Il vero compito del pastore è positivo: mantenere la fede così viva, che non si debba arrivare ai casi conflittuali

sabato 26 maggio 2012

Riporto un brano che trovo illuminante per capire il "programma" che Benedetto XVI sta portando avanti per rinvigorire la Chiesa. E' un testo del 2000 scritto dall'allora Card. Ratzinger e pubblicato da L'Osservatore Romano (qui il testo integrale).
 
Innanzitutto la cura per la fede


Il vero compito del pastore è positivo: mantenere la fede così viva, che non si debba arrivare ai casi conflittuali. Vedo tre settori principali, in cui è necessaria un'attenzione speciale per l'attualizzazione della fede: la predicazione (e con lei tutto il lavoro per l'attualizzazione e l'approfondimento della conoscenza di fede), la catechesi e l'insegnamento teologico nei seminari e nelle Facoltà universitarie. Parlare esaurientemente in merito sarebbe una conferenza a parte. Accenno solo brevemente a conclusione alcune mie preoccupazioni e considerazioni. 


La predicazione dopo il Concilio si è fatta in genere più vicina alla Scrittura, e questo è un grande progresso. Ma è divenuta anche più casuale e più povera tematicamente, e questo è un pericolo. In genere nel corso del ciclo triennale non viene più presentata tutta la dottrina della fede, ma brani casuali, mentre il resto è dimenticato. Io penso che i vescovi di una regione dovrebbero provvedere insieme a stabilire un ordinamento di prediche, nel quale possa essere proclamata nel corso dei tre anni tutta quanta la fede, proprio anche quei temi oggi molto trascurati di Dio Creatore; di peccato e redenzione, della grazia e dei sacramenti, soprattutto anche il sacramento della penitenza, la contemplazione delle ultime cose, della vita eterna. 

Anche la catechesi a mio parere è divenuta molto settoriale e trascura spesso grandi parti della fede. Testimonianze totalmente al di sopra di ogni sospetto ci certificano un'ignoranza incredibile nelle giovani generazioni circa affermazioni fondamentali della fede. La preparazione alla comunione in molte regioni consiste più in una socializzazione che non in una lenta penetrazione nel mistero della presenza del Signore e del suo sacrificio. La grandezza del mistero di Cristo viene spesso trasmessa a stento e così via. Per la completezza della predicazione così come per la integrità della catechesi il Catechismo della Chiesa Cattolica offre un aiuto prezioso. Dovrebbe essere usato molto di più. Naturalmente è necessario tradurlo poi in piani concreti per la predicazione e la catechesi. 


Infine vi è la missione dell'insegnamento teologico nei seminari e nelle Facoltà. Proprio nelle generazioni più giovani esiste oggi grazie a Dio un numero di insegnanti di teologia veramente buoni. Ma è innegabile che vi sono anche gravi problemi. Un problema di fondo mi sembra essere il fatto che non si scorge più una visione di fondo filosofica comune. Domina l'eclettismo. Si sceglie dalle filosofie correnti, che offrono un notevole aiuto, ma alla fine non lasciano aperto alcuno spazio per il Dio vivente. Le Encicliche "Veritatis splendor" e "Fides et ratio" offrono qui un valido aiuto; dovrebbero entrare nella riflessione teologica ancora molto di più di quanto già non avvenga. Soprattutto non dovremmo dimenticare che i Padri ed i grandi teologi del Medioevo così come i maestri più significativi della teologia del 19° e del 20° secolo rimangono anche per noi oggi maestri, che ci indicano il cammino ed il cui approccio di fondo non ha perso nulla della sua attualità anche se naturalmente deve essere sempre ulteriormente ripensato, approfondito, ampliato e posto in dialogo con il presente. Chi legge la Scrittura con i Padri, soprattutto con Sant'Agostino, con San Tommaso e San Bonaventura, con Möhler e De Lubac (per citare solo qualche nome), trae anche oggi indicazioni preziose e trova allo sesso tempo ampio spazio per approfondimenti creativi.

Per concludere vorrei ancora una volta ritornare alla prima Lettera di Pietro. L'apostolo designa se stesso nel suo stile umile e benevolo come conpresbitero, presbitero insieme con noi, ed ha così formulato con una chiarezza insuperabile l'identità del ministero sacerdotale ed apostolico, il principio della successione apostolica. In questo contesto egli ha presentato il modello del sacerdote e del vescovo, al quale noi dobbiamo continuamente commisurarci: il presbitero è "testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi". Veglia sul gregge non per costrizione, ma volentieri, secondo Dio; non spadroneggia sulle persone a lui affidate, ma si fa modello di esse. "E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce" (5, 4).



Questa è la prospettiva, nella quale noi compiamo il nostro servizio.

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