Se io dico senza dire, tu leggi tra le righe?



di Bruno Mastroianni, tratto da un articolo pubblicato in "Lingua come bene culturale, vol. I, Lingua, retorica, didattica", 2025.

Nelle conversazioni quotidiane il “non detto” è spesso più rilevante di ciò che è esplicitato. Un peso che aumenta nelle interazioni digitali dove la maggior parte dei processi di inferenza è dovuto al migliore o peggiore uso e interpretazione degli impliciti. In questo articolo, a partire dall’analisi di alcune interazioni critiche su piattaforme digitali, si trarranno spunti per prospettive educative sul patrimonio della lingua “non scritta” nelle interazioni online e della capacità di quest’ultima di favorire o compromettere la comprensione e, di conseguenza, la convivenza tra esseri umani.

Dire senza dire e "scrivere senza scrivere"

Esiste un meme diffuso su internet che, con tono ironico, mette in scena una conversazione WhatsApp tra un uomo e una donna, presumibilmente fidanzati.



Si tratta di una sequenza di interazioni fallimentari: l’interlocutore A (messaggi verdi) è maschio, l’interlocutrice B (messaggi bianchi) è femmina, come suggeriscono i maschili e i femminili impiegati nelle frasi. Le interazioni falliscono perché B, sin dalla prima risposta, mostra di fraintendere intenzionalmente le frasi di A.

È interessante osservare come avvenga il fraintendimento: la dinamica è interamente basata su un uso consapevole, da parte di B, di inferenze rispetto ai non detti di A. Inferenze tutte segnate da una tendenza sistematica verso la peggiore interpretazione possibile delle affermazioni esplicite di A.

È come se B desse per scontato che A stia violando tutte le massime conversazionali di Grice (1993) e, di conseguenza, sospendesse il principio di cooperazione: interpreta presupposizioni e implicature dei messaggi di A in modo tale da compromettere completamente le condizioni di felicità dell’interazione.

Nel primo scambio, tutti i segnali della frase, presi in sé, rimandano a una richiesta sincera, pertinente, con adeguata qualità e quantità di parole (Grice 1993). Un’analisi solo grammaticale-semantica porterebbe a capire che si tratta di un invito a fare sport insieme; e con un implicito abbastanza chiaro: condividere tempo libero tra persone che si vogliono bene. Le emoji confermano questa intenzione: faccia scanzonata + cuore.

B, invece, rovescia il senso e l’invito a correre viene frainteso su due binari. Sul piano delle presupposizioni, B assume che fare sport abbia come unico scopo “mettersi in forma”. Da qui l’implicatura forzata: A starebbe in realtà dicendo che B non è in forma. In questo passaggio c’è una manovra di riduzione simile alla fallacia del fantoccio: B omette volutamente il segnale di condivisione (“vieni con me”) e “legge” solo la parte legata al corpo, costruendo un’interpretazione parziale e malevola.

Nella seconda interazione A prova a riparare il fraintendimento iniziale. Quell’“allora” porta con sé l’intenzione di correggere la deduzione errata. Ma proprio questo permette a B di produrre un secondo fraintendimento intenzionale: con una domanda retorica, e una formulazione che ricalca la precedente, introduce l’idea di “pigrizia”, elemento aggiunto artificialmente perché A non l’ha mai nominato.

La dinamica va avanti così per tutte le interazioni successive. A dice qualcosa che, sistematicamente, B fraintende intenzionalmente.

L'ironia sessista del meme...

Questo meme circola con intenti ironici e con esiti sessisti: dipinge una caricatura di figura femminile stereotipata che usa il fraintendimento intenzionale come arma aggressiva verso l’interlocutore. Ma questa stereotipia emerge soprattutto su un piano di fruizione “immediato”: quello che osserva il fallimento voluto dell’interpretazione come un problema di decodifica grammaticale-semantica degli enunciati di A da parte di B.

Il meme, infatti, rende B “ridicolizzabile” se si guarda alla comunicazione principalmente come codifica e decodifica (Sperber e Wilson 1996). In questa ottica B non vuole decodificare i segnali che A ha codificato in modo abbastanza soddisfacente. Da qui l’ironia sessista, che si appoggia a un pregiudizio patriarcale: l’idea distorta che le donne introdurrebbero intenzionalmente difetti di decodifica per manifestare disagio nella relazione.

...e il ribaltamento della situazione

Se però adottiamo un’ottica pragmatica — in particolare la teoria della pertinenza (relevance) di Sperber e Wilson (1996) — il senso si capovolge. Per la teoria della pertinenza, comunicare significa soprattutto comprendere reciprocamente le intenzioni: la codifica-decodifica è completata dal livello pragmatico degli effetti degli atti linguistici sulla relazione. Ed è questo livello che ci dice davvero cosa sta succedendo: se gli atti linguistici stanno raggiungendo o no le loro condizioni di felicità rispetto alla relazione.

In quest’ottica, il meme mostra che a fraintendere non è tanto B (la donna), quanto — in modo più rilevante — A (l’uomo). Di fronte a una serie di scambi dove il fraintendimento volontario sul piano del codice è evidente, A impiega molto tempo per interpretare correttamente le intenzioni di B. B, al contrario, è pragmaticamente chiarissima: sta comunicando ripetutamente, e con straordinaria efficacia, che la relazione è compromessa e che non c’è possibilità di intendersi.

Il vero ottuso è chi non coglie il "non detto"

Da un certo punto di vista, il vero “ottuso” potrebbe essere A: insistendo sul piano dei significati letterali, non coglie il nucleo comunicativo dello scambio. Non è davvero in gioco “che cosa fare” (correre, discoteca, casa), ma il punto centrale che B non vuole intrattenere una comunicazione fluida con A, con tutto ciò che questo comporta in una relazione affettiva.

Per rendere esplicita la sostanza dello scambio, possiamo “tradurla” così (in una forma che nessun umano userebbe, ma utile come radiografia delle intenzioni):

A: Voglio passare del tempo con te!
B: Fraintendo volutamente le tue parole per segnalarti che, al di là del tuo desiderio, c’è qualcosa che non va tra noi.
A: Non voglio che mi fraintendi, quindi correggo la mia proposta per farti capire l’intenzione di passare del tempo con te.
B: Ti fraintendo volutamente di nuovo, così è chiaro che non è una questione di parole.
A: Allora cambio proposta per ribadire che voglio passare del tempo con te.
B: Continuo a fraintenderti e ti accuso anche di qualcosa che non viene dalle tue parole, così capisci che la questione non è ciò che proponi, ma sei tu.
A: Mi arrendo perché ti ostini a non decodificare correttamente.
B: Ti accuso ancora, stavolta del contrario delle tue intenzioni, così forse capisci che sto cercando di dirti che questa relazione non funziona più.

Questa traduzione rende evidente che è soprattutto A a ostinarsi a non recepire le intenzioni di B, e non viceversa. B, consapevole delle intenzioni di A, usa i fraintendimenti come strumento per dire qualcosa di più profondo e rilevante.

Qui il livello pragmatico si rivela più decisivo del livello grammaticale-semantico per capire cosa i due si stiano dicendo. Ciò che accade tra A e B non dipende tanto dall’interpretazione più o meno corretta delle parole scritte, quanto dalla comprensione delle intenzioni reciproche che incidono sulla qualità della relazione.

Scegliere con cura le parole da non dire

Da questa analisi derivano due considerazioni:

(I) Gran parte del senso pragmatico di un’interazione si costruisce, si sviluppa e si nasconde in ciò che non è detto esplicitamente. È così che B può usare interpretazioni volutamente distorte — aggiungendo o deformando presupposizioni e implicature di A — per inviare un segnale di fallimento della relazione.

(II) Il digitale sembra acuire l’effetto degli impliciti sia in modo passivo (le parole di A si prestano facilmente alle interpretazioni deteriori di B) sia in modo attivo (B ha mano libera nel fraintendere intenzionalmente). Ma soprattutto: l’intero “discorso” di B sta in ciò che non dice, e che cerca di far inferire ad A attraverso continue interpretazioni negative usate come atto performativo. Allo stesso tempo, il fallimento interpretativo di A — che non coglie i problemi di fondo della relazione — è nascosto in ciò che B non dice, ma “fa” attraverso i suoi fraintendimenti.

Se fossero stati dal vivo, probabilmente B avrebbe mostrato segnali non verbali molto più trasparenti: avrebbe fatto il muso, incrociato le braccia, allontanato il corpo, ecc. Lo scritto digitale rende più opaco questo livello.

Il peso dei non detti

La consapevolezza pragmatica (cioè attenta a ciò che le parole fanno nelle relazioni) e la condotta virtuosa nell’uso — e nell’abuso — degli impliciti nelle interazioni online può migliorare sensibilmente la comunicazione. Soprattutto quando ci si trova in situazioni di crisi o dissenso, dove ciò che resta “fuori campo” (non udibile, non visibile, non detto) nelle discussioni finisce spesso per alimentare la tensione che fa deragliare i confronti.

Se consideriamo ogni atto comunicativo come una vera e propria azione che usa un codice (prospettiva grammaticale-semantica) per produrre effetti nella relazione (prospettiva pragmatica), viene naturale chiedersi quale sia il principio che muove ciascun atto: cosa lo spinge in direzione distruttiva o costruttiva rispetto alla difesa della propria faccia, al rispetto di quella altrui e alla comprensione reciproca.

Nel caso di A e B, il mancato capirsi non dipende solo da una cattiva decodifica, né soltanto da una certa impreparazione pragmatica nel riconoscere le intenzioni dell’altro. Dipende soprattutto da una non disponibilità (in gran parte di A) a comprendere, riconoscere e accettare l’intenzione di B: comunicare un malessere nella relazione. Scelte di questo tipo rivelano, sostanzialmente, difetti di virtù della comunicazione.

Non solo competenze: virtù

La buona riuscita degli scambi dipende dunque non solo dalla codifica-decodifica dei segni, e nemmeno esclusivamente dalla comprensione e interpretazione delle intenzioni, ma in fin dei conti anche dalle scelte che ogni interlocutore compie nel porsi come argomentatore virtuoso – impegnato cioè a vivere l’azione di comunicazione al servizio del bene che ne può derivare per gli interlocutori coinvolti – o vizioso, disinteressato cioè a compiere i suoi atti di comunicazione nella modalità più eccellente possibile.