Dal conflitto di idee alla guerra di parole - episodio podcast di Digital Ergo Sum


 Intervento a "Digital Ergo Sum", 20 giugno 2026


Dunque, non parlerò di digitale. Voglio parlare di bicchieri. Il vecchio dilemma del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto è ancora valido, perché ci dice una cosa semplice ma fondamentale. Forse ovvia, però le cose ovvie bisogna ricordarsele, soprattutto in questa epoca. Ci dice che quando discutiamo non diciamo soltanto qualcosa del bicchiere e dell’acqua, ma stiamo dicendo chi sono io e chi sei tu.

 
 L’essere umano, appena pronuncia qualcosa sul mondo, dice del mondo, di sé e dell’altro. Tanto è vero che lo sappiamo: i mezzo pienisti sono quelli che vedono ciò che c’è e magari li giudichiamo ottimisti. I mezzo vuotisti sono quelli che notano soprattutto ciò che manca e li giudichiamo pessimisti.

Il punto è che nel dibattito pubblico internazionale, a causa o grazie al digitale, ma anche nelle nostre interazioni più microscopiche, sta succedendo qualcosa. Pensate a WhatsApp, alle chat principali e a quelle parallele, quelle in cui di solito metti il messaggio giusto nella chat sbagliata. Avete presente? Succede qualche volta.

Ecco, in quegli scambi spesso non diventano più importanti il bicchiere e l’acqua di cui stiamo parlando, ma noi stessi, in quanto mezzo vuotisti e mezzo pienisti.

Si passa cioè dal vedere la realtà attribuendole un senso diverso — il dissenso: vediamo lo stesso bicchiere, con la stessa acqua, ma in due sensi diversi, lo sentiamo diversamente — alla fase successiva, quella del discredito.

Io comincio a dirti: «Tu sei un mezzo pienista, un ottimista, e non dovresti esserlo». E l’altro, all’inverso: «No, sei tu che vedi ciò che non c’è, sei un pessimista». Diventa più interessante stabilire chi sei e chi non dovresti essere che discutere dell’unica cosa che davvero ci serve: quel bicchiere e quell’acqua. Perché? Per capire che cos’è quell’acqua, che cosa possiamo farci, se è sufficiente a idratarci o se è abbastanza per le decisioni che dobbiamo prendere.

Quando smettiamo di dissentire e passiamo al discredito, perdiamo tutta la ricchezza delle idee. Perché? Lo dice la parola stessa. Il dissenso ha a che fare con il senso, una parola bellissima: ci parla del sentire, dei sensi, di come percepiamo il mondo, ma anche del significato. Il senso è il modo in cui mettiamo insieme i significati per dare un disegno al mondo, una rappresentazione che ci dica qualcosa.

Il discredito, invece, ci parla di credito, di credenza: di cose che già abbiamo, di giudizi già formulati. Quando cominciamo a discreditare l’altro, lo giudichiamo sulla base di qualcosa che avevamo fin dall’inizio. Infatti, dopo un litigio, una discussione sui social, una delle tante polarizzazioni che incontriamo online, torniamo a casa pensando esattamente come prima. E allora possiamo eliminare le polarizzazioni? No. Non si possono eliminare. Siamo destinati a vivere nelle polarizzazioni senza essere polarizzati. Questo è il problema, il tema, la sfida dell’essere umano di oggi.

E come si fa a vivere nelle polarizzazioni senza essere polarizzati? È un bel problema. Perché non è una questione tecnologica, o almeno non è solo tecnologica. Non è soltanto una questione di algoritmi, anche se gli algoritmi fanno la loro parte nell’acuire questa situazione. Non è soltanto una questione di leggi e regolamenti, anche se servono e dobbiamo lavorarci. C’è una parte umana che dobbiamo metterci. E come ce la mettiamo?

Con tecniche, regole, strategie, competenze? Sì, con tutto questo. Ma soprattutto con qualcosa di così antico, come ci insegnano i filosofi, da essere particolarmente attuale e innovativo: la virtù. Come, la virtù?

Questo Bruno Mastroianni è venuto sul palco di Digital Ergo Sum a parlare di virtù? Ebbene sì. Oggi abbiamo bisogno di tornare alla virtù, se vogliamo vivere nelle polarizzazioni senza essere polarizzati. Troveremo sempre qualcuno che contrappone il pieno al vuoto e ci chiede di schierarci tra i vuotisti e i pienisti. E forse sentiremo anche noi di dover stare più da una parte che dall’altra. Ma dobbiamo riuscire a dire: «No, però aspetta: l’acqua. Stiamo parlando di un bicchiere. Dobbiamo prendere una decisione su come usare quest’acqua». Altrimenti, tra pienisti e vuotisti, non arriviamo da nessuna parte. Qui ci serve la virtù. Ma che cos’è?

La virtù ha una caratteristica interessante: si ottiene soltanto attraverso la ripetizione di atti. Non basta una competenza presentata su una slide. Alcuni formatori — e anch’io sono formatore — arrivano con le slide, ti mostrano le cinque competenze da maturare, ti fanno una spiegazione e sembra che basti leggere la slide e fare un’esercitazione per acquisire improvvisamente una competenza. Come in Matrix. Sappiamo che non è così. Se voglio acquisire un certo comportamento, devo provarci domani, dopodomani, tra tre giorni, dopo cinque, sette giorni. All’ottavo forse comincia a maturare qualche risorsa, mi accorgo di avere una certa postura. La virtù si acquisisce attraverso atti di virtù. Ma per non finire in un discorso troppo teorico e filosofico, quante virtù ci servono?

Tantissime. Io però ne dico solo tre. E sono le tre dita del gesto che i boomer fanno per sentirsi giovani. So che mi state guardando con due occhi così, perché questo gesto non lo fa più nessuno dagli anni Novanta, ma volevo farlo. Tre dita per ricordare tre virtù essenziali per vivere nelle polarizzazioni senza essere polarizzati. La prima, il mignolo. Sentite che cosa sto dicendo su un palco in cui si parla di digitale: la virtù dell’umiltà. Serve ancora oggi? Sì. E sapete qual è?

È saper dire: «Io so ciò che è mio e so ciò che non è mio». Mi attengo a ciò che conosco, a ciò di cui ho fatto esperienza, e riconosco ciò che mi manca, ciò di cui non ho fatto esperienza. Fino a poter dire: «Non lo so». Oppure, durante una discussione, qualcuno ti dice qualcosa e tu rispondi: «Cavolo, non ci avevo pensato. Ci devo pensare». Questa è l’umiltà.

Seconda virtù: quella che chiamo dedizione all’argomento. L’indice, che indica la questione. Ogni volta che ci troviamo in dibattiti polarizzati c’è qualcosa che rischia di distrarci. Per esempio, diventa più rilevante il modo in cui un certo capo di Stato ha insultato un altro capo di Stato. Oppure come quello stesso capo di Stato — ogni riferimento è puramente casuale — ha insultato alcune giornaliste mentre gli facevano domande pertinenti. Così il giorno dopo, tra vuotisti e pienisti, parliamo soltanto di quegli insulti. Ce li ricordiamo tutti, ma non ricordiamo neanche una delle domande che erano state fatte.

Ecco, in queste situazioni la dedizione all’argomento significa che, anche se forse mi schiero tra pieno e vuoto, devo ricordarmi di parlare dell’acqua. Devo tornare all’argomento, restare sul tema. Perché se perdiamo il tema, se perdiamo l’argomento, non decidiamo più le cose: qualcuno le decide al posto nostro.

Infine, l’ultima virtù, quella del pollice opponibile: l’autoironia. Che non è semplicemente ridere di se stessi. Quello è un sintomo dell’autoironia.

L’autoironia è un’operazione filosofica molto più seria: guardarsi da fuori. Quando ci penso, mi viene in mente il toro nella corrida. Immaginate se, durante una corrida, un toro avesse un momento di autoironia.

Immaginate il toro nell’arena, davanti al torero, che per un attimo si guarda da fuori e dice: «Ma aspettate un momento. Io sono un animale che pesa svariate centinaia di chili, sono dominante, ho capacità e armi per difendermi e attaccare. Ma è possibile che davanti a me ci sia un essere umano vestito con una calzamaglia, tra l’altro di un colore di dubbio gusto, che sventola una tovaglia rossa, mentre diecimila persone attorno gridano “olé, olé”?»

Se il toro avesse quel momento di autoironia tornerebbe nella stalla e direbbe: «Lasciate perdere». Io e te siamo spesso quel toro. Lo siamo sui social: ci sventolano davanti un drappo rosso, c’è l’«olé» degli altri, fatto di like e commenti, e noi incorniamo.

Io e te siamo quel toro anche durante una discussione su WhatsApp, di solito nella chat dei genitori della scuola. Dovevamo decidere una cosa, qualcuno butta un drappo rosso e noi, via con le corna.

Se avessimo un po’ più di autoironia quando siamo online, quando siamo immersi nel digitale e negli algoritmi che vogliono ottimizzare l’engagement, potremmo concederci quel momento in cui guardarci da fuori. E tornare a vedere il bicchiere e l’acqua.

Finisco con un’immagine trita e ritrita. Questo è l’intervento delle immagini trite e ritrite: prima il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, adesso un’altra immagine che si usa tantissimo anche nei TED Talk. Se fate un TED, aprite con questa: abbiamo una sola bocca e due orecchie. Bella, no?

Quindi dovremmo ascoltare il doppio di quanto parliamo. Bella immagine, però vorrei decostruirla un po’, perché dentro c’è qualcosa di più importante. Fateci caso: perché abbiamo due orecchie e due occhi? Ve lo siete mai chiesti? Forse lo sapete già. Per capire da dove arrivano i suoni abbiamo bisogno di due fonti che percepiscono e si confrontano tra loro: è attraverso quel confronto che riusciamo a capire da dove viene un suono e a quale distanza si trova. Lo stesso vale per gli occhi: abbiamo bisogno di due punti di vista che si confrontano per avere prospettiva e profondità. E perché abbiamo una sola bocca? Ci avete mai pensato?

Abbiamo una sola bocca perché, per generare parole, per parlare, abbiamo bisogno della bocca degli altri, delle parole degli altri. Ed è proprio per questo che nei momenti di dissenso, di differenza, la bocca degli altri ci fa paura. Ci fa paura la bocca del pienista se siamo vuotisti, e quella del vuotista se siamo pienisti. Perché? Perché ci parla di una differenza che noi non siamo.

Allora, visto che oggi abbiamo particolarmente bisogno della bocca dell’altro per capire quel bicchiere e quell’acqua e prendere decisioni, la prossima volta che a me e a te viene la tentazione di tapparla o di non ascoltarla, ricordiamoci a cosa stiamo rinunciando: alla tecnologia forse più propriamente nostra, quella che ci rende davvero più umani. La tecnologia di base: il linguaggio. Grazie.