La fede che sa aggregare

martedì 10 novembre 2009

di Bruno Mastroianni, Formiche, novembre '09

D’accordo l’Africa è lontana e la Chiesa non è l’ONU. Ma qualche attenzione in più il Sinodo dei vescovi svoltosi il mese scorso, la meritava. Non solo per l’interesse oggettivo delle analisi che i pastori cattolici hanno saputo dare dei problemi e delle sfide che affliggono i diversi paesi del continente. Ma soprattutto perché il Sinodo ha saputo riportare in primo piano quella capacità, propria del cristianesimo, di saper comporre i diverbi e superare le differenze in vista del bene comune.

I padri sinodali con grande realismo hanno riconosciuto che i problemi dell’Africa non si riducono a questa o quella emergenza, alle risorse idriche che mancano o all’ospedale da costruire, ma hanno una radice più profonda: il conflitto. Quel conflitto che nasce dalle differenze etniche e dalle lotte tra le tribù, alimentato ad hoc da interessi politici ed economici (spesso di provenienza estera), che sfocia in guerre, soprusi sulle donne e sui bambini, creando povertà, malattie, disinteresse, riducendo il continente allo stato pietoso che conosciamo. Un continente di per sé ricco di risorse naturali e umane con il più alto tasso di natalità del mondo e il 70% della popolazione formato da giovani, eppure in difficoltà a causa di logiche egoistiche e di parte.

«La Chiesa vuole il bene dell’Africa», non c’è africano che non ne sia convinto. Non solo perché con i suoi interventi si occupa del 30% dei servizi sanitari, né perché dà formazione scolare e professionale a milioni di donne, uomini e bambini; ma perché con i suoi insegnamenti sta indicando una strada d’uscita. La fede cristiana, portatrice di una visione unificante della natura umana e della dignità della persona, si sta rivelando il «fattore aggregante» capace di superare le divisioni tribali, le differenze etniche, gli interessi di parte. Un bene per tutti, lo riconoscono anche i non cattolici e i musulmani.

Si diceva che l’Africa è lontana. A guardar le pagine dei nostri giornali non sembriamo così distanti. Destra contro sinistra, giudici contro politici e viceversa, lavoratori contro ministri, giornalisti contro altri giornalisti: sono le nostre tribù ed etnie “da Occidente avanzato” che generano guerre - per fortuna piuttosto mediatiche e meno sanguinose rispetto a quelle africane - ma altrettanto devastanti: alla fine ad andarci di mezzo sono le attenzioni e le energie che andrebbero spese per occuparsi del bene comune. Mai come ora abbiamo bisogno di quel «fattore aggregante»...

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