Un’Europa senza figli

lunedì 22 giugno 2015

Crollo delle nascite, invecchiamento della popolazione, nemmeno l’immigrazione sembra compensare la denatalità. Ma c’è una speranza 



Europa, anno 2050. La popolazione è sempre più anziana. I giovani sono diminuiti e per ogni pensionato ci sono solo due lavoratori che con le loro tasse pagano la sua pensione. Non è la trama di un film post-apocalittico ma la proiezione dell’Ageing Report 2015 lo studio della Commissione Europea che ogni tre anni calcola la situazione demografica del continente.

 Sempre meno figli e sempre più anziani. L’aspettativa di vita cresce ma ad essa non corrisponde un ricambio in termini di bambini che nascono. Il record negativo lo ha la Germania con 8,2 nuovi nati ogni 1000 abitanti. Con questa cifra ha da poco raggiunto il triste primato di paese che fa meno figli al mondo, prima era il Giappone con 8,3 nati ogni 1000 abitanti. Seguono il Portogallo (9 nati) e l’Italia (9,3 nati). Per avere un paragone basti pensare che nei paesi più giovani e popolosi al mondo, ad esempio il Niger, nascono 50 bambini ogni mille abitanti.

 L’immigrazione non basta 

 Per tutto il vecchio continente insomma le previsioni sono preoccupanti: se attualmente il rapporto tra gli over 65 e la popolazione tra i 15 e i 64 è sotto il 30% nel 2050 sarà del 50%. Questo significa ripercussioni sul mercato del lavoro e sulla società: ci saranno più spese (per il maggior numero di anziani) e meno entrate (per il minor numero di lavoratori). In parte il fenomeno è corretto dall’immigrazione, ma non basta. Secondo i dati Eurostat nonostante le migrazioni nel 2030 avremmo comunque il 27% in meno di popolazione in età lavorativa. Senza i flussi migratori il calo sarebbe drammatico: meno 42%.

 Mai così poche nascite 
 In Italia la situazione è molto difficile. Il record più basso di nascite il nostro Paese lo ha toccato nel 2014 con 509 mila nuovi nati. Non ne erano nati mai così pochi dai tempi dell’unità del 1861. All’epoca del boom nel 1964 i nati erano più di 1 milione, in cinquant’anni il numero dei figli si è dimezzato. L’attuale tasso di fecondità da noi è 1,39 figli per donna al di sotto della media europea che è di 1,58. Le ragioni di questo calo vanno individuate senz’altro in fattori culturali come il calo dei matrimoni e la tendenza a costruire famiglie sempre più avanti nell’età: siamo il Paese con più donne che fanno il primo figlio dopo i quarant’anni, il 6,1%, a fronte di una media europea del 2,8%. Inoltre la metà delle donne europee ha il primo figlio tra i 20 e i 29 anni mentre da noi l’età media del primo parto è 30 anni e 6 mesi.

 Una questione economica 

 L’infertilità, dovuta al ritardo della maternità, è dunque un fattore determinante ma non è l’unico. Il Censis su questo tema ha registrato le opinioni dei ginecologi, degli andrologi e degli urologi che per il 75% sono convinti che l’infertilità degli Italiani sia determinata soprattutto da fattori economici. Dato confermato dalla percezione della gente: l’83% degli italiani sostiene che la crisi rende più difficile la scelta di avere un figlio, percentuale che sale a oltre il 90% se a rispondere sono gli under 34, a dimostrazione che i giovani sentono gli effetti della crisi in maniera più diretta. In Italia le politiche familiari rispetto ad altri paesi sono indietro: la spesa per le famiglie è di circa 1,4% del pil, basti pensare che in Francia è quasi il doppio.

 Il desiderio di famiglia 

 Eppure non tutto sembra perduto. L’Istat qualche anno fa registrava che le donne italiane nei desideri vorrebbero in media 2 figli o più, il fatto che si fermino a 1,39 sembra quindi essere dovuto più a fattori contingenti come la precarietà lavorativa e la mancanza di servizi a favore della maternità. Secondo gli esperti infatti c’è una correlazione tra l’occupazione femminile - da noi una delle più basse in Europa - e la maternità. Anche i giovani sembrano mantenere, nonostante tutto, un forte desiderio di famiglia. L’86% di loro in assenza di costrizione vorrebbe costruire una famiglia con 2 o più figli secondo i dati del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo.

 Forse è proprio da questo desiderio che si può ripartire. Dare priorità alla famiglia sembra l’unica strada veramente concreta per la ripresa di un continente che, sebbene vecchio e stanco, ha ancora in sé energie piene di vita.


INTERVISTA: Non lasciamo sole le famiglie
“Come già aveva detto Papa Benedetto XVI alla radice del problema educativo c’è una crisi di fiducia verso la vita” così don Paolo Gentili, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della CEI,  introduce il tema della denatalità in Europa e prosegue: “La questione è che l’amore fa bella la persona. Quando un uomo e donna si aprono alla vita rendono fecondo l’amore. Oggi questo è spesso tristemente oscurato, si parla di proiezioni con 0,8 figli per coppia nel 2020”. 

Quali risposte si possono dare?
La domanda da farsi riguarda la necessità di politiche familiari che sappiano sostenere la nascita di un figlio come un dono e non come un problema. Purtroppo su questo in Italia siamo il fanalino di coda anche rispetto ad altri Paesi dove il figlio viene visto come fonte di ricchezza. In nazioni più laiche della nostra, la famiglia è valorizzata per la sua funzione di ammortizzatore sociale per la cura degli anziani, dei deboli e per l’educazione delle nuove generazioni. Da noi, una certa miopia impedisce di sostenere la famiglia, con tutti i vantaggi (anche economici) che questo comporta.

E’ un problema economico, culturale, o ci sono entrambi i fattori?
E’ evidente che c’è un problema di offerta di lavoro,  per le difficoltà che attraversa il nostro Paese. Oggi due giovani che vogliono fare famiglia vivono spesso in precarietà. Ma non è solo lavoro: le generazioni del passato non avevano minori difficoltà - pensiamo alla situazione del dopoguerra - ma avevano desiderio di costruire, di dare vita. C’è quindi anche un problema di precarietà affettiva, di paura del per sempre che paralizza le giovani generazioni.

Non basterà quindi dare lavoro dignitoso ai giovani…
Quello è un punto di partenza irrinunciabile, ma occorre tornare a far riscoprire che il dono di sé è ciò che rende bella la vita. Riconoscere la famiglia come vero fattore di felicità. E di fatto lo è, proprio in questi tempi di crisi: quando il lavoro manca o quando assorbe molte energie, il tornare la sera da un coniuge e dai figli, in una famiglia, dà il senso alla vita. E' la forza rivoluzionaria della tenerezza di cui parla Papa Francesco.

Cosa fa la Chiesa per la famiglia? 
Il vero nodo del problema è la solitudine delle famiglie nei momenti decisivi: pensiamo al fidanzamento, alla nascita di un figlio, alle sfide che pongono i figli adolescenti. Sono situazioni che investono le scelte quotidiane, in cui si creano difficoltà e talvolta lacerazioni affettive. Sta emergendo una nuova modalità pastorale che va nella linea di incoraggiare le famiglie a farsi carico delle altre famiglie. 

In che senso?
Non parliamo più di famiglie perfette ma di focolari che esprimono nella quotidianità la bellezza del Vangelo, aiutando dal basso le altre famiglie: nell’educazione dei figli, di fronte alle crisi coniugali e alle altre difficoltà che possono sorgere.

Il Sinodo si occuperà di denatalità?
Al di là di tante sfumature, nel cammino del Sinodo una linea chiara emerge: inaugurare la vera soggettività della famiglia nella comunità cristiana. Occorre far risplendere la bellezza delle famiglie che si aprono alla vita, magari con il terzo o il quarto figlio. In un mondo che rischia di morire di individualismo esprimono la vitalità le a capacità di esser generative, il desiderio di prendersi cura della vita, anche nelle difficoltà. In questo contagiano altre famiglie ad aprirsi. Oltre all'auspicio di nuove politiche familiari, sarà questo il modo per rispondere alla denatalità.

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