L'incontro tra mondi diversi può far paura ma è solo una grande occasione

sabato 10 settembre 2016

di Bruno Mastroianni


Diciamocelo: per nessuno è stato facile, a causa dei social, imparare a confrontarsi con persone provenienti da mondi così lontani. Perché è questo quello che è successo ed è per questo che sono nate le echo chambers, i gruppi omogenei di opinione, la tendenza a cercare solo connessione con vicini e affini che confermino le nostre opinioni: per un trauma.

Prima del digital turn il mondo era fatto da tanti mondi, tendenzialmente separati tra loro. Certo la globalizzazione e la comunicazione cosiddetta di massa avevano in qualche modo messo in connessione questi mondi, ma era una comunicazione mediata e comunque limitata. Il cittadino distante, il migrante,  il militante politico dello schieramento opposto, il "diverso da te", al massimo lo vedevi in TV oppure lo potevi incontrare quando viaggiavi, ti muovevi, uscivi dalla tua vita quotidiana abituale. Oggi te lo ritrovi mentre ti commenta su Facebook, con sprezzante sagacia, l'ultima frase intelligente che hai partorito nel tuo tragitto da casa al lavoro. Il tuo mondo e il suo mondo si incontrano, senza mediazioni, in ogni momento, senza difese.

Lo shock può essere forte. Giornalisti blasonati, abituati ad avere un microfono e platee silenziose, non hanno retto. Persone evolute se ne tengono alla larga. Le persone comuni come te e me, alle prese con un continuo confronto disintermediato, tendono a difendersi, cercando conferme, appoggi, stringendosi sempre più accanto agli affini. Gli intellettuali, a modo loro, risolvono il problema disprezzando la stupidità del Web. Gli educatori si dedicano a studiare quanto più spegnere i dispositivi. I ricercatori di scienze sociali si difendono dimostrando che gli istinti più primitivi trovano nel Web uno sfogo ideale.

Il punto in realtà è solo uno: la libertà fa paura. Infatti quando più mondi diversissimi tra loro si incontrano, quello che accade è un momento di grande libertà: un essere umano si incontra con un altro essere umano, i loro linguaggi, il loro orizzonte di riferimento, i loro giudizi e pregiudizi si confrontano. Non ci sono le regole e le convenzioni del loro mondo a tutelarli. Le sovrastrutture diventano poco efficaci. In comune rimane solo l'umanità tout court e con essa la possibilità di interpellare l'intelligenza o gli istinti più bassi dell'interlocutore. In ballo c'è l'opportunità di trovare una pace che favorisca la comprensione o solleticare un conflitto che stabilisca una divergenza inconciliabile. E tutto deve e può essere guadagnato solo sul campo: quando due mondi distanti si incontrano non esistono ruoli e posizioni, giacché i ruoli e le posizioni sono riconosciuti diversamente da ciascuno dei mondi.

Ecco la vera rivoluzione del Web è questa. Le bolle, gli haters, la disinformazione congenita, le polarizzazioni, sono una conferma: i mondi messi in connessione scuotono i loro appartenenti che cercano di difendersi cercando di mantenere lo status precedente, unendosi tra loro e chiudendosi in fortezze il più possibile ricalcanti le certezze dei mondi da cui provengono.

E il problema non è solo orizzontale - tra cittadini di pari livello ancorché di diverse provenienze - ma anche verticale: la politica come la intendevamo un tempo è in grandissima crisi, i mezzi di comunicazione classici fanno fatica. Prima il "mondo di mondi" era più gestibile. Trovavi il tuo mondo, il tuo bacino elettorale, la tua fetta di pubblico, il tuo settore di mercato, ed era fatta.

Oggi rischi che, mentre stai curando i tuoi (con linguaggio e riferimenti riconoscibili), qualche estraneo si infili tra le pieghe delle possibilità di comunicazione digitale e ti metta a soqquadro i tuoi discorsi ben confezionati. Rischi che ci siano proprio tra i tuoi alcuni che pongano domande formulate con linguaggi di altri mondi. Così le mentalità si scontrano. Può essere un dramma per tutte quelle realtà mediatiche, economiche, politiche, che avevano puntato tutto sulla buone vecchia differenza tra chi conta e chi no.

Puoi essere anche il direttore della testata più importante di Italia ma se un 19enne qualsiasi ti becca in castagna sui social, gli devi rispondere tempestivamente e con ragione, pena perdere un po' della tua credibilità. Il tuo ufficio all'ultimo piano non ti può salvare.

Lo so, mentre dico tutto questo, viene spontaneo rifugiarsi in qualche consolazione tipo: i colossi come Facebook e Google dominano il Web con i loro interessi... Ma è solo un modo per rifiutarsi di vedere la realtà che oggi abbiamo di fronte: le tecnologie digitali ci stanno spogliando di tante sovrastrutture che tutto sommato facevano comodo. Ora, con i nostri device in mano, ci siamo noi con quello che siamo o che non siamo, con ciò che sappiamo o non sappiamo. Dall'altro lato, potenzialmente, il resto del mondo, di fronte a cui - se abbiamo qualcosa da dire o da sostenere - dobbiamo dimostrare sul campo di saperlo fare. Con tutta la fatica che ciò comporta.

Se ci pensiamo bene - proprio per il fatto che questo è il momento in cui i nostri peggiori difetti possono venir fuori - è anche la più grande occasione di essere pienamente umani. Inutile dare la colpa agli schermi. Quando prendiamo in mano il nostro smartphone e iniziamo a interagire con altri che non avremmo mai potuto raggiungere prima, siamo liberi. Sta a noi decidere come impostare questo incontro di persone, per trasformarle in relazioni piene di senso o in alterchi continui pieni di smarrimento.





1 commento:

  1. C'è un "ami" che è un "mai". Articolo davvero interessante, grazie!

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