Se l'aborto è contro la donna

martedì 1 luglio 2008

(Questo mio articolo è stato pubblicato oggi su Metro)

La legalizzazione dell’aborto è una delle bandiere di coloro che difendono l’emancipazione femminile. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che la pratica abortiva sta diventando uno dei principali strumenti di discriminazione della donna? È ciò che sta avvenendo in Cina e in India: l’aborto è utilizzato largamente per selezionare il sesso dei nascituri a sfavore dei neonati di sesso femminile. A dirlo su YaleGlobal - la rivista del centro studi sulla globalizzazione di Yale - è stato Joseph Chamie, già direttore della Divisione Popolazione delle Nazioni Unite. In Cina il rapporto tra bambini e bambine, che negli anni ’60 e ’70 era di 106 maschi ogni 100 femmine, è diventato negli anni ‘90 115 ogni 100. Il censimento del 2000 ha evidenziato che ci sono province in cui il rapporto supera il picco di 125.

Anche in India il rapporto medio tra nati maschi e femmine ha superato la soglia di guardia arrivando a 108 per ogni 100 femmine. Sia in Cina che in India si cerca di correre ai ripari vietando per legge la diagnosi del sesso del nascituro, ma l’applicazione è quasi impossibile. Di questo passo, nel 2020, in Cina e in India ci saranno 35 e 25 milioni di maschi in surplus rispetto alle femmine. È uno dei classici esempi di eterogenesi dei fini: in Occidente la legalizzazione dell’aborto è stata raggiunta in nome del diritto della donna ad essere padrona della sua esistenza. La cultura della permissività in materia di aborto, una volta esportata, si rivela strumento di discriminazione della donna. È come se la globalizzazione stesse interpellando l’Occidente e il modello culturale che propone. Forse i tempi sono maturi per un ripensamento responsabile di certe posizioni.

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