Mettersi in discussione: perché argomentare ci aiuta a capire chi siamo


Davanti allo specchio, o forse più spesso davanti allo schermo di uno smartphone, ci accompagna una domanda antica: chi sono? Giacomo Leopardi, però, nel "Canto notturno di un pastore errante dell’Asia" formula la questione in modo più radicale: "Ed io che sono?". Sembra una sfumatura linguistica, ma cambia tutto.

Il "chi" ci porta a raccontare noi stessi: la nostra storia, il nostro carattere, le nostre emozioni. Il "che"ci costringe a fare i conti con qualcosa che va oltre la nostra percezione. Non basta più descriversi: bisogna dare ragione di ciò che si è per trovare il proprio posto nel mondo. E quel posto non può essere che "in mezzo" agli altri, cioè soprattutto tra le differenze che mettono alla prova le nostre convinzioni.

È una riflessione che ho avuto occasione di elaborare ascoltando i monologhi delle ragazze e dei ragazzi delle Romanae Disputationes 2026, che si sono cimentati sul tema: “Ed io che sono? Individuo, persona, soggetto”.

Non scopriamo chi siamo da soli

Siamo abituati a immaginare l'identità come qualcosa di personale, quasi privata. Pensiamo di poterla trovare guardandoci dentro. Mettersi in discussione, però, non è uno slogan motivazionale. È un vero esercizio filosofico ed educativo.

La nostra identità prende forma nel linguaggio, nelle relazioni, negli incontri che ci cambiano e, a mio avviso, soprattutto nelle resistenze che ci costringono a rivedere ciò che pensavamo di sapere. Non diventiamo persone prima della relazione con gli altri: diventiamo persone attraverso le differenze che emergono da quella relazione.

La discussione non è un incidente della vita sociale. È uno dei luoghi in cui il sé si costruisce. Ogni volta che sosteniamo una tesi, infatti, stiamo dicendo qualcosa sul mondo e, allo stesso tempo, stiamo dicendo qualcosa di noi: il modo in cui ragioniamo, i valori che difendiamo, la disponibilità che abbiamo a correggerci, manifestano ciò "che" siamo.

Argomentare è essere

La domanda leopardiana non chiede una soluzione definitiva, ma una fedeltà. «Ed io che sono?» non è una formula da chiudere una volta per tutte. È una domanda da porsi costantemente per entrare nelle discussioni non per difendere l'io come una reliquia, ma per verificarne la consistenza.

Argomentare, allora, non è un lusso da specialisti né un’arte decorativa della conversazione civile. È uno dei modi più alti con cui l’essere umano prova a diventare all’altezza di sé. Perché nelle nostre argomentazioni non c’è in gioco soltanto ciò che pensiamo, ma il tipo di persona che diventiamo mentre lo sosteniamo. Lì si vede se sappiamo stare nella complessità o se ne fuggiamo. Lì si vede se vogliamo davvero capire o soltanto prevalere.

Il valore del "che sono?"

Ed è forse proprio lì che il “che” leopardiano acquista spessore. Una parte importante di ciò che siamo sta nelle forme con cui diamo ragione di noi stessi davanti a chi ci resiste. Non nei momenti in cui tutto ci conferma, ma in quelli in cui dobbiamo affrontare le resistenze senza cedere né all’aggressione né alla fuga.

Nel fango del conflitto, tra sabbia, rumore e materiali impuri, può accadere allora qualcosa: che appaia, per un istante, una piccola pepita d'oro di verità. Non tanto su una tesi, ma su di noi, sugli altri e sul mondo. E in quel bagliore, forse breve ma non insignificante, si lascia intuire non una risposta, ma una migliore e più convinta formulazione della domanda: «Ed io che sono?».

Qui sotto il link al Quaderno dell ricerca #94 per chi vuole approfondire