C’è una forma di debolezza contemporanea in cui mi sento spesso incastrato: l'istinto a rispondere quando qualcuno parla di noi davanti agli altri. Nella dimensione digitale in cui viviamo è un bel problema: vediamo apparire un messaggio, un commento, una provocazione e ci sentiamo convocati. Come se ogni notifica fosse una citazione in giudizio. Come se il silenzio fosse una resa.
Una parte decisiva della maturità , per quanto mi riguarda, consiste nel saper distinguere tra ciò che merita risposta e ciò che invece va lasciato cadere. Perché non tutto ciò che ci interpella ci riguarda. E non tutto ciò che ci riguarda merita una replica.
Siamo immersi in uno spazio in cui tutto sembra discussione, ma moltissimo è solo discredito. Un collega che in chat scrive “quindi dobbiamo lavorare per le slide e non per i clienti?”. Un parente che nel gruppo di famiglia rilancia l’ennesima teoria miracolosa su salute, finanza o geopolitica. Un perfetto sconosciuto che sotto un post commenta: “Parli così perché non hai mai lavorato davvero”. Sembra sempre il momento di intervenire. Invece è il momento di scegliere.
Una domanda semplice e un metodo imperfetto
Il primo istinto è difendersi, ripristinare l'ordine, quando invece dovremmo avere il coraggio di farci una domanda semplice: sono davvero di fronte a una discussione?
Per non finire a non rispondere più a nessuno, che sarebbe una forma di solipsismo dannosa, conviene guardare due cose: la qualità di ciò che viene detto e il movente che anima l'interlocutore. In altre parole: l’argomento e lo scopo. Ci sono interventi che portano fatti, ragioni, verifiche. Altri portano umori, identità , appartenenze. Altri ancora non portano nulla: solo un colpo basso. Allo stesso modo c’è chi entra in conversazione per contribuire, chi per posizionarsi, chi per disturbare.
Di solito uso questo metodo, che ha i suoi limiti, ma mi aiuta a prendere decisioni meno affrettate:
1. Guardo l'argomento e cerco di capire se ci sono:
- elementi oggettivi come ragioni, prove, fatti (anche se incompleti o non corretti);
- elementi soggettivi come giudizi, impressioni, dichiarazioni di appartenenza;
- tipi di attacchi sul personale, indignazione, insulti.
2. Guardo allo scopo e cerco di capire se:
- è per contribuire alla questione, anche con una critica o una correzione;
- è per posizionarsi, cioè mostrare che è migliore di me o io sono peggiore di lui;
- è per distruggere e mandare all'aria tutto.
A questo punto se nelle parole dell'altro c'è almeno un argomento oggettivo o c'è almeno lo scopo di contribuire, tendo a pensare che valga la pena discutere. Anche se la questione oggettiva è sollevata con lo scopo di posizionarsi, c'è almeno il merito del tema da affrontare. Magari a beneficio di altri che leggono. Così come se escono giudizi soggettivi e poco argomentati, ma si intravede uno scopo di contributo, può valere la pena proseguire. Magari l'argomento con qualche domanda salta fuori.
Se non c'è nemmeno un argomento oggettivo e nemmeno un minimo segnale di contributo, cerco di lasciare perdere. Non è facile perché di solito è proprio la parte soggettiva e posizionante quella che attiva più intensamente le reazioni di difesa.
Due esempi
Prendiamo una scena tipica. Pubblichi un contenuto sul rapporto tra adolescenti e smartphone. Arriva questo commento: “Certo, adesso date la colpa ai telefoni perché vi fa comodo non educare i figli. Psicologia da reel”.
Qui dentro ci sono almeno due cose. C’è la vena posizionante, perché l’altro vuole segnalare che non appartiene alla tua tribù e vuole alludere alla tua inadeguatezza. Ma c’è anche, in mezzo a questo fango, una questione discutibile sul serio: il rischio di usare la tecnologia come capro espiatorio educativo. E allora lì rispondere potrebbe avere senso. Non tanto per difendere il proprio onore, ma per tornare al punto della questione: “Il rischio che dici esiste. Infatti il tema non è demonizzare i telefoni, ma capire come adulti, piattaforme e contesti li rendano più o meno invadenti”. Hai provato a prendere la pepita d'oro e hai lasciato cadere il fango. Certo, sempre se ritieni che, facendolo, chiarisci qualcosa a chi legge o magari anche solo a te stesso.
Altra scena. Scrivi un post sui trasporti urbani e uno ti replica: “Gente da centro storico col monopattino elettrico e il papà notaio”.
Qui non c’è un’obiezione oggettiva. Ci sono solo giudizi e attacchi senza argomenti. Se rispondi, non entri in una discussione: sali sul ring di uno spettacolo già scritto. Oppure, in un maldestro tentativo di controargomentazione, ti ridurrai a spiegare che non vivi in centro, che tuo padre non fa il notaio, che prendi anche il treno regionale. Ma vedi? L’argomento non è più la mobilità urbana. L’argomento sei diventato tu. E quando l’argomento diventi tu, la discussione sta evaporando. Il litigio, in fondo, funziona proprio così: sposta il fuoco dalle idee ai contendenti e fa credere che quello spostamento sia forza, mentre è soltanto una fuga dal merito.
La virtù del lasciar cadere
Lasciar cadere, allora, non è un gesto passivo. È una competenza e una virtù da allenare. È il contrario del riflesso condizionato. È dire: sceglierò come investire il mio tempo e come impiegare le risorse del mio sistema nervoso.
C’è però un equivoco da sciogliere. Non rispondere mai a nessuno è il segno di una dipendenza dal contraddittorio tanto quanto rispondere sempre a tutti a tono. Sono entrambi estremi (per eccesso e per difetto) della virtù del silenzio, quella che aiuta a vivere sanamente il dissenso. Chi ha cose da dire non parla per forza. Sceglie. E questa scelta, filosoficamente, ha a che fare con il limite. Non possiamo processare ogni provocazione. Non possiamo vivere come centralinisti delle contrapposizioni. Però possiamo sempre ascoltare.
Del resto, online ogni risposta non è solo una risposta. È anche engagement, documento digitale, screenshot possibile. Un verbale che resta, gira, si stacca dal contesto e qualche volta torna mesi dopo a chiederci conto di una frase scritta in un pomeriggio sbagliato. Per questo il silenzio, nel digitale, non è sempre vuoto. È spesso cura della reputazione e custodia del proprio pensiero migliore. “Un bel tacer non fu mai screenshot” non è solo una battuta riuscita: è igiene del linguaggio pubblico.
Contenuto e relazione
Il criterio operativo, allora, potrebbe essere questo: rispondi quando puoi fare avanzare il tema e la relazione; lascia cadere quando l’unico risultato prevedibile è alimentare lo spettacolo.
Fare avanzare il tema può voler dire molte cose. Correggere un argomento non corretto, che magari tu stesso hai offerto. Chiedere una prova. Accettare una parte di critica che è fondata. Disinnescare un attacco personale con un po’ di autoironia e ritornare nel merito. A volte persino chi ti attacca sta consegnandoti, ancorché maldestramente, un test utile per le tue idee. In quel caso la conversazione non è una battaglia da vincere ma una messa alla prova da attraversare: non serve sconfiggere l’altro, serve vedere se il tuo ragionamento regge all’urto.
A chi tocca l'ultima parola?
Forse il punto più difficile da accettare è questo: non tutte le controversie sono fatte per risolversi. Alcune possono chiarirsi. Altre meritano di essere abbandonate come si abbandona una strada che non porta da nessuna parte. La saggezza è il contrario di avere l’ultima parola, è riconoscere quando quella parola è di troppo.
C’è una prova molto semplice per capire se abbiamo scelto bene. Come insegna Adelino Cattani è il "test della doccia": più tardi, quando la conversazione è finita e resta solo il suo deposito interiore, allora ripensi alle tue riposte. Lì lo sai se hai davvero chiarito qualcosa, anche poco, o se ti è rimasto soltanto il retrogusto amaro della rispostaccia perché hai solo litigato.
Il litigio, in quel caso, è stato solo un modo rumoroso di lasciare tutto come era prima (forse peggio) e non acquisire alcuna nuova conoscenza.