alla calda e rassicurante banalità delle nostre tazze di cappuccino.


31 gennaio

Firenze. Stazione. Mattina. Solita fila al bar per guadagnarsi un caffè prima della partenza. Un signore dietro di me sbuffa e scalpita, mi dà delle spinte quasi impercettibili (come se questo potesse accelerare in qualche modo le operazioni), ha fretta. Ad un tratto un tizio, situato subito dietro di lui nella fila, si accosta a sinistra e appoggia il gomito sul bancone del bar, mettendosi di fatto in posizione parallela allo scalpitante, che a quel punto immediatamente sbotta: "guardi che c'ero prima io!". Il tizio appoggiato lo guarda negli occhi, sorride benevolo, e con un elegante accento toscano fa: "che dice posso appoggiarmi?". Rimango sorpreso per come riesce a dirlo con tono sinceramente pacifico e privo di polemica. A quel punto il frettoloso, quasi a giustificarsi, nervosamente ribatte: "è che ho un treno!". L'altro di nuovo sorride e in perfetto fiorentino: "tutti abbiamo un treno, vedrà che lo prendiamo", ravvivando il sorriso pacioso con un guizzo degli occhi azzurrissimi. Il tizio nervoso a quel punto rimane ammutolito e interrompe anche le microspinte che mi stava somministrando con regolarità.

Arriva il mio turno alla cassa, mi giro di nuovo, ma non trovo più il pacifico signore appoggiato. Chissà dove era finito...

Ci ripensavo ora, tornando a casa. Mi piace pensare che fosse già da qualche altra parte con il suo tono elegante e i suoi occhi di cielo a mettere pace nel cuore di qualche altro viandante troppo preso dalla sua corsa quotidiana.


6 febbraio

Firenze, esterno, giorno piovoso. Sono in giro con i miei due bassotti, Drago e Pepe, appena portati da Parigi (una storia troppo lunga per raccontarla qui). Un signore al passaggio pedonale del semaforo li guarda e mi dice: "Hanno freddo?". Noto che ha un accento per nulla fiorentino. In effetti i cani stanno tremando visibilmente. Ma non fa freddo: è solo il loro modo di esprimere tensione in una nuova città. Lo spiego al tipo e lui mi fa: "eh, loro sì che sono sinceri, noi anche se siamo spaesati mica lo mostriamo". Mentre lo dice sento distintamente il suo accento che suona di consapevolezza e di trasferimenti da città lontane. Sorrido al tipo, grato per il bel pensiero e, per un attimo, avverto anche io il desiderio di tremare, magari anche solo un po'.
È lì che Drago e Pepe tirano i guinzagli e mi fanno capire che è verde: è ora di ripartire, di attraversare, di andare avanti.


10 febbraio

Roma. Giorno. Da qualche parte nel piano seminterrato della Stazione Termini. Cammino in cerca di una toilet. Davanti a me i tapis roulant che trasportano persone nella direzione opposta alla mia. A un certo punto vedo una scena come al rallenty: una signora, nel momento di fare il passo di uscita dal tapis roulant, pesta con un piede il laccio dell'altra scarpa che si è incastrato nella fessura di fine corsa; fa ancora un passo e precipita atterrando con tutto il peso su un gomito. Non faccio in tempo a elaborare la scena che è già per terra. Il rumore sordo mi fa vibrare le ossa di dolore. Corro a soccorrerla e, in poco tempo, siamo circondati da diversi tizi in divisa: vigilantes, persone di servizio della stazione, quello che sembra un agente di sicurezza. Tutti con le radio, si interessano, chiamano l'ambulanza, si danno da fare per risolvere la situazione. Mi compiaccio per una stazione così controllata e efficiente. Realizzo che tutto ciò è dovuto all'allarme terrorismo. E mentre dico alla signora "stia tranquilla, è solo un gomito..." rifletto sul suo sorriso dolorante e sul fatto che è proprio vero che le crisi sono a volte l'unico modo per far cambiare le cose.


11 febbraio

Quando sei pendolare e lavori in tre città c'è una cosa fondamentale da curare: lo zaino. Lo zaino è ufficio, armadietto, archivio, assistente, confidente. È grazie a lui che puoi lavorare in ogni situazione trasportando il laptop nell'apposita sezione. È grazie alla tasca davanti che avrai spazzolino e dentifricio sempre pronti a cancellar tracce di pasti frugali. È lui che ti porgerà l'acqua con un colpo di zip quando avrai sete, l'ombrello dalla fodera destra quando piove, il cappello dalla parte superiore quando fa un po' più freddo, l'abbonamento dal taschino laterale quando passa il controllore, il libro (che sta sul fondo da 6 mesi e che non riesci mai a leggere) quando avrai finalmente un momento di respiro. 

Lo zaino è un compagno fedele che ti facilita il cammino. E gliene va reso merito.
Ma c'è una cosa che non potrà mai soddisfare (per quanto lo preparerai bene la sera prima riponendo ciascun oggetto nel posto giusto): lo zaino non riuscirà mai a toglierti la voglia di tornare a casa, da chi ti vuole bene senza zip né comparti utili.


23 febbraio

Giorno. Interno treno Frecciarossa. Carrozza n.9. C'è un rumore infernale. Il vociare della gente è così forte che faccio fatica a tenere a mente ciò che sto leggendo. Ricevo una telefonata, il chiasso di fondo è tale che la persona dall'altra parte mi dice: "sei a una festa?". Infastidito, inizio a provare un sentimento negativo generico e onnicomprensivo che coglie tutta questa "gente che strillano" in un sol colpo. Allora, per crogiolarmi ancora meglio nel mio sdegno, decido di concentrarmi sul rumore, valutando con esattezza il livello di increanza di ciascuno. 

La fonte di rumore più vicina è costituita da un uomo e una donna asiatici che stanno parlando una lingua dal suono fastidioso. Mi concentro su quelle parole sgraziate in cerca della loro colpa. Più mi focalizzo più mi rendo conto però che quel suono non è fastidioso in sé, ma non abituale per le mie orecchie, e che il volume non è nemmeno così alto. Allora proseguo: due posti più in là sento un tizio che continua a ripetere "mi senti?". Lo intravedo vestito elegante e un po' agitato mentre al telefono riesce solo a accennare scampoli di un discorso complesso e serio, interrotto dalla linea instabile. Cerco una colpa nel suo alzare il tono di tanto in tanto, ma mi accorgo che lo fa più trasportato dalla gravità del tema che per maleducazione. Inizio a prenderci gusto: più avanti c'è un signore con accento del nord che parla con una donna, dal tono si capisce che non la conosce, probabilmente l'ha incontrata per la prima volta sul treno. Non è alto il volume della sua voce, è solo molto fitto il suo modo di parlare. Si unisce al resto del rumore aggiungendo fastidio, certo, ma mentre ci penso realizzo che è il tipico riflesso a riempire i silenzi che abbiamo tutti quando si parla tra sconosciuti.

Insomma vado avanti così per 10' buoni. E più cerco l'errore da stigmatizzare e più trovo motivazioni umane, situazioni comprensibili, ragioni. E inizio a provare una certa simpatia; come per quegli schiamazzi ridanciani fatti di "raga" e "proffe" che provengono dal fondo del vagone, evidentemente appartenenti a studenti in trasferta.

Ormai il rumore fastidioso iniziale è diventato il vociare di un piccolo cosmo di umanità variegata. E mentre valuto che, tutto sommato, quel microcosmo non è così male, ripenso a come è diverso dalla massa informe fastidiosa con cui lo avevo definito.

Sorrido. Capisco che, alla fine, per quanto mi piacerebbe essere infastidito da un unico blocco di anonimi incivili, sono solo circondato da vite di persone che si stanno intrecciando con la mia. Facendosi sentire.

Il fastidio è nell'orecchio di chi generalizza.


27 febbraio

Me l'hanno portata via. Era l'ultimo pezzo superstite di un periodo della mia vita ormai chiuso. Era stata compagna fedele di una vicenda romana da abitante di Trastevere, sempre in giro per il centro, tra bellezze artistiche e scorribande professionali. Quella vita nel cuore della Capitale le si addiceva perfettamente col suo telaio dal colore raro.

Quando arrivarono i cambiamenti, però, aveva saputo seguirmi con coraggio, accettando la mia nuova condizione da pendolare. E non solo si era adattata: era diventata con grinta e nuovo entusiasmo il passepartout che mi permetteva di dominare Roma, in continua corsa contro il tempo, tra un treno e l'altro.

Ora, a te che me l'hai portata via, ci tengo a dirlo: non mi hai semplicemente "rubato la bici", mi hai tolto un pezzo di storia della mia vita.

L'unica cosa che mi rimane è fare quel che lei mi ha insegnato in questi anni: la vita è fatta di cicli e a contare non è l'ultima pedalata, ma la prossima... ovunque porti.


7 marzo

Mattino presto. Treno da Milano verso Roma. Sono tutto intento a confezionare slide per una nuova lezione. Concentratissimo e motivatissimo confeziono animazioni brillanti su web, social network, algoritmi, overload informativo, gestione delle connessioni, uso delle fonti, gestione della comunicazione conflittuale, e mille altre cose sagaci e intelligentissime. Mentre ci lavoro mi accorgo che il tizio seduto accanto a me sbircia abbondantemente. Mi sento intelligente, sveglio, mi compiaccio del mio lavoro. A un certo punto fa una mossa come per iniziare a parlare. Mi giro verso di lui tutto pronto ad accogliere chissà quale quesito che mi darà occasione di mostrare la mia competenza. Lui invece, in un italiano incerto, mi chiede aiuto perché il suo cellulare gli dà problemi. E indica col dito lo smartphone...

Lo guardo pieno di sdegno, vorrei dirgli: che mi hai scambiato per un tecnico? Non vedi le vette filosofiche che sto toccando? Ma la mia reazione istintiva si smorza subito perché lui aggiunge: vedo che sei "sperto"... E sorride tutto contento.

Quello "sperto" mi fa ridere come un cretino. E improvvisamente mi sento ridicolo per quanto "me la stavo credendo".

Decido di mettere da parte le fulgide slide e rendermi utile. Lui risponde con gratitudine.

Credo che inserirò "sperto" nel mio curriculum.


13 marzo

Sera. Firenze. Sulla via verso casa. C'è un uomo che sta sbraitando contro un altro. Gesticola nervoso, ringhia parole in modo aggressivo. Avvicinandomi sento chiaramente insulti e improperi davvero sgradevoli. La scena mi preoccupa abbastanza. Terminata l'invettiva l'aggredito fa per dire qualcosa. Penso: ecco, adesso scoppia la rissa. Ma il tizio guarda il suo aggressore e gli dice semplicemente: ma vai a studiare! E con la bocca fa la smorfia tipica di chi pensa che l'altro non sia stato all'altezza di qualcosa. L'interlocutore rimane ammutolito e sorpreso. Si crea un momento di stallo. Io proseguo verso casa, visto che ormai è tardi.

Non so come sia andata a finire. Di certo non dimenticherò mai quel modo geniale di smorzare l'aggressione.

"Vai a studiare!". In caso di litigio lo userò. A cominciare da a me stesso. Non credo ci sia modo più efficace di far percepire la violenza per quello che è: mancanza di argomenti.


18 marzo

Aereo Ryanair. Volo Palermo - Roma. Fase di atterraggio. Una signora in evidente stato di agitazione viene accompagnata ai posti davanti. Una hostess con lei. La fa sedere. Le chiude la cintura. La signora trema in modo strano. Si guarda di scatto a desta e sinistra, fa domande continue, respira a fatica. È panico. Non lo avevo mai visto così su un volo. Fa un'impressione tremenda. Ma quello che mi colpisce di più è ciò che fa la hostess. Si mette davanti alla signora, le tiene le mani (senza essere invasiva), le dice cose pacate e la invita a respirare. La signora invece si dimena, dice cose sconclusionate tipo "non c'è la pista!", "non ce la facciamo!", "è troppo veloce!". Facendo scatti folli con la testa a destra e sinistra. La hostess non si scompone. La ascolta e con tono pacato argomenta che la pista c'è, che ce la faremo, che non è troppo veloce ma è l'andatura giusta per atterrare in sicurezza. E intanto la invita a respirare. La signora nonostante gli scatti la segue, prova fiducia, ascolta, e a poco a poco si calma.

Impressionante.

Prendere sul serio l'altro, anche quando folleggia in preda alla paura, rispondendo con pazienza e argomentando, è così potente che funziona anche da antipanico.

Ho imparato di #disputafelice più in questa scena che in mille dibattiti esacerbati.


21 marzo

E dal comune di Firenze ti chiamano al cellulare per dirti che nel modulo manca un dato. Lo fanno con cortesia, provvedono loro a inserirlo, e ti dicono: "mi scusi eh".

Ho scelto davvero bene. Questa sì che è una città da chiamare casa.


28 marzo

Sono passate le mie prime 48 ore da pendolare assoluto con la bici pieghevole Brompton. Esperienze fatte finora: portata in Rai, portata in treno, portata in vari luoghi pubblici.

Risultati: ovunque benevolenza e accoglienza da parte delle persone.

Chissà perché avevo la sensazione che qualcuno avrebbe fatto problemi. Invece l'idea che uno si porti sempre con sé la bici trova una specie di approvazione spontanea.

Non so se venga colto il contributo ecologico oppure se sia semplicemente la peculiarità della situazione a creare il clima favorevole. Sta di fatto che le persone trattano bene chi è dotato di bici portatile.

Alla faccia di chi si lamenta sempre della scortesia, della maleducazione e dell'individualismo italiano.

Mi piace pensare che a creare il buon clima sia proprio la condizione di viaggiatore che si guadagna la strada da sé, senza dare fastidio (vista la compattezza del mezzo).

Magari sono un illuso e fra poco troverò chi mi maltratterà per l'accrocco che mi porto appresso. Ma quando succederà risponderò in romanesco: sai che me frega l'altri me vojono tutti bene!

Da adesso in poi infatti mi porterò sempre con me, assieme alla bici, anche la benevolenza che ha attirato.


30 marzo

Stazione di Firenze. Binario 11. Solita fila a "mucchio" davanti alla porta per salire sul Frecciaorssa. Nonostante l'assembramento ci teniamo saggiamente tutti a un metro di distanza dalla scaletta perché stanno per scendere le persone. A un certo punto una coppia di asiatici compare dal nulla e a velocità sostenuta - con classico seguito di trolley e trollettini - si insinua di lato con passo deciso verso la scaletta.

È il first strike. Nella folla inizia a montare la tensione verso una reazione scomposta di risposta. A quel punto però la donna, raggiunto l'obiettivo della folle corsa, alza lo sguardo, vede il crocicchio in attesa, sbianca; vede scendere i passeggeri dalla scaletta, realizza; fa un'espressione contrita, dà uno sguardo eloquente al suo uomo e, entrambi, umilmente, oscillando il capo a mo' di rischiesta di scuse, se ne vanno in fondo, dietro a tutti.

Il clima si rasserena subito. La turba non riesce nemmeno a lasciarsi andare al sospetto del "ce stavano a provà".

Io ne traggo tre insegnamenti da tenere a mente:

1. Ammettere gli errori paga sempre. Anche una folla mattutina inferocita non resiste al fascino dell'umiltà.

2. Quando si è determinati e di fretta, alzare ogni tanto la testa a considerare gli altri aiuta a focalizzare meglio il proprio obiettivo.

3. Alla fine bisogna andare in fondo alla fila. Se no sono tutte chiacchiere.


16 maggio

Termini. Arrivo ed è un inferno: tutti i treni in ritardo, minimo 50'. Il tabellone sembra una playlist di film con segnalata la durata. Davanti, una folla di gente spaesata e nervosa. C'è chi telefona con tono scocciato, chi messaggia freneticamente, chi sbuffa ogni due minuti facendo schioccare le labbra in segno di stizza. Poi ci sono loro: i poveri turisti. Non capiscono cosa stia accadendo, chiedono spiegazioni e non trovano nessun addetto che gli parli in inglese... alla fine si appoggiano a chi hanno attorno: un giovane, un elegante signore dall'aria professionale, una ragazza con la gomma da masticare che parla un po' di inglese mentre con la mano si arriccia i capelli. Davanti a quel cartellone di drammatici ritardi si crea una specie di convegno di mediatori culturali dediti a spiegare perché in Italia, quando qualcosa non funziona, il primo risultato è l'assenza di qualsiasi informazione. C'è solo una scritta che recita "ritardi per presenza di persone estranee in prossimità della linea dell'alta velocità". È stato divertente ascoltare come i mediatori improvvisati tentavano di tradurre "presenza di persone estranee in prossimità". Anche a me un tizio, apparentemente sudamericano, si è avvicinato e mi ha chiesto cosa succedesse. Non ho nemmeno provato a tradurre l'impossibile ma gli ho detto solo: "annatacosì, stacce!". Dapprima mi ha guardato strano, poi ha sorriso, e mi ha dato soddisfatto una pacca sulla spalla. È stato il mio modo per fargli capire quanto la cultura italica da tempo abbia imparato a fronteggiare ogni "prossimità di persone estranee" in modo diretto, rinunciando a qualsiasi traduzione velleitaria.


5 giugno

Meno la Metro passa
Più la gente si ammassa
Ed è subito ressa
#Roma


22 giugno

Quando fila tutto liscio le stazioni e i treni sono "non luoghi" asociali: ognuno fa il suo percorso, viaggia per conto suo. Poi un incendio sulla linea, il ritardo, treni annullati, caos, mancanza di informazioni. I treni a quel punto si trasformano: diventano comunità di esseri umani in viaggio; le stazioni piazze di mercato di idee e informazioni su ciò che succede e su come arrivare a destinazione. Le persone si parlano, le preoccupazioni si confrontano, nascono simpatie, si accennano scampoli di confidenza. Fino alla signora che - aiutata da un giovane a trovare il binario del suo treno - gli ha poi chiesto: "Lei in che carrozza è? Viaggerei più tranquilla sapendo che lei è nei paraggi".


3 luglio

Quando arrivi in stazione e vedi la colonna dei ritardi piena di cifre, ti prende lo sconforto. Poi scopri che i ritardi importanti riguardano tutte le altre linee tranne la tua che ha solo 10'. Allora gioisci, ma non fino in fondo: vincere la lotteria del ritorno non è così piacevole mentre attraversi la folla di volti sconfortati i cui rientri sono appesi a un tabellone.

Farsi i viaggi propri è facile finché ai binari tutto funziona. Appena qualcosa non torna sei costretto ad alzare lo sguardo e a contemplare quello in cui da sempre eri immerso: le vite degli altri che, con la tua, qui si intrecciano ogni giorno.

Sono i problemi, le debolezze, gli inciampi, a unirci, non l'indifferenza di ciò che fila liscio. Non solo in stazione.


24 luglio

Frecciarossa 1000. Tratta Firenze - Roma. Pochi minuti fa. Un botto improvviso sul finestrino nel posto davanti al mio. Ci prendiamo tutti un colpo: la parte esterna del vetro si è frantumata (pur rimanendo intatta). Si vede il punto preciso dove è avvenuto l'impatto. Un sasso? Un detrito vagante? Ora il capotreno e i tecnici stanno facendo i rilievi e predisponendo gli interventi alla prossima stazione. Noi passeggeri, terrificati, cerchiamo di dissimulare perché sappiamo che lanciati a 300 all'ora dentro un tubo di lamiere non è il caso di farsi prendere dal panico. Una signora davanti a me da quando c'è stato il botto si tiene la mano sul cuore.


13 ottobre

Giorno. Treno alta velocità. Da qualche parte in Italia. Un signore distinto, seduto qualche sedile più avanti a me, sull’altro lato del corridoio, tira fuori il suo tablet. In base alla giacca elegante, i capelli argentei, la postura seria, dentro di me deduco: il classico professionista che approfitta del viaggio per lavorare. Mentre sono preso da questi pensieri compiaciuti sull’efficientismo professionale, lui accende il tablet. Sullo sfondo dello schermata home si intravede una foto di una donna; l’immagine non è un granché, la donna sembra non giovanissima ed è a letto, rintanata sotto le coperte, come se stesse poco bene. Però ha un sorriso luminoso. Il distinto manager avvicina l’iPad alla bocca e bacia la foto della donna, con precisione, sul volto. Poi si mette a lavorare intensamente. Rimango per un attimo imbambolato come incapace di coniugare la precedente scena, professionalmente affilata, con il gesto successivo, teneramente innamorato. Lo confesso: il primo pensiero è stato di nobile sdegno: “quanto dovremmo saperci fermare in questa vita in cui andiamo sempre di corsa”, ho pensato... poi però, osservando il tizio lavorare con inusitata concentrazione, ho iniziato a realizzare. Non ero affatto di fronte a un afflato elevato, non era un trasporto sentimentale, una parentesi debole nella solidità dell’homo faber; era invece un un gesto di concreta e solidissima efficienza. Quel tipo con il suo bacio al touch screen illuminato stava ricordando a se stesso (e a noi distratti viaggiatori abitudinari) che la domanda che elimina davvero le dispersioni di tempo non è “come, cosa o quanto fare” ma “per chi?”.


4 novembre

Firenze. Ore 5.15 del mattino. Nel tragitto da casa verso l’aeroporto, guardando le email tra i fumi del sonno, realizzo che il mio volo è stato cancellato. Sorpresa, scoramento, smarrimento, e poi: invettiva. Dentro di me ripercorro l’elenco delle inefficienze italiane: l’inadeguatezza di certi aeroporti, l’insufficienza strutturale della rete ferroviaria che costringe a muoversi spesso in aereo, il letale mix tra i due. Penso alle lentezze delle amministrazioni, il sud sempre in affanno, i campanilismi del centro-nord, la miopia decisionale, la burocrazia, la frammentazione politica, i notav, i comitati cittadini contro gli ampliamenti degli aeroporti. Appare davanti ai miei occhi un intero paese ostile: tra Firenze e Lamezia Terme un’enorme distesa di 800 km di individualismi, provincialismi, clientelismi... e mentre vado avanti in questi pensieri, proprio quando sono sul punto di finire gli *ismi a cui attribuire tutte le colpe, mi sveglio come da un torpore. Realizzo che l’unica cosa da fare è arrivare. Apro l’app di Trenitalia, scorgo un treno con cambio a Napoli che mi può portare a Lamezia in poco più di 7 ore e lo prenoto mentre chiedo al taxi di invertire la rotta e andare in stazione. Ora, seduto nella carrozza del Frecciarossa in corsa, penso al fatto che farò tardi e sarò più stanco, rifletto sulla fatica con cui bisogna guadagnarsi le cose, ma realizzo anche che, in qualche modo, riuscirò ad arrivare. Guardo di nuovo fuori da finestrino. Inizio a vedere quegli 800 km per ciò che sono, da vicino. Quella che da fermo sembrava una distanza insormontabile di avversità in un paese in affanno, in movimento è solo una strada da percorrere, da affrontare, un chilometro dopo l’altro. Procedere, andare avanti, non è mai una questione di tragitto più o meno agevole, ma di voglia di arrivare a destinazione.

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Epilogo della mia avventura di viaggio odierna. Sono stato a Lamezia Terme e ho potuto parlare della cosa che mi piace di più al mondo: la comunicazione. Sono state 7 ore di viaggio di andata, ora ne ho di fronte altre 4 fino a casa (in aereo, tutto regolare). Di fronte a queste 11 ore, le 2 ore cui ho potuto parlare potrebbero sembrare un spreco inefficiente. Invece la proporzione non regge, perché in quei 120 minuti ho avuto di fronte decine di persone che mi ascoltavano impegnate e che, con le loro domande e osservazioni, mi hanno restituito molto più che 11 ore di studi, esperienze e riflessioni. Perché è così che funzioniamo: quando ci mettiamo insieme a ragionare, quando ci confrontiamo, quando “mettiamo in mezzo” agli altri qualche nostra pallida intuizione, diciamocelo, ci ritorna indietro molto più di quanto mai avremmo potuto aspettarci nel confezionare i nostri lucidi pensieri da soli. Quanto mi piace questa cosa cosa grande ma bistrattata, prioritaria ma sottovalutata, profonda ma anche mitizzata, a molti sconosciuta e quasi da tutti millantata, così umana e così ingiustamente tecnicizzata, che è la comunicazione.


14 novembre

Solo un pendolare conosce la felicità serale del tabellone delle partenze. Quella che prova a fine giornata quando, sempre un po’ trafelato, lancia il suo sguardo per scorgere il binario giusto, il numero esatto della corsia dove troverà il treno che lo porterà a destinazione. Anche solo vedere quella cifra luminosa è una promessa. Si parte, ancora una volta, per l’ultima volta oggi. Per quanto sarà lungo il viaggio, per quante ore ci vorranno, si arriverà nell’unico posto che davvero dà senso a tutto questo pendolare: si torna a casa.


21 novembre

Il mitico 1D, il posto più ambito da ogni pendolare. C’è solo sui Frecciarossa vecchi, non sul 1000 che ha solo file da due. È bello non tanto perché stai da solo (che ha i suoi grandissimi vantaggi), ma perché hai la sensazione di uno spazio tutto tuo: un rifugio, un cantuccio in cui goderti davvero il viaggio. Ma una cosa su tutte lo rende così speciale: avere un livello di comodità simile alla prima classe (lo spazio vitale ampio) pur rimanendo nella zona dei viaggiatori comuni mortali. Il vero privilegio è ciò che ci godiamo come tale.


30 novembre

Regionale veloce Perugia-Roma. Il controllore entra nella carrozza e chiede il biglietto a un uomo di mezza età cingalese imbacuccato che se ne sta lì, immobile, con lo sguardo basso. Il controllore capisce, come fosse abituato a quella posizione, e dice: “prego”, allungando il braccio nel gesto di indicare l’uscita del treno. L’uomo a quel punto alza lo sguardo e lo punta dritto negli occhi dell’addetto, supplicante. Il controllore gli risponde anche lui con uno sguardo fisso, rassegnato. Sono stati così solo per un attimo, ma in quell’attimo qualcosa è successo, come se si stessero intendendo, sintonizzati su un livello profondo, nascosto. Vedendoli da fuori in quell’istante avresti giurato che fossero amici, confidenti. Ma il momento è durato niente. Subito dopo un nuovo “prego” li ha rimessi nelle rispettive posizioni. Il signore cingalese è sceso con la testa bassa, trascinando i piedi. Il controllore ritto e autorevole, da sotto la visiera del suo cappello ha seguito il percorso del “senza biglietto” con lo sguardo. Un altro tipo di sguardo.


4 dicembre

Mangiare panini contemplando l’Italia che scorre. Una delle cose che amo di più fare in treno: andare nella carrozza bar, mettermi “fronte finestrino” e mangiare lentamente contemplando un paese che scorre velocissimo. Campagna, collina, casa grande, casa piccola, agglomerato di casette, paesaggio cittadino degradato, stazione, ponte, piccolo gregge, traliccio, fosso, silos abbandonato... sembra quasi un codice, la sceneggiatura di uno di quei film difficili che solo pochi sanno capire. Una sequenza di scene che vuol dire qualcosa ma non è facile coglierne il significato al primo sguardo. Dopo tanti mesi sto piano piano imparando a leggere questa grammatica del paesaggio sfuggente. Per ora, come quando si impara una lingua per la prima volta, riesco solo capirne il senso generale: l’Italia è davvero bella. Tornerò spesso a questo finestrino per coglierne tutte le sfumature.


5 dicembre

Breve elogio dell’intelligenza artificiale. Stamattina corsa forsennata in auto da Bassano del Grappa per arrivare a prendere un treno a Padova per Roma.

Il navigatore di Google ha:

- calcolato fin dall’inizio con precisione i tempi

- proposto di cambiare percorso in base al traffico

- fatto in modo che salissi su quel treno

Gli sono grato. Senza raccolta dati miei e di altri, senza elaborazione in base alla conoscenza del mio percorso e dei miei spostamenti, non sarei mai arrivato. Sarei ancora bloccato in fila sulla prima strada conosciuta, innervosendomi per la perdita del treno.

Prima di imbracciare forconi e fiaccole contro l’intelligenza artificiale, ricordiamoci quanto la rilevazione e elaborazione dei nostri dati ci migliori la vita.

Solo così, desiderando i suoi vantaggi, sapremmo abbandonare le invettive allarmate e vaghe, per essere precisi nel chiedere ai grandi della tecnologia di essere trasparenti e funzionali (che è la cosa davvero importante).

L’artificiale va giudicato con intelligenza.


13 dicembre

Cercare una stanza di hotel all’ultimo momento. Farlo dallo smartphone. Trovarla a prezzo stracciato, zona centrale, albergo stupendo, per di più: una quadrupla talmente grande che ci potrei organizzare un party.

Voi lamentatevi della tecnologia e dei pericoli del Uebbe; io - ricordandomi cosa succedeva solo qualche anno fa nella stessa situazione - mi godo le gioie della vita iperconnessa.


19 dicembre

Firenze. Stazione Santa Maria Novella, fermata tranvia. Un tizio che sembra ubriaco, grosso, con la faccia tumefatta, con indosso un piumino lurido, si aggira minaccioso tra la gente in attesa. Ha un aspetto terrificante. Fa paura mentre cammina e scruta le persone una a una come in cerca di una preda. A un tratto punta un signore asiatico, un po’ tracagnotto, con la pettinatura all’indietro, la camicia rosa salmone con i bottoni che tirano sulla pancia e un giacchetto verde un po’ ridicolo. Sembra il classico turista appena arrivato a Firenze. L’ubriaco, imponente e barcollante, si dirige verso di lui, gli si pianta davanti e dice biascicando: “japanese?”. A quel punto, letteralmente si butta su di lui facendo un passo deciso e cercando la collisione corpo a corpo. Per un attimo tremo figurandomi cosa sta per accadere. Poi, l’impensabile: il buffo signore non si sposta di un millimetro, rimane piantato a terra nella esatta posizione rilassata che aveva prima della collisione. Tanto che il tizio ubriaco dopo averlo urtato rimbalza e fa due passi indietro. A quel punto il “giapponese” lo guarda e gli fa: “che vuoi stronzo?” in perfetto accento asiatico. L’ubriaco lo guarda stupito (almeno quanto lo guardiamo tutti noi) e barcollando se ne va confuso. Arriva il tram. Il tizio “giapponese” entra e va a timbrare il biglietto sereno, salmonato e pettinato come prima.

Dormi sonni tranquilli Firenze, Jackie Chan è in città.


21 dicembre

Roma. Fuori dalla sede Rai di via Teulada. È tardi, l’ultimo treno per Firenze è alle 20.50. No motorini in sharing, no auto. Sono fregato. Chiamo un taxi, è l’unica possibilità di arrivare in stazione. Uso l’app, e già questo mi aiuta: attorno a me una decina di persone attendono inutilmente perché hanno chiamato al telefono. Tra la folla c’è anche Ronn Moss (non scherzo) assalito da gruppi di selfatori. Arriva il mio taxi. Ci si avventano sopra diverse persone. Lui abbassa il finestrino e urla: Mastroiannih? Mi faccio strada tra vips e personaggi televisivi vari (l’app è davvero la mia salvezza). Mi siedo dentro. Il tassista mi guarda dallo specchietto. Lo fisso e scandisco con tono grave: “me devi fa er miracolo, c’ho ‘n treno alle ott’eccinquanta”, e aggiungo: “vojo torna’ a casa”. Lui capisce la situazione e annuisce impercettibilmente chiudendo gli occhi per un attimo per poi riaprirli in un inquietante e determinato sguardo. Ha colto la solennità del momento, la richiesta disperata e, da romano a romano, risponde: “ce penso io, tranquillo”.

Segue corsa folle con sgommate fischianti, infrazioni sfacciate, sorpassi azzardati, vie prese fieramente contromano, il tutto condito da colpi di clacson assestati con nervosa e precisa maestria assieme a insulti altrettanto opportunamente distribuiti.

Ora, seduto sul treno nel mio amato posto 1D, penso a quante volte ho parlato male dei tassisti romani. Me ne pento. Da oggi in poi non dimenticherò questo servizio che nessun altro potrà mai dare a un viaggiatore disperato. Ho le palpitazioni. Non è la paura, non l’adrenalina e nemmeno l’ansia: è er core che s’accenne de gratitudine. E allora penso: certo è bello il carsharing, bella la smartcity, belle le app, ma si nun era pe’ sto tassista romano cazzuto cor c@??0 che tornavo a casa.




Avvicinarsi e cercare l’ultimo - modi per evitare lo stallo in una discussione online

sabato 23 dicembre 2017

Uno dei fattori che compromette le discussioni online è una sproporzione tra la distanza fisica e la vicinanza emotiva: si è vicinissimi perché coinvolti nel confronto su idee in cui crediamo, ma si è lontanissimi perché non ci si guarda in faccia né si è presenti l’uno davanti all’altro.

Questa sproporzione fa vedere tutta la sua problematicità soprattutto quando si affrontano dilemmi etici: ognuno è pronto a muovere guerra all’altro in difesa delle proprie convinzioni, dimenticando proprio l’altro in quanto persona mentre si sta confrontando.

Avvicinarsi all’altro

La strada per uscire e è solo una: avvicinarsi. Fare in modo cioè di supplire alla lontananza fisica con un avvicinamento intenzionale. Come si fa ad avvicinarsi in una disputa? Occorre partire da un riconoscimento positivo dell’altro: prendere in considerazione le sue idee e le sue tesi nel modo migliore possibile. Se gli si oppone un’obiezione, occorre farlo partendo, per quanto si può, da riferimenti, fonti e idee che appartengono e sono affini al suo mondo.

Nel prendere sempre sul serio le argomentazioni dell’altro – anche quando ci sembra che abbia torto – si hanno due effetti vantaggiosi: il primo è non dimenticarsi della persona con cui si sta discutendo in quell’effetto spersonalizzante del “leone da tastiera” che abbiamo già visto; il secondo è quello di renderci capaci di porre “domande potenti”, quelle che sanno davvero porre dubbi e mettere in discussione ciò che dice l’altro a partire dall’interno del suo mondo, e non da una dimensione estranea che può solo acuire di reazioni di difesa.

Non si tratta solo di “mettersi nei panni” dell’altro. Spesso l’empatia nasconde una forma di paternalismo: crediamo di saper indovinare cosa prova l’altro come se fosse in una condizione di inferiorità rispetto a una nostra presunta maggiore consapevolezza. Saper davvero vedere l’altro è riuscire a porre a se stessi le sue domande con sincerità. Che è poi l’ennesimo moto di uscita dal proprio recinto di convinzioni assodate (la propria bolla) per metterle in discussione davanti all’altro e ragionare assieme.

Non è necessario conoscere personalmente il proprio interlocutore: anche in un estraneo assoluto si possono riconoscere i tratti umani in base a ciò che mostra nelle sue azioni e reazioni. Da quegli elementi occorre capire cosa pensa, come sta reagendo, quali sono le sue aspettative, ecc. Spesso non possiamo avere altro che le sue manifestazioni di incomprensione su ciò che sosteniamo: ebbene, sono sempre un punto valido da cui partire.

Cercare l’ultimo

Avvicinarsi dà anche la chiave per risolvere i principali dilemmi etici che si presentano nei dibattiti. Quando una questione controversa sembra non trovare una ragione che vince sulle altre, quando i principi e i valori contrapposti sembrano essere in stallo, occorre fare un’operazione di riavvicinamento alla realtà e di abbassamento: cercare l’ultimo.

Il problema dei dilemmi etici infatti è che spesso niscono in moralismi distanzianti alla ricerca di un colpevole: “è giusto o no fare questo o quello?”, formule che spesso mettono in competizione situazioni di grande sofferenza. Operazioni crudeli e dannose, che squali cano le argomentazioni e suscitano reazioni scomposte.

→ Esempio tipico di conversazione da dilemma “distanziante”:
A: Quando una donna viene stuprata non ti sembra giusto l’aborto?
B: Lo stupro è meno grave dell’uccisione di un bambino.

In uno scambio di questo tipo – che non di erisce molto da quelli che avvengono talvolta online – c’è una disumana classifica dei mali, incapace di considerare le persone e il dolore reali che si celano dietro drammi come lo stupro e l’interruzione di gravidanza: nessuno farebbe mai questa classifica sulla sua pelle o sulla pelle di qualche persona a cui vuole bene. Lo si fa facilmente invece nell’astrazione distanziante del dibattito, ed è il peggiore livello su cui condurre un confronto.

Invece bisogna cercare l’ultimo: chi è il più debole? il più sofferente? chi è colui che nessuno sta difendendo? L’unica classifica da fare è quella per far emergere sempre le persone reali, andando a chi è più “ultimo” di tutti nella discussione, quello che ha poca o nessuna voce. Argomentare tenendosi sempre il più vicino possibile all’ultimo in gioco è una via efficace per uscire dalle proprie bolle e spingere gli altri a uscire dalle loro. Di solito, di fronte all’ultimo in carne e ossa, entrambi cambiano un po’ prospettiva.

(Tratto da Bruno Mastroianni, La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, Cesati, 2017)

Brandizzare le idee non è una buona idea

giovedì 7 dicembre 2017

di Vera Gheno e Bruno Mastroianni


Tutto è gara, tutto è una corsa a “l’ho detto prima”, “l’ho detto meglio”, “quell’idea è mia”... È la brandizzazione delle idee, ossia la convinzione che le idee abbiano una sorta di marchio registrato: l’ho già detto io e nessun altro può dirlo. Te lo dico io, casomai a pagamento.

Questa visione si è diffusa soprattutto a causa della conversazione globale e orizzontale ingenerata dai social, che porta a gestire gli scambi di idee non per quello che sono, ma come un luogo di concorrenza o una potenziale minaccia al proprio brand. È una deformazione che, più o meno, ci portiamo tutti dentro, e che emerge al momento di confrontarci su qualsiasi questione. Tendiamo a trattare le nostre conoscenze, intuizioni e opinioni come se fossero prodotti su un mercato in cui è necessario sempre arrivare prima e meglio degli altri, difendersi da concorrenze sleali e dalle imitazioni, assicurarsi di essere sempre i leader del settore. “Già lo dicevo 10 anni fa...”, “ho avuto io per primo l’idea nell’84…” Quante volte nei commenti o nei post, soprattutto degli esperti, trapelano questi meta-messaggi in toni più o meno piccati con tanto di link ai propri blog, slide, ecc.?

L’idea di fondo è che, affinché un’idea si affermi, ci sia bisogno anzitutto di sconfiggere la concorrenza. Se ci pensiamo, è un approccio destinato al fallimento: il pensiero, infatti, non segue logiche di mercato, e le opinioni non sono prodotti. Al contrario, ogni conoscenza è tale e cresce nella misura in cui si aggancia ad altre conoscenze e prospettive: la conoscenza è una rete. Quando pensieri simili da una parte e divergenti dall’altra si incontrano e si compenetrano, quando vengono usati - e talvolta modificati - da una moltitudine di interlocutori in diversi modi, anche incontrollabili, è lì che si genera davvero cultura, si opera un cambiamento, un passo avanti che trasforma il modo di vedere la realtà. Insomma, l’efficacia del pensiero si misura dal momento in cui non è possibile controllarne la diffusione e i risvolti. Tutt’altro che prodotto esclusivo legato a un brand (in questo caso l’opinatore), il pensiero è davvero tale quando ha effetti che vanno di gran lunga oltre le possibilità di diffusione che avrebbe immaginato il suo proprietario.

E questo da sempre: chi studia sa che fin dall’inizio della riflessione umana è già stato detto e posto quasi tutto. La storia dell’evoluzione del pensiero, insomma, assomiglia molto più a una costante rielaborazione e trasformazione di cose già dette che a una serie di prodotti unici e innovativi assenti fino a quel momento dal mercato. Quindi non solo è possibile, ma molto probabile che qualcuno, da qualche parte, in qualche modo abbia già detto, scritto, enunciato, dichiarato quello che noi pensiamo di avere detto, scritto, enunciato e dichiarato per primi.

Certo, se possibile occorre sempre dare credito ai giganti sulle cui spalle, metaforicamente, ci stiamo arrampicando: la progressione della conoscenza passa anche dal giusto riconoscimento delle idee altrui, per poi partire a costruire da esse. Ciononostante, come pensatori di ogni campo, prepariamoci anche a fare i conti con le conclusioni analoghe alle nostre di altri che non ci conoscono affatto.
Sarebbe bello riuscire ad allearsi tra coloro che fanno iniziative e riflessioni simili: questo darebbe una grande forza alle istanze portate avanti, una forza tersa, pulita. La forza dell’idea che supera le divergenze superficiali, le antipatie personali, le rivendicazioni di bollini blu e di “l’avevo detto io, ecco il link al mio articolo del 1982…”

Troppo spesso, invece, nel nostro paese ma non solo, si cerca di “brandizzare” la conoscenza, tarpandole di conseguenza le ali e facendola diventare una “garetta” al diritto di prelazione, al poter dire “quel pensiero è roba mia”. Finendo per indebolire la sua portata globale.

Proprio il fatto che ognuno pensa con il suo approccio, stile e ambito disciplinare, è un punto di forza, o forse il punto di forza. Non un motivo di lotta. Le vere ondate culturali generative sono sempre plurali e “incontrollate”. Tutto serve, tutto fa brodo, guai se pensassimo mai che problemi complessi possano avere soluzioni uniche o standard. Quello che serve è soprattutto continuo scambio e commistione tra diverse idee, modalità e prospettive. Diffiderei di chi ha “la soluzione” che esclude altri, mi affiderei piuttosto a chi sta proponendo riflessioni per confrontarsi...

In un vecchissimo numero di Dylan Dog, qualcuno racconta di come sia quasi impossibile mettere piede su un pezzo di terreno ancora non calpestato dall’uomo. Succede talmente di rado che quando capita, vengono aperti portali verso altre dimensioni. È un po’ così anche con la conoscenza: quasi sempre stiamo dicendo cose già dette; casomai, la vera differenza ce la mettiamo noi, con la nostra irripetibilità e unicità. Questo non esclude che ogni tanto possa anche succedere di aprire varchi dimensionali; raramente riusciremo a monetizzarlo sul momento, possiamo forse piuttosto sperare in un riconoscimento postumo: diventeremo un mattone importante dello ziqqurat della conoscenza globale, in costante costruzione.

Detto questo, dichiariamo nostra l’idea della brandizzazione della cultura, e quindi da questo momento in poi se volete usare questo pensiero dovrete pagarci i diritti.

10+1 regole per curare le buone maniere sui social network

venerdì 1 dicembre 2017

Silvia Columbano ha scritto un libro davvero utile: una rielaborazione del Galateo adattata ai tempi che corrono. Il libro esce in questi giorni, è il regalo di natale ideale in un periodo storico di iperconnessione, che richiede a tutti un surplus di civiltà e buone maniere.

L’autrice mi ha chiesto di contribuire al suo testo con una lista di suggerimenti per curare il bon ton sui social. Ne ho buttati giù 10+1. Sono per me il minimo per essere davvero socievoli sui social (che non è un gioco di parole).



Eccoli:

1. Non postare nulla che non ripeteresti in pubblico: lo sei.

2. Quando scrivi spiega sempre ciò che intendi. Non postare per far capire solo a alcuni: equivale a parlare nell'orecchio.

3. Non postare mai parolacce: anche se usate in senso ironico, richiedono un'intimità tra gli interlocutori che sui social non c'è.

4. Prima di intervenire leggi gli altri commenti. Come in una conversazione bisogna ascoltare gli altri prima di dire la propria.

5. Tagga solo chi è veramente coinvolto. Non taggare per farti notare da più persone possibile, è come fare volantinaggio a una festa privata (a cui magari non sei neanche stato invitato).

6. Usa bene la punteggiatura per farti capire. Usa le virgole dove servono, non inserire file interminabili di puntini, non fare schiere di esclamativi né cimiteri di faccine. È come parlare con la bocca piena, sedersi scomposto o sputare mentre parli.

7. Non iniziare i commenti con "sono d'accordo" o "non sono d'accordo". Nessuno ti ha chiesto il voto. Di' quello che vuoi dire, dillo con argomenti.

8. Non usare i commenti ai post degli altri per segnalare link al tuo blog o ai tuopi spazi (a meno che non siano richiesti). Fatti elegantemente i post tuoi.

9. Metti una foto del profilo, non lasciare quella grigia ombra stilizzata che tradisce incuria. Sceglila bene pensando all'immagine che dai: ti presenteresti in costume a cena fuori? (Se la risposta è sì, la questione è più a monte del galateo social).

10. Non litigare, argomenta. Non giudicare le intenzioni, domanda. Non prendere i social per ciò che non sono: conversa sempre amabilmente. Siamo qui apposta.

11. Se un post è bello condividilo e riconosci il merito alla fonte. Non fare copia incolla, siamo tutti sui social: prima o poi si scoprirà che non è roba tua.

Per acquistare il libro: https://www.amazon.it/Galateo-ton-buone-maniere-ieri/dp/8876675981

Senza pulpito viene meglio la predica

venerdì 3 novembre 2017


di Bruno Mastroianni, 3 novembre 2017

Quando ci si trova in una disputa sui social o in pubblico, tutte le fonti autorevoli classiche (il diritto, la letteratura scientifica in generale, le tradizioni, i libri sacri e religiosi) non sono spendibili perché la loro autorevolezza presuppone un accordo previo da parte dell’interlocutore. Per alcuni sono completamente discutibili, per altri possono essere persino motivo di opposizione pregiudiziale per il solo fatto di essere nominate.

Lo sforzo che occorre fare è allora quello di usare sempre argomenti razionali e di uso quotidiano per presentare le proprie posizioni. Non si tratta di congedare la cultura, la scienza o altre discipline assodate, ma di accettare di ricominciare da capo per convincere chi parte da punti di vista di rifiuto.

Occorre accettare in ogni momento di farsi carico dell’onere della prova davanti agli altri e non rifiutare mai nessuna delle obiezioni anche quando si parla di cose assodate: ogni rilievo espresso in termini razionali è degno di risposta, ogni affermazione ha bisogno di essere comprovata da fatti, dati e ragionamenti. Quando ci si confronta pubblicamente, nessuno può sentirsi in una posizione di rendita dovuta al suo ruolo, alla sua popolarità o alla sua condizione sociale. La presenza di opposizione è il motore del discorso: deve far articolare più a fondo il ragionamento.

Esempio:

A: I vaccini provocano autismo, sono le multinazionali farmaceutiche a volere che li usiamo.

B: La comunità scientifica è concorde sulla necessità dei vaccini.

A: Certo che lo è: le ricerche degli scienziati sono spesso finanziate dalle aziende.

B: Sono un medico e le assicuro che i vaccini sono indispensabili.

A: Sarà anche un medico ma il dott. Wakefield ha fatto sapere al mondo che i vaccini provocano l’autismo.

B: L’argomento è troppo complesso per affrontarlo qui. È una questione scientifica che non si può spiegare in due battute.

Le argomentazioni di B sono inefficaci perché presuppongono riconoscimenti di autorità che sono proprio alla base delle teorie di A. Richiamare la “comunità scientifica”, il “sono un medico”, “la complessità dell’argomento”, “la scienza non si spiega in due battute”, rende l’intera conversazione inefficace.

A d’altro canto, nonostante le teorie discutibili, usa tutti riferimenti comprensibili e presenti nell’immaginario comune: “multinazionali con interessi opachi”, “aziende che finanziano ricerca”. Per quanto le tesi siano infondate sono presentate con un linguaggio che aderisce alla realtà e sta sul campo, senza riferimenti a autorità “altre” che debbano essere chiamata in causa. Persino il riferimento al dott. Wakefield (il medico radiato dall’albo per le sue ricerche inattendibili) dà l’idea che si sta argomentando con sostegno di fatti, persone concrete e prove.

L’esito dello scambio è che A dà l’idea di cimentarsi nel fornire prove (anche se sta sostenendo cose infondate) mentre B rinuncia ad argomentare in nome di cose che dovrebbero essere già note/riconosciute/assodate. È a causa di questo atteggiamento di rinuncia che spesso conversazioni sui social danno più credito a chi ha meno ragione.

 Il criterio del senso comune presuppone insomma che si sia sempre disponibili a riaprire le questioni ogni volta che sia necessario. Se ci sono nuovi elementi, vanno considerati nel rivedere il ragionamento. Se c’è bisogno di ripetere perché qualcuno è arrivato dopo o non ha seguito tutto il percorso, va fatto. Se un’incomprensione ha viziato la procedura, è necessario fare qualche passo indietro per ritornare ad affrontarla.

Il criterio del senso comune si riallaccia poi anche alla presenza della “maggioranza silenziosa”: se si è sui social o in un luogo aperto, se si è in una conferenza e si parla a più persone, così come quando si è intervistati dai media, occorre tenere presente quelli che ascoltano anche se non direttamente coinvolti. È uno sforzo simile a quello che fa chiunque scrive un testo: deve potersi immaginare chi leggerà e le sue reazioni per potersi esprimere al meglio. Questa moltitudine che immette inevitabilmente un elemento di pluralità in ogni confronto ha bisogno di essere intercettata: lo sforzo per idee e argomenti semplici, che non danno nulla per scontato e comprensibili alle persone comuni, va in direzione di farsi capire dai molti che ascoltano e leggono in silenzio.

Infine occorre ripetere, ribadire, argomentare da capo, come fosse sempre la prima volta. Tutte dinamiche che sono ormai vita quotidiana sul web e sui social, giacché non tutti si prendono la briga di leggere i commenti di una discussione o lo storico di post precedenti prima di intervenire su un punto. Nel dibattito libero online, lo sforzo di ripetizione e riapertura ogni volta che sia necessario, rappresenta un servizio alla comprensione dell’altro e crea le condizioni per essere sempre ascoltati.

Tratto da La disputa felice. Dissentire senza litigare sui social network, sui media e in pubblico, (Cesati 2017), pp. 108-111

Online siamo ciò che scriviamo - #sociallinguistica. Italiano e italiani dei social network

venerdì 13 ottobre 2017

di Bruno Mastroianni, Datamediahub.it, 12.10.2017


In tanta letteratura sui social e sul web ci si imbatte spesso in una prospettiva “partizionista”: internet è affrontata come fosse un compartimento, una zona a a sé, un tema specifico che, a metà tra la novità del momento e la frontiera tecnologica del futuro, viene presentato come un destino ineluttabile a cui tutti ci dobbiamo in qualche modo adeguare.

In una prospettiva totalmente diversa si pone invece il testo in uscita oggi di Vera Gheno, Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network (Cesati 2017), che parte da un presupposto tanto semplice quanto interessante per la riflessione attuale sulla comunicazione: i social e il web non sono altro da noi, siamo noi. Non più, quindi, futuro o novità, quanto piuttosto attuale e ordinaria modalità di entrare in relazione tra esseri umani che l’autrice, sociolinguista, analizza a partire proprio dagli usi (talvolta abusi) linguistici e dalle forme di espressione online, alla ricerca di tratti significativi che possano dire qualcosa in più sulle modalità attuali di socializzazione e comunicazione tra esseri umani.

Ne viene fuori un testo utilissimo che riesce a mantenere ciò che promette: non un’analisi del web ma, al contrario, l’umanità osservata a partire dal suo essere oggi al centro delle connessioni digitali. Uno studio, insomma, che, muovendo dall’attività linguistica degli esseri umani, ci dice qualcosa in più sull’epoca dell’interconnessione che stiamo vivendo.

Eterogenesi dei fini e storia del web 

Il testo si apre con una breve ma intensa storia di internet. E qui subito una serie di passaggi interessanti: il sistema primordiale di Arpanet, nato con finalità di riservatezza, gettò le basi per la connessione per tutti; l’invenzione della posta elettronica che mai avrebbe previsto la pratica abusiva dello spam; e così via, seguendo un filo rosso che lega le diverse evoluzioni maturate dalla rete in modo spesso casuale e involontario da parte dei creatori, in una sorta di costante eterogenesi dei fini.

Come a dire che l’innovazione non segue affatto percorsi lineari, razionali, efficienti; piuttosto, si nutre di salti in avanti, coincidenze, finalità non trasparenti; tutte cose che, in fondo, caratterizzano la storia umana... Read more: http://www.datamediahub.it/2017/10/12/online-cio-scriviamo/#ixzz4vPV4rfcX @DataMediaHub on Twitter

Il peso politico e sociale delle “domande sceme”

giovedì 5 ottobre 2017

di Bruno Mastroianni, News & Coffee, 4 ottobre 2017

Qualche tempo fa Vera Gheno ha avviato una riflessione sugli errori che possono fare gli esperti quando sui social si trovano ad affrontare discussioni su argomenti che conoscono bene.

 I tre errori evidenziati nell’articolo – rivendicazione della competenza, fatica di rispiegare, inadeguatezza dei social all’approfondimento – si potrebbero sintetizzare in un’unica espressione: “Io ne so di più e non ho voglia di discuterne”.

Trovo davvero interessante riflettere su questa dinamica in cui tutti, in un modo o nell’altro, cadiamo. È una specie di alibi che ci procuriamo ogni volta che, in una discussione pubblica (sui social lo è sempre), i nostri interlocutori mettono alla prova le nostre competenze, anche se non hanno titoli per farlo.

 Sì, perché di questo si tratta: per quanto ignorante o gretto, il commento di un altro che sfida le nostre conoscenze ha l’effetto della “domanda scema” in una classe di liceo. Chiunque abbia insegnato ha sperimentato quel momento in cui un alunno senza vergogna chiede qualcosa di così basilare e elementare da distruggere in un sol colpo i dotti castelli argomentativi dell’insegnante. Sui social, l’interlocutore non esperto che sfida il competente destabilizza allo stesso modo.

Da qui le manovre evasive di cui sopra, che sono fondamentalmente il rifugiarsi nel mondo sicuro delle proprie competenze riconosciute per non dover fare la fatica di rielaborarle. Fa parte di questo atteggiamento difensivo anche il blastare l’altro, colpendolo in modo aggressivo nelle sue lacune.

 Il risultato infatti non cambia: se qualcuno non ha capito o non è d’accordo, non c’è strategia peggiore che sferzarlo proprio nella sua incomprensione. L’unico effetto che si ha è quello di creare una rottura sul piano della relazione, aggiungendola a quella già presente sul piano dei contenuti. Il meta-messaggio che si tramette poi è di grande fragilità e insicurezza: chi davvero solido culturalmente si metterebbe a inseguire l’ignorante nel suo ignorare? Piuttosto, sceglierebbe il silenzio.

 In altre parole: dedicare energie per far notare all’altro quanto è manchevole è sintomo in qualche modo di una mancanza di solidità; sarebbe meglio investirle piuttosto nell’argomentare, nello spiegarsi, nel mostrare sul campo che si hanno ragioni da offrire.

 La “domanda scema”, cioè quella che viene dal basso, poco competente e mal posta, rappresenta invece un’opportunità enorme per chiunque abbia qualcosa da dire. Intanto perché aiuta a uscire dalla autoreferenzialità di cui è affetto ogni campo della conoscenza, poi perché spinge a ripercorrere le proprie argomentazioni purificandole da elementi di nicchia poco comprensibili; infine, la messa alla prova democratica, orizzontale e plurale delle idee ha da sempre portato a molte più intuizioni che l’autoconservazione del pensiero in cerchie elitarie. Insomma, lo sforzo di comunicazione arricchisce la conoscenza e non è mai uno spreco.

 C’è infine un effetto sociale, direi quasi politico, da non sottovalutare, visto che siamo tutti inseriti in una conversazione pubblica globale a cui ogni essere umano ha accesso grazie al web, senza selezione all’ingresso. Tutte le volte che un esperto in un certo campo si ritrae dall’articolare il suo pensiero o si limita a blastare l’ignoranza altrui, sta lasciando lo spazio a chi, con risposte inattendibili, saprà raccogliere quelle domande solo per avere consensi. In poche parole: a ogni disputa evitata per snobismo culturale c’è un populista (o un manipolatore) che ottiene un nuovo seguace.

 Rispondere e rimanere sul campo ad argomentare non è una pia pratica per esperti pazienti; è ciò da cui dipenderà sempre di più il livello culturale del dibattito nella nostra società interconnessa.