(Intervento per i 25 anni dell'insegnamento Teoria dell'argomentazione, fondato a UniPadova da Adelino Cattani)
Avevo appena pubblicato La disputa felice. Mi sentivo fichissimo per questo libro, in cui lui, per me, era l’autore di riferimento. Quindi era citatissimo: avevo letto tutti i suoi libri, avevo seguito tutte le sue cose, le avevo messe tutte nel libro. Ero convinto, come tutti i mezzi filosofi o potenziali filosofi, che ormai avessi capito tutto.
E mi arriva una telefonata, sul cellulare tra l’altro: «Pronto, sono Adelino Cattani». La prima cosa che ho pensato è stata: “È mio fratello che mi fa uno scherzo”. «Ho letto La disputa felice. Potrebbe venire a Padova nei prossimi giorni? Vorrei parlarle».
Ero a Firenze all’epoca.
Per una persona come me, ricevere la telefonata del proprio autore di riferimento, che vuole parlarti, è una cosa enorme. Quindi io mi preparo tantissimo, mi rimetto a studiare, vengo qui a Padova, arrivo a Palazzo del Capitanio, salgo le scale, chiedo informazioni, entro in questo studio e mi trovo davanti Adelino Cattani, che mi saluta, si siede, apre la sua agendina – quell’agendina che che ha sempre con sé – e mi dice: «Mi dica».
Il bello è che io, che ero un cretino all’epoca – infatti, un idiota –, ho parlato per due ore. E lui ha preso appunti. Mi ha ascoltato per due ore prendendo appunti.
Dopo quell’incontro sono uscito e ho detto: “Sono un idiota. Non ho capito niente”. Cioè, non avevo capito niente fino a quel momento. Infatti, La disputa felice – adesso posso dirlo – è quasi un libro da buttare. Perché in quel libro c’è scritto: preparati bene per parlare, mi raccomando fai questo, rimani umile, tutte quelle cose bellissime. Ma non era il punto.
Non era quello il dibattere, il discutere.
Il discutere è Adelino Cattani, che è un maestro, che si siede di fronte all’ultima ruota del carro che è arrivata, che ha scritto qualcosa sulle discussioni, e neanche di così originale, e lo ascolta per due ore prendendo appunti. Quindi mi ha fatto capire che la discussione non è una filosofia, una teoria, una competenza, una slide figa da portare in ogni corso di formazione per fare effetto. È un essere e un fare, un comportamento. La discussione è una virtù che si vive.
E allora, visto che è qui e mi sta ascoltando, io adesso vi faccio una sintesi, secondo me, delle tre cose fondamentali della filosofia – e quindi del comportamento, e quindi della virtù – che ci insegna Adelino Cattani e che dovremmo provare tutti a vivere in qualche modo. E sono tutte e tre difficilissime, quindi, come tutte le virtù, sono abbastanza impegnative da spronarci.
Per me sono queste le tre cose fondamentali non solo del pensiero di Adelino Cattani, ma del suo comportamento, della sua vita, della traccia che lascia e che ha lasciato, credo, in tutti noi.
La prima è una frase di cui, tra l’altro, non ricordo la citazione originale: «Vivere tra gli inganni non ingannati».
Quante volte avete sentito Adelino ripeterlo? Non ricordo la citazione originale – andate su ChatGPT e la trovate – ma lui la incarna perfettamente.
Perché che cosa ci sta dicendo? Che cosa ci dice?
Tanti di noi, anche tanti filosofi, tanti intellettuali, tanti pensatori, si dedicano a dire: non ci dovrebbero essere gli inganni. Creiamo una società in cui preveniamo gli inganni, facciamo le regole, facciamo le leggi, facciamo gli algoritmi, contrastiamo le fake news, contrastiamo l’intelligenza artificiale generativa che sta creando l’infodemia. Tutti dedicati a stoppare gli inganni.
Che è anche bene farlo.
Nel frattempo, però, c’è Adelino Cattani che ci sta aiutando. Nel frattempo, mentre ancora gli inganni non li abbiamo battuti, mentre ancora gli algoritmi ci confonderanno, mentre ancora l’infodemia ci sarà – e il prossimo fenomeno si chiamerà in un altro modo, ma sarà sempre quello –, lui intanto ci attrezza a vivere lì in mezzo.
E a viverci bene. Sembra poco, “vivere tra gli inganni non ingannati”, ma è una filosofia di una raffinatezza e di un’esigenza notevoli. Perché questa è la situazione dell’uomo e della società .
Non saprei dirlo meglio di lui.
Secondo: il “fin qui”.
Vi ha mai parlato del “fin qui”? Vi ha mai detto “fin qui” Cattani?
A me è successo. C’era un libro che non riuscivo a terminare. Parlo con Adelino: «Non riesco a finire il libro». E lui mi dice: «Bruno, non mettere la parola “fine”, metti la parola “fin qui”».
Che sembra una sciocchezza detta così. E invece, come al solito, mi sono sentito un idiota.
Il “fin qui” è un’altra delle cose gigantesche che Adelino insegna, che ha insegnato a tutti noi e continua a insegnare.
Quando uno discute, quando uno pensa, quando uno produce qualcosa, siccome appunto sente l’ego che sta funzionando, che cosa vorrebbe fare? Vorrebbe mettere la parola “fine”: sono arrivato. Punto. Ecco il risultato, ecco il bilancio.
Invece Adelino Cattani dice: no. La vera parola “fine” è un “fin qui”. Non è un punto, come nella poesia di Gianni Rodari, un punto che faceva il despota. No: è un punto per andare a capo.
E guardate, pure qua sembra una cosa semplicissima, sembra una banalità . Ma è quello che ci insegna con il discutere.
Quanti dibattiti avete fatto? Anzi: tutti i dibattiti che abbiamo fatto finiscono con la voglia di continuare a discuterne. È il sintomo che si è discusso davvero.
Se non ne puoi più, non hai discusso. Se non ne puoi più, non hai pensato: hai fatto un’altra attività , una di quelle che ti stancano.
Invece la discussione ti fa venire voglia di continuare a discutere. Il pensiero ti fa venire voglia di continuare a pensare.
Quando una cosa è buona, Cattani ci insegna che è un “fin qui”. Non è mai “fine”.
Terzo e ultimo punto secondo me, è l’ennesima cosa della filosofia di Cattani che lui butta lì. La dice così, no? Sembra una cosa semplice.
La senti la prima volta e dici: “Vabbè, funziona bene”. Sembra tranquilla, quotidiana. Ma poi, quando ci entri dentro, c’è un mondo.
Ed è l’“adottare adattando”.
Poi vi rendete conto: “adottare adattando”. C’è anche questo suono, questo giochino un po’ retorico. Quindi uno dice: “Ah, il classico gioco retorico”.
Eh sì, gioco retorico.
Ma ci avete mai fatto caso che la parola “adottare” e la parola “adattarsi” descrivono due delle più nobili azioni che può compiere un essere umano? Cioè due delle cose più umane che esistano.
La prima: adottare.
Vi rendete conto di che cosa significa adottare?
Adottare non è far finta che qualcuno sia figlio tuo. No. È renderlo figlio tuo.
Cattani dice: le idee dell’altro le devi adottare. Le devi fare proprie. Non devi fare come se fossero tue figlie: devi renderle tue figlie, renderle tue.
L’essere umano, l’Homo sapiens, è in grado di compiere un’operazione come l’adozione.
E lui ci chiede di farlo in una discussione.
Non quindi semplicemente: ascolta, apriti, sii aperto alle parole dell’altro, cerca di valutare le sue ragioni.
Adottare.
Molto più esigente.
Però “adottare” non va mai da solo, perché altrimenti sarebbe quasi un cedere. Allora arriva l'adattando.
E l’adattamento è la seconda grande strategia che abbiamo adottato – scusate il gioco di parole – per essere qui.
Perché sapete bene chi sopravvive alla selezione naturale e chi si evolve non è il più forte, non il più figo, non il più competente, non quello che ha vinto il dibattito in televisione dalla Gruber, ma chi si adatta.
L’adattamento è ciò che ci ha permesso di essere ancora qui come esseri umani.
E così arriva Cattani e butta lì, per dire che cosa significa ascoltare prima di controbattere, accettare in parte e dissentire solo dopo che hai trovato un terreno comune, questa espressione:
“Adottare adattando”.
Una cosa gigantesca.
Quindi in un mondo in cui tutti sono bravi a rintuzzare, a sferzare, a rispondere a tono... e poi però rimangono lì, Adelino Cattani, adattando e adattando, zitto zitto, guardate quante cose ha costruito. Guardate quante persone ha formato. E continua a insegnarci a farlo.
Però: fin qui.
Quindi dobbiamo andare avanti.