Il paradosso dell’abbondanza

lunedì 9 marzo 2015


di Bruno Mastroianni, A Sua Immagine magazine, 28 febbraio 2015

Abbiamo le risorse e produciamo ricchezza ma non siamo altrettanto bravi a distribuirla. Per ogni uomo che lotta per la sopravvivenza ce n’è un altro che ha troppo e spreca. Un mondo di disuguaglianze

Il sistema economico in cui viviamo è efficientissimo nel produrre ricchezza ma lo è altrettanto nel distribuirla? Nessuno può negare che la globalizzazione abbia contribuito al miglioramento delle condizioni di vita di molti. Stando ai dati della Banca Mondiale nell’ultimo quarto di secolo la quantità di povertà estrema si è ridotta ma coloro che vivono con meno di 1,25 dollari sono ancora troppi: 1 miliardo di persone, cioè 1 individuo su 7. Il problema non riguarda solo l’uscita da condizioni disperate ma le disuguaglianze che in gran parte del mondo persistono e in certi casi sembrano crescere. Un fenomeno che non coinvolge solo le zone più povere ma investe anche i cosiddetti paesi ricchi.

Aumenta il divario tra ricchi e poveri
Recentemente un rapporto dell’OCSE “Focus Inequality and Growth” ha registrato come nei paesi europei il divario tra le fasce più ricche e quelle meno abbienti sta aumentando: il 10% più ricco della popolazione guadagna 9 volte e mezzo di più di quanto guadagna il 10% più povero, negli anni ’80 guadagnava solo 7 volte di più. L’OCSE ha calcolato che questo aumento delle disparità economiche sta frenando la crescita e per correggerlo servirebbero misure redistributive. Dati a cui fa eco un rapporto di Oxfam che sostiene che oggi l’1% della popolazione mondiale possiede tanto quanto il restante 99% messo assieme e che, se la tendenza continua, nel 2016 quell’1% avrà un patrimonio superiore a quello del resto della popolazione mondiale.

Chi soffre la fame e chi ha troppo cibo
Qualcuno potrebbe obiettare che l’arricchirsi di una certa parte della popolazione non rappresenta di per sé un male se le risorse sono utilizzate per creare valore e sviluppo. Ma che succede se il sistema invece di favorire sembra frenare una distribuzione equa? E’ quella cultura dello scarto a cui Papa Francesco ha fatto spesso riferimento descrivendo l’avidità e il conseguente disinteresse per chi rimane tagliato fuori. Un problema che si presenta in tutta la sua paradossalità se si considera il cibo: secondo i dati della FAO sono circa 800 milioni le persone che soffrono la fame e in totale 2 miliardi quelle afflitte da malnutrizione; a queste corrispondono 500 milioni di obesi e 1,5 miliardi di persone che soffrono di disturbi da eccesso di alimentazione. Per ogni persona che non ha cibo ce n’è una che ne assume troppo o lo spreca.



Lo scarto in Italia
Anche in Italia lo scarto è costituito da intere fette di popolazione in difficoltà, di solito le più deboli: i giovani, gli anziani, le famiglie numerose, gli immigrati. Il recente rapporto Eurispes 2014 ha rilevato che un 1 italiano su 2 dichiara di far fatica ad arrivare a fine mese e che i giovani in questa situazione sono i più colpiti: aumentano le coppie costrette a rivolgersi ai genitori per riuscire a quadrare i conti. Oltre alla disoccupazione il Censis registra che sono aumentati i 15-34enni che né studiano né lavorano: erano 1,9 milioni del 2004 oggi sono quasi 2 milioni e mezzo. Ma anche per i coetanei che lavorano il futuro non è roseo: il 65% avrà una pensione inferiore ai 1000 euro, come a dire che saranno gli anziani poveri di domani. I minori che versano in condizioni di povertà relativa sono raddoppiati: erano 700mila nel 2011, oggi sono oltre 1,5 milioni secondo la Commissione per l’infanzia della Camera. 

Le famiglie numerose, le donne, gli immigrati
A questo corrisponde una situazione particolarmente difficile per le famiglie, specialmente se numerose: un terzo di quelle con tre o più figli sono in condizioni di povertà relativa. Le donne che decidono di diventare madri sono svantaggiate: secondo l’Istat in media vorrebbero 2 figli ma nella realtà si fermano a 1,4. Tra loro 800 mila hanno subito “le dimissioni in bianco”: al momento di avere un figlio sono state costrette a lasciare il lavoro. Nel 2014 in Italia sono nati 509.000 bambini, il picco più basso da 150 anni.

Gli immigrati sfruttati
Nel nostro Paese fanno parte dello scarto gli immigrati. Quelli che non trovano la morte in in mare (si parla di 2000 solo l’anno scorso) si ritrovano spesso in condizioni di sfruttamento: prostituzione, lavoro schiavo privo di tutele, condizioni abitative al di sotto della dignità umana. Con la complicità del sistema produttivo: l’Istat ad esempio ha calcolato che di 210mila cinesi presenti in Italia solo 41mila sono legalmente registrati, i restanti - anche minorenni - lavorano in condizioni di semi-schiavitù in fabbriche e capannoni sparsi sul territorio. 

La lista delle disuguaglianze potrebbe continuare a lungo: basti pensare agli anziani soli, alle famiglie che si prendo cura dei disabili, alle disuguaglianze nell’accesso alle cure. Non è una lista del pessimismo ma qualcosa da guardare in faccia con coraggio se si vuole seguire l’invito di Papa Francesco a superare “le tentazioni dei sofismi, dei nominalismi, di quelli che cercano di fare qualcosa ma senza la concretezza della vita”. E’ da questi fatti che bisogna ripartire.


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Rimettere la persona al centro dell’economia
Intervista a Leonardo Becchetti

“Se io ho 2 polli e tu ne hai 0 in media abbiamo un pollo testa”, citando una poesia di Trilussa il Prof. Leonardo Becchetti, docente di economia politica all’Università di Tor Vergata, spiega perché la crescita economica può portare a un aumento delle disparità: “Tutto dipenda da come misuriamo le cose. Un esempio? Il PIL americano è in costante crescita mentre il reddito mediano - quello cioè della fascia di reddito a metà della scala - è fermo dal ’96 a oggi. Se riprendiamo Trilussa possiamo dire che i polli possono diventare anche 4 ma ciò non vuol dire che ne possediamo automaticamente 2 a testa”.

Il problema è quindi di distribuzione?
Il sistema è efficiente nel produrre ma non distribuisce altrettanto bene. Si vede se pensiamo alla fame nel mondo: a fronte di 800 milioni di persone che soffrono la fame ce ne sono altrettante in sovrappeso, a cui si aggiunge tutto lo speco di cibo delle industrie e dei produttori.

E’ il paradosso dell’abbondanza di Giovanni Paolo II ripreso da Papa Francesco?
Occorre tener presente che il sistema economico quando arriva a livelli di disuguaglianza troppo alti si inceppa. Fondamento della crescita è che i consumi siano diffusi, siano di massa. Se i ricchi per così dire sono troppo ingordi creano disfunzioni. E’ quello che sta accadendo: da una parte si è prodotta una compressione dei salari, dall’altra si è preteso che i ceti medio-bassi continuassero ad aumentare i consumi. Così, guadagnando di meno, lo hanno potuto fare solo col debito. Da questo aumento del debito è nata la crisi.

Cosa si può fare?
Intanto ciascuno di noi ha lo strumento del voto col portafoglio: da consumatori possiamo premiare o sfavorire le aziende acquistando prodotti solo da quelle che tutelano l’ambiente, che favoriscono condizioni di lavoro decente, che sono attente alle esigenze delle famiglie. E’ un potere democratico efficace, alla portata di tutti e può incidere sulle cause strutturali dell’iniquità.

E dal punto di vista del sistema?
Occorre rimettere la persona la centro, superando il riduzionismo antropologico che vede l’uomo solo nella sua dimensione economica e le aziende ridotte a entità dedite a massimizzare il profitto. Occorrono indicatori di benessere capaci di andare oltre il PIL per cogliere al meglio tutta la ricchezza delle diverse dimensioni che riguardano la vita umana, che non è solo economica. 

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