La "disputa felice": comunicare è farsi capire da chi non è d'accordo

mercoledì 15 febbraio 2017

di Bruno Mastroianni


C'è un effetto davvero positivo delle tecnologie digitali: ci stanno spogliando di tante sovrastrutture che, tutto sommato, ci rendevano pigri. Prima il nostro ruolo sociale, la nostra "posizione", era molto rilevante e in qualche modo ci teneva "al sicuro". Ora, con i nostri device in mano, non abbiamo difese: nel web siamo "uno tra gli altri" e, se abbiamo qualcosa da dire, dobbiamo dimostrare di saperlo fare sul campo. Non importa quanto siamo titolati.

La trasversalità delle connessioni creata dai social ha fatto sì che la diversità – che prima era un’esperienza specifica nella vita – è diventata un aspetto costante e ordinario: il confronto, il conflitto tra idee, la divergenza, sono diventati il modo naturale con cui avvengono le interazioni tra esseri umani. Questa "diversità ordinaria" ci ha sbattuto in faccia ciò che prima potevamo anche non vedere. L’ignoranza, la grettezza, l'odio, la mal sopportazione delle opinioni contrarie, erano qualcosa che si notava solo a tratti. Prima erano nel privato delle case e rimanevano nelle aree sociali circoscritte di dove avvenivano litigi; oppure si consumavano a mo' di show nei dibattiti mediatici; infine potevano sublimarsi in confronti tra persone colte in contesti culturali o accademici. In ogni caso erano sempre per poche persone, in tempi circoscritti. Ora riguardano ciascuno in ogni istante: perché tutti possiamo essere raggiunti dai post, dai commenti e dai tweet degli altri; giacché chiunque, senza permesso e senza filtri, può scrivere tutto ciò che gli passa per la testa.

In questo scenario il sapersi confrontare è una competenza che non spetta più solo ai mediatori culturali, ai diplomatici o ai comunicatori, ma a ogni persona. Grazie al web siamo diventati tutti – volenti o nolenti – “vicini” e non c’è scritto da nessuna parte che questo ci renda automaticamente dei “buoni vicini”. È qualcosa che dobbiamo conquistare giorno per giorno .

È finita l’epoca dei filtri, dei dibattiti preparati, della selezione dei pulpiti mediatici e della trasmissione strategica dei messaggi. È giunto il momento di imparare a confrontare le nostre opinioni sempre e comunque, senza litigare, magari trovandovi gusto e soddisfazione.

È finita anche l’epoca della selezione intelligente degli interlocutori. Per secoli la retorica ha insegnato che vale la pena iniziare dibattiti solo se l’altro è disposto a collaborare. Sarebbe bello poterselo ancora permettere ma, nel mondo dell’iper-connessione trasversale dei social, nessuno può avere il privilegio di escludere interlocutori. Anche un semplice genitore su una chat di WhatsApp della classe, può trasformarsi nel peggior hater di sempre. Rinunciare a dialogare con lui significherà lasciare una moltitudine di persone in balìa di quell'odio. Solo nella misura in cui ci sarà qualcuno disposto a disputare anche con chi è ostile, cambieranno veramente le cose.

Serve insomma intenzionalità e impegno. Perché nonostante siamo gettati in questa situazione di costante confronto non abbiamo abbastanza occasioni per imparare a disputare con il diverso. Non lo studiamo a scuola; non è detto che la professione lo richieda; in famiglia e nei nostri contesti sociali ristretti spesso non riusciamo a farne adeguata esperienza. Eppure tutti, da quando abbiamo uno smartphone in mano, siamo coinvolti nella conversazione pubblica e "costretti" a confrontarci con altri anche molto distanti da noi.

Ecco perché, dopo la #guidasocial (a cui mi sono dedicato negli scorsi mesi), da oggi in poi su questo blog inizierò una riflessione sulla possibilità di trovare pace e felicità nel confronto con l'altro. Io la chiamo la #disputafelice: credo che sia possibile sostenere in modo pacifico la divergenza sia quando c'è semplice disaccordo ma anche quando l'altro vuole litigare o non ne vuol sapere.

Anticamente si diceva che una cosa la conosci solo quando la sai insegnare a un altro (Seneca). Einstein sosteneva che padroneggi solo ciò che sai spiegare a tua nonna. Oggi, nell’epoca della disputa generalizzata e del mondo iper-connesso, cambierei prospettiva: comunicare è farsi capire da chi non è d’accordo. Questa è la #disputafelice, che da oggi cercherò di esplorare in queste pagine.

Attendo, per definizione, suggerimenti, critiche e contributi.



4 commenti:

  1. "Quello che non sopporto di un litigio è che interrompe sempre una discussione". Forse non tutti sanno che Chesterton (autore della frase) era un grande amico dei suoi avversari, con i quali non era d'accordo su temi fondamentali come l'eugenetica, l'aborto, la famiglia... Bertrand Russell accettò di partecipare a un dibattito alla radio a patto che ci fosse Chesterton. Impariamo l'arte della discussione affettuosa tra amici che non vanno d'accordo ma si stimano?

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  2. Detta così, sarò anche cocciuto, ma è come dire che se mi faccio capire da uno che non è d'accordo... allora se mi capisce lo convinco che horagione io.... mmmmmmh

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    1. farsi capire non è convincere, è argomentare le prprire ragioni in modo che siano credibili per l'altro, anche se l'altro può alla fine rifutarle. Il punto è che il dissenso rimane nel contenuto e nel merito non nella relazione. Invece di solito il litigio sposta l'attenzione dal contenuto alla interazione in sé. Ed è sempre una perdita

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  3. Manifestare argomentando il proprio disaccordo pone di fatto un giudizio. Più facile da sostenere, per chi lo riceve, quando arriva da una persona che non appartiene alla nostra cerchia di valori. Quando arriva da uno, che non la pensa come noi sulle cose che per noi contano.
    Ma se il dissenso arriva da una persona autorevole che appartiene alla nostra cerchia di valori, allora reggere l'impatto del disaccordo diventa molto più faticoso. E ancora più difficile sostenere qualcosa che è più profondo di un semplice litigio. Allora, la radice del comunicare potrebbe essere "comunicare è sostenere un disaccordo con chi la pensa come noi".

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