Per essere all'altezza dell'immigrazione

giovedì 14 gennaio 2010

di Bruno Mastroianni, Tempi, 14.1.2010

L’appello del Papa di domenica scorsa non era una difesa d’ufficio dei migranti né una generica condanna della violenza. Era un affondo diretto a un problema che da tempo affligge le società avanzate: l’assuefazione da attualità. A forza di seguire l’informazione nel suo continuo evolversi su ogni evento, è sorta una certa abitudine a considerare ogni questione con lo stesso stile, convinti che allo spuntare di ciascun problema corrisponda un’appropriata ricetta. Come in una specie di partita di tennis in cui ad ogni colpo dell’avversario (il problema) bisogna opporre un colpo uguale e contrario (la soluzione). E’ un rischio che si corre continuamente: dà l’illusione di essere aggiornati e vigili, ma, alla lunga, può mortificare la capacità di inquadrare le cose nella giusta prospettiva, rendendo ottusi e inefficaci.

Ecco perché il Papa all’Angelus di domenica con poche e semplici parole ha invitato ad andare al «cuore» della questione. L’immigrazione è una cosa seria. Non è nata a Rosarno e non finirà lì. Né si può ridurre – come ogni volta accade - alla giustapposizione mediatica tra i disagi degli ospitanti (che invocano rigorosi provvedimenti) e le condizioni pietose degli ospitati (che suscitano sentimenti solidali). L’immigrazione richiede uno sforzo ben più impegnativo: «bisogna ripartire dal significato della persona!» ha detto Ratzinger.

Non è uno spunto caritatevole per smussare le asperità. È richiamare l’Occidente a riscoprire ciò che nei secoli lo ha reso all’altezza delle sfide più impegnative

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