Che ne faremo del tempo guadagnato grazie all'Intelligenza Artificiale?


di Bruno Mastroianni, Ereditare il tempo nell’epoca dell’IA. Che ne faremo del tempo guadagnato grazie all’automazione?, ExAgere, 8-9-10/2026.

“La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento”. Hannah Arendt apre Tra passato e futuro con questa frase di René Char. Possiamo ricevere qualcosa di prezioso senza ricevere assieme a esso le istruzioni per comprenderlo. Infatti, il testamento nomina, trasmette e indica il valore di ciò che viene consegnato, senza di esso il tesoro può passare inosservato (Arendt, 1977: 3-5).

Forse sta accadendo qualcosa di simile con la tecnologia digitale e, in particolare, con l’intelligenza artificiale. Stiamo ricevendo un patrimonio che l’umanità ha desiderato per secoli: il tempo. Tempo sottratto alle attese, liberato da operazioni ripetitive, risparmiato nella ricerca di informazioni. In pochi secondi possiamo ottenere ciò che fino a poco tempo fa richiedeva minuti, ore, qualche volta giorni.

Luciano Floridi ha mostrato come la rivoluzione digitale abbia modificato la nostra esperienza quotidiana del tempo: la latenza tende a ridursi, il tempo reale diventa un’aspettativa, l’infosfera diventa l’ambiente nel quale trascorriamo una porzione crescente delle nostre vite (Floridi, 2021: 407-412).

L’intelligenza artificiale porta questa trasformazione a un livello ulteriore. Accelera le operazioni materiali, comprime il lavoro mentale, offre risultati in tempi umanamente impensabili. Tutto tempo che in qualche modo viene guadagnato senza sforzo, come un patrimonio che si eredita senza aver fatto nulla per meritarlo. Da eredi, che cosa ne faremo?

Il venditore e il contemplativo

Susan Cain ha descritto la nostra cultura attraverso quello che chiama Extrovert Ideal: il modello umano premiato dalle società occidentali tende a privilegiare chi agisce rispetto a chi contempla, chi decide rapidamente rispetto a chi dubita, chi si espone rispetto a chi osserva. L’estroverso archetipico, scrive Cain, preferisce l’azione alla contemplazione e la certezza al dubbio. Prende decisioni veloci anche quando potrebbero rivelarsi sbagliate (Cain, 2012: 4).

Potremmo chiamarlo, semplificando, il venditore. Il venditore deve arrivare, rispondere. È colui che è capace di trasformare ogni richiesta in un risultato. Il suo contrario non è l’incapace o il pigro, ma il contemplativo: colui che considera il tempo della sospensione e del dubbio non un difetto del processo, ma una parte fondamentale di esso. Naturalmente nessuno di noi è soltanto l’uno o soltanto l’altro.

Il problema è che l’ambiente digitale sembra aver assegnato un ulteriore vantaggio competitivo al venditore. Maurizio Ferraris lo aveva colto già prima dell’esplosione dell’IA generativa. Il web, nella sua lettura della “mobilitazione totale”, non offre semplicemente informazioni: trasforma continuamente i contatti in richieste di azione e di risposta (Ferraris, 2015: 58-59). L’essere connessi significa essere perennemente a disposizione, mobilitabili, raggiungibili.

Lo smartphone ci aveva già abituati all’immediatezza, l’intelligenza artificiale l’ha applicata pienamente alla nostra dimensione cognitiva. Con lo smarphone siamo entrati nella fase della fretta psicologica di rispondere alla pressione delle notifiche continue (Mastroianni, 2022). L’Intelligenza Artificiale ha reso questa “fretta” un prodotto: posso avere subito un riassunto, una soluzione, la risposta più adatta a una mail, l’elaborazione di un progetto, la struttura di una lezione, senza usare il tempo necessario a elaborarle.

Walter Quattrociocchi mette a fuoco il punto critico: l’IA può essere un facilitatore, capace di ridurre “tempi e attriti” nei compiti complessi, ma non per questo aumenta automaticamente le nostre competenze. Può rendere più efficiente il lavoro, non può sostituire la conoscenza, il giudizio e la responsabilità. Anzi, il suo impiego consapevole richiede già competenza: bisogna sapere che cosa chiedere, come interpretare le risposte e quali limiti considerare (Quattrociocchi, 2026: 34-35).

Questo ha una conseguenza importante sull’eredità del tempo: riceverne non significa sapere cosa farne. Come qualsiasi patrimonio, anche il tempo liberato richiede capacità di amministrazione.

Quando la consultazione si spaccia per conoscenza, è una forma elegante di ignoranza. Come fa notare Piero Dominici, la conoscenza non è soltanto disponibilità di informazioni, ma un “processo complesso di progressiva consapevolezza” che matura attraverso errore, corporeità, esperienze, contesti, condivisione e cooperazione (Dominici, 2026: 43).

Questo significa che il percorso non è soltanto un costo necessario per raggiungere il risultato. Una parte rilevante del risultato in certi casi consiste proprio nell’aver compiuto il percorso.Una macchina può abbreviare enormemente il tempo necessario per arrivare a un’informazione. Ma se insieme abbrevia l’attraversamento del problema, rischia di consegnarci il prodotto della conoscenza privandoci del processo attraverso cui diventiamo capaci di conoscere. Ereditiamo tempo risparmiandolo, ma potremmo avere sperperato anche un pezzo della nostra formazione come esseri umani.

Il tempo improduttivo

Esiste una categoria di tempo che aiuta a capire come la logica dell’efficienza del venditore abbia dei limiti oggettivi. Finché si tratta di produzione di testi, immagini, idee, infatti, la compressione dei tempi è possibile. Ci sono situazioni umane, invece, in cui la posta in gioco non è fatta di passaggi in sequenze efficienti, né è possibile applicare un criterio di accelerazione.

Pensiamo al tempo necessario a elaborare un lutto. Alla quantità di sale da consumare assieme per diventare amici, come il detto classico citato da Aristotele (Etica Nicomachea, VIII, 3, 1156b). Il tempo per condurre una discussione e affrontare un profondo dissenso. Al tempo che occorre per perdonare.

Sono tempi nei quali il soggetto non compie una serie di operazioni per un risultato, ma attraversa un percorso durante il quale a mano a mano cambia la sua forma rispetto alla realtà.

Paolo Benanti ha insistito sulla velocità esponenziale della trasformazione tecnologica e sul divario che può prodursi fra il ritmo dell’innovazione e la nostra capacità di comprenderne le implicazioni. La velocità stessa, osserva, diventa una domanda rivolta all’umano (Benanti, 2018: 7-9). La questione non è fermare l’accelerazione, ma sviluppare la capacità morale e culturale di abitarla.

Il mondo ridotto al centro del bersaglio

L’IA generativa ha una caratteristica affascinante: tende a portare le cose verso una forma plausibile, convincente, confezionata. Gli diamo una massa di informazioni e ci restituisce una sintesi. Un problema e ci propone soluzioni. Appunti disordinati e li trasforma in una struttura. È una macchina straordinariamente capace di fare centro in un ideale bersaglio (anche quando non le viene esplicitamente fornito).

Ma la vita umana non si riduce al centro dell’obiettivo. Parti rilevanti spesso si svolgono ai lati, fuori campo, nei margini sfocati e negli sfondi a diverse distanze. Spesso sono proprio le cornici, con le loro forme e fattezze, a dire di più del quadro che contengono. Persino nella comunicazione, soprattutto quando ci si confronta autenticamente, i fraintendimenti e gli inciampi diventano il vero materiale prezioso per arrivare a una reale comprensione (Balbi & Ortoleva, 2023).

Posso chiedere a un’intelligenza artificiale come rispondere a una provocazione e ottenere dieci ottime repliche. Ma questo non mi solleverà mai dal tempo che devo impiegare e dal percorso che devo compiere per capire perché quelle parole sono state pronunciate e perché mi hanno toccato così tanto.

Ereditare questo continuo tempo risparmiato, richiede all’erede virtuoso di non voler trasformare sempre tutto in output. Se ci si pensa la “crisi epistemica” descrive precisamente questo fenomeno. Come dice Matteo Flora, quando le risposte vengono sempre più selezionate, sintetizzate e preconfezionate dai sistemi, la competenza decisiva non consiste nell’accumulare altre informazioni, ma nel mantenere la capacità di dubitare, confrontare le fonti e scegliere autonomamente (Flora, 2025). La comodità cognitiva diventa pericolosa quando ci libera non dalla fatica inutile, ma dalla fatica del discernimento.

Non stavamo meglio quando si vedeva meno

Naturalmente il rischio di un discorso come questo è la nostalgia. Come se prima fossimo in un mondo idilliaco in cui tutti leggevano lunghi libri con calma, pensavano facendosi domande profonde, parlavano dedicando tempo all’ascolto e così via. Quel mondo non c’è mai stato se non nell’immaginazione attuale che vuole opporsi al cambiamento digitale.

La realtà è che prima perdevamo ore a cercare informazioni banali. Facevamo file inutili. Cadevamo nelle manipolazioni di pochi media disponibili senza neanche accorgercene. Ripetevamo opinioni non messe alla prova senza essere controllati da nessuno. Guardavamo programmi in TV decisi da altri per interi pomeriggi. Riempivamo il tempo di cose inutili.

Come suggerisce Massimiliano Padula occorre superare la semplice contrapposizione fra rischi e benefici. L’intelligenza artificiale è ormai un sistema socio-tecnico: entra nel lavoro, nell’educazione, nella comunicazione, nel diritto, nella ricerca e nelle relazioni. Nel “tempo dell’automatizzazione della conoscenza”, inoltre, le differenze culturali e conoscitive diventano decisive nel determinare scelte e stili di vita (Padula, 2026: 80-82).

Non ereditiamo dunque semplicemente una serie di strumenti che fanno risparmiare tempo. Ereditiamo un ambiente temporale che ha un nuovo modo di organizzare le attese, le relazioni, il lavoro e le aspettative.