Quando ti attaccano sul personale? Fai la mossa del gattino



“Dici così perché sei giovane”.
“Da professore è facile parlarne”.
“Certo, tu queste cose non le vivi”.

L’attacco ad hominem comincia sempre allo stesso modo: smette di contare ciò che dici e comincia a contare chi sei. O meglio: chi l’altro decide che tu sia in quel momento e te lo rinfaccia davanti a tutti.

È l'attimo in cui la discussione rischia di rompersi. Non solo perché qualcuno è stato sgarbato. Quello è il meno. Il punto è che il tema inizia ad andare in secondo piano e l'identità viene messa al centro. L’argomento smette di essere il motore del confronto e l’immagine e la reputazione (deteriorate) diventano protagoniste.

Il litigio interrompe la discussione proprio quando si mette da parte il tema. E questo succede con una facilità impressionante soprattutto in pubblico, di fronte a una “moltitudine silenziosa”, che ascolta, valuta, si fa un’idea non solo di quello che diciamo, ma anche di come stiamo nel conflitto.

Per questo l’ad hominem è così efficace. Ti tenta verso l'autodifesa. Ti invita a mollare l’argomento per correre a salvare la faccia. Ti spinge a tirare fuori unghie, criniera e artigli per ripristinare, come un leone, il tuo buon nome.

Tre modi per rispondere

Quando vieni colpito sul personale, di solito hai tre possibilità.

1. Andare in metadiscussione

La prima è denunciare la scorrettezza della mossa.

“Mi stai attaccando sul personale, non stai rispondendo a quello che dico”.

È una risposta legittima. A volte necessaria. Soprattutto quando l’altro sta usando il discredito personale come pura scorciatoia. Il problema è che non basta. Perché apre una nuova discussione sulla forma della discussione. E intanto il tema iniziale continua a scivolare via. Si rischia di finire a discutere non più della questione, ma del fatto che uno ha attaccato e l’altro si è sentito attaccato. Insomma: è una buona difesa, ma raramente è una vera ripresa della disputa.

2. Riguadagnarsi l’argomento

La seconda possibilità è migliore. Consiste nel non negare che l’altro stia tentando di portarti via il terreno, ma nel rimettere subito al centro la questione.

“Va bene. Ho questo limite. Ma io sto sostenendo questo. Se non sei d’accordo, rispondi alla questione che ho posto”.

Qui fai una cosa più sottile: non insegui la provocazione, non la trasformi nel nuovo centro della scena. Rimetti il tema sul tavolo.

Se ti dicono:
“Da manager è facile parlare di sacrifici”,
una risposta del secondo tipo è:
“Può essere. Ma io sto sostenendo che questa scelta avrà queste conseguenze. Se vedi un errore, guardiamo lì.”

Se ti dicono:
“Da cittadino del centro non puoi parlare di periferie”,
puoi dire:
“Il mio punto di partenza è quello che è. Ma sto facendo un’affermazione precisa su un problema pubblico. Se non regge, dimmi dove”.

Questa seconda strada ha un pregio: impedisce all’ad hominem di occupare il campo. È una forma di disciplina. E nelle discussioni pubbliche la disciplina vale molto più della prontezza.

3. Rielaborare il colpo come un gattino

Poi c’è la terza possibilità. La più raffinata e anche la più difficile, spesso la più forte.

Non limitarti a denunciare la mossa.
Non limitarti neppure a riportare all’argomento.
Prendi il tratto personale che ti viene imputato e rielaboralo dentro ciò che stai dicendo.

Qui entra in gioco quella chechiamo la mossa del gattino. Il punto è semplice: l’ad hominem prova a usare un tuo limite, o una tua caratteristica, come se fosse automaticamente un disvalore, un ostacolo, una prova di inaffidabilità e tenta di farti reagire come un leone per contrastare l'assalto.

La mossa del gattino consiste nel fare il contrario: mostrare che proprio lì, in quella caratteristica specifica e limitata, può esserci un valore o almeno un elemento di esperienza, che rende più intelligibile quello che stai sostenendo. Non fare il leone (che non sei), sfodera il gattino limitato che ti definisce e dà autenticità al tuo argomento.

Se ti dicono:
“Da madre è ovvio che la pensi così”,
puoi rispondere:
“Certo! Essere madre mi obbliga a misurare le conseguenze concrete delle azioni, infatti sostengo che...”.

Se ti dicono:
“Da freelance difendi questa posizione perché ti tocca da vicino”,
puoi dire:
“Proprio perché mi tocca, ci tengo a capirla bene con queste ragioni...".

Se ti dicono:
“Da uomo non puoi capire fino in fondo questo tema”,
una risposta-gattino non è negare il limite, ma lavorarci sopra:
“Il mio punto di vista limitato mi costringe ad andare oltre l'esperienza soggettiva, infatti sto soppesando bene questi fatti e queste ragioni...”.

Se ti dicono:
“Parli così perché vieni da un contesto privilegiato”,
puoi rispondere:
“È proprio il privilegio che mi dà le possibilità e le risorse per dedicarmi a una questione così necessaria”.

Questa mossa fa due cose insieme. Primo: mostra che stai ascoltando anche mentre vieni attaccato. Secondo: fa vedere a chi osserva che non hai bisogno di fingerti neutrale, puro, astratto, per sostenere una posizione. Mostra che quelli che da un lato appaiono come limiti (ciò che ti manca), dall'altro sono le tue qualità e caratteristiche (ciò che hai e ciò che sei). Ed è qui che il gattino diventa più credibile del leone.

Perché si chiama “mossa del gattino”

Quando siamo esposti, osservati, contestati, tendiamo a proiettare un’immagine magnificata di noi stessi: più grandi, più compatti, più forti, più giusti di quanto siamo davvero. E proprio questa immagine ingrandita ci rende fragili. Basta un colpo ben assestato e passiamo immediatamente a difendere l’ombra del leone, perdendo per strada il gattino che sta proponendo l'argomento.

La mossa del gattino rinuncia all’autodifesa, resta dedicata al tema, accetta i propri limiti senza farsene schiacciare. In Litigando si impara ho proposto tre virtù da coltivare per compierla: guardarsi con un certo distacco invece di identificarsi con l’offesa, restare votati all’argomento e accettare che le nostre caratteristiche specifiche, cioè i limiti, non ci squalificano, ma ci collocano nel posto in cui siamo.

Ed è per questo che il gattino, se ben portato in primo piano, produce un doppio effetto: migliora la reputazione di chi risponde e riporta la discussione sul contenuto. Non è poco. Soprattutto quando intorno ci sono persone che non sono ancora schierate e stanno cercando di capire chi, dei due, sta davvero discutendo e chi invece sta solo cercando lo scontro.

Non tutti gli ad hominem sono fallaci

Qui però bisogna stare attenti a una semplificazione che piace molto, ma aiuta poco: non ogni riferimento alla persona è una scorrettezza. A volte il tratto personale tirato in ballo c’entra davvero con l’argomento. E allora non siamo più di fronte a un attacco evasivo, ma a un rilievo pertinente.

Quando la caratteristica personale messa in evidenza ha davvero a che fare con ciò di cui si sta parlando, non siamo davanti a una fallacia, ma a un elemento pertinente a cui bisogna rispondere. Se uno costruisce tutta la propria autorevolezza pubblica sulla coerenza e poi si contraddice in modo evidente, farlo notare non è “buttarla sul personale”: è mettere in questione la forza della sua posizione.

Se uno pontifica sulla trasparenza ma agisce nell’opacità, la sua condotta non è un dettaglio biografico esterno. Se uno parla di realtà che non conosce e usa quella distanza come se fosse neutralità, segnalare il limite non è aggressione: è precisione.

Gli ad hominem possono essere legittimi quando non pretendono di dimostrare che una tesi è falsa, ma mettono in dubbio il fatto che la si debba accettare soltanto sulla parola di chi la sostiene. È una differenza importante: una cosa è dire “hai torto perché sei tu”; un’altra è dire “la tua posizione perde forza perché quello che sei, fai o mostri incide sulla sua credibilità”.

La domanda giusta da farsi

Alla fine, la domanda non è soltanto:
“Come rispondo all’attacco?”

La domanda più utile è:
“Questo è davvero un attacco o sta toccando un limite reale del mio punto di vista?”

Se è un attacco pretestuoso, non seguirlo. Puoi segnalarlo, puoi riguadagnare il tema, puoi perfino decidere di ignorarlo. L'importante è non regalargli il centro della scena. Se invece tocca un limite reale, non fare il leone. Sarebbe il modo più rapido per perdere credibilità. Lavora su quel limite, dichiaralo, circoscrivilo, integralo, rispondi lì.

Perché il punto, in una discussione, non è uscire immacolati. Il punto è rimanere capaci di discutere in mezzo alle distrazioni provocatorie. Insomma: non salvare te stesso, salva il tuo argomento. Perché è lì che si vede se stai litigando o se stai ancora facendo qualcosa di più interessante: capire, insieme agli altri, di che cosa si sta parlando davvero.