C’è una forma di violenza che non alza mai la voce. Non lascia lividi visibili. Non “sembra” neppure violenza, perché si appoggia su una superficie di apparente gentilezza, ironia, normalità . Eppure lavora: mette a tacere, svaluta, isola. È la "violenza vellutata" dei non detti, ne ho paralto nel volume appena uscito di Cristina Pasqualini "In nome di Giulia. Il coraggio di cambiare della Generazione Z".
Il “non detto” non è un dettaglio: è gran parte di ciò che comunichiamo
Il ragionamento parte da un’idea semplice e insieme destabilizzante: il linguaggio esplicito è solo la punta dell’iceberg. Sotto, c’è il grande territorio degli impliciti: ciò che non diciamo apertamente ma che facciamo capire, lasciando all’altra persona il lavoro di “completare” il senso.
Questo è normale (anzi: è una componente fondamentale dell’efficacia comunicativa), ma proprio perché avviene “sotto soglia” può diventare una leva di aggressione indiretta. Quando gli impliciti vengono orientati strategicamente, diventano veicoli di una violenza sottile e difficilmente contestabile: “vellutata”, appunto.
L’architettura della violenza: presupposizioni e implicature
L’architettura della violenza: presupposizioni e implicature
Ci sono due meccanismi chiave della pragmatica:
- La presupposizione: un contenuto dato per “vero”, ma non esplicitato, inserito come sfondo condiviso. Proprio perché non viene affermato frontalmente, spesso non viene neppure discusso.
- L'implicatura: il significato che l’altra persona inferisce perché si aspetta cooperazione nella conversazione; quando qualcosa “manca”, il ricevente colma il vuoto e diventa co-autore del senso.
È qui che la discriminazione può fare il suo lavoro “senza esporsi”: non come attacco frontale, ma come dato di fatto, allusione, cornice.
Tre esempi
Il testo riporta tre scene che mostrano la meccanica:
In coppia (chat): «Sei entrata in modalità femminile e vedi problemi dove non ci sono».
Qui la presupposizione è che viene dato per scontato che esista una “modalità femminile” associata a scarsa razionalità . Il punto non è l’argomento: è screditare la competenza dell’interlocutrice prima ancora di discuterne.
Sui social (commento pubblico): «Cara Francesca, di solito sei così brillante, ma…».
Il “cara” rimpicciolisce; “di solito sei brillante” implica il contrario rispetto a ciò che stai dicendo ora: qui non lo sei. La critica si rafforza non con argomenti, ma con una posizione di dominanza.
Al lavoro (riunione): «Non si senta in minoranza, siamo tra professionisti».
È un’assegnazione forzata di debolezza: presuppone un disagio non espresso, collocando l'interlocutrice in una posizione di difetto prima ancora che possa parlare.
I “vizi” pragmatici che tornano sempre
In questi esempi mergono tre manovre distruttive tipiche:
1. Attacco ad hominem: si colpisce una caratteristica personale invece di discutere il merito.
2. Giudizio sprezzante: il difetto viene “internalizzato” (non sei brillante) e la critica prende forza da elementi estranei alla prova.
3. Fraintendimento intenzionale: attribuire all'interlocutrice emozioni o intenzioni non manifestate per controllare la relazione, travestendo tutto da cooperazione conversazionale.
Da notare un punto importante: gli impliciti non sono il male. Diventano problematici quando producono effetti distruttivi e asimmetrie indebite.
Il testo riporta tre scene che mostrano la meccanica:
In coppia (chat): «Sei entrata in modalità femminile e vedi problemi dove non ci sono».
Qui la presupposizione è che viene dato per scontato che esista una “modalità femminile” associata a scarsa razionalità . Il punto non è l’argomento: è screditare la competenza dell’interlocutrice prima ancora di discuterne.
Sui social (commento pubblico): «Cara Francesca, di solito sei così brillante, ma…».
Il “cara” rimpicciolisce; “di solito sei brillante” implica il contrario rispetto a ciò che stai dicendo ora: qui non lo sei. La critica si rafforza non con argomenti, ma con una posizione di dominanza.
Al lavoro (riunione): «Non si senta in minoranza, siamo tra professionisti».
È un’assegnazione forzata di debolezza: presuppone un disagio non espresso, collocando l'interlocutrice in una posizione di difetto prima ancora che possa parlare.
I “vizi” pragmatici che tornano sempre
In questi esempi mergono tre manovre distruttive tipiche:
1. Attacco ad hominem: si colpisce una caratteristica personale invece di discutere il merito.
2. Giudizio sprezzante: il difetto viene “internalizzato” (non sei brillante) e la critica prende forza da elementi estranei alla prova.
3. Fraintendimento intenzionale: attribuire all'interlocutrice emozioni o intenzioni non manifestate per controllare la relazione, travestendo tutto da cooperazione conversazionale.
Da notare un punto importante: gli impliciti non sono il male. Diventano problematici quando producono effetti distruttivi e asimmetrie indebite.
Dalla consapevolezza alla virtù: educare agli impliciti
Il punto è che non basta “stare attenti alle parole”. Serve anche curare il non detto. Su questo si possono coltivare tre virtù, molto operative:
- Ascolto e riconoscimento di presupposizioni e implicature: imparare a sentire “che mondo” viene dato per scontato e come vengono collegate le cose nel discorso. Sia da noi stessi che da chi ci circonda.
- Esplicitazione per la riparazione: allenarsi ad argomentare e rendere esplicite le ragioni, usando anche i fraintendimenti come occasione per far emergere la parte sommersa dell’iceberg.
- Curiosità e umiltà intellettuale: ridurre la sovra-interpretazione soggettiva e la proiezione delle proprie conclusioni sull’altro, accettando che l’altro è differenza e che non possiamo sapere già cosa intenda o come stia reagendo.
Il punto d’arrivo è una definizione di maturità comunicativa centrale soprattutto nelle dinamiche digitali: passare da una comunicazione automatica e normativa a una comunicazione responsabile, capace di riconoscere e disinnescare le forme di violenza che, proprio perché non dette, rischiano di passare inosservate.
Il punto è che non basta “stare attenti alle parole”. Serve anche curare il non detto. Su questo si possono coltivare tre virtù, molto operative:
- Ascolto e riconoscimento di presupposizioni e implicature: imparare a sentire “che mondo” viene dato per scontato e come vengono collegate le cose nel discorso. Sia da noi stessi che da chi ci circonda.
- Esplicitazione per la riparazione: allenarsi ad argomentare e rendere esplicite le ragioni, usando anche i fraintendimenti come occasione per far emergere la parte sommersa dell’iceberg.
- Curiosità e umiltà intellettuale: ridurre la sovra-interpretazione soggettiva e la proiezione delle proprie conclusioni sull’altro, accettando che l’altro è differenza e che non possiamo sapere già cosa intenda o come stia reagendo.
Il punto d’arrivo è una definizione di maturità comunicativa centrale soprattutto nelle dinamiche digitali: passare da una comunicazione automatica e normativa a una comunicazione responsabile, capace di riconoscere e disinnescare le forme di violenza che, proprio perché non dette, rischiano di passare inosservate.
Il libro, nel suo insieme, cosa prova a fare?
"In nome di Giulia. Il coraggio di cambiare della Generazione Z" è un ebook (Vita e Pensiero / Istituto Toniolo) curato da Cristina Pasqualini con diversi contributi, nato all'interno di una ricerca sociale avviata dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin.
L’impianto è chiaro: dare parola ai giovani (18–34 anni) e, insieme, costruire un quadro competente e multidisciplinare che aiuti a leggere stereotipi, violenze vecchie e nuove, e soprattutto strade di prevenzione e cambiamento.
Com’è organizzato
L’introduzione spiega che il volume è pensato come un percorso in tre parti:
La voce della Generazione Zeta: capitoli costruiti intrecciando dati quantitativi e qualitativi, con focus su famiglie, stereotipi, misoginia nei media/social e trap, relazioni sane/tossiche, violenza (anche online), femminicidio di Giulia, prevenzione e mobilitazione (“Per Giulia bruceremo tutto”).
La voce esperta: contributi di studiose e studiosi su patriarcato, sessismo, violenza digitale, giustizia riparativa, educazione sessuo-affettiva, manosfera, modelli maschili, femminicidi e rappresentazioni sociali. In questo “affresco”, il saggio sulla violenza vellutata sta come lente preziosa per capire le micro-dinamiche attraverso cui il potere passa anche quando non sembra.
La voce degli studenti di Sociologia: studi di casi su femminismo e attivismi, con un’attenzione particolare anche all’attivismo maschile e ai percorsi di consapevolezza.
Il filo rosso: un cambiamento desiderato (e praticato)
Nell’introduzione c’è un’idea forte: la Generazione Z non sta solo “assistendo” al cambiamento, lo cerca e lo desidera in modo esplicito, anche come alleanza tra uomini e donne—per un “nuovo umanesimo” di reciprocità e responsabilità .