Come schiavi nei campi

lunedì 20 luglio 2015

Mentre molti vanno in vacanza, nelle campagne del nostro Paese migliaia di persone sono sfruttate da caporali che si approfittano del bisogno di lavoro 

di Bruno Mastroianni, A Sua Immagine Magazine, 8 luglio 2015



E’ estate, mentre molti italiani si recano in vacanza per riposarsi dalle fatiche dell’anno, a pochi chilometri dalle località di villeggiatura c’è un popolo di invisibili, sottopagato e sfruttato, costretto a lavorare fino a 10 ore sotto il sole per paghe misere. Fragole, ciliege, pomodorini, angurie, i frutti della qualità italiana che in questa stagione allietano le tavole di molti, rappresentano la fatica quotidiana di braccianti che, sotto i cosiddetti “caporali”, lavorano a giornata per pochi euro tra mancanza di diritti, soprusi e condizioni lavorative al di sotto della dignità umana.

Un fenomeno diffuso 
Secondo le stime della Flai-Cgil e l’Osservatorio Placido Rizzotto sarebbero tra i 70 e i 100 mila i lavoratori stagionali sfruttati nel nostro Paese. Un fenomeno dai contorni oscuri di cui le cifre esatte sono quasi impossibili da definire. Ogni giorno la stessa storia: a partire dalle prime ore della mattina, quando è ancora buio, centinaia di persone si affollano nelle piazze dei centri abitati e nelle varie località di campagna. Attendono i pullman e i mezzi di trasporto che li porteranno nei campi. Da lì la giornata è lunga e dopo 10 - 12 ore di duro lavoro le paghe sono bassissime: tra i 25-30 euro al giorno, per chi è fortunato si arriva a 40, ma non mancano testimonianze di chi si è dovuto accontentare anche di 10 euro, visto il continuo aumento di persone disposte a lavorare a giornata. Il tutto organizzato dai caporali: uomini al soldo dei proprietari terrieri che organizzano le squadre dei braccianti, li selezionano nei vari centri di raccolta e li smistano verso i campi dove si lavora. Facendosi pagare un corrispettivo sulla giornata lavorativa e lucrando su tutto, persino sulla fornitura di beni di prima necessità che spesso i braccianti non possono procurarsi da soli. 

Sempre più italiani 
In gran parte i lavoratori stagionali sono migranti ma recentemente il fenomeno sta investendo sempre più italiani. Qualche settimana fa un servizio di Giammarco Sicuro, giornalista del TG2, ha mostrato la condizione di tante persone, soprattutto donne, a Grottaglie e in altri comuni della Puglia e della Basilicata che ogni mattina all’alba vengono raccolte per essere portate nei campi. Anche La Repubblica ha dedicato un’inchiesta approfondita sul tema rivelando che molti proprietari preferiscono servirsi di italiane perché tendono a ribellarsi di meno rispetto agli immigrati e perché per certi lavori, come la raccolta delle fragole - fragili e delicate - sono più adatte. Tristemente nota anche la situazione di donne, soprattutto provenienti dall’Est Europa, che oltre al lavoro massacrante sono spesso costrette anche ad abusi sessuali da parte dei caporali.

La spirale della vulnerabilità 
Una spirale di soprusi che sfrutta la crisi e la necessità di lavorare trasformandola in ricatto. Il fenomeno è ampio e articolato. La settimana scorsa la Caritas Italiana a Expo ha presentato il Rapporto Presidio 2015: “Nella terra di nessuno, lo sfruttamento lavorativo in agricoltura”, in cui si evidenzia come il problema sia diffuso e radicato. Le vittime di caporalato infatti tendono a non denunciare, quasi ad adeguarsi alla condizione lavorativa sfruttata percependola come unica possibilità per sopravvivere. Da qui il potere dei caporali che in certi casi sono percepiti quasi come dei benefattori che garantiscono lavoro. Il rapporto analizza una specie di spirale delle vulnerabilità: il bracciante, immigrato spesso non dotato di documenti regolari, si sente escluso e tende a non percepire appieno la sua condizione di sfruttamento. I caporali sanno far leva su questa vulnerabilità ponendosi come unico punto di riferimento.

Come spiega Oliviero Forti, curatore del rapporto “si trovano in una condizione esistenziale scollegata dal paese dove sono emigrati: vivono nascosti, non hanno rapporto con altri cittadini se non con gli sfruttatori. E’ molto difficile fargli capire che esiste un’altra Italia fatta di diritti e opportunità”.

 Un approccio su più livelli 
 La situazione è aggravata dal fatto che spesso i pubblici funzionari sono privi di una preparazione specifica sul tema e, al momento di controlli, non possono fare altro che registrare le irregolarità degli immigrati piuttosto che rivolgere le loro attenzioni ai caporali e ai responsabili. Anche perché questi ultimi nel tempo hanno trovato numerosi modi per aggirare le ispezioni: contratti di facciata, buste paga fittizie ed altri escamotage. Il Rapporto della Caritas prende in esame la situazione in 10 zone del nostro paese dove da tempo sta operando in maniera integrata con il progetto Presidio: si va dalla Campania, alla Basilicata, alla Puglia, alla Calabria fino ad arrivare in Sicilia.

Il progetto punta a garantire una presenza costante sul territorio attraverso le Caritas diocesane e i volontari che in pullman e camper si spostano nelle campagne per offrire ai lavoratori sfruttati assistenza su più livelli: da quella sanitaria a quella legale. Spiega ancora Forti: “da una parte il fenomeno è sottovalutato dalle istituzioni, dall’altra manca un approccio integrato su più livelli”. In queste zone infatti sono attive diverse realtà del terzo settore che cercano di supplire ma spesso con mezzi insufficienti. “Nessuno - prosegue Forti - può avere la pretesa di affrontare da solo questi fenomeni che spesso sono collegati alla malavita organizzata, ci vuole un approccio multilivello che va dall’accoglienza, all’integrazione, fino al contrasto della criminalità da parte delle autorità”.

Il Rapporto Presidio 2015
Presentato all’Expo di Milano il 2 luglio scorso ha raccolto i dati di circa 1.277 braccianti nelle zone del Sud Italia interessate dal Progetto Presidio. Questa l’identikit del bracciante medio: maschio (oltre il 96%), la metà non ha più di i 30 anni; provengono da 36 paesi, la stragrande maggioranza dall’Africa, soprattutto subsahariana; un livello di istruzione elementare (86%); solo uno su tre alloggia in condizioni accettabili i restanti due terzi in baracche autocostruite o casolari abbandonati, il 20% di questi dichiara addirittura di vivere all’addiaccio.

Ad Acerenza si beve dalle taniche di diserbante
La diocesi di Acerenza in Basilicata ha aderito l’anno scorso il progetto Presidio anche se da anni la Caritas già si occupava del problema. Come racconta Annalisa Pitoia, coordinatrice del progetto, si sta assistendo a una certa evoluzione: “negli anni passati c’era molto lavoro nero, dall’anno scorso invece abbiamo notato più presenza del cosiddetto lavoro grigio: contratti di fittizi che servono ad aggirare i controlli che sono intensificati”. Qui gli immigrati vivono quasi tutti in casolari abbandonati e baracche prive di servizi e di acqua corrente. In città c’è un centro d’ascolto ma poi i volontari con camper e pulmini vanno nelle campagne per assistere i braccianti: distribuzione di beni di prima necessità, orientamento legale, assistenza sanitaria e assistenza amministrativa per le pratiche inerenti i permessi di soggiorno. Sono stati distribuiti di kit igenici per prevenire malattie e infezioni. “In qualche caso - racconta Annalisa - abbiamo trovato braccianti che raccoglievano acqua da bere nelle taniche dei diserbanti”.

Ad Aversa 5 euro al giorno per raccogliere pomodori
“Da queste parti ultimamente c’è un tale afflusso di immigrati che i caporali possono giocare molto a ribasso sulle paghe” a raccontarlo è don Carmine Schiavone, responsabile del centro di prima accoglienza della Caritas. “Ogni mattina si radunano grandi folle nelle piazze, così il prezzo scende… facendo leva sulla fame e sul bisogno”. In qualche caso si è arrivati a 5 euro al giorno per raccogliere pomodori e pesche. Da queste parti la Caritas grazie alla collaborazione con Libera e in accordo con le autorità è riuscita a impiegare gli immigrati in progetti di riqualificazione territoriale: “La gente sta vedendo che le nostre strade vengono pulite da ragazzi immigrati, vengono abbelliti gli spazi pubblici, e questo aiuta” dice don Carmine.

A Cerignola per ridare dignità

A 15 km da Cerignola c’è una terra di nessuno abitata da invisibili: il borgo abbandonato di Tre Titoli è oggi un agglomerato di alloggi di fortuna occupati da immigrati che lavorano dei campi, vittime di caporali. La situazione è di grave disagio: non c’è luce né acqua. “L’altro giorno - racconta Suor Paola Palmieri - un gruppo di ragazzi ha raccolto cipolle dalle 5 del mattino alle 19, gli hanno dato 10 euro a testa, e non si lamentano, ringraziano, tanta è la loro disperazione”. La comunità delle Figlie della Carità assieme a volontari raggiunge queste persone nelle campagne e, oltre ad assisterli nelle loro necessità materiali, cerca di dare a questa gente una comunità, per unire le forze, dare decoro e dignità, aiutarli a riconoscersi come persone.

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