Perché abbiamo bisogno del dissenso

«Quando mi si contraddice si suscita la mia attenzione, non la mia irritazione», diceva Michel de Montaigne. Beato lui. Noi, di solito, andiamo in un’altra direzione. Quando qualcuno dissente, il primo impulso è ribadire la nostra idea, alzare il tono, dire che l’altro non ha capito nulla. Oppure scegliere la versione elegante: lasciare cadere, ghostare, archiviare la persona tra quelle che “non meritano risposta”. In entrambi i casi facciamo la stessa cosa: ci difendiamo dal fastidio del dissenso

Perché il punto non è soltanto saper ragionare. Non basta neanche saper argomentare bene. Il punto vero arriva sul campo quando qualcuno resiste. Il momento in cui dall’altra parte non c’è un pubblico che annuisce, ma una voce che dice: “non sono d’accordo, perché…”. 

Lì si misura una competenza che va oltre la capacità logica e la buona argomentazione. È una dimensione ulteriore, quella che chiamo disputa felice. Cioè saper dissentire senza sbroccare. O almeno sbroccando un po’ meno. Perché puoi conoscere mille concetti su bias, sulle fallacie, sugli errori cognitivi e poi perdere il senno appena qualcuno ti contraddice sul serio. Anche il più brillante degli argomentatori, davanti alla resistenza dell’altro, può regredire in pochi secondi: irrigidirsi, ridicolizzare, smettere di capire. 

Conoscere è l’arte di sentirsi leggermente scemi 

Ci piace pensare che conoscere sia dire: “È come dico io, ecco le prove”. Ci piace l’idea di essere saldi, lucidi, ben piantati nelle nostre convinzioni. Dentro questa narrazione ci mettiamo l’assertività, la forza retorica, la prontezza di risposta e pure una spruzzata di sana polemica. Peccato che, molte volte, tutta questa sicurezza copra una conoscenza fragile

Perché una conoscenza che conferma quello che già conosce assomiglia più a un arredamento mentale che a una scoperta. Decora bene la stanza interiore, ma non invita a cena nessuno. La vera conoscenza arriva quando incontra una resistenza. Quando passa attraverso una piccola umiliazione. Quando ti costringe a dire, con un certo imbarazzo: allora fin qui avevo capito male. Conoscere, in fondo, somiglia a questo: sentirsi per un attimo un po’ scemi. E riconoscere quel momento come un punto da cui ripartire. 

Da bambini disegnavamo il mondo con la terra marrone sotto e il cielo azzurro sopra. Ci sembrava sufficiente. Poi siamo andati a scuola e la maestra ci ha mostrato il globo terrestre. In quell’istante qualcosa si è rotto. Ci siamo detti: “Cavolo, allora il mondo è un’altra cosa”. È lì che abbiamo incominciato a conoscere

La disputa felice comincia proprio qui: quando non vivi la contraddizione come un’offesa personale, ma come un possibile nuovo punto di accesso alla realtà. Non rende il dissenso piacevole (fa schifissimo), ma almeno lo rende fecondo. Ti allena a restare dentro quella scomodità senza correre subito a richiudere tutto. E questa è una disciplina pratica con le sue competenze e virtù: aspettare prima della risposta immediata, lasciar lavorare il dubbio, tollerare il colpo al proprio amor proprio. 

Dentro di noi, in fondo, lo sappiamo: finché non ci esponiamo al dissenso, è difficile capire se stiamo davvero pensando o se stiamo soltanto parlando bene di cosa pensiamo. 

L’insospettabile superiorità del terrapiattista 

Pensiamo che un terrapiattista sia un idiota. Eppure, spesso, è più attrezzato di noi. È capace di tirarti fuori decine di pseudo-argomentazioni che sostengono la sua visione del mondo. Noi, che siamo certi della terra a forma di globo, non sapremmo formulare cinque ragioni solide, ordinate, convincenti, senza rifugiarci nel “si sa” o nel ricordo sbiadito di qualcosa studiato anni fa. 

Molti di noi credono cose vere in modo pigro. Hanno ragione, ma non sanno bene perché. E questa è una posizione più debole di quanto ci piaccia ammettere. Il dissenso dell’altro, perfino quando appare bizzarro o infondato, svolge una funzione sempre preziosa: costringe a verificare la consistenza delle nostre convinzioni. Ci chiede se possediamo davvero ciò che diciamo di sapere oppure se lo ereditiamo per abitudine, appartenenza, atmosfera culturale. 

Occhio che non si tratta di dare dignità a ogni tesi. Riguarda il dare serietà (e direi serenità) alle nostre. Se una convinzione regge soltanto finché nessuno la incalza, allora forse non era così buona. Ed è qui che la disputa felice diventa allenamento al pensiero critico. Perché ti chiede una cosa semplice e severa: riesci a restare lucido mentre qualcuno mette sotto pressione la tua idea? Riesci a distinguere tra il voler vincere e il voler capire? 

Di solito sbrocchiamo proprio nel punto in cui la nostra certezza si scopre più esposta. Alziamo il volume quando manca la prova. Screditiamo quando fatichiamo ad argomentare. La rabbia, in questi casi, arriva come una toppa all’intelligenza ferita. Per questo chi dissente ci serve. Perché fa una cosa che gli amici della conferma raramente fanno: ci mette alla prova. 

Dis-senso e dis-credito

Come nasce un litigio? Appena il dissenso affiora, e inizia a mettere alla prova gli astanti, si fa la manovra evasiva raccontata nel Gorgia di Paltone: i due “si irritano e credono che l’altro parli per spirito di contesa contro di loro, gareggiando per vincere, e non cercando ciò che è oggetto del discorso”. 

Dal dissenso si passa al discredito. Ora il dis-credito, ha a che fare con il credere, con la credenza che proiettiamo sull’altro per giudicarlo. Il dis-senso, invece, ha a che fare con il sentire e con il senso, con l’oggetto di controversia che ci chiede di riformulare il nostro pensiero. 

Per questo, in mezzo al rumore inevitabile della polarizzazione, ogni tanto emerge qualcosa di più interessante: un frammento di sano dissenso. Una resistenza che obbliga a precisare, distinguere, scavare. La virtù, allora, non consiste nello scandalizzarsi per il fango del litigio. Consiste nel fare il setacciatore: scartare l’insulto, trattenere quel poco o tanto di senso che lì dentro resiste ancora. 

Le tre mosse della disputa felice 

Posta la bontà dell’allenamento al pensiero critico e una volta impiegate tutte le strategie della buona argonentazione, c’è ancora molta strada da fare per:

1. Adottare: se sei contrario a una certa opinione, prova e elencare le ragioni che animano la controparte. Cerca di accettare in te ciò che le rende forti prima ancora che deboli. Niente fantocci, riduzioni, giudizi apodittici. 

2. Adattatare: da dentro la posizione forte prova a trovare cosa non funziona. Adatta: modifica le tue formulazioni in modo che mostrino, dal punto di vista dell’altro, dove ci sono mancanze o dove bisogna aggiungere qualcosa che è sfuggito. 

3. Adottare adattando (copyright Adelino Cattani): solo ora puoi mettere la firma sul tuo pensiero. Perché sai che cosa stai lasciando e perché. E quindi sai anche cosa pensi davvero. Prima, molto spesso, non stavi firmando: stavi seguendo un orientamento, una fedeltà politica, una simpatia a pelle. 

Ecco la felicità della disputa: ti costringe a fare una cosa che evitiamo quasi sempre: riconoscere che l’altro, perfino quando sbaglia, può contenere un pezzo di realtà che a te sfugge. 

Non “fine”, ma “fin qui” (copyright Adelino Cattani) 

La prossima volta che qualcuno ti contraddice, prova a fare una cosa innaturale: non correre subito a blastarlo. Fermati un secondo dentro quella sensazione di resistenza. Guardala: ha qualcosa da dirti. Chiediti: che cosa sta vedendo che io non voglio vedere? Oppure, più onestamente: perché questo dissenso mi agita così tanto? Forse perché mette a nudo una fragilità della mia idea. Forse perché mi tocca nell’identità. Forse perché confondo da sempre l’avere ragione con l’essere al sicuro. 

Smettere di screditare e iniziare a sentire il senso del dissenso resta una delle poche rivoluzioni praticabili. Anche in mezzo alle burrasche polarizzanti degli algoritmi. La disputa felice, alla fine, non ha niente di astratto: è una tecnica di igiene mentale, una forma di disciplina del carattere, un addestramento all’intelligenza quando incontra attrito. 

Serve a pensare meglio. Serve ad argomentare meglio. Serve a decidere meglio. E soprattutto serve a riconoscere qual è la mancanza che ci permette di vivere meglio in mezzo agli altri. E se, mentre lo capisci, ti senti un po’ scemo, rallegrati: stai finalmente capendo qualcosa di nuovo.