BXVI difende i lavoratori non per ideologia, ma per carità

martedì 2 febbraio 2010

di Bruno Mastroianni, Tempi, 2.2.2010

L’appello del Papa di domenica a favore dei lavoratori ha attirato l’attenzione dei media. Grandi spazi sono stati concessi per descrivere il Pontefice che prende le difese degli operai. C’è chi ha parlato di Papa «filo-operaista», sindacati e imprese lo hanno accolto con favore, quasi tutti si sono resi conto della serietà del richiamo «alla responsabilità di imprenditori, lavoratori e governanti». Ma qualcosa è rimasto fuori. Presi dall’effetto Papa-attento-alla-questione-sociale, ci si è persi il resto di ciò che Ratzinger aveva detto durante l’Angelus. Eppure in quelle parole c’era non solo il senso, ma la fonte e la radice di quell’appello. Benedetto XVI domenica aveva parlato dell’unica cosa che veramente conta, che dà senso alla vita e che può realmente cambiare il mondo: l’amore, che «è l’essenza di Dio stesso, è il senso della creazione e della storia, è la luce che dà bontà e bellezza all’esistenza di ogni uomo». L’amore è lo «stile di Dio» a cui l’uomo è chiamato a uniformarsi. È un tema che aveva affrontato anche qualche giorno prima inaugurando l’anno giudiziario della Rota romana: di fronte a ogni questione, anche tecnica e burocratica, «lo sguardo e la misura della carità aiutano a non dimenticare che si è sempre davanti a persone». L’appello di domenica per i lavoratori non era un gesto di pietà pubblica e nemmeno soltanto un richiamo per sistemare una situazione di di-
sagio. Era un modo per ricordare che a Termini Imerese e a Portovesme c’è in ballo qualcosa di più che delle emergenze sociali da risolvere.

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