Pre o post-conciliari che siano, il Papa non ha tempo per le mode

mercoledì 18 marzo 2009

di Bruno Mastroianni, Tempi, 19 marzo 2009

Alla fine, tra un articolo e l’altro, su quasi tutti i giornali la lettera del Papa sul “caso lefebvriani” è rimasta nell’immaginario come il gesto di un papa mite e remissivo, isolato nei suoi palazzi, che ammette di avere a che fare con una Chiesa in cui «ci si morde e ci si divora», amareggiato per gli attacchi subìti.

Nelle analisi del testo l’attenzione si è focalizzata sui problemi di comunicazione e sulle denunce di smozzicamenti ecclesiastici, lasciando in ombra ciò che era veramente importante: con quella lettera il Papa, oltre a diagnosticare i mali, ne stava già iniziando la cura. E la cura è ribadire che la Chiesa non si può disperdere appresso a mode culturali.

Quali siano queste mode è scritto a chiare lettere: «Non si può congelare l’autorità della Chiesa all’anno 1962». Cioè a prima del Concilio Vaticano II. Riferendosi alla moda lefebvriana. E poi aggiunge: «Chi vuol essere obbediente al Concilio deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive». Il riferimento è alla moda postconciliare, convinta che la fede vera è spuntata solo dopo il Concilio. Chi ha provocato tutto il trambusto è suggestionato proprio da questa moda.

Il Papa, spiegando nella lettera il suo gesto di carità verso i lefebvriani, ha ricordato a tutti la verità della Chiesa. Fondata da Gesù ed assistita dallo Spirito Santo, ha come incarico quello di condurre gli uomini di tutti i tempi alla salvezza. Un compito sufficientemente serio per non incagliarsi in mode e divisioni del momento.

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