Sullo scoglio dell'immigrazione s'infrange la debolezza moderna

giovedì 3 dicembre 2009

di Bruno Mastorianni, Tempi, 3.12.09

L’immigrazione cela una questione molto più profonda della semplice convivenza pacifica tra i popoli.

Di fronte al problema di solito si confrontano due opposti: i sentimentalisti, per i quali l’immigrato è un bisognoso da accogliere senza riserve; e i rigoristi, per i quali è sempre una minaccia da cui difendersi. I primi aprono frontiere e chiudono gli occhi di fronte ai disagi che sorgono all’interno. I secondi sbarrano le porte lavandosene le mani. Entrambi, di fatto, eludono il problema. Anche se nelle sfumature di posizioni intermedie, la discussione si muove tra i due poli.

Eppure una terza via esiste. Quella indicata da Benedetto XVI nella Caritas in veritate e ribadita nel recente discorso per la Giornata del Migrante. Quella che, intenta a salvaguardare i diritti sia di chi arriva sia di chi ospita, sa aprirsi all’accoglienza senza dimenticare che la partita si gioca a livello internazionale nella lotta alla povertà e all’ingiustizia che richiede l’impegno di tutti. È una prospettiva ambiziosa perché sa andare al punto: migranti o ospitanti, disagiati o benestanti, siamo tutti persone.

L’immigrazione è come uno scoglio su cui si infrange la debolezza della cultura dominante: quando manca una visione unitaria e unificante del destino dell’uomo, l’alternativa che rimane è lo scontro di civiltà che divide o l’incontro emotivo che non unisce.

Il Papa invece invita ad andare oltre. Come ha detto all’Angelus domenica scorsa: ricchi o poveri, in via di sviluppo o economicamente avanzati, «ci troviamo su un’unica barca e dobbiamo salvarci tutti insieme».

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